Pensioni, vitalizi e privilegi

Vitalizi e privilegi M5S

Se dovessi esprimere un voto sul taglio dei vitalizi agli ex parlamentari, sceglierei l’astensione. Da un lato il provvedimento è giusto, perché elimina un privilegio, la possibilità di usufruire di una lauta entrata anche per pochi giorni di mandato; dall’altro l’argomento del privilegio pare solo il mezzo per colpire un capro espiatorio, la casta dei politici, senza che ciò abbia una significativa incidenza economica: si parla di 40 milioni di euro in un anno su un bilancio statale di 850 miliardi. Si dice: è una misura di valore simbolico. Solo che questo simbolico è ambiguo, perché l’avversione al politico prevale sull’avversione al privilegiato. Appena si cambia categoria, il privilegio torna ad andar bene, tanto che il ministro dell’interno teorizza che i ricchi meritano di pagare meno tasse; suo programma è la flat tax, che appiattisce le aliquote e riduce di fatto le tasse ai ricchi; lo stesso ministro propone di togliere ogni limite alla circolazione del contante, un limite che serve per contrastare il riciclaggio e l’evasione fiscale. Il taglio dei vitalizi non avviene entro una strategia di redistribuzione del reddito, semmai del contrario, e questo determina il suo significato simbolico.

Discutibile poi è la direzione del provvedimento: una equità negativa. Nel 1969, fu approvato una importante riforma delle pensioni. La nuova legge sanciva il passaggio dal calcolo contributivo al calcolo retributivo. La pensione invece di essere calcolata sui contributi pagati durante tutta la carriera lavorativa, veniva calcolata sugli ultimi anni di stipendio. In tal modo, si andava a sanare la situazione di molti lavoratori che avevano lavorato in nero per molti anni o erano stati disoccupati e non avevano potuto maturare i contributi necessari per avere una pensione decente. Inoltre, con il nuovo sistema si creava una solidarietà intergenerazionale: i lavoratori attivi mantenevano i pensionati e a loro volta sarebbero stati mantenuti dai futuri lavoratori, mentre con il contributivo ciascuno doveva mantenersi da solo con quanto aveva potuto versare. Infine, la pensione che ne risultava era più alta.

Nel 1995, fu fatta una riforma del gambero, che riportò la previdenza al calcolo contributivo. Perché, si diceva, il sistema non era più sostenibile, le classi abbienti non volevano più mantenerlo, c’erano i fondi privati da promuovere, c’era la disoccupazione strutturale che faceva mancare i contributi necessari. La riforma fu pensata in tempi e modi graduali, per permettere ai lavoratori più prossimi alla pensione di usufruire ancora del retributivo e rinviare il calcolo contributivo ai lavoratori più giovani. La dilazione permise la vittoria dei si nel referendum sindacale. Le pensioni dei parlamentari, però, continuarono ad essere calcolate con il retributivo, fino al 2011-2012, quando il governo Monti, riformò anche queste.

Rimangono i vitalizi precedenti calcolati con il retributivo, così come rimangono le pensioni precedenti la riforma Dini o comprese nel periodo di transizione. Il ricalcolo delle prime può, in teoria, aprire la strada al ricalcolo delle seconde. L’intervento retroattivo è ritenuto da molti incostituzionale. Quel che inoltre va male è l’affermarsi definitivo del parametro contributivo in una situazione in cui, tra precariato, disoccupazione e lavoro in nero, si riproducono situazioni simili a quelle precedenti il 1969 di lavoratori che non ce la fanno a maturare i contributi necessari per una buona pensione, mentre una nuova classe politica ostenta austerità, come principio di legittimazione per chiedere sacrifici al popolo: non puoi tagliare le pensioni agli altri se non tagli la tua. Giusto, ma sono i tagli e i sacrifici ciò che vogliamo?

