M5S-PD

La concreta possibilità che il PD rifiuti di partecipare ad un governo con il M5S è accettabile e può pure meritare consenso. Lo spirito, i moventi, gli argomenti con i quali il PD supporta tale possibilità, anzi la dà per certa e voluta, invece lasciano perplessi. Uno spirito di rivalsa affidato al desiderio del fallimento del primo partito uscito dalle urne, in modo che gli elettori ne siano delusi e tornino a votare PD. Che un tale fallimento possa essere dannoso per il paese, i più poveri, la democrazia e provocare alternative peggiori, sembra non sfiorare i dirigenti democratici.

Il PD ha fatto una campagna elettorale per chiedere il voto utile contro Salvini e Di Maio. Ora che i suoi seggi possono essere utili, per evitare una saldatura populista, il PD invita Lega e M5S ad allearsi, capovolgendo la logica politica, secondo la quale si opera per dividere gli avversari, non per metterli insieme. Lo schema uno contro tutti può funzionare per introdurre un movimento emergente, non per restituire verginità ad un partito tradizionale, come ha già mostrato l’esito del referendum costituzionale.

I suoi leader affermano che il PD sarebbe stato messo all’opposizione dagli elettori. Una simile lettura avrebbe senso in uno schema bipolare, dove il sistema elettorale assegna una maggioranza e una minoranza coincidenti con il governo e l’opposizione. Ma in uno schema tripolare o multipolare, dove il sistema elettorale assegna a tutti una diversa quota di minoranza, governo e opposizione non sono predeterminati dal risultato, salvo il miracolo realizzato da nessuno di raggiungere la percentuale di voti che assegna la maggioranza assoluta dei seggi.

Ancora, secondo i leader PD, l’alleanza con i 5 stelle sarebbe contro natura. Eppure, il PD è reduce da alleanze con Berlusconi, Alfano, Verdini ed ha candidato Pierferdinando Casini nel collegio uninominale di Bologna. Dunque, cosa c’entra la natura? Le alleanze innaturali, nelle situazioni di crisi, sono una possibilità della politica, in funzione di interessi ed obiettivi condivisi o mediati. Si può capire il risentimento per una propaganda violenta, offensiva, volgare, talvolta ricambiata. Ma la violenza verbale, peraltro ricorrente anche nei talk-show della cosiddetta seconda repubblica, è in parte un teatro, in parte un linguaggio che concepisce il confronto politico come un gioco a somma zero. Una concezione assecondata e rinforzata dalle logiche di rappresaglia.

Allora, il PD deve fare un governo con il M5S? Non è detto. Dovrebbe provarci, se riceve un’offerta dal partito di maggioranza relativa, avviare una trattativa su composizione del governo, programma, modi e tempi di attuazione, e su questa base decidere per il si o per il no. Un confronto si può reggere con chiunque, se si sa cosa si vuole e non si ha paura di essere messi in contraddizione. Qui è il guaio. A fare da ostacolo ad un accordo con il M5S non sembrano essere argomenti di destra, come la xenofobia, già anticipata dalle politiche di Minniti, ma gli argomenti di sinistra, quali le misure di protezione sociale, che il PD sembra vedere solo come effetto di crescita e sviluppo, per impulso dell’iniziativa privata agevolata dallo stato, secondo la visione tipica di un partito liberale.