Vitalizi e privilegi M5S

Se dovessi esprimere un voto sul taglio dei vitalizi agli ex parlamentari, sceglierei l’astensione. Da un lato il provvedimento è giusto, perché elimina un privilegio, la possibilità di usufruire di una lauta entrata anche per pochi giorni di mandato; dall’altro l’argomento del privilegio pare solo il mezzo per colpire un capro espiatorio, la casta dei politici, senza che ciò abbia una significativa incidenza economica: si parla di 40 milioni di euro in un anno su un bilancio statale di 850 miliardi. Si dice: è una misura di valore simbolico. Solo che questo simbolico è ambiguo, perché l’avversione al politico prevale sull’avversione al privilegiato. Appena si cambia categoria, il privilegio torna ad andar bene, tanto che il ministro dell’interno teorizza che i ricchi meritano di pagare meno tasse; suo programma è la flat tax, che appiattisce le aliquote e riduce di fatto le tasse ai ricchi; lo stesso ministro propone di togliere ogni limite alla circolazione del contante, un limite che serve per contrastare il riciclaggio e l’evasione fiscale. Il taglio dei vitalizi non avviene entro una strategia di redistribuzione del reddito, semmai del contrario, e questo determina il suo significato simbolico.

Discutibile poi è la direzione del provvedimento: una equità negativa. Nel 1969, fu approvato una importante riforma delle pensioni. La nuova legge sanciva il passaggio dal calcolo contributivo al calcolo retributivo. La pensione invece di essere calcolata sui contributi pagati durante tutta la carriera lavorativa, veniva calcolata sugli ultimi anni di stipendio. In tal modo, si andava a sanare la situazione di molti lavoratori che avevano lavorato in nero per molti anni o erano stati disoccupati e non avevano potuto maturare i contributi necessari per avere una pensione decente. Inoltre, con il nuovo sistema si creava una solidarietà intergenerazionale: i lavoratori attivi mantenevano i pensionati e a loro volta sarebbero stati mantenuti dai futuri lavoratori, mentre con il contributivo ciascuno doveva mantenersi da solo con quanto aveva potuto versare. Infine, la pensione che ne risultava era più alta.

Nel 1995, fu fatta una riforma del gambero, che riportò la previdenza al calcolo contributivo. Perché, si diceva, il sistema non era più sostenibile, le classi abbienti non volevano più mantenerlo, c’erano i fondi privati da promuovere, c’era la disoccupazione strutturale che faceva mancare i contributi necessari. La riforma fu pensata in tempi e modi graduali, per permettere ai lavoratori più prossimi alla pensione di usufruire ancora del retributivo e rinviare il calcolo contributivo ai lavoratori più giovani. La dilazione permise la vittoria dei si nel referendum sindacale. Le pensioni dei parlamentari, però, continuarono ad essere calcolate con il retributivo, fino al 2011-2012, quando il governo Monti, riformò anche queste.

Rimangono i vitalizi precedenti calcolati con il retributivo, così come rimangono le pensioni precedenti la riforma Dini o comprese nel periodo di transizione. Il ricalcolo delle prime può, in teoria, aprire la strada al ricalcolo delle seconde. L’intervento retroattivo è ritenuto da molti incostituzionale. Quel che inoltre va male è l’affermarsi definitivo del parametro contributivo in una situazione in cui, tra precariato, disoccupazione e lavoro in nero, si riproducono situazioni simili a quelle precedenti il 1969 di lavoratori che non ce la fanno a maturare i contributi necessari per una buona pensione, mentre una nuova classe politica ostenta austerità, come principio di legittimazione per chiedere sacrifici al popolo: non puoi tagliare le pensioni agli altri se non tagli la tua. Giusto, ma sono i tagli e i sacrifici ciò che vogliamo?