Sul caso Boschi Etruria

Maria Elena Boschi a Otto e mezzo

Maria Elena Boschi è accusata dalle opposizioni e da alcuni organi d’informazione, in particolare il Fatto Quotidiano, di aver abusato del suo ruolo di governo per favorire il salvataggio di Banca Etruria, l’istituto di credito nel quale suo padre era vicepresidente, suo fratello impiegato e lei stessa detentrice di un piccolo pacchetto di azioni, circa 1.500 euro.

Il conflitto d’interessi

Le accuse si fondano su un procedimento induttivo. C’è il contesto del conflitto d’interessi: una banca con il padre vicepresidente e un governo con la figlia ministra; il governo ha competenza sulle banche; interviene per trasformare le banche popolari in società per azioni, poi per gestire le insolvenze. C’è la figlia ministra che, pur senza deleghe in materia economica e finanziaria, incontra alcune personalità, per parlare delle banche del suo territorio: l’ad di Unicredit, il presidente della Consob, il vicepresidente di Bankitalia. Nessuna di queste personalità afferma di aver subito pressioni dalla ministra, ma gli accusatori sostengono che la ministra interessata per questioni familiari, costituisca una pressione implicita con la sua sola presenza in colloqui non giustificati dal suo ruolo, quello di ministro dei rapporti con il parlamento. In più, il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, dichiara di non aver autorizzato membri del governo a trattare con altri in materia bancaria, né di aver ricevuto resoconto di iniziative da lui non autorizzate.

Il quadro così delineato mostra, dunque, un conflitto d’interessi e una diplomazia parallela da parte dell’allora ministra Boschi, tanto da rendere plausibile il sospetto, l’imbarazzo, la critica e la richiesta di un chiarimento. Non mostra invece atti da lei compiuti, o effetti favorevoli al suo interesse privato e dannosi per l’interesse pubblico, tali da sostenere una concreta accusa di favoritismo. Non ci sono, quindi, elementi sufficienti, per impostare una campagna volta ad ottenere le dimissioni della sottosegretaria, la rinuncia della sua candidatura, la fine della sua carriera politica.

Personalmente, penso che in politica sia inevitabile e forse anche necessaria una certa misura di informalità nei rapporti, che una ministra, ancorché parlamentare, sia legittimata ad occuparsi degli affari del suo territorio, ma che in presenza di interessi privati suoi e della sua famiglia, debba astenersi dall’interferire, per galateo e senso dell’opportunità. Diversamente, getta un ombra su di sé, sul suo operato, sul suo stile.

Il supplemento sessista

Travaglio imitatrice Boschi

Anche se Banca Etruria ha un peso specifico relativo, Maria Elena Boschi è molto pesante in quanto sottosegretaria del governo e principale alleata di Matteo Renzi. Di fatto è la seconda personalità del Partito democratico. Questo spiega gran parte dell’interesse per la vicenda. Lei lo afferma: colpiscono me, per colpire il Partito democratico. Afferma, inoltre, di essere colpita in quanto donna. Si riferisce, in particolare, a Marco Travaglio. Una dichiarazione giudicata strumentale, perché le ragioni per cui è attaccata sono politiche (il conflitto d’interessi, la sua appartenza al PD). Tuttavia, il sessismo come modalità e causa supplementare esiste. Basta vedere i titoli, le foto, le battute, le vignette e persino uno spettacolo teatrale inscenato dallo stesso Travaglio con una imitatrice poco vestita di Maria Elena Boschi. C’è da chiedersi perché, proprio mentre la sottosegretaria usa lo scudo antisessista, il Fatto insista nell’usare frecce sessiste invece di sgombrare il campo da questo argomento.

