Sulla morte di Fidel Castro

Nelson Mandela e Fidel Castro

Sulla morte di Fidel Castro, per molti giorni non ho detto nulla; non che fossi tenuto o che da me ci si aspettasse qualcosa, ma siamo tutti connessi ad un sistema di comunicazione permanente, dove più volte al giorno linkiamo, postiamo, dichiariamo sugli eventi che ci sembrano più importanti o interessanti e la morte di Fidel Castro, senza dubbio, è tra questi, specie per chi ha militato tra i comunisti e sente ancora di appartenere a quel mondo.

Da parecchio tempo non seguivo più le vicende di Cuba e dell’America Latina. Nei giorni della scomparsa di Castro ero concentrato su altre cause: la manifestazione nazionale contro la violenza maschile, l’hate speech sul web e il referendum costituzionale. Per un attimo ho creduto che la mia distrazione fosse solo l’effetto della mia evoluzione, del mio personale superamento delle ideologie e utopie novecentesche, pur sempre violente e maschili. Poi sono giunto alla conclusione che si trattava solo di rimozione. Mi sono ricordato di un professore che mostrava come il Secolo d’Italia, nell’ottantesimo anniversario della marcia su Roma, all’evento non dedicasse neppure una parola.

Quando vedo una immagine di Fidel o del Che, non mi si scioglie il cuore, ma in effetti simpatia ne provo. Così alla fine ho trovato e linkato un articolo di Lia De Feo, che mi è parso molto genuino, critico, comprensivo, elogiativo, parziale, ma equilibrato. Nell’opinione pubblica di sinistra o ex sinistra mi è capitato di leggere commemorazioni agiografiche (che hanno tutto il mio affetto) e condanne inappellabili (che hanno tutta la mia disapprovazione) rivolte al dittatore defunto e a chi lo commemora. La questione è stata pure immessa nel tritacarne referendario, in quanto l’elogio del dittatore sarebbe in contraddizione con la paura della deriva autoritaria. A loro modo, trovo anche queste siano rimozioni.

Il nodo storico della sinistra di ispirazione marxista è stato la mancata coniugazione di libertà e uguaglianza. Il nodo è rimasto stretto. Così alcuni hanno scelto la libertà nella sua declinazione neoliberista divenuta egemone; altri hanno continuato a sognare l’uguaglianza nella sua declinazione utopica divenuta residuale; altri ancora hanno continuato a tentare di sciogliere il nodo, almeno a livello teorico o ideale, ma senza credere di poterlo vedere sciolto a livello politico entro la fine della propria vita. Insomma, una variante del sogno.

La mia generazione è venuta dopo gli anni ’60-’70 e non ha vissuto il sogno della rivoluzione; entrata in un mondo rivoluzionario già decadente, ha conosciuto solo i suoi fratelli maggiori da cui si è lasciata trasmettere qualcosa. Nel nostro orizzonte c’era la pace, l’ambiente, la liberazione della donna. Altre culture di progresso da cui attingere, senza le quali il nostro comunismo non sarebbe sopravvissuto. Punti di riferimento, per noi, erano uomini come Nelson Mandela, prima combattenti in armi, poi a lungo prigionieri, come gli antifascisti, ma alla fine liberi e vincenti, nel dialogo e nella pace con il nemico, quindi personalità associabili tanto ai rivoluzionari quanto ai democratici. Un percorso simile era quello del leader dell’Olp, Yasser Arafat, ai tempi degli Accordi di Oslo.

Negli Stati Uniti il necrologio di condanna su Fidel Castro è stato recitato da Trump, mentre Obama ha sospeso il giudizio e lo ha rinviato alla storia, con ciò assumendo la controversia e la complessità di una vicenda che ha tenuto insieme le restrizioni della libertà individuale e la liberazione dal colonialismo e dallo sfruttamento; il progresso sociale di un’isola non paragonabile agli altri paesi e regimi dell’America Latina. Obama, nonostante i suoi limiti, può essere un buon esempio per tanti neoliberali.

2 pensieri riguardo “Sulla morte di Fidel Castro”

  1. Ho provato più volte a capire e informarmi sull’operato di Castro. E sono arrivato ad una conclusione. Nel suo io, nemmeno lui lo riteneva giusto. Altrimenti, io posso anche imporre un concetto ed una filosofia di vita comunista, ma se a te non sta bene, sei libero di andartene. Appunto, libero di andartene. Il fatto che Castro abbia trasformato Cuba in una sorta di Asinara per il suo popolo, che non poteva decidere se sposare la sua causa, o emigrare negli Usa, è misura di quanto sia ingiusto ed osceno il suo “regno”.

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  2. Subito dopo la rivoluzione cubana, emigrarono in Florida circa 300 mila cubani anticastristi. Si trattava di persone legate politicamente al precedente regime di Fulgencio Batista: borghesi, medici, avvocati architetti. Fu una emigrazione ricca; gli Stati Uniti l’accolsero con una legislazione preferenziale; Castro avrebbe preferito riuscire a trattenerla.

    Quando cambiò la composizione sociale degli emigranti in senso più umile, negli anni ’80 e negli anni ’90, il regime divenne più liberale e autorizzò grandi esodi, mentre gli Stati Uniti assunsero un atteggiamento più tipico dei paesi di accoglienza, cioè più restrittivo; i due paesi giunsero quindi ad accordi per regolare i flussi.

    Io sono favorevole alla libera circolazione delle persone. Penso che ciascuno debba essere libero di lasciare il proprio paese ed entrare o stabilirsi nel paese che preferisce. Quando i migranti sono ricchi, istruiti, qualificati, questa libertà è scoraggiata dai paesi di emigrazione e incoraggiata dai paesi di immigrazione. Quando i migranti sono poveri, accade il contrario. Così, in sostanza, è stato anche nella storia dell’emigrazione cubana.

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