Su crisi di governo ed elezioni anticipate

Referendum Roma 1946Se, dopo aver perso il referendum, Renzi debba dimettersi, riguarda solo la sua serietà. Nessun obbligo, però le dimissioni hanno senso se significano discontinuità. Tra tutte le alternative, la staffetta con un fedelissimo coadiuvato da un super fedelissimo, per gestire nomine e scadenze, secondo i desideri di rivincita del dimissionario, è la scelta più finta, peggio se ostentata da consultazioni parallele a Palazzo Chigi.

Le elezioni anticipate che vogliono Renzi e M5S, per capitalizzare subito l’esito referendario, avrebbero un solo valido motivo: mettere fine ad un parlamento eletto con una legge incostituzionale. Tuttavia, la legislatura scade comunque all’inizio del 2018 e a fine 2016 non c’è una legge elettorale concordante per camera e senato. Una buona legge elettorale, che non sia l’accordo di due partiti contro un terzo e che possa durare, richiede di essere pensata e mediata per un accordo il più ampio possibile. L’ideale per me, rimane la legge proporzionale, che fa del parlamento lo specchio del paese e il centro del sistema politico. Questo richiede il tempo necessario, senza predeterminare scadenze, meglio se sotto la supervisione di un governo istituzionale retto dal presidente del senato o dalla presidente della camera.

A sconsigliare le elezioni anticipate è pure l’impreparazione di tutti gli schieramenti, oggi divisi al loro interno. Vincitori e sconfitti in primavera porterebbero al governo e in parlamento solo la loro confusione. In un anno, invece, possono meditare su quanto è successo e provare a darsi un assetto decente. Un tempo era la palude, oggi la frenesia; occorre un giusto mezzo e un tempo di decantazione. Ad oggi, neppure io mi sento pronto; vorrei evitare di dare un voto di bandiera al solito cartello di sinistra improvvisato che poi non elegge nessuno e vorrei pure sfuggire alla tentazione del meno peggio.

A proposito di meno peggio, mi dispiace leggere da giorni il risentimento di tante amiche e amici del SI e del PD contro gli elettori (arretrati), gli avversari (populisti), i dissidenti (traditori). Un’intolleranza che sfocia in insulti. Anche i commenti più educati si risolvono in una visione soltanto negativa dell’altro. Nessun soggetto sembra oggi capace di rispettare avversari e dissidenti. Il PD è mediamente più civile degli altri, ma sempre meno.

Con questo PD, Pisapia propone alla sinistra di allearsi al posto di Alfano e Verdini. La sua proposta ha senso a Milano, ma presenta due problemi nel resto d’Italia. Pisapia ha scelto il SI, la sinistra il NO, difficile possa essere subito lui il riferimento per una unificazione. Le politiche di governo del PD (scuola, lavoro, istituzioni) sono state volute proprio dal PD, non costrette da compromessi con alleati moderati. Perciò, non basta sostituirsi all’NCD per cambiare la politica del governo. Anche la sinistra ha bisogno di tempo per prepararsi.

A sfavore delle elezioni anticipate c’è infine una questione di principio. La difesa della centralità del parlamento, sostanza del NO alla riforma costituzionale, implica il rispetto del ruolo del parlamento, della sua facoltà di formare e cambiare maggioranza, finché ne è capace, quindi il rispetto del completamento della legislatura. Il riflesso che porta a chiedere il voto anticipato ad ogni crisi di governo, è coerente con il presidenzialismo, non con il parlamentarismo.

2 pensieri su “Su crisi di governo ed elezioni anticipate”

  1. Per chi ha un approccio da tifoso alla politica, può essere frustrante che un risultato elettorale non si faccia leggere come il risultato di una partita di calcio, tuttavia il sistema elettorale serve solo per ripartire i seggi secondo un criterio di rappresentanza. Le dichiarazioni sono responsabilità dei dichiaranti e non c’è modo di garantirsele buone e giuste, neppure un referendum ci riesce. C’è chi ha perso con venti punti di distacco e sostiene di aver ottenuto il 40% per il suo partito.

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