Il patriarca emerito

Giorgio NapolitanoGiorgio Napolitano, il leader storico della destra comunista, è stato spesso interprete di idee, scelte, linee politiche che non ho condiviso. Ciò nonostante, l’ho sempre rispettato e ritenuto uno tra i più autorevoli esponenti politici italiani, un presidente naturale, prima e oltre il suo ruolo istituzionale. Così, mi è dispiaciuto sentirlo difendere il sessismo nel linguaggio e polemizzare contro la declinazione al femminile delle cariche politiche e amministrative, in modo improvvisato, con i toni di un mediocre maschilista, proprio in presenza di Laura Boldrini.

Monica Lanfranco dubita che una donna delle istituzioni a livello apicale, durante un evento pubblico, avrebbe mai espresso il suo disprezzo per l’operato culturale di un collega. Credo non lo avrebbe mai espresso neppure un uomo delle istituzioni ai tempi di Nilde Iotti; e non solo per un particolare rispetto nei confronti dell’autorità di lei, donna eccezionale, accolta e riconosciuta tra i patriarchi, ma per rispetto dell’autorità propria, la cui forza e solidità si manifesta anche nello stile e nel garbo.

Le donne, che in questi anni accedono al potere, diversamente dall’allora signora presidente della camera, sono sempre meno parentesi eccezionali e sempre più una condizione normale, con tutti i conflitti che ne conseguono nel rapporto tra i sessi, anche sul piano del linguaggio. Se prima una donna poteva sentirsi gratificata dall’essere nominata con un appellativo maschile, simbolo di autorità, per sentirsi brava come un uomo, adesso molte e sempre più donne smettono di vedere nell’uomo un parametro stimabile da eguagliare e riconoscono il femminile come simbolo di altrettanta e forse migliore autorità. Così la vogliono nominare.

Questo, tanti uomini faticano ad accettarlo; alcuni lo rifiutano strenuamente. Il presidente emerito chiede licenza di poter reagire alla trasformazione dei dignitosi nomi del primato simbolico maschile negli orrendi e abominevoli nomi dell’emergente autorità femminile. Ma se questa trasformazione non avesse già superato il suo punto di non ritorno, lui quella licenza non l’avrebbe mai voluta, perché un uomo autorevole l’avrebbe trovata poco dignitosa.

12 pensieri riguardo “Il patriarca emerito”

  1. Ha ragione Napolitano. Orrendezze come “presidenta”, “presidentessa”, “medica”, “dottora”, “direttora”, “personaggia” è altre stronzate paranoiche neo-femministe come l’elisione della vocale finale non si posso accettare senza ribellarsi.

    Ad ongi modo un uomo di potere, specie se anziano e intellettualmente preparato, può dire quello che gli pare. Come Eco quando se ne uscì con la difesa del concetto di “troie in parlamento” (Battiato).

    A breve anche una donna di potere. Anzi forse già ci siamo.

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  2. Va precisato che Laura Boldrini non ha mai rivendicato di essere chiamata presidenta o presidentessa, ma la presidente; non ha mai chiesto l’elisione della vocale finale, ma la sua corretta declinazione di genere, secondo le regole della lingua italiana.
    Per dire quello che gli pare, non occorre essere Napolitano, basta essere un qualunque hater da social-network.

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  3. Chiaramente facevo riferimento al “potere” insito nell’intervento del personaggio noto, storico, ergo “di potere”; uomo in genere ma prossimamente anche donna. Quando poi sì è molto anziani come Napolitano qualsiasi cosa detta acquisisce un valore aggiunto. Mal che vada si sorriderà, un poco stupiti per l’uscita… (come credo sia successo; come accadde, nel caso citato, per Eco).

    Negare il potere incondizionato della parola del “grande vecchio”, specie se “grande intellettuale”, significa negare i problemi del “patriarcato”. Ora, non voglio sostenere che tu stia negando questo potere nella parola di Napolitano. Voglio piuttosto far notare che se quell’intervento fosse stato esposto, anche in maniera più circostanziata, da un giornalista o un intellettuale 40enne sarebbe successo il finimondo (accuse violente di sessismo, odio verso la donna e cose del genere…). Questo è disastroso per l’evoluzione della società, dato che in una maniera o nell’altra rimaniamo ancorati al potere reazionario, nel migliore dei casi conservatore, e ci è impossibile un vero confronto sulla reale natura delle cose.

    Se poi volessimo entrare nel merito dovremmo chiederci, senza troppi giri di parole, se l’intervento di Napolitano (come quello di Eco sulle “troie”, e scusate se insisto…) sia improvvisato e percorso da un sottile filo di “scemenza senile” oppure se sia concepito lucidamente come provocazione ai presenti e, soprattutto, alle presenti.

