La parità non è una buona bussola

Chi parla di parità, di «diritti», di «dignità», di «genere», di «opportunità», etc. ha spesso buone intenzioni: vuole che la legge non penalizzi uno a vantaggio di un’altro, a causa di pregiudizi dovuti all’appartenenza. Tuttavia, la parità è un concetto che assume senso solo in rapporto ad un parametro e la scelta del parametro è arbitraria; così è possibile che la parità sia usata a scopo di assimilazione (es. la donna all’uomo) o di ritorsione (es. se la donna, allora anche l’uomo).

La parità è un rapporto di uguaglianza tra due termini variabili. La scelta dei due termini è decisiva. Per esempio, uno ha 60 mila euro annui, l’altro ne ha 20 mila. Cosa vuol dire fare la parità tra i due? Intuitivamente, significa colmare la differenza (al rialzo, al ribasso o a metà strada), con il presupposto che i termini variabili siano i due redditi complessivi; se invece fossero le quote assegnate, il trattamento risulterebbe non paritario, proprio perché differente.

Per un liberale, parità è dare lo stesso a tutti; per un socialista è dare a ciascuno secondo le differenze, per realizzare l’uguaglianza. Le differenze, a volerle considerare bene, richiedono molte valutazioni: chi è uomo, chi è donna, chi è giovane, chi è vecchio, chi ha famiglia e quanto numerosa; se più a carico o più a sostegno; chi ha più salute e chi meno, quanto deve spendere per cure e medicinali; chi deve muoversi e viaggiare per lavorare, chi può invece spostarsi solo per brevi tratti vicino casa; chi è più meritevole, chi meno, chi desidera cosa, etc.

La parità, concetto neutro e asettico, più adatto alla visione liberale, non ci dice qual è il provvedimento giusto. La scelta realmente politica dipende dal senso di libertà e giustizia che abbiamo. Libertà e giustizia sono i due punti cardinali che fanno davvero da bussola. D’altra parte, la parità, una volta scelto il parametro, pretende di applicarsi in modo automatico, di riflesso; mentre sono la giustizia e l’uguaglianza a richiedere una costante valutazione, un’analisi del contesto, un orientamento.

4 pensieri riguardo “La parità non è una buona bussola”

  1. io sono per la parità ma anche per la giustizia e l’uguaglianza. Quegli uomini che in nome di una parità astratta dicono “se la donna può abortire allora anche l’uomo può disconoscere il figlio biologico” dimenticano giustizia e uguaglianza

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  2. “Per un liberale, parità è dare lo stesso a tutti; per un socialista è dare a ciascuno secondo le differenze, per realizzare l’uguaglianza”.
    Scusi Lizzi…ma a me risulta l’esatto contrario. Almeno nella teoria economica. E difatti le politiche redistributive sono presenti nella dottrina socialista.
    E gli squilibri risultano un portato della dottrina liberale (liberista) che difatti, riconoscendoli, teorizza il loro superamento attraverso il potere riequilibratore del mercato stesso (anche se poi ha realizzato il welfare state).
    Nella teoria liberale poi, lo stato (e solo lui) è il regolatore del mercato.
    Per ciò che attiene giustizia e uguaglianza, le ricordo che anche i diritti civili sono nati nel seno delle società liberali (anglosassoni). Pure la rivoluzione francese altro non è stata che una rivoluzione “borghrse” e liberale.
    Della libertà e dell’uguaglianza del socialismo (quello realizzato e quello teorizzato) si attendono notizie.
    Cordialità

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  3. Secondo il mio ordine di idee, i liberali sono per la libertà, i socialisti per l’uguaglianza. Nella realizzazione storica, le due parti si sono un po’ mescolate, assumendo una qualcosa dell’altra. Il Welfare state fu la risposta liberale al socialismo; il riformismo la risposta socialista al liberalismo. Tutte e due le parti hanno assunto il principio redistributivo attraverso la leva fiscale. Però, per esempio, il socialismo ha preferito la tassazione progressiva (un prelievo che si rapporta alle differenze); il liberalismo invece una tassazione con poche aliquote e più uniformi (un prelievo che si rapporta ad una uguaglianza astratta).

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  4. Mah….esiste l’uguaglianza senza libertà?
    La realizzazione concreta del socialismo ha (finora) dato cattivi risultati. Vedremo i prossimi esperimenti.
    Diverso discorso è la socialdemocrazia, che possiamo considerare un liberismo temperato, non certo un socialismo democraticizzato.
    Non capisco inoltre questo pudore di usare il termine “socialismo”.
    In Italia ci sono almeno due partiti politici (oltre a svariati movimenti) che si rifanno, anche orgogliosamente al comunismo. Non al socialismo.
    Io provengo da una famiglia comunista. Padre PCI, fratelli tutti passati per i movimenti extraparlamentari: da Lotta Continua, PdUP, a Democrazia Proletaria…..
    So di che parlo.
    Oggi il comunismo si definisce rifondato. SEL lo ha abbandonato solo nella simbologia (e poco altro). Vedremo….
    Intanto le masse popolari non votano più a sinistra (se non in forma residuale e poco incisivamente).
    Anche uno dei pochi intellettuali di sinistra che gode (per quel che vale) della mia stima come Sansonetti, è inchiodato al muro dalla sinistra, per le sue eresie sulla libertà.
    La magistratura (indistintamente) è osannata dagli stessi che fino agli anni ’80 la consideravano il braccio armato opprimente della borghesia.
    La destra sociale post-fascista, reazionaria e antidemocratica sfonda in tutta Europa e in Italia ha già dimostrato di che pasta è fatta (vedi il duopolista di Arcore).
    Si fa strada un movimento eteroguidato e palesemente illiberale come il M5S.
    E il problema sono i liberali!

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