Sull’odio ossessivo contro Laura Boldrini

Laura Boldrini - Presidente della Camera dei deputati

La condanna dell’orribile tiro al bersaglio contro una persona e la critica a quella persona sono due discorsi diversi da tenere distinti. Metterli in relazione, non è onesta intellettuale, ma un modo furbesco per rilanciare lo stesso tiro al bersaglio in una forma più educata. È la sensazione che mi dà l’ultimo articolo di Linkiesta dedicato alla presidente della camera. Il testo richiama al rispetto umano, ma si accoda nella mancanza di rispetto politico e morale; mentre stigmatizza gli insulti, ribadisce contro di lei i soliti luoghi comuni ostili: antipatica, sussiegosa, miracolata. L’autore potrebbe essere più onesto se sottoponesse a critica, non solo l’eccesso, ma proprio lo sguardo dei tiratori, cioè quanto lui stesso ha in comune con loro.

Il sussiego e il difetto di ironia in una donna, si vedono più facilmente quando dalle donne si pretende un supplemento di umiltà e di comprensione. La miracolata, quando si è incapaci di riconoscere nelle donne, specie in quelle più femminili, capacità e competenze; e quando si ritiene di appartenere al sesso dei miracolosi. Laura Boldrini ha più storia di Nichi Vendola. La presidente della camera può non piacere. A me piace, la trovo più simpatica di Fulvio Abbate; più adeguata e meritevole della media del personale politico istituzionale attualmente in carica; condivido le sue idee e le sue battaglie. I difetti a lei attribuiti non c’entrano nulla con l’odio ossessivo che riceve. Cecile Kyenge reagiva al lancio di banane con ironia e senza sussiego, ma di insulti ne riceveva altrettanti.

Esistono aree politiche, il M5S, la Lega, i fascisti, i tabloid berlusconiani, che fanno politica in modo incivile; agitano xenofobia e misoginia. Questa inciviltà trova argini deboli. La violenza verbale è una modalità di relazione, soprattutto nel linguaggio della destra, da quando esiste la televisione commerciale e, in special modo, da quando il padrone della televisione commerciale è diventato il capo della destra. La violenza fa audience e al tempo stesso intimidisce gli avversari, li delegittima, e supera le difficoltà del ragionamento. Questo linguaggio, che coinvolge e mobilita gli incolti e i frustrati pronti a trovare uno sfogatoio nei social-network, è stato assunto da molti giornali tradizionali che, invece di fare da anticorpo, fanno da veicolo, per ottenere lettori, visitatori, inserzionisti.

A questo si accompagna una perdita di autorità e di potere della politica. Così, l’ex portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati più che riuscire a sollevare la stima delle istituzioni, ne è tirata giù. D’altra parte, è lo scopo della violenza politica virtuale: dimostrare che quell’avversaria non merita rispetto, non ha la forza di farsi rispettare, è senza autorità. Così, anche chi la sostiene finisce per avere l’immagine deformata di una figura (a torto) molto odiata e quindi vulnerabile. Eppure la presidente della camera ha una fanpage di 250 mila sostenitori, contro gli 80 mila del presidente del senato e non ha mai subito una contestazione popolare in una iniziativa pubblica.

Laura Boldrini riassume tutti gli spettri dei reazionari: è una donna al potere; è femminista; è indipendente, non è sotto la tutela di un leader maschio e di un partito; è di sinistra; vuole accogliere ed integrare i migranti; Al tempo stesso, non è radicale e questo dispiace ad una parte dei suoi compagni, che non capisce come mai la presidente della camera non agisca come un capo d’opposizione. Lei interpreta un ruolo di mediazione: tra istituzioni e società, tra maggioranza e opposizione, tra vecchio e nuovo, tra le sinistre, tra italiani e stranieri, il ruolo del ponte. I ponti in tempo di pace si attraversano, in tempo di guerra si bombardano. Il linguaggio violento della destra ha introdotto in politica una psicologia da guerra civile.


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[^] Perché un pezzo di internet odia Laura Boldrini? – Gabriele Ferraresi, dailybest 26.07.2017

6 pensieri riguardo “Sull’odio ossessivo contro Laura Boldrini”

  1. Nella rivendicazione di libertà, non c’è nessuna ipocrisia.
    La libertà di vestirsi è libertà femminile, non adesione a questo o quel desiderio maschile. La minigonna non giustifica uno stupro; il velo non giustifica un’aggressione intollerante. In un caso, come nell’altro, e in ogni caso, lei deve potersi vestirsi come vuole.

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  2. Certo. Peccato che in Italia non lo si possa fare, “vestirci come si vuole”, senza sentirci criticate ad ogni angolo di strada, al lavoro, a scuola, in casa, persino tra amici. Questa è l’ipocrisia. Poi esce il discorsetto sulla minigonna e lo stupro… Retorica.

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  3. Esistono tante libertà, quella di vestirsi come si vuole e quella di criticare i vestiti. L’importante è che la critica non sia usata per offendere o, peggio, per giustificare dei reati.
    Ciò detto, continuo a non capire in cosa consista l’accusa di ipocrisia e a chi sia rivolta. Hai ascoltato Laura Boldrini criticare qualcuno per come si veste?

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  4. Allora, come dici tu ci sono queste due libertà, o meglio, ci dovrebbero essere: “vestirsi come si vuole e criticare i vestiti”.

    Detto questo, che vale anche per tante altre cose, non esiste affatto, come puntualizzi subito dopo, solo l’aspetto negativo del criticare per offendere o per giustificare reati (il caso dello stupro o delle aggressioni in quanto femmine attraenti, ma anche uomini e non solo omeosessuali), esiste, sempre taciuto, soprattutto l’aspetto negativo diffuso a macchia d’olio del criticare l’abbigliamento su base puritana, retrograda, bacchettona, in sostanza religiosa e ideologica ossia quella critica all’abbigliamento cosiddetto “non consono” seconda una visione sessualmente castrante del corpo umano, ripeto, non solo femminile. Di questa critica sembra siano responsabili solo alcune culture altre, da cui noi, ipocritamente, prendiamo le distanze (vedi Boldrini quando cita il burqa). E invece noi siamo messi male, probabilmente non altrettanto, ma comunque molto male per essere una cultura occidentale che si definisce emancipata sessualmente e in quanto a parità di genere, rispetto, appunto, a quelle di molti immigrati di paesi arabi e nord africani.

    Questo aspetto socialmente reazionario, tipicamente italiano, viene sempre omesso quando si parla di “abito” e “libertà” in casi in cui una violenza sessuale venga in qualche maniera “giustificata” causa l’abbigliamento sessualmente provocante della vittima.

    L’ipocrisia sta in questo agire rivendicando la libertà del vestire tacendo che il problema sta a monte, nella stessa cultura in cui tutti noi siamo cresciuti che ci impone un dresscode fin dalla nascita, e poi quotidianamente, senza che quasi ce ne accorgiamo.

    Apropos, la ragazza nuda che passeggia per Bologna non è stata aggredita, solo fermata dalle forze dell’ordine e multata. Ecco lo specchio della verità: la fantomatica “forza dell’ordine” SEMPRE a ricordarci cosa si può e cosa non si può fare del nostro corpo, quanto coprirlo o quando scoprirlo. Poi arrivano le turiste ammericane e la forza dell’ordine collassa… E non chiedo a Boldrini di parlare di questo… Magari tu…

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