L’anticomunismo del teologo democratico

L'armata rossa a Berlino 1945

Invece di un rozzo opinionista di destra, stavolta ad equiparare comunismo e fascismo c’è un intellettuale cattolico democratico, Vito Mancuso, un teologo, allievo di Carlo Maria Martini. Ne sono sorpreso. Forse, la distanza della storia e l’immediatezza di facebook inducono alla memoria sintetica. Secondo il teologo, il divieto della propaganda fascista implica quello della propaganda comunista, perché la violenza è l’essenza dei due movimenti; la distinzione nel comunismo tra ideale e reale, lui la respinge – e qui si sente marxista – perché la verità è nel reale.

Sul piano pratico, trovo la proposta difficile da applicare e giustificare. Si tratterebbe, immagino, di vietare il saluto a pugno chiuso, lo sventolio della bandiera rossa, il canto rivoluzionario, la campagna elettorale di Rifondazione, la divulgazione delle opere di Marx, Engels, Lenin, Gramsci, gli scritti, i discorsi, le interviste di Togliatti, Longo, Berlinguer, Amendola, Ingrao; la pubblicazione del Manifesto; la manifestazione dell’idea di abolire la proprietà privata e di mettere i beni in comune. Il professore non è entrato nei dettagli. Il reato di apologia del fascismo è collegato al divieto costituzionale di ricostituire il partito fascista. Un reato di apologia del comunismo a cosa potrebbe collegarsi? Il PCI si è sciolto di sua volontà nel 1991. Bisogna vietarne la ricostituzione nel 2017? E perché mai?

Rifiutare in assoluto la violenza, sul piano teorico, per me è insensato. La rifiuto in un ordinamento pacifico e democratico e la considero una scelta possibile nel contesto di un ordinamento censitario, una dittatura oppressiva, un’invasione straniera. Così, distinguo la violenza delle Brigate rosse da quella delle brigate partigiane. So giudicare la violenza solo in relazione alla sua motivazione. Nel fascismo, la violenza è funzione del nazionalismo, del razzismo, della supremazia di un capo e di un partito; una esaltante dimostrazione di forza che ha valore in sé. Nel comunismo, è una reazione alla violenza delle classi dominanti, una necessità dettata dalla preclusione di vie più pacifiche e democratiche; un mezzo; in sé non ha valore e non forgia un’identità.

Sul piano storico, il fascismo è andato al potere con il consenso delle classi dirigenti. La violenza l’ha usata per schiacciare le opposizioni alle classi dirigenti: le organizzazioni del movimento operaio. Il comunismo è andato al potere contro le vecchie classi dirigenti aristocratiche, borghesi, contro le potenze coloniali; ha dovuto superare uno scontro mortale, che ha finito per produrre la militarizzazione e la deformazione del suo esperimento. Il fascismo ha abolito le libertà dello stato liberale. Il comunismo non aveva da abolire le libertà dello zarismo. Il fascismo era contro le libertà formali. Il comunismo le considerava insufficienti, per la liberazione dell’essere umano e non si preoccupava di negarne la promozione per realizzare l’uguaglianza. Il fascismo fu nemico della libertà. Il comunismo ne sottovalutò l’importanza.

La distinzione nel comunismo tra ideale e reale è schematica, ma aiuta a cogliere la contraddizione tra mezzi e fini, presente nel comunismo e per molti aspetti anche nel liberalismo e nel cristianesimo. Invece, del tutto assente nel nazifascismo. Si tratta di una contraddizione importante, perché consente di sottoporre a critica le proprie realizzazioni dal punto di vista del proprio pensiero. Per oppormi allo stalinismo, non ho bisogno di attingere al liberalismo; il comunismo mi dà già gli strumenti per poterlo fare. La prima critica radicale all’impianto sovietico, proposto dal Che fare di Lenin, viene dalla comunista Rosa Luxemburg e dal comunista Leon Trockij. Peraltro, i comunisti si sentivano eredi e continuatori dei liberali della rivoluzione francese, che abbatterono con violenza l’ancien regime, l’atto fondativo della storia e società contemporanea.

Anche gli ideali influenzano la storia. Ma cos’è la storia (concreta)? Riguarda solo la dimensione del potere, per cui si entra nella storia quando si conquista il potere e se ne esce quando lo si perde e tutta la storia è solo la gestione di quel potere? Con questo criterio è impossibile valutare il femminismo, l’ambientalismo, il pacifismo e tutto ciò che è diverso dalla forma di un potere costituito. Il comunismo è stato in alcune parti del mondo un insieme di regimi, in altre è stato un movimento politico e sociale che ha agito, concretamente, nell’alleanza antifascista della seconda guerra mondiale, nelle guerre di liberazione, nella decolonizzazione, nelle terre, nelle fabbriche, nei quartieri, nelle istituzioni democratiche. Tutto l’insieme è concreta realizzazione storica. È storia l’operaio che non s’inchina più davanti al padrone, perché nel divenire comunista ha realizzato la sua dignità.

Vi sono stati autoritarismi e dittature, nell’Europa meridionale, in America latina, in Indonesia, nell’Iran fondamentalista, che per potersi affermare, hanno dovuto sbarazzarsi di quella storia concreta ed eliminare fisicamente centinaia di migliaia di comunisti. Tante vittime dello stalinismo e del maoismo furono comuniste. In tanta parte del mondo, il comunismo, a differenza del fascismo, è stato un concorrente morale del cristianesimo. Si può capire la tentazione di alcuni cattolici di far fuori la concorrenza con un’equiparazione scorretta. Eppure rimane significativa la distinzione fatta da un cattolico conservatore molto importante: papa Woityla: il nazifascismo fu un male assoluto, il comunismo, un male necessario.

Le analogie sulla violenza e l’autoritarismo si possono fare. La citazione di Ernesto Balducci, che scriveva sull’Unità, organo del partito comunista italiano, permette di farne anche con la storia della chiesa cattolica (i templari, le crociate) e la storia degli stati liberali (il colonialismo, l’imperialismo); con la nostra stessa vicenda contemporanea. Persino il professor Mancuso, che rifiuta in assoluto la violenza, accetta la violenza (per lui necessaria) delle politiche di contrasto alle migrazioni, perché teme una violenza più grande (o a lui più prossima), la violenza della paura xenofoba, quindi il fascismo (non il comunismo). Il rifiuto assoluto della violenza può tradursi nel rifiuto di tutta la storia degli uomini, intesi come maschi – la violenza è sempre stata maschile – almeno dal principio del patriarcato. C’è più essenza in quell’origine, che in questa o quella ideologia, questa o quella religione, perché insieme condividono, in tutto o in parte, quello stesso principio originario.


Riferimenti:
I post di Vito Mancuso sul comunismo [1] [2] [3] [4] [5] [6]
I post di Vito Mancuso sui migranti [1] [2]

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