Questo governo è peggio dell’ipocrisia

Lega.M5S

Difficile, da parte mia, pensarmi come oppositore del governo giallo-verde (o giallo-blu), così come s’intende l’opposizione in un regime di democrazia parlamentare, nel quale governo e opposizione divergono negli indirizzi politici, ma convergono nei comuni riferimenti di valore costituzionale. Abbiamo noi di sinistra, quella sinistra che si ispira al liberalismo, al socialismo, al cattolicesimo democratico, valori in comune con un governo che lascia i migranti in mare e che ha come uomo forte un ministro che vuole schedare i rom o ripristinare le case chiuse e ne fa un punto distintivo della sua identità?

Alla protesta contro la politica incarnata dal ministro dell’interno Matteo Salvini, si è mossa una obiezione: il precedente governo italiano e gli altri governi europei non sono meglio. Il predecessore Marco Minniti ha limitato con un codice di condotta l’azione di soccorso delle ong nel Mediterraneo e si è accordato con le milizie libiche per trattenere i migranti in Libia, paese nel quale il rispetto dei diritti umani non è garantito, come denuncia Amnesty International. Gli altri governi europei hanno più volte chiuso porti e frontiere e, tutti insieme, hanno lasciato sola l’Italia di fronte all’emergenza migratoria africana. La Lega al governo, dunque, non porterebbe nulla di nuovo, se non il superamento dell’ipocrisia. Trovo questo ragionamento giusto solo in parte.

Le politiche di chiusura messe in atto dai governi democratici in Italia e in Europa, che non ho mai condiviso, sono state dettate, non da un artificio politico in situazioni gestibili, ma da circostanze critiche. Minniti ha dovuto fronteggiare 24 navi in un giorno, con i flussi in costante aumento. Salvini ha chiuso i porti con i flussi in drastico calo e di fronte ad una sola nave. Non è questa una giustificazione o una difesa del PD, ma la segnalazione di una differenza, che ha pure avuto il suo riscontro nelle contraddizioni in seno al governo di allora: quando Minniti ebbe l’idea di chiudere i porti, gli si oppose il ministro delle infrastrutture Graziano Del Rio. Oggi, non c’è un Del Rio nel governo Lega-M5S.

Un’altra differenza è che il precedente governo italiano e gli altri governi democratici europei hanno adottato politiche di chiusura, senza baldanza, senza rivendicazioni, quasi con vergogna, sotto la pressione delle destre xenofobe, per sfiducia nella razionalità collettiva e per una propria insufficiente autonomia culturale. Il ministro leghista vede nella paura popolare un bacino di consenso, tanto da volerla alimentare. Il ministro democratico vede invece un problema, da affrontare per come è capace, anche con espedienti che emulano la politica leghista, secondo una vecchia idea: per arginare il fascismo ci vuole un po’ di fascismo. L’argine si è rivelato una diga bucata.

Tra i buchi della diga c’è anche la perdita del senso di queste differenze, che porta ad aggravare il giudizio sui governi democratici e a relativizzare il giudizio sui governi che tendono al fascismo o persino a considerarli come fossero un proficuo chiarimento. L’ipocrisia, un omaggio che il vizio rende alla virtù, non è il peggiore dei mali e, in certa misura, permette di convivere. L’ipocrita conosce i valori sani; li ritiene egemoni nell’ambiente in cui si muove e non si propone di sovvertirli. Quei valori continuano ad essere un richiamo efficace per criticare il comportamento incoerente e perciò nascosto o mitigato dell’ipocrita. Il superamento dell’ipocrisia è buono solo se corregge i comportamenti e li allinea ai valori. Se invece rovescia i valori e li allinea ai comportamenti corrotti, fa venire meno le basi comuni della convivenza.

La legge del capotreno

Italo

Un treno ad alta velocità della compagnia Italo, diretto da Napoli a Torino, viaggia con 55 minuti di ritardo. Alla stazione centrale di Milano, sera inoltrata, i passeggeri in attesa di andare a Torino devono rassegnarsi ad aspettare almeno un’ora, se non fosse che, nel frattempo, sopraggiunge un treno della stessa compagnia proveniente da Roma, previsto in arrivo ad un orario antecedente, ma in ritardo di 130 minuti. Così, i passeggeri in partenza per Torino pensano di poter salire sul treno appena arrivato. L’aspettativa è ragionevole, tuttavia, deve fare i conti con il capotreno.

