Lavoratori immigrati e salari

Italo-argentini celebrano la "Festa dell'immigrante" in Argentina

I lavoratori immigrati causerebbero un abbassamento dei salari (dumping salariale). Questa idea, in genere xenofoba, è in apparenza ragionevole. Gli immigrati aumentano il numero dei lavoratori disponibili ed accettano paghe più basse. Inoltre, nel periodo d’arrivo dei migranti, circa gli ultimi trent’anni, il potere d’acquisto dei salari è sceso davvero. Senonché, ignoro l’esistenza di studi seri che dimostrino un rapporto di causa ed effetto, tra l’inserimento dei migranti nel mercato del lavoro dei paesi di accoglienza e l’abbassamento dei salari.

Al momento, tale correlazione, si presenta come una valutazione intuitiva, che può essere smentita o attenuata da altre valutazioni altrettanto intuitive. Per esempio, in Italia il contenimento del potere d’acquisto dei salari inizia prima dell’arrivo dei migranti, con l’automazione, le esternalizzazioni, l’abolizione della scala mobile, la precarizzazione dei rapporti di lavoro, i blocchi dei rinnovi contrattuali e l’aumento del prelievo fiscale sul salario. In altri paesi europei, al contrario, gli immigrati arrivano già nel dopoguerra, contribuiscono alla ricostruzione, allo sviluppo economico e accompagnano la crescita salariale.

Resta vero che in tempo di crisi, la concorrenza tra lavoratori può deprimere i salari, tuttavia, nella globalizzazione, tale concorrenza avviene lo stesso mediante le delocalizzazioni e il commercio internazionale. Le aziende minacciano o mettono in atto trasferimenti degli impianti nei paesi dove il costo del lavoro è più basso. I consumatori acquistano prodotti stranieri a minor costo a danno della produzione nazionale. Questi processi avvengono indipendentemente dalle migrazioni dei lavoratori. Sebbene le migrazioni ne siano parte, paradossalmente, possono attenuare la concorrenza a danno dei lavoratori nativi: un lavoratore serbo in Italia è pagato meglio di un lavoratore serbo in Serbia.

Inoltre, c’è da notare che, in prevalenza, i lavoratori immigrati partecipano ad una divisione del lavoro: le mansioni più qualificate ai nativi, le meno qualificate agli immigrati; così spesso non si ha una concorrenza diretta. La concorrenza può verificarsi tra irregolari nel lavoro sommerso. Allora, la questione non è l’immigrazione, ma l’irregolarità. Se davvero si tiene ad una concorrenza leale tra lavoratori, conviene regolarizzare i migranti e renderli partecipi dei diritti del lavoro, magari migliorando lo stesso diritto del lavoro, con la lotta al lavoro nero, preesistente alle migrazioni, e con un salario minimo adeguato fissato per legge.

Il lavoro dei migranti crea ricchezza; in Italia corrisponde ad un decimo del Pil e concorre al mantenimento dell’assistenza e della previdenza sociale. Il lavoro dei migranti, non solo occupa posti, ma concorre a crearne o ad attenuarne la distruzione. Nel rapporto tra domanda e offerta di lavoro, i lavoratori immigrati fanno aumentare entrambi. Riguardo l’aumento dei lavoratori disponibili, questo di fatto non c’è, perché neutralizzato dal calo demografico degli autoctoni. L’aumento della forza lavoro degli ultimi quarant’anni, circa tre milioni e mezzo di unità, corrisponde all’aumento della partecipazione femminile.

L’accusa alle élite capitalistiche di usare i migranti per creare un esercito industriale di riserva, permette alla xenofobia di darsi una verniciata di sinistra e di sorvolare sulle cause reali dei processi migratori: le guerre, le violazioni dei diritti umani, la povertà, il mutamento climatico, l’aumento demografico dei paesi poveri. L’idea generica di aiutarli a casa loro è sfasata rispetto ai tempi dell’emergenza migratoria, che richiede l’accoglienza qui ed ora. Non che i flussi non vadano governati, ma governare non significa respingere ed espellere, significa organizzare l’accoglienza e l’integrazione.

