Il ritorno della prima repubblica

Sandro PertiniNel linguaggio politico giornalistico, la prima repubblica è quella dei governi di coalizione centrati sulla DC e dei parlamenti eletti con il sistema proporzionale (1946-1992); la seconda repubblica, quella dell’alternanza al governo dei due poli, centrodestra e centrosinistra, e dei parlamenti eletti con il sistema maggioritario (dal 1994 al 2008). Dal 2011, caduto Berlusconi, si sarebbe aperta una transizione ancora in corso.

Sebbene sul piano costituzionale la repubblica italiana sia sempre la stessa repubblica parlamentare, è vero che dal 1993 siamo entrati in un immaginario presidenzialista secondo cui il governo è il centro del sistema politico ed è eletto dal popolo, mentre il parlamento (assemblea dei rappresentanti del popolo e sede del potere legislativo) è derubricato a tribuna delle opposizioni.

Se approvata, la riforma del senato combinata con l’Italicum, avrebbe istituzionalizzato il primato del governo sul parlamento e concluso la transizione alla terza repubblica. Fallito questo tentativo, i suoi sostenitori paventano il ritorno alla prima repubblica: al posto del leader decisionista, i vecchi riti delle consultazioni al Quirinale, in verità mai sospesi.

La memoria della retorica nuovista, scarta la ricostruzione, il miracolo economico, le riforme dei diritti civili e sociali e riduce la prima repubblica agli anni ’80: governi di pentapartito, debito pubblico e corruzione. L’ordinamento politico, sempre il medesimo, registrò allora il declino e venne indicato come causa.

In quegli anni, sconfitta la classe operaia (35 giorni della Fiat e taglio della scala mobile), iniziò la deindustrializzazione e la finanziarizzazione dell’economia, i ceti medio alti non furono più disposti a redistribuire il reddito, finanziare assistenza e previdenza, anzi vollero farne opportunità di mercato; le spese finanziate in deficit divennero insostenibili con i vincoli di bilancio imposti dall’integrazione europea. Per i ceti medio bassi si chiuse la prospettiva della promozione sociale e si aprì quella dell’impoverimento e della diseguaglianza. Di conseguenza, andò in crisi il consenso politico.

A questa crisi, i partiti di governo risposero con le riforme elettorali (e istituzionali), prima per favorire un bipolarismo che neutralizzasse le minoranze in coalizioni coatte (1994-2006), poi un bipartitismo che escludesse le minoranze del parlamento (dal 2008). La convergenza al centro dei due poli e la neutralizzazione delle minoranze implicò un aumento dell’astensionismo, l’esclusione di una parte dell’elettorato.

Questo processo si inceppò con un ritorno al voto appena si diede la possibilità di una resistenza o di una alternativa: nel referendum contro la privatizzazione dei beni comuni nel 2011, nelle primarie dei sindaci arancioni, Pisapia a Milano, in qualche modo con lo stesso Renzi prima a Firenze poi al vertice del PD; nelle politiche del 2013 a favore del M5S che ruppe lo schema bipolare; infine, ancora ieri contro la riforma costituzionale.

In questo senso torna la prima repubblica, ritorna il nodo del consenso reale, nonostante gli espedienti elettorali e istituzionali. Il potere politico, in particolare il PD, può tentare la rivincita del suo riformismo autoritario oppure il recupero della rappresentanza perduta del lavoro e della giustizia: riformare se stesso e applicare la Costituzione (invece del contrario).

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