L’impressione è che il capotreno non abbia una direttiva precisa per gestire la situazione e si affidi al suo temperamento. Se è ragionevole, verificherà la disponibilità dei posti e, se possibile, rimedierà al disagio provocato dai ritardi della sua compagnia ad alta velocità. Se è irragionevole, vorrà applicare qualche regola predeterminata, anche se insensata nella circostanza, e darà luogo a qualche scena del film La legge è legge. L’irragionevole flessibile distinguerà i biglietti modificabili (i più costosi), da quelli non modificabili (i più economici), per far accedere solo i primi e far pagare un supplemento ai secondi o tenerli a terra. Un’irragionevole inflessibile farà rispettare le prenotazioni così come sono. Nel caso di un treno in partenza da Torino per Napoli, trovatosi ad ereditare i passeggeri del precedente treno per Salerno in estremo ritardo, il capotreno accettò di far salire solo quelli diretti fino a Milano. La scelta aveva senso, perché da Milano in poi, era complicato valutare la disponibilità dei posti. Ma al rientro, quando l’ultima stazione è Torino, la valutazione è molto semplice.

Le valutazioni del capotreno sono poco serene, perché mentre egli valuta, subisce l’assedio degli aspiranti passeggeri. Assediati sono pure i controllori alle altre porte del treno, i quali chiedono istruzioni al capotreno via telefono, aggravandone lo stress. Se a sbarrare controvoglia il passo è una controllora, l’utenza mostra più insofferenza. Il capotreno sente messa in gioco la sua autorità, gli aspiranti passeggeri sono esasperati, le voci si alzano. Nei vari drappelli assedianti si forma un’ala dura, che esige di poter salire al limite della prova di forza, dato che non esiste una buona ragione per stare a terra e i dinieghi del capotreno sembrano soltanto burocratici. Si forma poi un’ala trattativista, che cerca di placare gli animi, ristabilire l’autorità del capotreno, quindi spiegargli gentilmente che il suo diniego è immotivato. Una terza componente sta in attesa. Di questa, alcuni sono rassegnati a subire l’ottusità dell’autorità, altri assumono uno spirito di riserva e si tengono pronti ad intervenire come rinforzo, se necessario. Infine, ci sono quelli che salgono con nonchalanche, pensando di affrontare eventualmente la discussione sul treno in viaggio; la mossa ha dalla sua il vantaggio del fatto compiuto e lo svantaggio dell’isolamento. Nella controversia, molto si gioca negli ultimi istanti, quando scatta il verde, il treno sta per partire e la pressione aumenta. Nei casi cui ho assistito, il gruppo riesce finalmente a salire, ma è possibile che molte altre volte l’esito sia diverso e dipenda dalle personalità in gioco.

Può essere la stessa cosa accada per Trenitalia. In genere, le due compagnie concorrenti hanno orari e ritardi sovrapposti. Ad essere strano è che il capotreno non abbia una linea prestabilita dalla compagnia, per gestire queste situazioni; ad ogni ritardo, fare il necessario per rimediare al disagio dell’utenza dovrebbe essere la linea più ovvia e sensata, ma non mi stupirei se valesse l’altra idea: quella di cogliere l’occasione delle proprie mancanze, per provare a vendere supplementi e integrazioni. Va detto che per i ritardi superiori ad un’ora, Italo promette un parziale rimborso del biglietto su un fondo disponibile per i registrati al sito della compagnia, da spendere nell’acquisto di altri biglietti.

Il carro degli ammiratori del vincitore

Carro

In questi giorni, come in passato, mi capita di ascoltare o leggere da parte di giornalisti, notisti e commentatori parole di ammirazione per il leader politico ritenuto vincente: un personaggio apprezzato per il solo fatto che sta vincendo, lodato per aver azzeccato questa e quella mossa, per l’abilità di manovra, il coraggio, la grinta, la capacità di comunicare, tenere la scena, prevalere e prevaricare sugli altri. Pare un tentativo dissimulato di salire sul carro del vincitore; intanto forma un carro di ammiratori.

