Natura e cultura della violenza maschile: la responsabilità degli uomini

Violenza maschile contro le donne

Duecentocinquantamila donne manifestano a Roma contro il femminicidio e la violenza maschile sulle donne. Alcuni uomini simpatizzano e partecipano, altri fanno finta di nulla, altri polemizzano e si mettono sulla difensiva. Che la violenza sia maschile e riguardi tutti i maschi è una idea che suscita obiezioni risentite con argomenti biologici e garantisti. Uno dice: no, la violenza riguarda solo i violenti; un altro dice: la violenza riguarda tutti e tutte, anche le donne sono violente, anche gli uomini sono vittime. Per entrambi, considerare solo e tutti i maschi responsabili equivale a ritenerli violenti per natura, è una generalizzazione pregiuziale e negativa come quella usata contro i neri.

Violenza maschile fattore d’ordine

Sul piano giuridico, è vero, la responsabilità penale è soltanto individuale. Ma la giustizia giuridica non è risolutiva; non ha gli strumenti adeguati per accertare la verità sulle violenze psicologiche e fisiche commesse nell’opacità delle relazioni private e gli stessi giudici sono spesso male orientati dai pregiudizi sessisti e dalla confusione tra violenza e conflitto. Sul piano morale e politico, ciò che fanno i non violenti crea condizioni più favorevoli o più sfavorevoli a ciò che fanno i violenti. C’è una coerenza tra il comportamento dei maschi violenti e il comportamento dei maschi tendenti a inferiorizzare le donne, ad oggettivarle, ad opporre resistenza alla nuova libertà femminile, a mostrare indifferenza, indulgenza, relativismo, nei confronti della violenza. Tanto più che questa coerenza ha come sfondo una storia patriarcale millenaria e una società ancora a dominanza maschile, per quanto tale dominanza sia decadente. In questa società, la violenza maschile non è una devianza, ma un fattore che fa ordine o che vorrebbe continuare a farlo. Se vale il confronto con una generalizzazione negativa, non è quella contro i neri, bensì quella contro i bianchi considerati tutti corresponsabili dello schiavismo, del colonialismo, dell’imperialismo, perché tutti i bianchi in varia misura ne sono beneficiari.

La violenza delle donne

Da questo punto di vista, è senza senso parlare in termini speculari di violenza femminile, poiché essa non trova congruità con modelli culturali femminili volti a imporre un potere e un controllo sulla libertà dell’altro. Ridotta nei numeri e con conseguenze molto meno gravi, spesso soltanto difensiva, la violenza agita da alcune donne non determina nella società una dominanza femminile e una subordinazione maschile; possiamo nominarla solo per ritorsione polemica, aggrappandoci a dati formali o all’ideologia della parità, che suggerisce rapporti simmetrici tra i sessi. Esistono improbabili studi statistici sulla violenza delle donne che farebbero milioni di vittime tra gli uomini; io stesso potrei alimentare questi dati e raccontare di insulti e schiaffi ricevuti nelle mie relazioni private, ma la verità è che quelle circostanze le ho sempre vissute senza la paura di perdere il controllo della situazione. Il dolore vero non mi è arrivato dalle donne che pretendevano qualcosa da me, ma da quelle che da me non volevano niente. Per un uomo, la più grande violenza femminile è il rifiuto.

Gli uomini vittime

Ben più reale è il dato che vede gli stessi uomini, in netta maggioranza, nel ruolo di principali vittime della violenza maschile; tale violenza, infatti, impone e regola la gerarchia tra i sessi ed anche la gerarchia tra gli uomini, così come avviene nel contesto delle regioni controllate dalla criminalità organizzata dove sono i mafiosi ad essere le prime vittime della mafia, molto più di imprenditori, commercianti, poliziotti, giudici. Il parallelo potrà dispiacere, ma si consideri che, negli ambienti della misoginia e del revanscismo maschile, quelli che la pensano come me sono definiti maschi pentiti. Lo stesso nome, pentito, che diamo all’uomo che si dissocia dalle cosche e collabora con la giustizia.

Natura e cultura

A proposito di collaborazione, una donna (Masham), mi ha mosso una obiezione biologica di segno opposto a quella dei maschilisti. Lei dice: il germe della denegazione è sempre in agguato (…) non sono i maschi ad affondare le loro radici nella cultura patriarcale, ma è la cultura patriarcale stessa ad avere radici nel sesso maschile. Il patriarcato esiste perchè esistono i maschi (…) Se svelo la connessione originaria tra sesso maschile, violenza e patriarcato lo posso fare solo partendo dal dato biologico della Differenza. Non escludo che l’obiezione sia giusta. Il fatto che, in tutto il mondo, gli uomini siano oltre il 90% dei responsabili di crimini e delitti e la quasi totalità dei responsabili di tutti i reati a sfondo sessuale dà da pensare sulla stessa natura maschile. Tuttavia, temo, che anche così un principio di negazione possa comunque rientrare dalla finestra; stavolta una finestra biologica. Provo a spiegarmi. Se agisco violenza, per negare la mia responsabilità, l’attribuisco a qualcos’altro: le provocazioni della vittima, un raptus, la gelosia, una crisi depressiva, una frustrazione, una qualche perdita di controllo. Da uomo più evoluto posso attribuirla alla cultura patriarcale che mi ha educato e formato: all’alcol in me, sostituisco il sessismo in me e funziona lo stesso. Da uomo più tradizionale posso attribuirla alla bestia in me e collocarla nel DNA, nell’amigdala, nel testosterone, in tutti quegli elementi naturali che farebbero dell’uomo un cacciatore. Quella responsabilità posso tentare di metterla ovunque, in qualsiasi mostro esteriore o in qualsiasi mostro interiore, sempre allo scopo di escluderla dal mio IO cosciente, l’unico che fa di me un responsabile.

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