Sulla scissione del PD

Le separazioni sono impopolari. La sinistra si scinde come gli altri. Una scissione può anche mettere ordine. La minoranza si separa a ragione per salvarsi

scissione-pdLe scissioni sono malviste, hanno cattiva stampa. Come le separazioni sembrano contro natura, perché spezzano legami amicali e parentali. Chi sceglie di separarsi si sente in colpa e prova a gettare la responsabilità sull’altro. In politica, pare aumentino l’instabilità e la frammentazione: ecco un altro partito; e dipenda dall’iniziativa di minoranze incapaci di perdere. Il brutto alone della scissione e quello altrettanto del minoritario perdente si rinforzano in negativo a vicenda. Se accade a sinistra, si collega come una barzelletta alla storia delle scissioni socialiste e comuniste. Questa reputazione della scissione spiega qualcosa del comportamento esitante e contraddittorio della minoranza del PD.

Le divisioni del PD, più che appartenere alla famiglia delle scissioni di sinistra, sono parenti delle continue disarticolazioni dei partiti della cosiddetta seconda repubblica, effetto di leaderismi esclusivi. Da Berlusconi si sono scissi Fini, Alfano, Fitto e Verdini; da Bossi: Rocchetta e Pivetti, poi da Salvini: Tosi; la diaspora democristiana ha visti divisi Segni, Buttiglione, e la coppia Casini e Mastella; poi Buttiglione da Bianco; poi Mastella da Casini; poi Follini da Casini; all’estrema destra esistono almeno tre formazioni: Fratelli d’Italia, Forza Nuova e Casapound; da Grillo si è scissa una pattuglia di senatori, poi vari esponenti epurati da Flavia a Pizzarotti. Perché il PD dovrebbe essere da meno? Si è già vista la scissione da sinistra di Mussi e quella da destra di Rutelli.

Nonostante il senso di sfilacciamento e confusione dato dalla rassegna delle separazioni, la scissione di un partito ha le sue potenzialità: può razionalizzare il quadro politico, se ad una separazione seguono altre riunificazioni, che mettono in ordine le pere con le pere e le mele con le mele. Molto sta nel riconquistare il senso di questa distinzione. I trasformismi di questi anni sono stati favoriti da una politica indifferenziata. Invece sotto il governo Renzi, le discriminanti su scuola, lavoro, istituzioni, sono parse abbastanza nette e la convivenza davvero forzata. Un’altra cosa che ha colpito, in un partito di solito più civile degli altri, è il venir meno del rispetto, in particolare il bullismo di una parte dei renziani contro esponenti della minoranza. La messa in scena, senza imbarazzo, di pessime relazioni personali. Così come il contrapporsi in modo ostentato all’Anpi e alla Cgil.

I termini della divisione, una normale lotta di potere tra maschi, oggi sono confusi. Paiono una disputa sulla data del congresso, prima o dopo le amministrative, anche in funzione della scadenza della legislatura, che Renzi vorrebbe anticipare e i suoi oppositori no. La questione del congresso pare ben spiegata da Emanuele Macaluso, secondo il quale Renzi lo stravolgerebbe in un plebiscito su se stesso, con le primarie aperte a tutti. I renziani invece spiegano che il nodo vero è la volontà di far fuori Renzi. Ma la minoranza, finché tale, non dispone di questo potere in nessun tipo di congresso. La maggioranza invece ha il potere di far fuori la minoranza dalle liste elettorali e la cosa, in un partito del leader, ha senso. Il desiderio di avere gruppi omogenei è naturale; se l’omogeneità si realizza mediante il confronto, richiede tempo e mediazioni; un leader che invece fa della rapidità una sua arma, ha bisogno di gruppi obbedienti e affidabili.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...