Il loro modo di giudicare vuole essere analitico, tecnico e distaccato, separato dalla valutazione di merito sull’opera del politico vincente, che magari en passant si dice di disapprovare, per poi derubricare tale valutazione a opinione personale, che adesso non c’entra. C’entra ostentare la capacità di stimare in modo oggettivo l’avversario, anche il peggiore tra gli avversari, se risulta il migliore tra i competitori, poiché la vera misura di valore politico è l’efficacia: si, forse ha fatto del male, ma ha saputo farlo proprio bene e con gran successo. L’opinione personale di merito torna poi in auge solo per criticare gli oppositori inefficaci del leader efficace, in genere, ipocriti, isterici o anime belle.

L’efficacia del personaggio è misurata sulla sua capacità di ottenere consenso e potere. Finché riesce ad aumentarlo o a mantenerlo è bravo. Dopo eventualmente diventa uno che sbaglia e non capisce più. Si tratta di un metro di tipo autoreferenziale, che può elogiare qualsiasi pifferaio magico con un po’ di talento. Se poi il tale, crei problemi o li risolva, rientra tra le opinioni irrilevanti, che non dovrebbero fare ombra alla superiore ammirazione per l’efficacia. Giudicare in modo così disimpegnato (e opportunistico) è adatto per valutare le performance di un goleador, meno quelle di un leader. Esperti e tifosi di una competizione sportiva fanno parte di un mondo a sé e considerano solo le prestazioni. Esperti e simpatizzanti di una competizione politica sono in relazione con il mondo fuori di sé; occorre, quindi, sappiano badare anche alle conseguenze e alle prospettive.

Un leader credo sia davvero efficace quando associa l’abilità di manovrare e comunicare alla capacità di avere una visione e una direzione orientata al bene comune o almeno ad un bene prevalente. Una dote superflua quando si gioca a calcio o a poker, ma necessaria quando si fa politica, dove il successo personale ha senso quando è parte della soluzione dei problemi, non parte della creazione di problemi volti a giustificare se stesso. Ci ricordiamo di un leader perché ha abolito la schiavitù, di un altro perché ha superato la grande depressione, di un altro perché ha liberato il suo paese dal colonialismo, un altro dalla segregazione razziale. Altri per avere costruito lo stato sociale, realizzato riforme che hanno migliorato le condizioni di vita di milioni di persone. Ci ricordiamo anche leader conservatori che hanno vinto per sé e per tutti. Avevano qualità tattiche e oratorie, ma non erano le più importanti. E tra gli estimatori, trovavano scrittori, giornalisti, simpatizzanti, che si assumevano la responsabilità delle proprie opinioni.

Via Giorgio Almirante a Roma nella nebbia revisionista. L’inversione a U della sindaca Virginia Raggi

Virginia Raggi intervistata da Bruno Vespa - Porta a porta 15-06-2018

Roma ha rischiato di avere una via titolata a Giorgio Almirante, perché in Campidoglio il partito dei Fratelli d’Italia, erede del MSI, lo ha proposto e la maggioranza dei 5 stelle lo ha accettato. Interpellata da Bruno Vespa, la sindaca Virginia Raggi è caduta con imbarazzo dalle nuvole, ma in prima battuta si è detta d’accordo con l’autodeterminazione sovrana del consiglio comunale. Solo il giorno dopo, in risposta alle proteste della società civile democratica, la sindaca ha promosso una mozione che vieta la titolazione delle vie e delle piazze della città a personalità compromesse con il fascismo e il razzismo. Tuttavia, la destra neofascista, per un giorno, sotto l’amministrazione a 5 stelle, si è avvicinata al suo obiettivo ancor meglio di Gianni Alemanno nel 2008, bloccato dal diniego della comunità ebraica.

Repubblica Roma

Una maggioranza incolta rivela di essere una condizione più propizia di una maggioranza di destra, per far passare titoli e targhe in omaggio al fascismo. Cosa può aver pensato un consigliere pentastellato? Che Giorgio Almirante fu una qualsiasi figura rispettabile della prima repubblica (sua era la politica del doppiopetto), il segretario di un partito storico rappresentante un pezzo di società con diritto ad una presenza simbolica tra le insegne della città, al pari di altri uomini di partito. Nel fare di ogni erba un fascio, secondo la presente visione qualunquista, oggi sono tutti ladri e corrotti, ieri tutti padri nobili, senza discriminanti di valore.