Cosciometro

Una spiegazione è che si può essere al tempo stesso moralizzatori e maschilisti, che in un paese un po’ arretrato come l’Italia, il maschilismo è visto come una subcultura utile, per orientare lo sfavore dell’opinione pubblica contro una donna di potere. Tuttavia, questa subcultura è sempre più ridotta e una parte di noi ritiene il modo in cui si trattano le donne più importante del modo in cui si trattano le banche. Se la ministra fosse ebrea e contro di lei venisse giocata la carta dell’antisemitismo, l’ordine delle priorità sarebbe evidente. Inizia a diventarlo anche per il sessismo. Il Fatto ancora non se ne accorge, perché il suo ambiente di riferimento non glielo segnala, come non lo segnala a Libero o al Giornale. Le proteste esterne alla sua bolla le vede solo come una strumentalizzazione del PD. Quando la sua bolla s’infrangerà, come è capitato a Luxuria, che ha dovuto chiedere scusa ad Asia Argento, allora il Fatto cambierà registro. Se invece la sua bolla, pur ridotta, resterà intatta, vorrà dire che il quotidiano di Travaglio rimarrà relegato all’enclave maschiliste come i fogli della destra.

Roberto Mannelli - Le bugie hanno le cosce lunghe - Prima pagina del Fatto Quotidiano 7 dicembre 2017


Aggiornamento – Un barlume di consapevolezza boccheggia nell’articolo di Jacopo Fo il quale, tuttavia, riaffonda subito nel sostenere che il potere ha scelto di esporre una donna bellissima, per distrarre gli oppositori, fino a far cadere nella trappola il M5S. L’autore è poco coraggioso nell’omettere che ad usare ed abusare dell’immagine del corpo della ministra è proprio il suo giornale, che fin dal titolo dell’articolo, oltre che dai riferimenti nel testo, ripropone e rilancia le sue ossessioni. Su quale fonte si è arrivati persino a discutere dei piedi della Boschi? Sul Fatto Quotidiano.

Seno della Boschi arma di distrazione di massa-2017-12-25-14-14-12-854

L’ambiguità di Cartabianca e della carta stampata

Bianca Berlinguer

Cartabianca ha messo in scena il processo alla vittima. Un’eroina (lode a lei) molto brava, con una bella tempra, capace di reggere dall’inizio alla fine e di uscirne a testa alta. Due accusatori imbarazzanti. Un difensore blando. La conduttrice dalla parte giusta, che però imposta un programma del genere. Per l’audience o perché le strutture maschili del potere mediatico, anche quando dirette da una donna autorevole, sono in sintonia con questo tipo di processi.

Asia Argento ha aperto con una domanda retorica rivolta ai suoi immeritevoli interlocutori: Mi chiederete scusa, questa sera? E così, li ha messi subito dalla parte del torto. Si è poi sottratta agli interrogatori morbosi, ha smentito le traduzioni che le attribuivano il proseguimento professionale e personale del rapporto con Weinstein, ed ha affermato che bisogna credere alle donne. Quando Luxuria l’ha contrapposta alle vittime vere, Asia ha rilanciato: Ah! Non sono una vittima vera? No, non sono vittima, io sono vittoriosa!

Asia vs Luxuria

Vladimir Luxuria si è rivelata la personaggia più incongruente: portavoce di una minoranza discriminata, ma incapace di stare dalla parte delle donne contro la violenza maschile. Oltre ad ostentare mancanza di empatia, non ha aggiunto nulla di originale al ruolo scelto. Ha interpretato il repertorio tradizionale che sempre e ovunque si ostina a diffidare delle donne che denunciano la violenza subita: ha presunto e predicato come lei avrebbe dovuto reagire; ha screditato la vittima reale in nome dell’ideale delle vere vittime; ha teorizzato che senza dissenso non c’è violenza, come se non esistessero dinamiche di soggezione e di potere; ha rimproverato lei di essere stata tardiva nella denuncia; l’ha accusata di essersi di fatto prostituita. Per tutto questo, bastava e avanzava il direttore di Libero. Riguardo il successivo dibattito online su Luxuria condivido quanto scrive Monica Romano.

