L’odio in rete e il fantasma della censura

ludolf_bakhuizen_-_ships_running_aground_in_a_storm

Di fronte alla violenza maschile, un uomo deve dire qual è il suo ruolo, non quale dev’essere il ruolo di una donna, fosse pure la prima donna. Sta a lui, non a lei, dare l’esempio giusto. Il primo esempio è non colpevolizzare la donna, non stigmatizzarla, non riesporla alla violenza. Anche se lei è la presidente. Comportarsi in modo scorretto nei confronti della donna più importante, dà una pessima indicazione al comportamento maschile nei confronti delle altre donne.

Questo per dire di un post di Massimo Mantellini, blogger di Manteblog, direttore del Punto informatico, considerato tra i pionieri italiani del web. Sul suo ultimo articolo, stesso tema, ha detto molto bene Gino Roncaglia. Condivido tutte le sue critiche.

È inammissibile mettere sullo stesso piano Laura Boldrini e i suoi odiatori con un titolo completamente sbagliato; i suoi odiatori esprimono una violenza a sfondo sessuale, uno stupro simbolico collettivo, uno stalking che dura da troppo tempo, una violenza diversa e più grave del semplice hate speech (istigazione all’odio); perciò lei ha fatto bene a denunciare in pubblico gli insulti e le minacce ricevute con il nome degli autori, perché contro quella violenza non basta una reazione privata; l’unica persona del gruppo degli odiatori intervistata dai giornali è anche l’unica donna del gruppo, il suo caso non può essere generalizzato per spiegare quella violenza; il problema di nuove regole contro l’odio in rete esiste, bisogna discutere di quali regole e di come applicarle; non è affatto vero che in altri paesi non se ne discuta.

Deboli le giustificazioni di Mantellini, con le quali va a finire dritto in quel birignao fra quello che si dice e quello che si intendeva dire: vuole evitarlo ai politici, ma non a se stesso. Il pioniere del web vede in Laura Boldrini (la chiama IL presidente della camera), non tanto la donna aggredita, quanto IL rappresentante del potere politico, che approfitta degli insulti ricevuti per imporre restrizioni al web. In tal modo, egli mette sullo sfondo la violenza sessista e rimette lei al centro del bersaglio; così lancia un messaggio molto diseducativo agli odiatori, nonostante egli confidi molto nell’educazione e nella scuola.

Ai tempi dei pionieri del web, gli odiatori si esprimevano in una realtà virtuale frammentata tra newsgropus, mailing list, forum, blog. Oggi si esprimono in una realtà virtuale unificata e resa ambiente globale dai grandi social-network. Si riconoscono come gruppo, si legittimano a vicenda, si strutturano intorno a proprie pagine o alle pagine dei loro leader; insieme si danno forza e senso di impunità, tanto da non aver né timore, né vergogna di esprimersi con nome, cognome e foto tessera. I loro insulti e le loro bufale prendono la forma di ondate persecutorie shitstorm (tempeste di merda), che possono rovinare una persona, la sua reputazione, fino ad indurla al suicidio o esporla al rischio di essere uccisa, come accaduto alla deputata laburista britannica Jo Cox.

Alcuni filosofi teorizzano che dopo la rivoluzione digitale sovrano è colui che dispone delle shitstorm in rete. Fu Grillo a sollecitare il milione di utenti della sua pagina, a domandare loro cosa ci farebbero con la Boldrini in macchina. Ed ho presente gli insulti, sia pure ad un livello meno grave, ricevuti per qualche giorno da Pierluigi Bersani, reo di aver scelto il NO al referendum costituzionale, allorquando un editorialista dell’Unità lo squalifica come uomo squallido, senza principi, intimamente vigliacco, un giornalista peraltro autore di un bell’articolo sull’hate speech, dunque già potenzialmente diplomato alla scuola di Massimo Mantellini. Possiamo citare pure il Fatto Quotidiano su Maria Elena Boschi e tanti altri esempi ancora, in Italia e all’estero fino alla violenta campagna dei sostenitori di Trump contro Hillary Clinton, nelle presidenziali americane.

Allora, non ci troviamo in una situazione stereotipata dove da un lato collochiamo un popolo ignorante che insulta per incompetenza e dall’altra un’élite permalosa, che ne approfitta per imbavagliare. Ci troviamo in una situazione nella quale la violenza simbolica diventa strumento di lotta politica agita dal potere politico e mediatico. È finanche la home page dell’Espresso a strizzare l’occhio agli odiatori di Laura Boldrini e a sollecitarli. Non solo i gruppi estremisti, anche i grandi partiti mettono in campo milizie virtuali abili a fronteggiarsi in attacco e in difesa e a schiacciare personalità pubbliche isolate o esponenti di piccole minoranze civili, oltre a molte persone comuni.

In conclusione, no, non basta una normale e privata denuncia per diffamazione, un po’ di istruzione e un po’ di rafforzamento della polizia postale. La politica, come si è data delle regole di convivenza nella vita pubblica, per evitare gli scontri fisici e le guerre civili deve oggi darsele in rete. E deve darne agli amministratori dei grandi social-network, che preferiscono affidarsi alla valutazione degli algoritmi che a quella delle persone, che costano uno stipendio, e traggono profitti e vantaggi commerciali dai grandi volumi di traffico che la violenza genera. Essi si trovano sempre più in una posizione prossima a quella di chi gestisce le grandi infrastrutture di comunicazione e dei trasporti, settori strategici di interesse pubblico, perciò devono rendere conto al pubblico, quindi alla politica.

Un pensiero riguardo “L’odio in rete e il fantasma della censura”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...