    Il “banale” intervento di Paolo (qua sopra) ha una sua funzione, magari non pensata ma automaticamente acquisita nel momento della sua “pubblicazione”.

    Può Napolitano ignorare che “ministra” sia termine non solo corretto grammaticalmente ma anche assolutamente eufonico per una lingua musicale come quella italiana?

    Non che non può. E dunque?

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  4. Non ho trovato affermazioni di Umberto Eco in difesa di Franco Battiato, a proposito della battuta che citi. Ricordo fu difeso da Marco Travaglio. Invece ho trovato il commento di uno studioso molto anziano alle dichiarazioni di Napolitano.
    Sergio Lepri, classe 1919 storico direttore dell’Ansa, cui si devono diversi interventi a favore delle ministre e delle prefette: «Non sono d’accordo con Napolitano: l’androcentrismo linguistico è un problema che esiste solo in Italia e che non si pone in francese, in tedesco né in spagnolo, dove addirittura c’è la presidenta. Da noi si stenta ad accettare che le donne accedano a professioni per secoli esercitate solo dagli uomini. E trovo paradossale che alcune ministre preferiscano essere ministri».

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  5. Su Eco (e Battiato) ecco qua:

    «Mi stupisce tuttavia l’eccesso di maschilismo per cui, avendo Battiato usato (certo improvvidamente) il termine “troia” per alcuni parlamentari, tutti si siano offesi per quell’attacco volgare alle deputate o senatrici di sesso femminile. Perché udendo la parola “troia” si è pensato subito a una donna? Il termine viene ormai normalmente usato anche per esseri di sesso maschile e qualcuno può designare in tal modo chi vende i propri voti, cambia casacca dall’oggi al domani o afferma alla camera dei deputati che Ruby era davvero la nipote di Mubarak. E credo che neppure Zichichi, se in un momento d’ira per un esperimento mal riuscito dicesse «quelle troie dei raggi cosmici oggi mi fanno impazzire», vorrebbe necessariamente alludere al fatto che quelle simpatiche entità abbiano il sesso di Eva. Ma ahimè, siamo tutti maschilisti, e pensiamo che, salvo la mamma, tutte le troie siano donne e pertanto tutte le donne siano troie.»
    (Umberto Eco, l’Espresso, 11 aprile 2013)

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  6. Peccato. La senilità non c’entra. Ribaltare il maschilismo (come il razzismo) sulla sua denuncia, è un argomento usato ed abusato a tutte le età.

    La pretesa universalizzazione del maschile significato in positivo e del femminile significato in negativo, non risolve, semmai aggrava il sessismo nel linguaggio.

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  7. Guarda che stai travisando alla grande (sia Eco che parte di quel che ho scritto io).

    Come si può notare, en passant, Eco usa correttamente il maschile plurale “parlamentari” che sottintende anche le donne. A seguire, entrando nel merito, applica i femminili plurali “senatrici” e “deputate” facendoci percepire la totale naturalezza dell’uso di questi termini. Da tempo infatti “senatrice” (come “deputata” e molti altri) è d’uso comune e frequente tanto quanto “operaia”, “tabaccaia”, “cuoca” o “spazzina”.

    In altre parole non concordo affatto con la tesi femminista che vuole la declinazione al femminile di professioni più autorevoli e “di potere” contrastata ideologicamente da un imperante maschilismo, quindi un sessismo nella lingua di origine, appunto, ideologica. Il più delle volte si tratta di mancanza di abitudine, assenza di una reale necessità, difficoltà della lingua e altre cose più sottili di cui non si parla quasi mai perché non funzionali a certo integralismo delirane di alcune battaglie femministe.

    In ambito colto è meno facile trovare maschilizzazioni forzate della lingua quando appare naturale, più che doveroso, l’utilizzo del femminile. Ne feci alcuni esempi anni fa. Uno di questi era “Maestra” (di musica) usato in ambito biografico vivaldiano per identificare le migliori musiciste/allieve del grande compositore barocco, dunque “Maestra” col valore di “Maestro”. Tornando a Napolitano, questi sa benissimo che “ministra” oltre che corretto è anche termine dal sapore antico e colto; un po’ come lo sarebbe “dottrice” se fosse stato storicamente applicato al posto di “dottoressa”. Evidentemente c’è un problema di “assonanza” e abitudine “all’orecchio” che incide non poco nell’utilizzo di alcune forme al femminile piuttosto che di altre.

    Dunque delle ideologie femministe contrapposte ad eventuali ideologie maschiliste io vorrei si facesse a meno, lasciando spazio ad una discussione più sensata.

    E non mi interessa neppure stabilire se un novantenne ex-presidente della repubblica stia facendo il burlone, il picconatore, il troll (cfr. Cosenza su Eco in generale) o abbia toppato miseramente, tradito dall’età e dal suo orecchio cadente per l’eufonicità della lingua italiana.