L’attenzione al conflitto mediorientale

A peace movement poster: Israeli and Palestinian flags and the words peace in Arabic and Hebrew.

I sostenitori di Israele spesso chiedono il perché di un’attenzione sproporzionata al conflitto mediorientale, in fondo, un conflitto meno cruento di molti altri. Nella domanda è implicita un’accusa di doppiopesismo e, forse, di antisemitismo: monitorate e denunciate di continuo quello che fa Israele quando siete pronti a chiudere un occhio e anche tutti e due per cose simili o peggiori commesse da altri stati. La domanda rivela pure un disagio, perché quando in un conflitto ti senti dalla parte della ragione, di attenzione ne vuoi molta e non poca.

L’antisemitismo e l’antisionismo più fazioso esercitano la loro influenza nella rappresentazione del conflitto israelo-palestinese, ma non fino al punto da prevalere sulle motivazioni pacifiste e umanitarie, che aderiscono non tanto e non solo alla causa palestinese, quanto all’ideale di una convivenza tra i due popoli nella pace e nella giustizia. L’accusa di antisemitismo tante volte è un sospetto sincero e, insieme, un espediente censorio. L’attenzione al Medio Oriente è condivisa e diffusa da fonti di diverso orientamento e dagli stessi sostenitori di Israele.

Questo si può capire, per effetto della nostra dipendenza dal petrolio mediorientale. Vale il precedente della guerra del Kippur nel 1973. Egitto e Siria attaccarono Israele, per riprendersi il Sinai e il Golan, persi nella guerra del 1967. L’Opec ridusse i flussi di approvvigionamento di petrolio, verso i paesi importatori, principalmente i paesi occidentali, alleati di Israele, fino a far triplicare il prezzo del greggio. I governi dei paesi dovettero varare provvedimenti di austerità energetica; gli Stati Uniti s’impegnarono nel mediare i rapporti tra Egitto e Israele, fino alla pace di Camp David del 1978, con la quale il Sinai fu restituito agli egiziani.

L’attenzione al Medio Oriente ed ai suoi conflitti, oltre ad essere un fatto mediatico, riguarda il coinvolgimento, politico, economico, militare, degli Stati Uniti e del sistema di alleanze occidentali, di cui Israele fa parte e di cui è e si sente avamposto ai confini del mondo arabo. In questo senso, il conflitto mediorientale assume anche una forte valenza simbolica rispetto ai nostri conflitti di significato più globale: la guerra fredda; le guerre coloniali; le guerre di religione, le guerre di civiltà. Ieri, era Usa-Urss, oggi Occidente-Islam.

Lo stesso moderno Stato d’Israele ha una potente forza simbolica, dal suo richiamarsi al mito biblico del ritorno degli ebrei in Palestina, nei luoghi considerati sacri dalle tre grandi religioni monoteiste, al suo essere l’esito dell’antisemitismo europeo. Il sionismo fu orientato da due principi laici dell’Europa moderna: la missione civilizzatrice del colonialismo; il costituirsi dei popoli in stati nazionali. In un primo tempo, gli ebrei tentarono di integrarsi negli stati nazionali europei; poi presero atto di continuare ad essere trattati come un corpo estraneo, oggetto di pregiudizi, discriminazioni e violenze. Quindi gli ebrei sionisti, dopo aver scartato altre possibili collocazioni, scelsero la via della colonizzazione della Palestina, dove già risiedevano comunità ebraiche. Essi, però, sottovalutarono la presenza araba, contro cui intrapresero una contesa secolare.

Lo Stato d’Israele si costituì nel 1948, con il sostegno dell’Urss e degli alleati occidentali, mediante il riconoscimento dell’Onu, ma senza l’accordo con gli arabi, che respinsero i piani di spartizione. I paesi confinanti, aggredirono il nuovo stato, il quale potè avvalersi dell’aiuto in armi dell’Urss, per vincere la guerra, allargare i propri confini ed espellere una parte della popolazione araba. La nascita dello Stato ebraico intesa come risarcimento per la shoah e soluzione della questione ebraica, ebbe il favore dell’opinione pubblica occidentale progressista; un favore che s’incrinò nel 1967, quando Israele vinse la guerra dei sei giorni, iniziò a colonizzare i territori conquistati, Gaza e la Cisgiordania, e mise in uno stato di sospensione giuridica i suoi abitanti. Una situazione tuttora vigente, nella quale i palestinesi dei Territori non possono autodeterminarsi in uno stato indipendente e sovrano, né ricevere la cittadinanza israeliana.

