Il divieto di giudicare

Paradiso di Dante

Un uomo di 50 anni (stimato oncologo?) di Taranto, già condannato per violenza sessuale, ha ucciso la moglie di 30 anni e il figlio di 3 anni, per evitare una causa di separazione, poi si è suicidato. Nel celebrare il funerale, il parroco ha dichiarato l’uomo in paradiso «Statene certi! Era un uomo buono». Per prevenire obiezioni, ha aggiunto:

Nessuno si deve permettere di giudicare, di prospettare degli ambiti dove ci mettiamo i brutti, i cattivi e i buoni. Il Signore sa (…) Non stiamo celebrando un processo, ma il ricordo di tre persone. Qualche ombra abbiamo tutti noi da presentare alla Misericordia di Dio (…) Nessuno si può permettere di fare una graduatoria di buoni e cattivi. Il Signore sa

Parole ispirate da famosi precetti evangelici: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato» (Luca 6,37). «Chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo?» (Giacomo 4,12). «Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo?» (Romani 14,4) «Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. (Matteo 7,1-2-3-4-5).

Paradiso di Dante 2

Precetti stigmatizzanti le motivazioni più nascoste: usare gli sbagli dell’altro per confermare le proprie qualità; giudicarlo per sentirsi superiori a lui, elevarsi a dio; e miranti ai cattivi giudici animati da invidia, gelosia, sentimento di dominio, che si mettono a giudicare mali proiettati o immaginari.

Tuttavia, questi stessi precetti possono essere branditi per impulso di motivazioni altrettanto cattive: la nobilitazione dell’omertà e della collusione; la chiamata di correo; la volontà di rappresaglia; il voler rimanere impuniti dopo aver fatto del male o volere che restino impuniti i propri parenti, amici, compagni, dunque il voler screditare accusatori, testimoni e persino le vittime, in quanto non migliori degli accusati.

L’imperativo di non giudicare, infatti, non è prerogativa dei preti o dei cattolici; è fatto valere anche da persone di buona volontà o garantiste laiche e di sinistra. L’ho incontrato spesso, poiché pare io sia incline ad essere giudicante. Una signora condivise su facebook un video dei Noir Desir. Le scrissi di non riuscire ad apprezzare il video, sapendo che il leader del gruppo, aveva ucciso la sua compagna, Marie Trintignant, scontato una pena irrisoria (quattro anni), per poi tornare a cantare. Mi rispose di saperlo, ma di non volerlo giudicare. Tante discussioni così e una vicenda a noi più prossima, quella di Maschile Plurale, dove fu molto usato l’espediente retorico di stigmatizzare l’atteggiamento di chi giudica e condanna, per rassicurare se stesso, sentirsi innocente, migliore degli altri uomini.

Paradiso di Dante 3

Il non giudicare è inoltre teorizzato in ambito psicologico e terapeutico, poiché il giudizio innalzerebbe le barriere difensive del maltrattante e inibirebbe la riflessione su di sé. Cautela ulteriore è la distinzione tra l’uomo e il suo comportamento, tra il peccato e il peccatore, per cui sarebbe sbagliato definirlo violento o maltrattante, occorre definirlo autore di violenza. Poi per la legge della comodità espositiva è definito solo più «autore», come chi scrive un libro, una poesia, una canzone; in effetti, lo è Bertrand Cantat. Tutte cautele forse giuste, ma usate solo per la violenza su donne e minori, una violenza storicamente già molto occultata.

Nel caso del parroco di Taranto, sembra facile respingere il suo ammonimento a non giudicare un uomo che ha fatto strage della sua famiglia, anche se l’omelia del parroco è stata comunque applaudita. Nei casi di gravità minore (stalking, maltrattamenti, violenza sessuale, sessismo), il discorso si fa più complicato, perché soprattutto gli uomini tendono a non giudicare, ad essere problematici, spesso a difendere i violenti o la propria categoria di maschi, mentre sarebbe necessaria una opinione pubblica maschile contro la violenza, che si manifesti sui giornali, in rete, nel vicinato e nei luoghi di lavoro. Anche contro di me e le mie ombre, se occorre. Io accetto di essere giudicato.

Credo che una regola generale favorevole o contraria al giudizio, non possa essere stabilita in assoluto. Dipende dalla situazione e da chi è giudicato, se disponibile a mettersi in discussione o refrattario, se cambia o è recidivo. Il giudizio è libertà di espressione. È esercizio di autorità e non di potere. Una critica, non una sanzione. Ogni giudizio può essere discusso e vagliato. Forse per il giudizio, vale la distinzione che la pedagogista Clotilde Pontecorvo faceva per le critiche e le valutazioni scolastiche. Esistono quelle statico-sanzionatorie, in genere da rifiutare, e quelle dinamico-descrittive, che indicano una correzione e in genere possono essere accolte. A Taranto, l’autore di violenza ha concluso la sua parabola in modo irrimediabile, quello che rimane da correggere è l’omelia del parroco.

