Il governo delle culture ostili

Governo Conte

Di fronte al governo giallo-verde (o giallo-blu) provo un filo di curiosità. È un governo nuovo, con una formula politica inedita, l’alleanza Lega-M5S, un personale politico quasi del tutto sconosciuto, un presidente del consiglio passato dall’anonimato alla guida del governo, un programma, chiamato contratto, con propositi di cambiamento su questioni importanti: l’Europa, l’immigrazione, il sistema fiscale, le pensioni e il reddito di cittadinanza. Fa tornare la voglia di dare una sfogliata ai giornali.

Naturalmente, provo anche qualche gomitolo di preoccupazione, per le culture ostili che animano i due nuovi partiti di governo: xenofoba la Lega, qualunquista il M5S, nazionalisti e sessisti entrambi. Nell’insieme culture di destra, che in Europa s’incontrano con le forze avverse al liberalismo, al socialismo, alla convivenza delle differenze. In queste culture, affiorano venature di sinistra, quando tali forze rappresentano la parte debole in un conflitto: i debitori vs i creditori, la nazione vs la globalizzazione, il piccolo imprenditore vs la grande multinazionale, il precario vs il garantito, ma la pratica a cui poi si affidano rimane la guerra tra poveri e la prospettiva che indicano è la chiusura. L’idea di ritrovarsi circondati dal filo spinato è inquietante.

Il contrasto degli obiettivi dichiarati nel cosiddetto contratto è un’ulteriore motivo per incuriosirsi e preoccuparsi. La flat tax, che appiattisce le aliquote contro il principio di progressività fiscale, riduce il contributo dei ricchi e le entrate dello stato; invece il reddito di cittadinanza o altra forma di sostegno alla disoccupazione, e l’abolizione o correzione della legge Fornero, dovrebbero aumentare le risorse per i poveri, quindi le spese dello stato. La contraddizione si può risolvere nella rinuncia ad uno dei due obiettivi o nella spesa in deficit a danno delle generazioni future e al costo di un conflitto con l’Europa, che può finire come la capitolazione greca o con un salto nel buio di qualche piano B. La vecchia scommessa, per la quale la riduzione delle tasse aumenterebbe investimenti e consumi, quindi sviluppo e ricchezza, non ha avuto finora molte conferme e forse sarebbe il caso di risparmiarci questo ulteriore tentativo.

Con ciò, penso possiamo essere vigili, senza alimentare una spirale della paura, nella quale ci allarmiamo per una politica allarmista e ci eccitiamo per una politica eccitata. Siamo sopravvissuti ai governi di Berlusconi, Bossi e Fini, che per cultura, personale politico, potere mediatico, intrecci oscuri, erano peggio di questo. Migliori sono stati forse i governi centrati sul PD, però sempre interni al ciclo lungo del liberismo e del monetarismo, con un margine di temperamento sempre più debole e rinunciatario o persino attivamente subalterno. È significativo che i democratici abbiano rinunciato a svolgere un ruolo per impedire la formazione di un governo Lega-M5S. La componente renziana ha persino tifato per questo esito, con l’idea di puntare sulla politica dei popcorn, una linea di opposizione che spera di assistere al fallimento del governo e, per riflesso automatico, di prendersi la rivincita. Una posizione irresponsabile, eppure apertamente ostentata, troppo prevedibile nella sua puerilità, tale da smorzare sul nascere qualsiasi curiosità. Ma una opposizione per vigilare è necessaria.

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