Come risultato della sua storia, Israele si trova in una posizione complessa e contraddittoria. Quella di essere democratico ed escludere dalla democrazia tre milioni di persone nei Territori occupati (contesi dal punto di vista israeliano); quella di essere laico e autodefinirsi per appartenenza religiosa; quella di essere mediorientale, ma sentirsi ed essere percepito occidentale; quella di provenire da una storia millenaria nella parte dell’oppresso e di ritrovarsi in una contingenza storica nella parte dell’oppressore; quella di non saper scegliere tra questione demografica e questione territoriale. Ciò che è contraddittorio di solito è più interessante. E più divisivo. Una delle ragioni per cui sul conflitto mediorientale parliamo e scriviamo molto sta nelle nostre divisioni e contrapposizioni.

Ricordo, uno di quei conflitti spesso ignorati; un giorno improvvisamente generò decine e decine di pagine di dibattito, in un forum dedicato all’Asia sudorientale, normalmente deserto. Si trattava del massacro dei monaci buddisti in Birmania nel 2007. Da cosa era dipesa tutta quell’attenzione improvvisa? Non dall’astratta valutazione della gravità del fatto, ma dall’intervento di un tale che si mise a difendere la giunta birmana la quale, secondo lui, rappresentava le ragioni della laicità contro quelle della religione. Fece arrabbiare tanti, convinse qualcuno, e ne seguì una discussione infinita.

Sul reato di apologia del fascismo

Rivista militare del 6 maggio 1938 alla presenza di Mussolini, Hitler e Vittorio Emanuele III, in via dei Trionfi.

Giusta la proposta di legge Fiano (PD) contro la propaganda fascista. I simboli unificano e mobilitano; l’ostentazione di una simbologia fascista sempre più esplicita, nelle campagne elettorali, nelle manifestazioni politiche e sportive, amplificata dalla comunicazione virtuale, insieme con la perdita della memoria e l’insorgere del razzismo, richiede di fare argine anche con la legge. Più complicato valutare la necessità di una nuova legge, dato che la propaganda fascista e razzista è già reato, per la legge Scelba (1952) e la legge Mancino (1993). Secondo il proponente, oltre ad aggravare le sanzioni alla propaganda sul web, la nuova legge ridurrà la discrezionalità dei giudici, per evitare sentenze come quella del Tribunale di Livorno che, nel marzo 2015, ha assolto quattro tifosi del Verona, accusati di aver fatto il saluto romano, un gesto considerato dal giudice non violento e discriminatorio in sé, anche perché compiuto durante una manifestazione sportiva e non politica.

La tolleranza del fascismo

Le obiezioni libertarie alla proposta di legge negano in radice il reato di apologia del fascismo: l’ordinamento democratico liberale, se vieta il fascismo, entra in contraddizione con se stesso, e al fascismo si rende simile. In effetti, il divieto costituzionale di riorganizzazione del partito fascista si presenta come eccezione alla regola. Esso ha un fondamento storico: l’Italia liberale non bandì il fascismo e ne fu sopraffatta; la democrazia repubblicana invece è nata e si è costruita nell’antifascismo. L’idea che la democrazia debba difendersi dalle minacce antidemocratiche, senza tollerare gli intolleranti è pur presente nel pensiero liberale da Popper a Bobbio. La libertà d’opinione, riguarda appunto le opinioni: pensieri un minimo strutturati, che stanno sul piano del discorso razionale, nel confronto tra argomentazioni e confutazioni, non su quello viscerale dei messaggi pulsionali di violenza e di odio, tipici del fascismo.