3 pensieri su “Il divieto di giudicare”

  1. L’imperativo “non giudicare” in realtà non condanna la pratica del giudizio (anche perché sarebbe paradossale: per emettere un giudizio di condanna verso chi condanna, sono costretto a macchiarmi della medesima colpa che contesto), ma semplicemente la limita: la limitazione può riguardare il soggetto giudicante (alcuni sono abilitati a giudicare, altri no, come nel caso di Don Tonino) oppure il comportamento sottoposto a valutazione etica (alcuni comportamenti possono essere giudicati, altri no, come nel caso di Maschile Plurale).
    Don Tonino dice: “Nessuno si deve permettere di giudicare, di prospettare degli ambiti dove ci mettiamo i brutti, i cattivi e i buoni.” e nell’ambito della stessa omelia afferma: “Luigi e’ in Paradiso, statene certi! Era un uomo buono.” Don Tonino fa esattamente quello che sembra condannare: colloca Luigi Alfarano fra i buoni. Noi non possiamo giudicare, ma lui si.
    Maschile Plurale, per mezzo di Stefano Ciccone, dichiarò che gli uomini dell’associazione avevano fatto la scelta di non caratterizzarsi come gli uomini che condannano gli altri uomini. Successivamente Marco Deriu (ho visto che hai linkato il pezzo a lui dedicato) disse che chi condanna la violenza è un uomo che va a caccia di suoi simili da crocifiggere per non essere costretto a fare i conti con la sua “ombra”, per sentirsi “virtuoso” (quando invece non lo è), esplicitamente giudicando la pratica del condannare la violenza sbagliata, in quanto controproducente (“L’insegnamento che ne dovremmo trarre è che la condanna della violenza, pur necessaria, non coincide automaticamente con la sua eliminazione. Occorre qualcos’altro”.) Quello che sta dicendo è che non è il giudicare in sé che è sbagliato – perché lui sta di fatto giudicando tutti coloro che – diversamente da Maschile Plurale – si caratterizzano come persone che condannano gli uomini che commettono violenza, sta dicendo che sono da giudicare le persone che condannano il comportamento violento, e non le persone che lo mettono in atto.
    Quindi in entrambi i casi sembra che sia l’atto del giudicare sotto accusa, ma nella realtà non è così (un atteggiamento già notato da Arendt molto prima di Maschila Plurale: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/06/11/il-giudizio-morale/)
    Biasimare chi esprime un giudizio morale in merito al comportamento altrui è un gesto molto autoritario, perché chi lo fa rivendica per sé il privilegio di esprimere un giudizio (il giudizio morale espresso è contro la persona che ha precedentemente giudicato), e determina un preciso codice morale, secondo il quale la colpa più grave che può commettere un uomo è esprimere un giudizio morale su qualsiasi comportamento di un altro uomo che non sia il condannare chi esprime un giudizio morale.

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  2. io il prete di Taranto non ho problemi a giudicarlo una merda in quanto ha giustificato un assassino dicendo che sicuramente sta in Paradiso (e così facendo si è di fatto sostituito al giudizio di Dio commettendo blasfemia secondo la sua religione del cavolo), condividere una canzone dei Noir Desir non equivale a giustificare il femminicidio commesso da Cantat, se io vado a vedere un film di Polanski e dico che miè piaciuto non sto giustificando ciò che polanski ha fatto a una ragazzina di 13 anni negli anni ’70. Giustificare in pubblico un assassino di moglie e figli, sfruttare l’autorità e la credibilità data dall’essere prete per elogiare un assassino di moglie e figli reca danno alla società, condividere una canzone dei Noir Desir (canzone che non giustifica il femminicidio) non reca danno alcuno alla società: il fastidio personale che tu puoi provare legittimamente non è un danno sufficiente a stigmatizzare quella condivisione; a me danno fastidio un sacco di atti e persone ma è un problema mio, il mio fastidio non mi autorizza a giudicarle o a stigmatizzarle
    Il mio problema è con chi giudica immorali comportamenti che non recano danno a nessuno: giudicare immorale una donna che porta la minigonna è sbagliato, giudicare sottomesse al patriacato tutte le donne che mettono i tacchi alti e si depilano o anche le donne musulmane che portano il velo è sbagliato (sebbene ci sia una differenza tra tacchi alti e velo: i primi sono laici il secondo è caricato da un significato religioso e morale ben preciso, significato che a me non piace) giudicare immorale una persona obesa (o anche non obesa) che mangia tutti i giorni da mc donald’s enon fa movimento è sbagliato, posso metterla in guardia sui rischi che corre per la sua salute (e probabilmente mi dirà di farmi i fatti miei) ma non posso giudicarla immorale

    “Mi rispose di saperlo, ma di non volerlo giudicare.”

    bè non voler giudicare un femminicida è qualcosa che non capisco neanch’io

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