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Molte persone non capiscono il significato o lo scopo del Hijab. Questo può essere un grande ostacolo da superare, soprattutto per le donne musulmane. […]
In questi giorni l’appello di molti riguarda il rispetto della volontà delle donne.
La “libera scelta” è l’argomento prediletto di chi non vuole affrontare un argomento assumendo una prospettiva di genere. A sentire questi paladini dell’autodeterminazione, sembrerebbe quasi che il mondo giri grazie alla volontà delle donne.
La prostituzione? Le prostitute “la scelgono”, quindi non c’è altro da dire in proposito. La surrogacy? Le donne “scelgono” di partorire figli per altri ed ogni altra considerazione sull’argomento è un’attacco alla loro libertà di scelta. La violenza domestica? Non è forse vero che quel partner te lo sei “scelto”, che hai “scelto” di tenertelo? Che cosa si può commentare se non che sei corresponsabile del dolore che quella tua sciagurata scelta ha comportato?
“La scelta” non ammette discussioni, vuole il silenzio, perché il silenzio è rispetto, e noi non vogliamo sembrare irrispettosi, giusto?
Il Ricciocorno Schiattoso, 19 agosto 2016

Ho sostenuto il principio della libera scelta per la donna velata. Sono in contraddizione se non lo sostengo per la donna prostituita, per l’attrice pornografica, per la madre surrogata, per la donna convivente con un partner maltrattante? Probabilmente si, almeno in parte. Si tratta, a dire il vero, di situazioni diverse, unite da un tratto comune: l’essere oggetto di un dibattito fondato su un falso dilemma, nel quale sono messe in contrapposizione la libertà della donna di compiere anche scelte che sono o sembrano autolesionistiche e la lotta ad un contesto coercitivo o condizionante, che le obbliga o le induce a scegliere così; una contrapposizione che può giungere agli estremi del riconoscimento legale o del divieto. In realtà, il riconoscimento legale (legalizzazione) è una limitazione di libertà, perché pone delle condizioni. Chi lo propone, pensa però di conferire alla libera scelta – per esempio, di fare la prostituta – uno status di legittimità e di rispettabilità, e pensa inoltre di metterla al sicuro dal rischio della criminalizzazione.

iranian-woman-in-isfahan-wearing-a-hijabNella contrapposizione tra il rispetto della libera scelta e la lotta al contesto coercitivo, metto l’accento sul valore della libera scelta quando l’oggetto del contendere è soltanto simbolico, relativo alla morale, ai significati, alle interpretazioni. Nel caso del velo, molte persone occidentali presumono che le donne musulmane lo indossino per costrizione e il suo significato sia la sottomissione femminile; se smentiti, presumono che i desideri e i significati dichiarati dalle donne velate siano falsi o irrilevanti, come lo sarebbero le dichiarazioni di un minorenne; infine, molte persone occidentali considerano pari alla costrizione l’influenza sociale del gruppo o della famiglia alla quale, in verità, è soggetto ciascun individuo, senza che la viva come una violenza. Poi, io penso che la coercizione, quando è davvero messa in atto, vada contrastata: le costrizioni siano da perseguire, il dettato normativo di una autorità religiosa vada criticato e rifiutato, come pure il dettato normativo di segno opposto da parte di un’autorità laica.

Metto invece l’accento sul valore della lotta al contesto coercitivo, quando l’oggetto del contendere, oltre ad essere simbolico, è anche dannoso o pericoloso per chi lo sceglie ed espone altre al pericolo. Prostituzione, pornografia, surrogacy possono significare con elevata probabilità: abusi, violenze, sfruttamento, traffico di esseri umani, malattie, morte. Inoltre, su di esse si fondano un mercato ed una industria, con una forza paragonabile a quella dello stato: la libertà individuale va difesa da tutte queste forze, non solo dallo stato.


Nella lotta al contesto coercitivo, la legalizzazione o il divieto si giustificano a due condizioni:

  • che prevedano sanzioni solo contro chi commette abusi o trae vantaggi e profitti; mai contro le vittime;
  • che le sanzioni non siano controproducenti e contribuiscano ad eliminare o ridurre il danno.

Entrambi i criteri sono, per esempio, violati:

  • dalla legalizzazione della prostituzione, perché persegue le prostitute non regolarizzate, gli impone una tassazione, non diminuisce, anzi aumenta la tratta e lo sfruttamento;
  • dal divieto del velo, perché sanziona la donna velata e la esclude dallo spazio pubblico.

Nei confronti delle vittime (vere o potenziali), per me, vale sempre il principio della depenalizzazione.


Non so quanto questo modo di ordinare le cose risolva la contraddizione citata in apertura. Il dilemma tra rispetto della libera scelta e lotta al contesto coercitivo è falsato da una domanda di dubbia liceità che mi interroga su cosa possono fare le donne di se stesse. Potrei rispondere: «quello che vogliono», ma sarebbe una risposta finta, che vuole essere rispettosa della libertà femminile, ma incoerente con il mio effettivo sentimento; così le risposte mi risultano disallineate: questo si, questo no. Se una domanda più lecita mi interroga invece su cosa possono fare gli uomini delle donne, le risposte mi si allineano tutte. Sul corpo, l’abbigliamento, la libertà femminile, gli uomini non possono fare norme, affari e commerci, neppure riparandosi dietro l’alibi del consenso femminile.