Autodeterminazione in affitto

Maternità libera

L’utero in affitto sequestra l’autodeterminazione delle donne. O meglio, l’affitta insieme con l’utero. Paradossalmente, i favoreggiatori dell’utero in affitto usano l’autodeterminazione come argomento a sostegno, persino come bandiera: fanno il paragone con l’aborto e ricordano lo slogan il corpo è mio e lo gestisco io. Ma con l’utero in affitto legalizzato, la gestione del corpo è regolata e vincolata dalle leggi e dai contratti. I veri gestori del corpo delle donne diventano i committenti, le agenzie di intermediazione, gli avvocati e i medici. Lei, la cosiddetta madre surrogata, può in alcuni casi sottrarsi al dettato di controlli, diete e linee di condotta, al prezzo però di rinunciare a compensi e rimborsi. E soprattutto, a differenza di quanto avviene con la legge sull’aborto, lei, nella scelta di essere o non essere madre, non ha l’ultima parola.

La donna che vuole abortire, può cambiare idea in qualsiasi momento, anche all’ultimo secondo. La donna che vuole fare un figlio per altri, una volta firmato il contratto, non può cambiare idea e alla fine della gravidanza scegliere di tenere il figlio per sé. Non importa sindacare per quale motivo possa cambiare idea. Se lei è davvero libera, sono affari suoi, non deve renderne conto. Questa possibilità invece è negata. L’utero in affitto legalizzato limita e subordina il potere di scelta delle donne agli interessi dei committenti, il vero soggetto tutelato e garantito dalla legalizzazione. Qualcuno può pensare che ciò sia giusto, ma non può dire che sia autodeterminazione.

Se si crede, secondo il mito patriarcale, che i bambini siano figli, non delle donne che li partoriscono, ma del DNA degli inseminatori, e si rappresentano le madri solo come corpi ospitanti, corpi di passaggio, incubatrici del figlio che, nella sua essenza, già preesisteva, allora le madri possono anche non essere considerate le vere e principali protagoniste della venuta al mondo di una creatura. Sono, infatti, persino negate come madri e di conseguenza cancellate, pagate pure per sparire. Un tal modo di vedere mette sul serio in discussione la liceità dell’aborto: se una donna non può scegliere di tenersi il figlio, in quanto il primato sulla filiazione deve riconoscerlo ai suoi inseminatori, perché mai una donna dovrebbe poter scegliere di abortire senza il consenso del suo inseminatore?

Inserire tra i motivi favorevoli all’utero in affitto, la libertà individuale delle donne di fare del proprio corpo ciò che vogliono, significa alterare la verità. Secondo un principio del femminismo storico nessuna legge può obbligare o impedire ad una donna di diventare madre contro la sua volontà.

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