In effetti, la deriva revisionista e pacificatrice degli anni ‘80 e ‘90, influenzò pure esponenti della sinistra. Fu il segretario socialista Bettino Craxi, nel 1983, a rompere l’arco costituzionale, per voler consultare l’MSI, come ogni altro partito, nella formazione del suo primo governo. Fu il presidente della camera Luciano Violante, nel 1998, in occasione del decennale della morte di Almirante, a qualificare l’ex leader missino come un uomo che seppe condurre nell’alveo della democrazia quegli italiani che non si riconoscevano nell’Italia repubblicana del 1948, quasi fosse il Togliatti della destra. Fu il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, nel 2014, in occasione del centenario della nascita del leader neofascista, ad inviare un messaggio alla signora Assunta Almirante, nel quale affermava che Giorgio Almirante è stata espressione di una generazione di leader di partito che, pur da posizioni ideologiche profondamente diverse, hanno saputo confrontarsi mantenendo reciproco rispetto, a dimostrazione di un superiore senso dello Stato che ancora oggi rappresenta un esempio. Con parole così, una via se la merita, ma Almirante non espresse, né praticò mai, una adesione strategica ai valori della democrazia repubblicana.

Giorgio Almirante Vittoria in Sicilia 1971

Parlano in questo senso, non solo i suoi precedenti alla liberazione: l’adesione attiva al manifesto e alla rivista In difesa della razza, il suo operato nella RSI, che condanna a morte i renitenti alla leva, ma pure i suoi conseguenti nell’Italia repubblicana: l’apologia del fascismo; il rinvio a giudizio per favoreggiamento aggravato a seguito della strage di Peteano a cui ha potuto sottrarsi grazie all’immunità parlamentare, la contiguità con gli ambienti dell’eversione nera e della P2; la solidarietà con il golpe in Cile di Pinochet; il suo ispirarsi ai regimi dei colonnelli in Grecia, di Franco in Spagna e Salazar in Portogallo; le sue parole offensive contro la Resistenza, ancora due anni prima della morte nel 1986, al teatro lirico di Milano. Il tutto assorbito in una lettura indifferenziata dei conflitti politici e sociali della storia d’Italia.

Dalla miscela di revisionismo e qualunquismo può emergere il grezzo partito pigliatutto di Luigi Di Maio, che cita Berlinguer e Almirante, oltre a tutta la DC, come riferimenti storici, per il pantheon del suo movimento. Nel M5S, in effetti, convivono gli eredi di tutti, ma comporre un pantheon, con dei leader storici, significa individuare un senso che li unisce e questo senso, per adesso, è solo l’essere né carne, né pesce, persino rispetto ai fondamenti della repubblica democratica. Alcuni leader hanno fatto dei danni, altri no; alcuni hanno avuto significato oltre i confini del proprio partito, per via del loro pensiero, della loro opera, altri no. Così, il solo criterio della spartizione è inadatto a comporre il pantheon di un grande movimento come pure la toponomastica di una grande città.

Per contrastare i trafficanti in modo civile, liberalizziamo le migrazioni dei poveri

Rifugiati in Europa ogni mille abitanti

Il governo italiano ha mostrato un difetto di civiltà e di umanità, nel chiudere i porti ad una nave di soccorso volontario, operante nel Mediterraneo, carica di migranti naufraghi, tra cui minori, bambini, donne e donne incinta; 639 persone che hanno sofferto dure condizioni di detenzione in Libia, lo shock e la disidratazione per il viaggio ed il naufragio, obbligate dalle nostre autorità ad una prolungata e non necessaria permanenza in mare, su una barca capiente per cinquecento passeggeri, in condizioni di maltempo.