Molta tolleranza nei confronti del fascismo aderisce al revisionismo storico e considera il regime di Mussolini una dittatura benevola, che ha fatto anche cose buone. Il centrodestra italiano e poi il M5S, nella loro strategia del consenso, non hanno mai messo limiti netti all’estrema destra, tanto da condividerne e interpretarne molti umori: l’ostilità ai comunisti, ai sindacati, alle istituzioni, agli stranieri e ai diversi, l’autoritarismo, l’aggressività, l’ammirazione per l’uomo forte, il qualunquismo, il familismo, il maschilismo, l’indifferenza per la verità. Espressioni recenti di questo parafascismo si sono viste negli insulti antisemiti contro Emanuele Fiano e nell’ultima virulenta fake-news contro Laura Boldrini, accusata di voler abbattere l’arte e i monumenti fascisti. Pesano, infine, le relazioni personali, come nella vicenda di Calderoli, assolto in senato dall’accusa di razzismo, pure con il voto di molti parlamentari di sinistra che dichiaravano di conoscerlo come una brava persona.

L’anticomunismo

Alcuni tolleranti ricordano che non tutto l’antifascismo fu democratico; secondo loro dovrebbe quindi valere anche il reato di apologia del comunismo. Una ritorsione retorica priva di senso storico: nella seconda guerra mondiale, il fascismo fu sconfitto dall’alleanza tra democrazia e comunismo; in Italia i comunisti svolsero un ruolo fondamentale e pagarono il prezzo più alto nella costruzione e nella difesa della democrazia, come pure in Francia, Spagna e Portogallo; dove andarono al potere, i comunisti abbatterono regimi feudali e autoritari, non abolirono una libertà che non c’era, ebbero la colpa di non promuoverla e di riprodurre la tradizione autoritaria; nella crisi dei regimi dell’est, la transizione democratica, fu guidata, o non ostacolata, dagli stessi partiti comunisti ancora al potere, contro i quali le opposizioni non fecero una guerra di liberazione. infine, vi fu nel comunismo, come in fondo nel liberalismo e nel cristianesimo, una evidente contraddizione tra mezzi e fini, per cui chi è comunista oggi (e pure ieri) si richiama agli ideali e non ai regimi. Stalinista è un’accusa o un insulto tra i comunisti. Nulla del genere vale per mussoliniano tra i fascisti, i quali nel rapporto tra mezzi e fini furono e restano coerenti.

L’incoerenza dei democratici

Bene perseguire la propaganda fascista. Ma, come è stato detto, il fascismo si combatte sul piano culturale. Ciò significa, oltre che studiare e far studiare la storia, dare il buon esempio. Esempi cattivi sono il leaderismo che si rapporta al popolo e si contrappone ai corpi intermedi, o che asseconda il dileggio e l’insulto nei confronti dei suoi dissidenti; i progetti di riforma elettorale e costituzionale che rafforzano il governo e indeboliscono il parlamento, accompagnati da slogan inneggianti alla riduzione del numero dei politici; le retoriche antieuropee, il linguaggio xenofobo che i migranti vuole aiutarli a casa loro, la politica ambigua che rinvia l’approvazione dello Ius soli. Il fascismo si combatte anche sul piano economico e sociale, poiché esso trae alimento dalla guerra tra poveri, da una base sociale di ceti medi proletarizzati, lavoratori precari, giovani esclusi. La politica liberista che scambia i diritti con il lavoro, redistribuisce le risorse alla rovescia, riduce le tasse ai ricchi e mette sempre più a rischio lo stato sociale, allarga la base sociale potenziale del fascismo e va in senso contrario alla difesa della democrazia. Dunque, una questione di coerenza si pone ai democratici. Proprio a quelli del PD.


Riferimenti:
[^] Proposta di legge Fiano
[^] Legge Scelba
[^] Legge Mancino

L’accusa abusiva di omofobia

Lgbt Israel

L’omofobia è l’avversione nei confronti degli omosessuali o il timore ossessivo di scoprirsi omosessuale. Un odio figlio della misoginia: sono soprattutto i maschi a disprezzare i gay, perché li vedono nella posizione femminile; per converso, l’omofobia è poco sentita dalle donne e colpisce meno le lesbiche. Dato che l’omofobia causa discriminazioni, intolleranza, e violenza il movimento LGBT chiede sia perseguita come reato. L’accusa di omofobia, per le persone civili, democratiche e progressiste, è dunque grave e infamante.