L’appello a denunciare subito come condizione per essere credute, è sbagliato e persino irresponsabile, perché manda le vittime allo sbaraglio. All’aumento delle denunce non è corrisposto un aumento delle condanne. Il 60% delle denunce, solo a Milano, è archiviato dalla procura. Spesso i processi mettono ancora sotto imputazione la vittima, come accaduto alle due ragazze americane di Firenze, nonostante un giudice bravo come Bianca Berlinguer. L’unico consiglio valido è quello di rivolgersi ad un centro antiviolenza (o chiamare il 1522) e in quella sede valutare cosa fare.

Sondaggi Asia Argento

La testimonianza di Asia Argento corrisponde a quella di decine di attrici, alcune anche più famose di lei. La sua, però, ha assunto un valore simbolico e lei è diventata l’icona del movimento. Un’icona è pericolosa, perché permette di riconoscersi, aggrega, unifica, mobilita. Ragion per cui va infangata. Lo ha ammesso candidamente il direttore di Libero, Pietro Senaldi: Asia è stata vittima di violenza, ma ha assunto un ruolo di rappresentanza, perciò l’abbiamo attaccata.

Andrea Scanzi ha evidenziato la scarsa incisività di Senaldi ed è stato poco incisivo pure lui. Ha detto alcune cose giuste e non era scontato dato il sessismo frequente nei suoi articoli e sul suo giornale. Lo prendo come un termometro della forza del movimento. Come i sondaggi che mostrano un orientamento maggioritario che crede ad Asia Argento, giudica sessiste le accuse contro di lei, e ritiene sbagliata la critica di aver denunciato tardi. La stessa maggioranza dichiara di non aver denunciato violenze, perché non avrebbe avuto giustizia o avrebbe subito una seconda violenza.

A denunciare tardi non sono state le attrici, ma i grandi giornali. Il New York Times e il New Yorker hanno atteso vent’anni prima di fare le loro inchieste. Le attrici hanno potuto dire, perché finalmente gli è stato chiesto. Non ancora in Italia. Qui c’è stata l’inchiesta delle Iene a cui è corrisposta, infatti, la denuncia di numerose donne, ma le Iene non hanno l’autorevolezza dei quotidiani più importanti che si attardano a intervistare Enrico Brignano, a mettere donne contro donne, quando sono gli uomini ad essere divisi, e a schierare firme maschili, per chiedere di non esagerare, generalizzare, con la stessa ambiguità di fondo che ha caratterizzato la televisione. Perché ci mettete tanto a denunciare bisogna chiederlo a loro.


P.s. Lettera di scuse di Vladimir Luxuria ad Asia Argento, pubblicata poco fa.

Maschilismo femminista

Liberi e Uguali

Esistono due soggettività principali: le donne e gli uomini. Una non include l’altra. Poi esistono i temi: il lavoro, l’economia, la giustizia, l’ambiente, etc. Anche se non ha detto che sono foglioline, mettere insieme le donne con l’ambiente, come ha fatto il leader di Liberi e Uguali, Pietro Grasso ospite di Fabio Fazio, sottintende che le donne siano un tema, la vecchia questione femminile, una tra le altre, della tradizione maschile di sinistra.

Poiché sono un uomo e provengo da quella storia, la rappresentazione di Liberi e Uguali mi è familiare e mi viene naturale simpatizzare con loro. Il nome si rifà al primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani (del 1948); il simbolo ha una grafica gradevole sopra lo sfondo della mia sfumatura di rosso preferita. La «I» pennellata in «E» può dare, in effetti, l’idea della doppia lettura Libere-liberi e risolvere così la declinazione di genere. D’Alema ricorda che nessuno protestò per il maschile plurale di Democratici di sinistra. Era il 1997. Oggi, il mutamento nelle relazioni tra i sessi, ha il suo effetto nel linguaggio, nei segni che significano le cose. Il significato di un nome maschile plurale, di una foto di quattro leader maschi e di un’aggiunta grafica femminile al simbolo, se non è l’esclusione delle donne, sembra la promessa d’inclusione in un progetto preconfezionato dagli uomini.

