La Russia depenalizza (e banalizza) i maltrattamenti familiari

I siti filorussi protestano contro la rappresentazione sensazionalista e russofoba della riforma approvata dalla duma di stato, ma sottovvalutano la violenza maschile contro le donne e i minori

russia

Il parlamento russo ha approvato una legge che derubrica i maltrattamenti familiari da reato penale a illecito amministrativo. La notizia, divulgata dai principali organi di informazione, parla di depenalizzazione della violenza domestica. Questa rappresentazione suscita le critiche di alcune pubblicazioni filorusse, che vedono il tentativo di fare del sensazionalismo e di mettere la Russia in cattiva luce. La critica filorussa può avere una parte di verità, però ha soprattutto un limite: mostra per la Russia una preoccupazione molto più alta di quanta ne mostri per le donne e i bambini. Maltrattamenti familiari e violenza domestica sono i nomi neutri con cui chiamiamo la violenza maschile contro le donne e i minori.

Da parte di chi critica la rappresentazione della legge russa, si sostiene che la depenalizzazione non è assoluta, riguarda solo i primi episodi di aggressione, i maltrattamenti non usuali, lievi, senza l’effetto di lesioni gravi. In caso di recidiva (solo entro un anno) e di conseguenze più gravi sulla vittima, il reato torna ad essere penale. In sostanza, si dice, la normativa sulla violenza domestica è equiparata a quella sulla violenza pubblica e corrisponde alla legislazione di molti altri paesi; pure ad una sentenza della Cassazione italiana. Tuttavia, in Italia i maltrattamenti contro familiari e conviventi, sono un reato previsto dall’art. 572 del codice penale.

La tolleranza e la negligenza di altri paesi nei confronti della violenza, in ogni caso, è una cattiva consolazione. Si può discutere sulla severità delle norme, se è valida ed opportuna, ma depenalizzare la violenza domestica, in alcune circostanze considerate lievi o estemporanee (considerate da chi?), dà un messaggio sbagliato, dice che un po’ di violenza è tollerabile, segna una retromarcia nel contrasto alla violenza, proprio nel tempo in cui si scopre il suo carattere endemico. Motivazione della nuova legge è che il reato di maltrattamenti (non i maltrattamenti) sia anti-familiare.

Se una donna decide di denunciare il marito, vuol dire che ha vissuto qualcosa di grave, non misurabile in referti medici. La violenza fisica è preceduta e si accompagna alla violenza psicologica, determina disagio, intimidazione, paura, umiliazione. Qualcosa di molto più serio di un illecito amministrativo. Perciò, non può essere preclusa al giudice la valutazione della rilevanza penale del caso; considerato poi che i giudici in genere tendono a sottovalutare le situazioni, perché spesso confondono la violenza con il conflitto.

L’equiparazione tra violenza domestica e violenza pubblica è impropria. Un aggressore anonimo che mi dà uno spintone, uno strattone, uno schiaffo, non è una persona con la quale convivo, a cui sono vincolato da legami d’affetto, non tradisce la mia fiducia, non dormo con lui, non pranzo e non ceno con lui; per strada, mi fa passare un brutto momento e poi me lo lascio alle spalle. Ha dunque senso un’aggravante per la violenza domestica. Solo la vittima può decidere di tollerare per salvaguardare o correggere la relazione, non può farlo il giudice o il legislatore al posto suo. Se lei sceglie di denunciare, il ciclo della violenza è probabilmente già entrato in una fase grave e pericolosa.

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