Il governo italiano ha, inoltre, mostrato un difetto di dignità, nel pretendere che a farsi carico dei naufraghi migranti fosse Malta, un’isola di 316 kmq e mezzo milione di abitanti, che già ospita 18 rifugiati ogni mille abitanti, contro i due per mille dell’Italia. Il nostro paese, uno dei più grandi e importanti d’Europa, membro del G7, ha intrapreso un braccio di ferro con una piccola isola. Poi, ha cantato vittoria per il gesto di saggezza umanitaria compiuto dal nuovo governo socialista spagnolo disponibile ad accogliere la nave dei migranti a Valencia, un porto distante quattro giorni di viaggio, per 1500 km dalla posizione della nave, contro i 40 km di distanza dal porto di Messina. Una sofferenza inutile per i migranti, accompagnati da due navi della marina italiana; uno spreco di risorse a scapito di altri naufraghi che, nel frattempo, avrebbero potuto essere salvati da questi mezzi.

Malta Valencia

Nonostante l’assurdità della situazione e la mancanza di umanità e dignità del governo italiano, la sua mossa di chiusura può far leva sui sentimenti irrazionali che pervadono parte dell’opinione pubblica: l’avversione e la paura nei confronti dei migranti percepiti come invasori di un paese in crisi, lasciato solo dall’Europa. In realtà, proprio in questi anni di crisi, senza riceverne particolare danno, l’Italia ha fronteggiato la pressione migratoria dal Mediterraneo, intensificatasi dopo l’abbattimento del regime di Gheddafi; ha salvato molte vite umane con la sua marina militare ed è stata aiutata in modo indiretto dall’Europa, mediante aiuti economici e la sottrazione delle spese di gestione dai vincoli di bilancio, ragion per cui, ciò che si risparmierebbe sui migranti, non potrebbe essere speso altrimenti, perché verrebbero a mancare le coperture.

La questione è culturale: la convivenza con la diversità; non economica e materiale: le spese sono sostenibili ed i migranti, risorsa economica, si ripagano da sé, anche con gli interessi e suppliscono al nostro declino demografico. Redistribuire l’impatto dei flussi migratori vuol dire così redistribuire il peso della convivenza culturale. Le migrazioni sono un fenomeno globale ed epocale a cominciare dal dopoguerra. Oggi i flussi investono l’Italia e altri paesi costieri; in passato hanno investito gli altri grandi paesi europei, che continuano ad avere più immigrati di noi, compresa la Spagna, senza che l’Italia contribuisse alla redistribuzione. Anzi, ha contribuito, e ancora contribuisce, all’emigrazione. Su questo fronte, davvero, il vittimismo italiano è poco onorevole. Tuttavia, è sensato e lungimirante, immaginare da ora in poi una gestione europea dei flussi migratori, per alleviare l’impatto su ogni singolo paese. Peccato che il nostro governo si stia alleando in Europa, proprio con gli stati, tipo quelli dell’est, i quali preferiscono che ciascuno si faccia il suo recinto di filo spinato. Perché questo, nell’immediato, è ciò che dà soddisfazione alla xenofobia.

L’ostilità verso i migranti si ammanta di una retorica nobilitante. Contrastare l’immigrazione sarebbe rifiutare la deportazione degli schiavi, lo sfruttamento dei capitalisti, il traffico degli scafisti, e un vago e imprecisato business. Ma, per salvarli da trafficanti e sfruttatori, non occorre lasciare affogare i migranti in mare, farli morire nel deserto, imprigionarli negli hotspot, basta condividere con loro libertà, tutele e diritti: permettergli di raggiungerci con gli aerei e le navi che prenderemmo noi per andare in un altro paese; registrare e regolarizzare gli arrivi, concedere visti, permessi di soggiorno, di uno o due anni, per cercare un lavoro regolare, e aprire alla cittadinanza. Le migliaia di euro oggi investite in viaggi clandestini, lunghi e pericolosi, potrebbero tenerseli per contribuire a mantenersi nei primo anno. Si può proporre come requisito, che giungano con la disponibilità di una certa cifra, cinque, diecimila euro.

