La paura di generare figli: troppo preziosi e con un futuro povero

Fertility dayDa ragazzo credevo di essere sterile, a seguito di un esame medico. Non me ne preoccupai; non mi sembrava di desiderare un figlio, inoltre era comodo poter fare sesso, senza dover prendere precauzioni. Qualcuno mi avvertiva: «Oggi non lo desideri, da adulto lo vorrai». Ma questo, anche oltre la maggiore età e la maturità, non accadde. Frequentavo l’Università, facevo i primi lavori precari, vivevo i miei amori platonici (sicuri) le mie storie instabili (a rischio), ma l’idea di diventare padre non mi sfiorava e non la vedevo neppure all’orizzonte. Ancora troppo figlio, troppo dipendente dalla famiglia originaria, per poter immaginare quel salto. E poi, pensavo, che l’eventuale decisione non spettasse veramente a me, ma alla mia compagna (proprio come la pensano i pubblicitari del governo).

Con più autonomia e più risorse, l’ordine dei miei pensieri rimase stabile. C’era qualcosa in me che poteva definirsi «egoismo», pure in una vita ordinaria, abbastanza noiosa, per nulla dedita alla carriera e, in fondo, poco interessata ai divertimenti. Un egoismo introverso. E c’era la paura. Perché avere un figlio mi sembrava una responsabilità tremenda. Cosa c’è di più prezioso di un figlio? Bisogna dargli tutto, dedicargli tutto, proteggerlo da tutto, vivere per lui. E se gli succede qualcosa? E se muore? Per mesi, i primi mesi, sono stato in ansia, nel controllare che respirasse mentre dormiva. Si può pensare di moltiplicare questa responsabilità per due, per tre, per quattro?

Un tempo, di figli se ne facevano molti – i miei nonni avevano tanti fratelli e sorelle, tanti cugini – qualcuno moriva, altri sopravvivevano, la loro importanza era relativizzata, veniva accuditi come si poteva. Io, della generazione del baby boom, a cinque anni, passavo tutta la giornata in un cortile, a giocare con altri bimbi, tra i sacchi dell’immondizia, i gatti e gli scarafaggi. Ogni tanto, le mamme ci davano uno sguardo dalle finestre; i portoni delle case erano ancora aperti e capitava di avventurarsi in strada di nascosto. Ma già a sei-sette anni andavo a comprare il giornale, le sigarette per mio padre, e poi dalla nonna se in casa mancava qualcosa. Questo, per mio figlio oggi sarebbe impossibile.

La campagna governativa per la fertilità, l’avrei considerata una prevedibile trovata tradizionalista. Quello che ci si può aspettare da un governo democristiano. Quando ero giovane governava la DC. Forse, per una donna questa trovata è più irritante, perché si sente giudicata, rimproverata, sollecitata sul senso del dovere, nonostante le possa capitare di non essere assunta o di essere licenziata, per aver scelto di diventare madre. Capisco dunque la reazione contro i meme governativi, pur trovandola, in verità, un po’ eccessiva.

La questione economica

La questione del reddito e del welfare, per me non sarebbe stata rilevante fino al punto da farmi superare l’«egoismo» e la «paura». Magari, mi avrebbe fatto attendere qualche anno in meno, forse sarebbe stata più rilevante per qualcun altro. Può essere rilevante quel tanto che basta ad alzare almeno un po’ il tasso di natalità, in modo che il governo sia meno preoccupato.

Per un aspetto, la questione economica mi interessava. I miei genitori erano poveri: mia madre casalinga, mio padre occupato a periodi alterni; lo sfratto sempre un pericolo incombente. Loro con più soldi avrebbero fatto più figli – così dicevano – ma, per il primo e unico non aspettarono: nacqui da due genitori giovani. Sebbene più poveri di me, erano sicuri che io sarei stato più fortunato di loro, come in effetti è successo.

La condizione economica può non incidere nell’immediato. Paesi più poveri del nostro (dove le nascite sono meno controllate) fanno più figli di noi; i loro abitanti emigrano, anche con i bambini piccoli. E, credo, con un bel po’ di speranza, una percezione ottimista del futuro. È diverso fare un figlio, con il pensiero che starà meglio di te o con il pensiero che starà peggio. Io, a differenza dei miei genitori, non sono sicuro che mio figlio sarà più fortunato dei suoi genitori.

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