L’eterno figlio e gli eterni padri

Massimo Recalcati vede in Matteo Renzi il figlio giusto osteggiato dai padri padroni. Un conflitto generazionale sovrapposto al conflitto tra la purezza ideologica e la responsabilità di governo

padre-e-figlio

Matteo Renzi è un leader tra gli altri, con il suo seguito e i suoi avversari. È normale che qualcuno veda in lui quello giusto e nei suoi oppositori quelli sbagliati. Meno normale continuare a rappresentarlo come un giovane emergente contro vecchi potenti. Questa storia ormai è passata. Renzi ha più di 40 anni, è sposato, padre di un figlio adolescente; già sindaco di Firenze è diventato segretario del PD, carica che tuttora ricopre dalla fine del 2013. È stato uno dei più longevi presidenti del consiglio. Ha tentato la riforma della Costituzione; sconfitto, si è dimesso da premier e ora punta a vincere le elezioni politiche per tornare al governo; una parte dell’opinione pubblica lo ritiene l’unico argine ai populismi. Cosa deve fare per smettere di essere considerato figlio e diventare finalmente adulto e padre?

Essere avversato da Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema, è insufficiente per poter rimanere in una posizione fanciullesca. Quei due padri sono stati rottamati, dunque non sono più padroni. Inoltre, Renzi usufruisce dell’appoggio di altri padri, Piero Fassino e Walter Veltroni, mentre confligge con i suoi fratelli Gianni Cuperlo e Roberto Speranza, oltre ad uno un po’ più grande, Michele Emiliano. Il primo a fare la scissione è stato Pippo Civati; il secondo Stefano Fassina con Alfredo D’Attorre. Tutti giovanotti. Le scissioni sono spiacevoli, ma se dividono da una parte e unificano dall’altra, razionalizzano il quadro. Fassina si è diviso da Renzi e si è unito a Nichi Vendola. Se una eventuale iniziativa di D’Alema riesce ad unificare le forze alla sinistra del PD, non è un male. È vero che tutte le scissioni di sinistra si sono rivelate minoritarie, ma è anche vero che il primo partito della sinistra ha sempre saputo mantenere l’appoggio del sindacato, dell’associazionismo collaterale, oltre che della sua stessa organizzazione: non si è mai contrapposto ai corpi intermedi.

La rappresentazione generazionale del conflitto è parte della retorica nuovista. Quello in corso nel PD e nei suoi dintorni è un conflitto politico che divide tanto i giovani quanto i vecchi. Ed è anche, naturalmente o forse soprattutto, una lotta per il potere, come sono spesso le lotte intestine ai gruppi dirigenti e agli apparati di partito. Alcuni sembrano poco credibili nel rappresentare le posizioni di sinistra, perché in passato, alla direzione del partito e al governo, hanno rappresentato posizioni più centriste, tanto da potersi leggere come precursori del renzismo. Così, è retorica anche la rappresentazione di una contesa tra puristi e governisti. Nel PD sono tutti governisti.

Per stabilire una (improbabile) analogia tra Matteo Renzi ed Enrico Berlinguer, lo psichiatra attribuisce a Berlinguer il principio (pure nel senso di inizio) della responsabilità di governo. Quel principio, tuttavia, spetta a Palmiro Togliatti e alla svolta di Salerno (1944). Se dal 1947, i comunisti non hanno mai governato, è perché furono estromessi ed esclusi. Obbligato all’opposizione, il PCI si definì partito di lotta e di governo; dall’opposizione ha conquistato riforme, che con il PD al governo non possiamo neppure sognarci. O meglio, si, possiamo sognarcele anche ad occhi aperti, tanto da dire, come fa Recalcati nella sua intervista all’Unità, di intendere il significato della sinistra come priorità alla giustizia sociale e alla difesa del valore del lavoro, mentre sostiene il leader che ha esteso i voucher e la libertà di licenziamento.

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