Ciò nonostante, parte dell’attivismo gay non esita ad accusare di omofobia le femministe contrarie alla gestazione per altri (gpa). L’accusa vuole reggersi su argomenti di questo tipo:

  • l’opposizione femminista alla gpa sarebbe iniziata solo di recente, per via dell’emergere di coppie gay omogenitoriali;
  • l’opposizione femminista coinciderebbe con quella cattolica e tradizionalista, qualcuno arriva a dire: fascista;
  • la genitorialità biologica omosessuale sarebbe un diritto a cui la tecnoscienza permette ormai di accedere e negarlo equivarrebbe ad una discriminazione.

Nessuno di questi argomenti, però, sembra voler davvero interloquire con le argomentazioni femministe.

  • Il femminismo affronta il tema della gpa fin dagli anni ’80. È l’opinione pubblica a mostrarsi interessata solo di recente, da quando la diffusione della gpa ha posto agli stati la questione della legalità: il formarsi di una industria e di un mercato esige una regolamentazione, prima di tutto a tutela di committenti, imprenditori, operatori e intermediari; il fatto che ci sia di mezzo un bambino richiede l’autorizzazione del suo affidamento. Così, in molti paesi, sono state promosse iniziative per legalizzare la gpa e, in risposta, per abrograre le legalizzazioni. Il dibattito si è diffuso e radicalizzato soprattutto sui social media (esistenti da pochi anni). Nel dibattito, alcuni maschi gay hanno fatto della gpa una bandiera; solo in questo senso sono diventati una parte in causa più esposta di altre.
  • La convergenza con i cattolici non è di per sé più sconveniente di quella con i neoliberisti; peraltro, Italia a parte, in Europa l’essere a favore della gpa è più di destra che di sinistra. I cattolici non hanno sempre torto e con loro si può essere d’accordo sulla solidarietà sociale, l’accoglienza dei migranti, l’opposizione all’eugenetica, l’abolizione della schiavitù. Tuttavia, sulla gpa, le motivazioni dell’opposizione sono diverse: mentre per i cattolici si tratta di difendere la famiglia naturale basata sul rapporto tra un uomo e una donna, per le femministe si tratta di contrastare lo sfruttamento e la strumentalizzazione del corpo della donna, delle sue funzioni procreative, e di difendere la relazione tra madre e figlio, la relazione materna, che viene scorporata e spezzata dalla gpa.
  • Secondo le femministe, la genitorialità è una possibilità, non un diritto: i desideri non sono diritti. Attribuire diritti ad alcuni, implica attribuire ad altri il dovere di corrisponderli. Le donne non hanno il dovere di corrispondere il desiderio di genitorialità degli uomini, neanche se omosessuali. Anzi, gli uomini non devono più poter asservire il potere generativo materno ai propri desideri. La libertà ed il potere procreativo delle donne non devono essere imbrigliati e vincolati da una legge o da un contratto.

Queste idee possono piacere o meno, ma non c’entrano con l’omofobia, salvo banalizzare ed estendere il concetto, fino a fargli perdere qualsiasi significato serio, per l’esigenza di screditare e censurare gli avversari (in questo caso, le avversarie). Un abuso propagandistico simile è quello che Israele e i filoisraeliani fanno dell’accusa di antisemitismo contro i pacifisti, contando sulla confusione con un antisemitismo effettivamente esistente. L’accusa abusiva di omofobia dice della deriva identitaria di una parte del movimento omosessuale, che si sente tradita dal venir meno di un sostegno femminile dato per scontato, come fosse dovuto. E dice della volontà di compattare un fronte, dividere il campo in etero (tradizionalisti) e omo (progressisti), in modo da non fare i conti con la differenza sessuale, che però viene interpretata anche dall’opposizione alla gpa da parte di molte lesbiche. Un’opposizione spesso fronteggiata con un bullismo che mette i suoi praticanti in una posizione anche troppo maschile.

