Via Giorgio Almirante a Roma nella nebbia revisionista. L’inversione a U della sindaca Virginia Raggi

Virginia Raggi intervistata da Bruno Vespa - Porta a porta 15-06-2018

Roma ha rischiato di avere una via titolata a Giorgio Almirante, perché in Campidoglio il partito dei Fratelli d’Italia, erede del MSI, lo ha proposto e la maggioranza dei 5 stelle lo ha accettato. Interpellata da Bruno Vespa, la sindaca Virginia Raggi è caduta con imbarazzo dalle nuvole, ma in prima battuta si è detta d’accordo con l’autodeterminazione sovrana del consiglio comunale. Solo il giorno dopo, in risposta alle proteste della società civile democratica, la sindaca ha promosso una mozione che vieta la titolazione delle vie e delle piazze della città a personalità compromesse con il fascismo e il razzismo. Tuttavia, la destra neofascista, per un giorno, sotto l’amministrazione a 5 stelle, si è avvicinata al suo obiettivo ancor meglio di Gianni Alemanno nel 2008, bloccato dal diniego della comunità ebraica.

Repubblica Roma

Una maggioranza incolta rivela di essere una condizione più propizia di una maggioranza di destra, per far passare titoli e targhe in omaggio al fascismo. Cosa può aver pensato un consigliere pentastellato? Che Giorgio Almirante fu una qualsiasi figura rispettabile della prima repubblica (sua era la politica del doppiopetto), il segretario di un partito storico rappresentante un pezzo di società con diritto ad una presenza simbolica tra le insegne della città, al pari di altri uomini di partito. Nel fare di ogni erba un fascio, secondo la presente visione qualunquista, oggi sono tutti ladri e corrotti, ieri tutti padri nobili, senza discriminanti di valore.

In effetti, la deriva revisionista e pacificatrice degli anni ‘80 e ‘90, influenzò pure esponenti della sinistra. Fu il segretario socialista Bettino Craxi, nel 1983, a rompere l’arco costituzionale, per voler consultare l’MSI, come ogni altro partito, nella formazione del suo primo governo. Fu il presidente della camera Luciano Violante, nel 1998, in occasione del decennale della morte di Almirante, a qualificare l’ex leader missino come un uomo che seppe condurre nell’alveo della democrazia quegli italiani che non si riconoscevano nell’Italia repubblicana del 1948, quasi fosse il Togliatti della destra. Fu il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, nel 2014, in occasione del centenario della nascita del leader neofascista, ad inviare un messaggio alla signora Assunta Almirante, nel quale affermava che Giorgio Almirante è stata espressione di una generazione di leader di partito che, pur da posizioni ideologiche profondamente diverse, hanno saputo confrontarsi mantenendo reciproco rispetto, a dimostrazione di un superiore senso dello Stato che ancora oggi rappresenta un esempio. Con parole così, una via se la merita, ma Almirante non espresse, né praticò mai, una adesione strategica ai valori della democrazia repubblicana.

Giorgio Almirante Vittoria in Sicilia 1971

Parlano in questo senso, non solo i suoi precedenti alla liberazione: l’adesione attiva al manifesto e alla rivista In difesa della razza, il suo operato nella RSI, che condanna a morte i renitenti alla leva, ma pure i suoi conseguenti nell’Italia repubblicana: l’apologia del fascismo; il rinvio a giudizio per favoreggiamento aggravato a seguito della strage di Peteano a cui ha potuto sottrarsi grazie all’immunità parlamentare, la contiguità con gli ambienti dell’eversione nera e della P2; la solidarietà con il golpe in Cile di Pinochet; il suo ispirarsi ai regimi dei colonnelli in Grecia, di Franco in Spagna e Salazar in Portogallo; le sue parole offensive contro la Resistenza, ancora due anni prima della morte nel 1986, al teatro lirico di Milano. Il tutto assorbito in una lettura indifferenziata dei conflitti politici e sociali della storia d’Italia.

Dalla miscela di revisionismo e qualunquismo può emergere il grezzo partito pigliatutto di Luigi Di Maio, che cita Berlinguer e Almirante, oltre a tutta la DC, come riferimenti storici, per il pantheon del suo movimento. Nel M5S, in effetti, convivono gli eredi di tutti, ma comporre un pantheon, con dei leader storici, significa individuare un senso che li unisce e questo senso, per adesso, è solo l’essere né carne, né pesce, persino rispetto ai fondamenti della repubblica democratica. Alcuni leader hanno fatto dei danni, altri no; alcuni hanno avuto significato oltre i confini del proprio partito, per via del loro pensiero, della loro opera, altri no. Così, il solo criterio della spartizione è inadatto a comporre il pantheon di un grande movimento come pure la toponomastica di una grande città.

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