Maschilismo femminista

Liberi e Uguali

Esistono due soggettività principali: le donne e gli uomini. Una non include l’altra. Poi esistono i temi: il lavoro, l’economia, la giustizia, l’ambiente, etc. Anche se non ha detto che sono foglioline, mettere insieme le donne con l’ambiente, come ha fatto il leader di Liberi e Uguali, Pietro Grasso ospite di Fabio Fazio, sottintende che le donne siano un tema, la vecchia questione femminile, una tra le altre, della tradizione maschile di sinistra.

Poiché sono un uomo e provengo da quella storia, la rappresentazione di Liberi e Uguali mi è familiare e mi viene naturale simpatizzare con loro. Il nome si rifà al primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani (del 1948); il simbolo ha una grafica gradevole sopra lo sfondo della mia sfumatura di rosso preferita. La «I» pennellata in «E» può dare, in effetti, l’idea della doppia lettura Libere-liberi e risolvere così la declinazione di genere. D’Alema ricorda che nessuno protestò per il maschile plurale di Democratici di sinistra. Era il 1997. Oggi, il mutamento nelle relazioni tra i sessi, ha il suo effetto nel linguaggio, nei segni che significano le cose. Il significato di un nome maschile plurale, di una foto di quattro leader maschi e di un’aggiunta grafica femminile al simbolo, se non è l’esclusione delle donne, sembra la promessa d’inclusione in un progetto preconfezionato dagli uomini.

L’integrazione al posto del riconoscimento e della valorizzazione della differenza ha molte implicazioni pratiche. Per esempio, le tute bianche di Melfi, uguali per tutti, ma umilianti per le operaie, che si ritrovano con la tuta macchiata durante il ciclo mestruale, come protestano le delegate FIOM. L’equiparazione dell’età pensionabile delle donne a quella degli uomini e l’abolizione del divieto del turno di notte per le donne, come ricordato da Silvia Niccolai. L’imposizione agli istituti riservati alle donne di avere anche operatori e ricoverati maschi, poco disponibili al lavoro di cura, alla direzione delle donne, inclini alla prevaricazione anche sessuale, come raccontato da Franca Fortunato e Lina Scalzo. Le garanzie giuridiche a protezione degli uomini dal potere dello stato, che non garantiscono le donne e i bambini dal potere degli uomini, come denunciato da Judith Lewis Herman. L’indifferenza alla composizione delle leadership e la neutrale prevalenza maschile, che a sinistra fa più impressione.

Speranza Grasso Civati Fratoianni

Nella protesta contro Liberi e Uguali ci sono varie cose: la strumentalizzazione renziana; la ridondanza dei social; il gusto di prendere in castagna il sessismo inconsapevole della sinistra. Al netto di tutto questo, c’è però una critica femminista fondata, che mostra anche un’aspettativa delusa. A nessun femminismo verrebbe in mente di criticare la denominazione di Fratelli d’Italia (guidati, peraltro, da Giorgia Meloni). Il riflesso difensivo del militante non aiuta: refrattario alle critiche, le sminuisce o si precipita in correzioni, quando è solo il momento di ascoltare, di darsi il tempo di pensare e affidarsi ad altre. Che, in fondo (troppo), non mancano. Chiara Geloni, giornalista, portavoce social-mediatica della nuova formazione, ricorda che in parlamento attuali capogruppo sono due donne: Cecilia Guerra e Loredana De Petris. Inoltre, in arrivo, c’è Laura Boldrini (peccato non sia la candidata guida). Però, come scrive Celeste Costantino, rischia di essere una scorciatoia.

Senza pretendere che le femministe facciano differenze tra gli uomini, io la differenza tra Salvini, Berlusconi, Grillo, Renzi e Grasso preferisco farla. Per me, è diverso essere stati collusi con la mafia o aver rischiato la pelle nella lotta contro la mafia. Aver praticato la violenza maschile o essersene assunto la colpa storica. Voglio vedere in questi uomini di sinistra i maschilisti migliori. Oso dire: un maschilismo femminista. D’altra parte, nelle transizioni si formano gli ibridi: vedo pure un femminismo maschilista, che difende la prostituzione e l’utero in affitto, che mescola la lotta alla violenza con l‘ostilità ai migranti, che assume pose e toni virili. Nella nostra mistura di ambiguità, opportunismo ed evoluzione, il maschilismo femminista è, in ogni caso, il sintomo di un cambiamento ambientale, di una potenzialità, un passo a carponi che sa di non poter indietreggiare, cerca la strada e procede per tentativi ed errori. Prova Civati con il femminile plurale, prova Fratoianni con il piano di Non una di meno.

E’ l’effetto di una grande crisi ideologica e simbolica: della sconfitta storica del comunismo e del declino epocale del patriarcato. Una reazione tende all’arrocco ortodosso, l’altra alle dilatazioni eretiche, nella ricerca del nutrimento in tutti i movimenti positivi: gli studenti, l’antimafia, il pacifismo, l’ambientalismo, e naturalmente il femminismo. Senza però, riuscire a trovare davvero il proprio asse, quello attorno a cui formare una nuova e solida cultura politica. Una cultura politica non si improvvisa. Meno che mai, tra gli affanni della prima linea. Ma, su un tempo più lungo, la si può ben coltivare nelle retrovie.

2 risposte a "Maschilismo femminista"

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  1. Il maschilismo femminista di liberi e uguali però cristiane anche prostituzione e uterzo in affitto. Inaccettabile per la tutela delle donne.

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  2. Non so se espliciteranno questi punti nel programma. Nel caso dovessero farlo come lo immagini tu, diventerebbero invotabili anche per me. In ogni caso, se lo facessero, si manterrebbero in questa ibridazione, perché si rifarebbero alle posizioni femministe che vogliono la regolamentazione.

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