    Va detto invece che il suo intervento è stato “benedetto” perché ha dato modo di rientrare nel merito di una discussione troppo spesso resa vacua dal chiacchiericcio. Di oscenità linguistiche figlie di paranoie femministe continuiamo ad ascoltarne. Dunque il problema esiste.

    In sostanza mi sta bene quando La Crusca discute di queste cose (sempre troppo poco imho). Non mi sta bene quando Boldrini cavalca la cavalla pazza del femminismo declinando il tutto non per amore della lingua e della correttezza del linguaggio (amore per la scuola e l’insegnamento, per l’indagine storica, etc.) ma per motivi dichiaratamente politico-ideologici.

    Faccio infine notare che il delirio femminista sta peraltro influenzando anche il signor maschio alfa che si sente di maschilizzare il termine “troia” (nell’osceno “troio”) quando riferito ad un uomo, specie se questo epiteto viene usato in ambito, diciamo, erotico. Lo stesso uso al maschile di “trans” con l’articolo “il” è tipico (ideologico e reazionario) dei maschi di destra che vogliono rimarcare la “non femminilità” d’origine di una trans (cioè “la” trans), anche se alla vista questa è più femminile e aggraziata della loro eventuale consorte o compagna.

    Come vedi gli argomenti sono tanti e andrebbero tutti indagati all’origine, come quando ci si chiede (vedi sopra) perché “dottoressa” e non “dottrice”. Infatti in questo caso potrebbe esserci una motivazione sessista. Ma è tutto da discutere. Perché credo che l’evoluzione di un paese passi attraverso l’amore per la conoscenza.

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  8. Gli argomenti sono tre.
    – Uno grammaticale: vale quello che dice la Crusca.
    – Uno culturale: come i nomi umili, anche i nomi autorevoli sono declinabili al femminile; le donne entrano nella sfera pubblica, il modo di nominare si adatta.
    – Uno “naturale” relativo alle abitudini e alle assonanze.
    I primi due sono in accordo tra loro; il terzo, l’abitudine linguistica sessista, discorda con i primi due.
    Certo che il sessismo nel linguaggio è inconsapevole (lo è spesso in molti ambiti), non deciso a tavolino. Riflette una storia e una cultura, in ciò appare naturale. Ma la storia e la cultura cambiano, così cambia anche ciò che appare naturale.
    I maschilisti faticano a capire che la loro naturalezza non è più unanime. Per tante persone, associare nomi maschili a figure femminili è dissonante. Se la questione del linguaggio può porsi è proprio perché è entrata in crisi sul punto dell’assonanza non più condivisa. Questo viene segnalato in modo abbastanza tranquillo, sono gli oppositori e i resistenti a reagire con enfatico risentimento.

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  9. Secondo me molte di queste reazioni enfatiche (non so se quella di Napolitano possa essere inclusa per tipologia analoga) sono alimentate da una mancata discussione seria ed estesa sull’argomento. Una discussione che chiarisca le questioni in maniera chiara e limpida, tenendo fede a grammatica, evoluzione della lingua, assonanze linguistiche, eventuali derive sessiste e altro.

    Nulla di ciò accade nel nostro paese, dicorsi di nicchia come questo a parte. Poi apri il giornale (web) e stanotte leggi della morte di Carla Sozzani, sessantaseienne, “direttora” di Vogue.

    Direttrice, Attrice, Imprenditrice, Scrittrice, etc…

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  10. Purtroppo non sono abbastanza colto per capire e disquisire sull’italiano e le sue varie implicazioni. Mi chiedo se l’atleta, l’astronauta, il maratoneta ecc, sono sinonimi di sopraffazione di genere, o se si sta rischiando di finire in un vortice di bassa credibilità

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  11. Non so gli altri, ma io non ho capito la domanda? 🙂

    Pure io con l’italiano ho un sacco di problemi dovuti a una pessima scuola frequentata da bambino e a problemi vari che non sto qui a spiegare. Ciò non toglie che si possano comunque affrontare queste questioni. Basta usare un po’ di logica, consultare qualche dizionario, leggere qualcosa di intelligente in merito.

    C’è on-line il vocabolario Treccani (Napolitano ha tutta la Treccani nelle sue varie edizioni) che risolve molti dubbi.

    Ad es PILOTA –
    http://www.treccani.it/vocabolario
    pilòta s. m. […] (pl. -i; l’uso al femm., spec. nei sign. del n. 2, stenta ad affermarsi come forma linguistica [una pilota, le pilote], preferendosi estendere il masch. anche alle donne che si dedichino a tali attività, oppure ricorrere all’uso attributivo [una donna pilota, le donne pilota]).

    Che poi è la famosa questione su “poeta” e “poetessa”…

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