Queste persone, potrebbero così decidere di tornare indietro se non riescono ad inserirsi, mentre oggi si trattengono in ogni caso, per la paura di non poter eventualmente ritornare. E potrebbero anche circolare per l’Europa e trasferirsi in altri paesi. Il pretesto con cui la Francia e l’Austria li respingono alle frontiere è che non sono con certezza identificabili. Ma in un sistema di libera circolazione, non occorre nascondere l’identità per il timore di essere rimpatriati. Questo sistema, se siamo in vena di forzature e atti unilaterali, possiamo iniziare a praticarlo noi. È più umano, civile e dignitoso, che prendere in ostaggio i naufraghi migranti e giocare a poker sulla loro pelle. Se permettessimo una libera migrazione legale, avremmo la legittimità morale di contrastare l’immigrazione davvero clandestina. Una legittimità morale che oggi non abbiamo.

Il governo delle culture ostili

Governo Conte

Di fronte al governo giallo-verde (o giallo-blu) provo un filo di curiosità. È un governo nuovo, con una formula politica inedita, l’alleanza Lega-M5S, un personale politico quasi del tutto sconosciuto, un presidente del consiglio passato dall’anonimato alla guida del governo, un programma, chiamato contratto, con propositi di cambiamento su questioni importanti: l’Europa, l’immigrazione, il sistema fiscale, le pensioni e il reddito di cittadinanza. Fa tornare la voglia di dare una sfogliata ai giornali.

Naturalmente, provo anche qualche gomitolo di preoccupazione, per le culture ostili che animano i due nuovi partiti di governo: xenofoba la Lega, qualunquista il M5S, nazionalisti e sessisti entrambi. Nell’insieme culture di destra, che in Europa s’incontrano con le forze avverse al liberalismo, al socialismo, alla convivenza delle differenze. In queste culture, affiorano venature di sinistra, quando tali forze rappresentano la parte debole in un conflitto: i debitori vs i creditori, la nazione vs la globalizzazione, il piccolo imprenditore vs la grande multinazionale, il precario vs il garantito, ma la pratica a cui poi si affidano rimane la guerra tra poveri e la prospettiva che indicano è la chiusura. L’idea di ritrovarsi circondati dal filo spinato è inquietante.

Il contrasto degli obiettivi dichiarati nel cosiddetto contratto è un’ulteriore motivo per incuriosirsi e preoccuparsi. La flat tax, che appiattisce le aliquote contro il principio di progressività fiscale, riduce il contributo dei ricchi e le entrate dello stato; invece il reddito di cittadinanza o altra forma di sostegno alla disoccupazione, e l’abolizione o correzione della legge Fornero, dovrebbero aumentare le risorse per i poveri, quindi le spese dello stato. La contraddizione si può risolvere nella rinuncia ad uno dei due obiettivi o nella spesa in deficit a danno delle generazioni future e al costo di un conflitto con l’Europa, che può finire come la capitolazione greca o con un salto nel buio di qualche piano B. La vecchia scommessa, per la quale la riduzione delle tasse aumenterebbe investimenti e consumi, quindi sviluppo e ricchezza, non ha avuto finora molte conferme e forse sarebbe il caso di risparmiarci questo ulteriore tentativo.

Con ciò, penso possiamo essere vigili, senza alimentare una spirale della paura, nella quale ci allarmiamo per una politica allarmista e ci eccitiamo per una politica eccitata. Siamo sopravvissuti ai governi di Berlusconi, Bossi e Fini, che per cultura, personale politico, potere mediatico, intrecci oscuri, erano peggio di questo. Migliori sono stati forse i governi centrati sul PD, però sempre interni al ciclo lungo del liberismo e del monetarismo, con un margine di temperamento sempre più debole e rinunciatario o persino attivamente subalterno. È significativo che i democratici abbiano rinunciato a svolgere un ruolo per impedire la formazione di un governo Lega-M5S. La componente renziana ha persino tifato per questo esito, con l’idea di puntare sulla politica dei popcorn, una linea di opposizione che spera di assistere al fallimento del governo e, per riflesso automatico, di prendersi la rivincita. Una posizione irresponsabile, eppure apertamente ostentata, troppo prevedibile nella sua puerilità, tale da smorzare sul nascere qualsiasi curiosità. Ma una opposizione per vigilare è necessaria.