Imbarazzante Fonderia Abruzzo

Sumona-donne-ombrello-relatori-seduti

L’immagine del convegno alla Fonderia Abruzzo di Sulmona, quella degli uomini relatori seduti, tra cui il presidente dell’Abruzzo Luciano D’Alfonso, il ministro della Coesione territoriale Claudio De Vincenti, il presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, che si fanno reggere l’ombrello da donne volontarie, è più moderna (o postmoderna) che arretrata.

Un tempo il maschilismo lo si esprimeva in un modo tale da salvaguardare le forme. Ignoro una foto di repertorio in cui dirigenti democristiani o comunisti o socialisti o di qualche partito laico usassero le donne come reggi-ombrello. Forse ci sono stati senza che potessero essere registrati e divulgati come accade con i mezzi odierni, tuttavia c’è uno scarto tra il patriarcato ordinato di ieri e il maschilismo degenerato di oggi che, insieme all’egemonia, perde il senso dello stile, del pudore, del limite e si ostenta in modo volgare.

Mi sento solidale con le donne coinvolte che sono state al ruolo. Coloro che le criticano e denigrano sui social media, sbagliano. Se si vuole che una persona, indotta ad un ruolo umiliante, reagisca con dignità, bisogna darle forza invece di insistere nell’indebolirla e mortificarla. Esistono rapporti di potere e di soggezione a cui gli nemmeno uomini si sottraggono, anche se sono liberi e nessun fucile li minaccia; non c’è ragione di pretendere piccoli eroismi proprio da parte di alcune donne, solo perché in quel momento si decide che tocca a loro farsi carico della fierezza di un intero genere.

Lo stigma lo meritano tutto quegli imbarazzanti uomini seduti al riparo e i loro coreografi.


Riferimenti:
[^] Donna con ombrello – Giulia Siviero – Il Post, 3.07.2017
[^] Rassegna stampa – Lilli Mandara 4.07.2017

Primo proteggere le vittime

Il sistema giudiziario è designato a proteggere gli uomini dal potere superiore dello stato, ma non protegge le donne o i bambini dal superiore potere degli uomini. Esso fornisce, perciò, forti garanzie per i diritti degli accusati, ma nessuna garanzia per i diritti della donna vittima di violenza.
Se ci si proponesse di ideare un sistema in grado di provocare sintomi intrusivi post-traumatici, non si potrebbe trovare niente di meglio di una corte di giustizia. Le donne che hanno cercato giustizia nel sistema giudiziario comunemente paragonano questa esperienza all’essere state violentate una seconda volta.
(Judith Lewis Herman)

Quando c’è un femminicidio, qualcuno va punito, ma solo se ci sono le prove. È la tesi essenziale e garantista opposta dall’ex magistrato Bruno Tinti a Nadia Somma e alla sentenza di Messina, che condanna i pm negligenti di Caltagirone per il femminicidio di Marianna Manduca: l’uccisione di una donna da parte dell’ex marito Saverio Nolfo, nonostante dodici denunce per violenza e maltrattamenti. Questo garantismo, tuttavia, ha garantito l’uomo, ma non la donna. È successo per molti femminicidi: una vittima su quattro prima di essere uccisa ha denunciato inutilmente.

La questione essenziale allora è diversa: quando c’è una donna che denuncia di subire violenza o di essere minacciata, qualcuno deve prevenire il peggio. Cioè assumere la protezione della vita, dell’incolumità, della libertà della donna come prioritaria, rispetto ad altri valori più favorevoli all’accusato o alle prerogative patriarcali. L’Onu e la Corte di Strasburgo hanno rilevato e condannato la responsabilità istituzionale dell’Italia nella mancata protezione delle vittime. Questa mancanza, espressa, difesa, teorizzata con candore nel doppio intervento dell’ex magistrato, azionista del Fatto Quotidiano, molto somiglia a quella vittimizzazione secondaria, che egli domanda cosa voglia dire.

