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Deludente il risultato della sinistra nelle elezioni amministrative, nonostante la politica di destra di Matteo Renzi. I voti di sinistra usciti dal PD sono andati all’astensione o al M5S.

Ho votato con affetto e convinzione il candidato di sinistra a Torino. Lo stesso avrei fatto nelle altre città, a prescindere dalle aspettative. Da questa posizione minoritaria, forse non sono nella condizione migliore per capire cosa succede e cosa va fatto.

Mi limito, quindi, a qualche opinione molto parziale, prendendo spunto da quel poco che leggo. Un tempo si scriveva molto di più e più a lungo sull’analisi del voto. Oggi, le valutazioni si bruciano negli istanti degli exit poll e molto è delegato agli istituti demoscopici. Così, si passa subito oltre.

Ho seguito con scarsa attenzione la campagna elettorale e non ho studiato i programmi. Non sono andato alla montagna e la montagna non è venuta da me. Non ricordo nessuna proposta in particolare. Nessuna idea si è impressa nella mia testa. La mancanza di programmi qualificanti penalizza di più le forze del cambiamento. Ricordo invece la parola d’ordine del 2011, la difesa dei beni comuni, e la vittoria sorprendente di tanti sindaci di sinistra.

Anche stavolta la sinistra si è data nomi e simboli diversi ed ha assemblato tante sue componenti nella formazione delle liste. L’assenza di un soggetto unitario identificabile e di un leader autorevole impedisce di avere una credibilità sufficiente.

Un ventennio di leggi maggioritarie hanno escluso molti elettori oggi astensionisti ed hanno educato molti votanti alla logica del voto utile: il voto al PD per chi teme le destre o l’incognita grillina; il voto al M5S per chi vuole dare una lezione al PD.

La sinistra non è presa in considerazione. Per vari motivi: il suo involucro ideologico; la passata partecipazione alle coalizioni imperniate sul PD; l’avere un personale politico parente e contiguo a quello del PD. La sinistra rispetto al PD continua ad apparire come una entità che sta un po’ dentro e un po’ fuori. In effetti, è un’area che va dai bersaniani a Rifondazione comunista.

Un altro limite per me importante è la netta prevalenza degli uomini. In questa sinistra, i leader, i candidati più importanti, gli ambienti di riferimento, sono maschili, quando ormai anche la destra e il M5S, oltre al PD, sanno puntare su leadership femminili.

Chi proviene dal PCI, ha il mito del grande partito di massa; le minoranze gli vanno strette. Eppure vi sono stati piccoli partiti che hanno attraversato la storia d’Italia e un po’ l’hanno anche fatta. Per esempio, il partito radicale. Abbiamo queste dimensioni, pensiamo a cosa farne, senza rimandare a quando eventualmente saremo più grandi.

Le minoranze di sinistra inseguono un voto di opinione motivato dal senso della giustizia. Tuttavia, molti elettori sono mossi dal senso dell’opportunità. Questo richiede che si passi dalla rappresentazione alla rappresentanza degli interessi (lavoro, precariato, disoccupazione, povertà) e si trovi da subito il modo efficace di una effettiva tutela, come succedeva con il mutuo soccorso.

Esclusa dal ballottaggio, la sinistra ha l’imbarazzo di indicare una preferenza per il secondo turno. L’indicazione è: libertà di voto. Forse per marcare la propria autonomia, ora che bisogna ricostruirsi daccapo, forse perché esistono orientamenti diversi e l’unica sintesi possibile è non dare nessun orientamento. Io, che voto a Torino, per la prima volta sono davvero molto indeciso.