L’integrazione al posto del riconoscimento e della valorizzazione della differenza ha molte implicazioni pratiche. Per esempio, le tute bianche di Melfi, uguali per tutti, ma umilianti per le operaie, che si ritrovano con la tuta macchiata durante il ciclo mestruale, come protestano le delegate FIOM. L’equiparazione dell’età pensionabile delle donne a quella degli uomini e l’abolizione del divieto del turno di notte per le donne, come ricordato da Silvia Niccolai. L’imposizione agli istituti riservati alle donne di avere anche operatori e ricoverati maschi, poco disponibili al lavoro di cura, alla direzione delle donne, inclini alla prevaricazione anche sessuale, come raccontato da Franca Fortunato e Lina Scalzo. Le garanzie giuridiche a protezione degli uomini dal potere dello stato, che non garantiscono le donne e i bambini dal potere degli uomini, come denunciato da Judith Lewis Herman. L’indifferenza alla composizione delle leadership e la neutrale prevalenza maschile, che a sinistra fa più impressione.

Speranza Grasso Civati Fratoianni

Nella protesta contro Liberi e Uguali ci sono varie cose: la strumentalizzazione renziana; la ridondanza dei social; il gusto di prendere in castagna il sessismo inconsapevole della sinistra. Al netto di tutto questo, c’è però una critica femminista fondata, che mostra anche un’aspettativa delusa. A nessun femminismo verrebbe in mente di criticare la denominazione di Fratelli d’Italia (guidati, peraltro, da Giorgia Meloni). Il riflesso difensivo del militante non aiuta: refrattario alle critiche, le sminuisce o si precipita in correzioni, quando è solo il momento di ascoltare, di darsi il tempo di pensare e affidarsi ad altre. Che, in fondo (troppo), non mancano. Chiara Geloni, giornalista, portavoce social-mediatica della nuova formazione, ricorda che in parlamento attuali capogruppo sono due donne: Cecilia Guerra e Loredana De Petris. Inoltre, in arrivo, c’è Laura Boldrini (peccato non sia la candidata guida). Però, come scrive Celeste Costantino, rischia di essere una scorciatoia.

Senza pretendere che le femministe facciano differenze tra gli uomini, io la differenza tra Salvini, Berlusconi, Grillo, Renzi e Grasso preferisco farla. Per me, è diverso essere stati collusi con la mafia o aver rischiato la pelle nella lotta contro la mafia. Aver praticato la violenza maschile o essersene assunto la colpa storica. Voglio vedere in questi uomini di sinistra i maschilisti migliori. Oso dire: un maschilismo femminista. D’altra parte, nelle transizioni si formano gli ibridi: vedo pure un femminismo maschilista, che difende la prostituzione e l’utero in affitto, che mescola la lotta alla violenza con l‘ostilità ai migranti, che assume pose e toni virili. Nella nostra mistura di ambiguità, opportunismo ed evoluzione, il maschilismo femminista è, in ogni caso, il sintomo di un cambiamento ambientale, di una potenzialità, un passo a carponi che sa di non poter indietreggiare, cerca la strada e procede per tentativi ed errori. Prova Civati con il femminile plurale, prova Fratoianni con il piano di Non una di meno.

E’ l’effetto di una grande crisi ideologica e simbolica: della sconfitta storica del comunismo e del declino epocale del patriarcato. Una reazione tende all’arrocco ortodosso, l’altra alle dilatazioni eretiche, nella ricerca del nutrimento in tutti i movimenti positivi: gli studenti, l’antimafia, il pacifismo, l’ambientalismo, e naturalmente il femminismo. Senza però, riuscire a trovare davvero il proprio asse, quello attorno a cui formare una nuova e solida cultura politica. Una cultura politica non si improvvisa. Meno che mai, tra gli affanni della prima linea. Ma, su un tempo più lungo, la si può ben coltivare nelle retrovie.

