Brexit«È stato incauto promuovere questo referendum e affidare a un no o a un sì problemi tanto complessi. Hanno quindi prevalso elementi emotivi» come le preoccupazioni legate al problema dell’immigrazione. Questa è l’opinione di Giorgio Napolitano sulla brexit, il referendum, che ha deciso al 52 per cento l’uscita della Gran Bretagna dall’UE.

Il presidente emerito non ha del tutto torto. L’umore collettivo che prevale in un momento storico può decidere la storia futura per un tempo molto lungo, quando gli umori saranno ormai diversi. Si può votare un referendum con la stessa facilità con cui ci si forma un’opinione, ma poi non si può cambiare orientamento referendario con la stessa facilità con cui si cambia opinione.

Tuttavia, mettere in dubbio l’opportunità di una consultazione popolare, quale essa sia, è molto delicato. Rievoca una visione elitaria e aristocratica della politica, che al dunque può diventare autoritaria. D’altra parte, anche eleggere il governo del proprio paese è una questione complessa, condizionata da fattori emotivi, a rischio di gravi conseguenze.

Infatti, vedo con scetticismo le forme di democrazia diretta in contesti che coinvolgono decine di milioni di persone, che si tratti di referendum, di plebisciti, di presidenzialismi e di premierati. Le parole di Giorgio Napolitano, per me, possono essere giuste in un contesto nel quale vale la centralità del parlamento, il suo rafforzamento, un sistema elettorale proporzionale, il ruolo dei partiti di massa, dei sindacati, di corpi sociali intermedi molto forti, che incarnano e realizzano la partecipazione democratica.

Possiamo preservare il referendum abrogativo per le leggi ordinarie e quello confermativo per le leggi costituzionali. Per le materie escluse dal referendum, possiamo prevedere la maggioranza parlamentare qualificata. Si può obiettare che un tale sistema porterebbe alla paralisi. Credo che la paralisi in sé non sia peggio di un decisionismo di minoranza, tuttavia molto dipende dalla qualità della selezione della classe dirigente e del suo personale politico. Possiamo cambiare criteri e requisiti: preferire dei bravi mediatori a dei bravi battutisti, persone capaci di dialogare e negoziare a persone capaci di stare su Twitter e nei talk show. Società democratiche, complesse e diversificate richiedono compromessi, non imposizioni.

Lo stesso in Europa. Possiamo voler concedere quote nazionali di sovranità all’Europa, se l’Europa è un parlamento europeo, eletto dai popoli, con il potere legislativo e il potere di dare e togliere la fiducia alla Commissione europea. Finché il potere effettivo sarà nelle mani di organi non democratici, anche un europeista sarà in dubbio: se rimanere nella UE per democratizzarla, o disfarla per rifarne una più democratica.