  • Mostra insensibilità per la sorte della vittima; rimprovera l’interlocutrice di ignorare la rilevanza dei fatti, ma il fatto più importante di tutta la storia, l’uccisione della donna, non ha alcun rilievo nelle sue confutazioni.
  • Confonde violenza e conflitto; usa il disaccordo nella coppia per spiegarsi la violenza e, di conseguenza, vede due corresponsabili. L’idea che il conflitto sia negativo è un punto in comune con la mentalità del violento.
  • Considera il rapporto nella coppia su un astratto piano paritario e simmetrico, senza fare differenza tra uomo e donna, padre e madre, senza considerare i rapporti di forza e il contesto culturale nel quale la violenza è una funzione della gerarchia sessista.
  • Manifesta un pregiudizio negativo verso la credibilità di lei e positivo verso la credibilità di lui, così di fronte a tante denunce per paura ed esasperazione e a poche denunce per ritorsione, rimane neutrale ed equidistante.
  • Valuta la rilevanza dei fatti in modo decontestualizzato, senza inquadrali in una sequenza, nella ricostruzione di una situazione persecutoria.
  • Sottovaluta la gravità di forme di violenza ritenute lievi (schiaffi, spintoni), che invece hanno una valenza umiliante e intimidatoria.
  • Rivela un sentimento antifemminista, definisce la lotta al femminicidio una crociata, esprime fastidio per il termine femminicidio, gli contrappone polemicamente maschicidio lamentandone l’inesistenza, come fosse una discriminazione contro i maschi.

Per sottrarsi alla riluttanza giudiziaria, molte donne rinunciano a denunciare o ritirano le denunce. Se la giustizia – elaborata nei secoli dagli uomini, in società patriarcali – si mostra efficace solo nel garantire gli aguzzini o nel giustificare i negligenti, le donne non hanno ragione di fidarsi e vale poco rimproverare loro di non riconoscere rilevanza al diritto e alla giurisprudenza (maschili). Le donne sono metà della popolazione e la giustizia non può legittimarsi su un patriarcato decadente.

Questo quadro è diventato negli ultimi quarant’anni più controverso e conflittuale, per impulso del movimento delle donne. Sono nati e cresciuti i centri antiviolenza e quando la giustizia ha cooperato con loro, molti casi si sono risolti bene, come racconta Cristina Obber e i femminicidi sembrano in calo. Sono state approvate nuove leggi e nuove disposizioni che, pur nei loro limiti, hanno segnato un progresso, per quanto parziale, tanto da rendere possibile la sentenza di Messina, che riconosce e sanziona la responsabilità di chi non ha agito per tutelare la vita di una donna: una madre che voleva poter incontrare i suoi figli e che stava, probabilmente, per vincere la causa di affidamento.


Riferimenti:
[^] Femminicidio Manduca: la sentenza contro l’inerzia dei pm è una vittoria per le donne, ma non basta – Nadia Somma, Il Fatto Quotidiano, 14.06.2017
[^] Femminicidio Manduca, cosa sbaglia Bruno Tinti quando parla di prove e maschicidio – Nadia Somma, Il Fatto Quotidiano, 21.06.2017
[^] Femminicidio Manduca, per le crociate le prove sono un optional – Bruno Tinti, Il Fatto Quotidiano, 21.06.2017
[^] Sentenza del Tribunale di Messima sulla causa promossa da Carmelo Calì
[^] Femminicidi annunciati, una vittima su 4 aveva denunciato – Claudio Del Frate, 27esimaora, 22.09.2015
[^] Violenza sulle donne, l’Onu all’Italia: “Crimine di Stato, fate di più” – Luisa Pronzato, 27esimaora 25.06.2012
[^] Violenza domestica, poche denunce. E spesso archiviate dalle stesse Procure – Paola D’Amico, 27esimaora, 20.05.2013
[^] Perché è stupido usare la parola «maschicidio» – Sebastian Bendinelli, The Submarine, 27.06.2017
[^] Si, dalla violenza ci si può salvare – Cristina Obber, Elle, 19.04.2017
[^] Un silenzio assordante. La violenza occultata su donne e minori – Patrizia Romito, Franco Angeli 2011