Time e Politico

Time Metoo

Ho provato una bella soddisfazione nel leggere la notizia di due importanti riconoscimenti. Le donne che hanno rotto l’omertà sugli abusi sessuali, con l’hastag #metoo, elette persona dell’anno sulla copertina del Time, uno dei più autorevoli settimanali del mondo, il primo negli Stati Uniti. Laura Boldrini indicata come quinta personalità internazionale più influente da Politico Europe, la rivista di Bruxelles, erede di European Voice, versione europea del quotidiano di Washington e New York. Due riconoscimenti motivati dalla lotta alla violenza sessista. Una lotta per la quale faccio il tifo e a cui provo a partecipare.

Qualche giorno fa, una giornalista, Monica Ricci Sargentini, ha mostrato i numeri delle prime pagine dei due principali quotidiani italiani. Dieci firme sul Corriere della Sera, otto di uomini, due di donne. Dodici firme su Repubblica, otto di uomini, quattro di donne. Credo questo spieghi perché i media italiani hanno puntato molto nel rappresentare le donne divise tra loro sul caso Weinstein e i suoi omologhi nostrani, nonostante i sondaggi, come le discussioni sui social, mostrino una netta maggioranza femminile a favore delle denunce e gli uomini spaccati a metà come una mela.

Forse, l’Italia è un po’ più indietro rispetto agli Stati Uniti e al nord Europa e i riconoscimenti del Time e di Politico.eu possono essere qui percepiti come elitari, estranei a problemi più seri e materiali. La violenza, le molestie ed il sessismo simbolico, in effetti, non sono ancora molto avvertiti come problemi degli uomini. Tuttavia, ciò che appare elitario, penso sia solo anticipatorio, direi ormai quasi puntuale. Le avversioni esplicite provengono quasi solo dai fogli di destra e dal loro ambiente di riferimento.

Le Silence Breakers hanno rotto una visione maschile di comodo, quella di un immaginario erotico condiviso tra i sessi: il Vis grata puellae, la violenza gradita alla fanciulla, derivato dall’arte amatoria di Ovidio e spesso citato dalla giurisprudenza italiana nelle cause per violenza sessuale. Se pure continueranno ad esserci dei molestatori, si vedranno come tali. E questo, voglio sperare, oltre al maggior timore di doverne rendere conto pubblicamente, ne ridurrà il numero e la baldanza.

Laura Boldrini Politico

Laura Boldrini, per quanto osteggiata, ha spinto l’acceleratore sul cambiamento del linguaggio, secondo le indicazioni di Alma Sabatini nel suo lavoro sul Sessismo nella lingua italiana (1987). Lo stesso ha fatto nella lotta contro la misoginia sul web. La presidente della camera è inoltre la personalità politica che sa dire le parole più chiare sull’accoglienza dei migranti.

Time 1967I dissensi maschilisti e razzisti sono violenti, chiassosi, folcloristici. Questo li fa apparire più grandi e popolari di quello che sono. Spesso tendiamo a considerare popolari, i sentimenti e gli orientamenti più reazionari, perché diamo per scontata la prevalenza di ignoranza e arretratezza e in modo paternalistico ci diciamo di voler comprendere le paure della gente comune, fino a chiudere gli occhi sulla misoginia e la xenofobia. In realtà, anche i riconoscimenti più prestigiosi, non sarebbero possibili, senza essere il riflesso di un orientamento che è anche popolare. Angela Scarparo ricorda che nel 1967, il Time mise in copertina i giovani come protagonisti dell’anno. Poi, venne il ’68.


Riferimenti:
[^] Time, la «Persona dell’anno», ai «Silence Breakers»
[^] Politico.eu per l’Italia punta su Laura Boldrini.