Donne sui balconi, uomini alla finestra

Donne contro il femminicidio

A Roma, un uomo uccide la sua ex fidanzata, perché lei ha lasciato lui e si è unita ad un altro. Lui prova a strangolarla, le getta addosso dell’alcol, le dà fuoco, il suo corpo è ritrovato carbonizzato. Un femminicidio simile fu compiuto nel maggio 2013 a Cornigliano Calabro. Un anno e mezzo fa, il mondo inorridì, perché un pilota giordano catturato dall’Isis fu arso vivo in una gabbia.

Il delitto di Roma, per la sua efferatezza, ripropone all’attenzione il tema del femminicidio. È accaduto il 28 maggio. In questi pochi giorni, altri uomini hanno ucciso le loro compagne o ci hanno provato. A Bologna, un uomo fa bere soda caustica alla sua fidanzata incinta. Nel milanese, un uomo accoltella la moglie e poi si suicida. A Milano, una giovane stilista, che subiva violenze dal fidanzato, è trovata in un giardino morta impiccata con una sciarpa. I delitti sono spesso preceduti da violenze. Molte di più sono le violenze che non arrivano all’estremo del delitto. La violenza fisica è a sua volta preceduta e accompagnata dalla violenza psicologica, che genera paura, insicurezza, disistima di sé. La violenza può essere persecutoria; succede nei maltrattamenti familiari e nello stalking.

Diffusa la notizia del delitto di Roma, la reazione femminile è pronta e immediata. Scrittici e giornaliste esprimono la loro rabbia, si rivolgono al governo, alle istituzioni, agli uomini. Lo stesso fanno molte attiviste e donne comuni. In breve tempo, organizzano flash mob nelle principali città. La reazione maschile, a parte alcune eccezioni – magari più numerose di un tempo, ma sempre eccezioni – è assente o va fuori bersaglio.

C’è quello che dice di comprendere l’ondata emotiva, per una donna bruciata viva, ma dice anche di ritenere impossibile garantire la sicurezza al cento per cento, prevenire la follia, in ogni luogo e momento. Un altro, al contrario, invoca pene severissime, esemplari, fino alla pena di morte. Per garantisti o giustizialisti, il delitto è un fatto di cronaca nera o un caso psichiatrico. Leggo che il GIP, nel convalidare il fermo dell’omicida ha fatto decadere l’aggravante della premeditazione. Per il giudice fu un delitto d’impeto, il vigilante agì seguendo il proprio istinto. Ignoro gli elementi in base ai quali il giudice valuta così. So che in assenza di elementi o anche in presenza di elementi contradditori, specie sulla violenza sessista, i giudici sono spesso condizionati dai pregiudizi e il raptus è un pregiudizio molto forte.

drappo rosso

In base ad altri pregiudizi si individuano tante responsabilità, diverse da quelle dell’effettivo colpevole dato per scontato: se la prendono con la vittima, che si è scelta l’uomo sbagliato, che non lo ha denunciato, che ha accettato di rivederlo; con le madri, che educano figli violenti, con la scuola che non educa alla civiltà, ai sentimenti, al rispetto dell’altro. Sono reazioni che nell’insieme, prendono la palla della violenza maschile e la rigettano nel campo femminile. La vittima è una donna, le madri sono donne, la scuola è fatta di maestre e professoresse. L’educazione, in effetti, ci vuole, ma un modello, un esempio educativo maschile non è particolarmente evocato, i padri sono lasciati tranquilli.

Se il femminicida fosse stato un straniero, un mediorientale o un maghrebino, un immigrato di religione musulmana, si sarebbe posta la questione della sua cultura. Il delitto sarebbe stato collocato nella cornice dei rapporti tra noi e loro, tra mondi e civiltà differenti. In questo modo, sarebbe stato politicizzato. Il movimento delle donne, che protesta e usa il termine femminicidio, compie questo atto: politicizza la questione; la vede come un fatto che riguarda la relazione tra i sessi. È un uomo che ha ucciso una donna. Sono gli uomini che uccidono le donne, o commettono su di loro molte e diverse violenze, prima di arrivare ad ucciderle, anche senza arrivare ad ucciderle, per limitare la loro libertà, ottenere la loro subordinazione.

Di fronte alla politicizzazione del femminicidio, l’atteggiamento maschile che vede solo un fatto di cronaca nera, un atto di follia, un delitto passionale, molto grave, ma in fondo naturale e inevitabile come le tempeste e i terremoti, diventa un atteggiamento di rimozione e di collusione. Una parte delle donne non accetta più questo atteggiamento e chiede agli uomini di assumere la violenza maschile come questione maschile. Non un problema delle donne, a cui gli uomini danno tanta, poca o nulla solidarietà, ma come un problema degli uomini, a cui gli uomini riconoscono priorità e per cui assumono una iniziativa autonoma, senza aspettare le donne. In effetti, mentre la notizia del femminicidio si diffonde, gli uomini continuano ad essere concentrati sui loro argomenti, sulle loro cose importanti. Qualche iniziativa isolata c’è, da soli o in piccoli gruppi, alcuni ci provano ad assumere la questione su di sé, a fare della violenza maschile, una questione maschile.

Laura Boldrini espone dal suo ufficio di Montecitorio un drappo rosso a sostegno delle iniziative contro i femminicidi. Avrebbe potuto farlo anche il presidente del senato Pietro Grasso. O il presidente del consiglio. Dall’assemblea nazionale della Coldiretti, a Milano, Matteo Renzi delinea quella che, a suo dire, è una delle sfide più importanti per modernizzare l’Italia e per essere credibile nei confronti dei cittadini: ridurre il numero dei politici. Una sfida, però, che da solo non può vincere. Se la riduzione del numero dei femminicidi fosse in cima alle priorità della politica, come per esempio lo è la riduzione del numero dei parlamentari, ascolteremmo il capo del governo chiedere aiuto contro la violenza maschile.

Qualcuno, magari di sinistra, si offende e si mette sulla difensiva: chiedere agli uomini di mobilitarsi contro la violenza maschile è come chiedere ai musulmani di mobilitarsi contro il terrorismo jihadista. E con ciò sottoindente che la richiesta implica la criminalizzazione collettiva dei maschi. Questo parallelo un po’ vittimista, è vero e falso nello stesso tempo, poiché l’islam c’entra e non c’entra con il jihadismo. C’è molta varietà negli stessi appelli ai musulmani. Io mi sento amico dei musulmani e nemico dell’islamofobia. Tuttavia, sono contento se vedo musulmani in lotta contro il terrorismo, faccio il tifo per loro, scendo in piazza con loro. Mi piace l’idea che siano proprio loro ad assumere la direzione della lotta al terrorismo. Non glielo chiedo, penso non ne abbiano bisogno, già lo fanno. Altrimenti, vorrei trovare il modo di chiederglielo. Ho presente il pericolo: loro sono una minoranza religiosa qui in Europa, a rischio di subire atti di intolleranza, discriminazione, esclusione. Quindi, occorre fare molta attenzione per evitare di criminalizzarli come gruppo, collettivo. Il discorso cambia, se cambiamo paese. In Pakistan, dove avvengono attentati contro la minoranza cristiana, i cristiani hanno tutto il diritto di rivolgersi ai musulmani, come componente egemone della loro società, e chiedere loro un impegno contro il terrorismo.

I femminicidi, oltre ad essere commessi da uomini, avvengono sullo sfondo di una cultura tardo-patriarcale, che considera le donne proprietà degli uomini, e la violenza maschile sulle donne un male fisiologico, quelli del tipo «da che mondo è mondo…». Questo può essere sufficiente, perché un uomo si senta chiamato in causa, senza sentirsi accusato, e voglia rompere il patto collusivo tra uomini violenti e non violenti.

2 pensieri riguardo “Donne sui balconi, uomini alla finestra”

  1. il femminicidio è compiuto da uomini che vedono la fidanzata non solo come una “proprietà” ma anche come un sostituto della figura materna e che pertanto non può mai lasciarli. La colpa di questo è anche di come questi maschi sono stati educati o non educati da entrambi i genitori ma c’è pure da dire che una vota cresciuti ci si dovrebbe educare da soli; un adulto è rresponsabile dei suoi atti.
    Qui comunque alcune riflessioni interessanti (le si condividano o no) su cosa possono fare gli uomini: https://beizauberei.wordpress.com/2016/06/03/violenza-di-genere-cosa-possono-fare-gli-uomini/

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  2. Non condivido alcuni punti, il maschilismo dovrebbe interessare tutta la comunità a prescindere dal sesso. Vedere donne che acclamano questa cultura da donna fa male e purtroppo non sono affatto una minoranza. Se non siamo compatte tra di noi come si andrà avanti? E’ vero che ci sono uomini e sono tanti che negano l’esistenza di questo fenomeno, ma allo stesso leggo commenti di donne allucinanti. E’ vero che bello vedere dissociarsi gli uomini da questi atti, chiedere dell’educazione che danno i padri ecc ecc ma il rispetto della donna dovrebbe essere un fattore che riguarda tutti, ogni persona è chiamata a prendere le distanze da questa cultura.

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