Sul caso Argento-Bennet

Jimmy Bennet e Asia Argento

Il New York Times ha ricevuto una mail criptata e anonima contenente documenti, foto e scambi tra avvocati, da cui si evince che il musicista Jimmy Bennet, un mese dopo la testimonianza di Asia Argento contro Harvey Weinstein pubblicata sul New Yorker, chiedeva all’attrice italiana un risarcimento di 3,5 milioni di dollari, per avere abusato di lui sessualmente il 9 maggio 2013 in un albergo a Marina del Rey (Los Angeles) in California. In via extragiudiziale, gli avvocati delle due parti si sono accordati per un pagamento di soli 380 mila dollari. In cambio dei soldi, Bennet rinuncia a denunciare Argento e cede a lei il copyright delle foto che li ritraggono insieme a letto dopo aver fatto sesso. L’accordo non prevede la clausola del silenzio sulla vicenda; la legge californiana non lo permette. L’ostacolo avrebbe potuto essere aggirato patteggiando l’accordo tra avvocati nello stato di New York, ma questa mossa sarebbe stata incoerente con la battaglia di Asia Argento, per la presa di parola pubblica sulle molestie, quindi fu da lei scartata.

La scelta di Asia Argento di pagare a Jimmy Bennet 380 mila dollari (una cifra molto inferiore ai 3,5 milioni da lui richiesti) dimostra la sua colpevolezza? All’epoca del loro incontro in albergo, lei aveva 37 anni, lui 17. L’età del consenso per la legge della California è 18 anni. Che il ragazzo fosse consenziente o meno, Asia Argento ha fatto sesso con un ragazzo di dieci mesi inferiore alla maggiore età; per lo stato della California, ha commesso un reato e, dunque, perderebbe l’eventuale causa. La polizia di Los Angeles ha precisato che Asia Argento non è indagata e non lo sarà se Jimmy Bennet, oggi 22enne, non sporge denuncia. Egli ha già denunciato nel 2014 i suoi genitori (madre e patrigno) per averlo messo fuori casa ed essersi trattenuti parte dei suoi averi. Ma ad oggi, non ha denunciato Asia Argento, né accettato di commentare la vicenda. Dai documenti ricevuti dal New York Times risulta che egli dichiari di essere rimasto traumatizzato dall’abuso che attribuisce all’attrice italiana e di aver fallito la sua successiva carriera d’attore a causa dei danni emotivi subiti.

Lo scoop del New York Times è rimbalzato sui media e sui social italiani in modo molto sensazionalistico, nella forma di un ribaltamento di ruolo: la vittima diventa carnefice; con tutto un corollario di accuse di ipocrisia e di incoerenza. La presunta vittima maschile non è stata sottoposta ad alcun processo virtuale: di lui non si dice che ha denunciato tardi, che è un attore fallito (un attricetto), che ha colto l’occasione per guadagnare un po’ di soldi e un po’ di fama, che è un ricattatore, un profittatore e via dicendo. Lei è stata rappresentata come fosse caduta nella polvere, nel fango. Evidentemente, tutti i precedenti insulti – prostituta, profittatrice, virago – l’avevano elevata alle stelle. A cogliere la palla al balzo è stata una prevedibile quanto meschina rivalsa maschile, perché Asia Argento è una donna simbolo del #metoo, il movimento delle donne che denuncia le molestie sessuali e il rapporto tra sesso e potere.

Seppure Asia Argento avesse commesso il più orrendo dei crimini, la causa del #metoo rimane valida e sacrosanta: una donna, una persona, ha piena e totale sovranità sull’integrità del proprio corpo; nessuno deve poterne abusare contro la sua volontà e il suo desiderio, soprattutto da una posizione di potere. Le accuse di moralismo sono accuse manipolatorie che mirano ad estendere le prerogative maschili sul corpo delle donne. L’eventuale incoerenza di una vittima non autorizza alcun abusante, né attenua il giudizio su di lui, tanto meno può limitare la libertà di parola delle vittime.

Tuttavia, stiamo parlando di fatti incomparabili con il caso Weinstein e con la realtà delle molestie sul lavoro. Asia Argento non ha edificato un sistema di abusi fondato sullo scambio tra sesso e potere; non poteva decidere sulla carriera del suo collega; non è stata accusata da decine di uomini; non poteva comprare la compiacenza di giudici e giornali; non aveva, nella circostanza, il controllo fisico della situazione; al limite, poteva esercitare una soggezione psicologica. Non voglio escludere in assoluto la possibilità di una donna violentatrice, ma sono poco propenso a crederci, come credo poco alla gravità di effetti emotivi traumatizzanti subiti da un uomo a causa dell’abuso di una donna. La scelta politica di credere alle donne che denunciano molestie e violenze, poiché sempre e sistematicamente screditate a priori, non implica credere alla denuncia di qualsiasi presunta vittima maschile. La parola di un uomo è sempre valsa di più della parola di una donna. Dunque, non c’è ragione di precipitarsi nel credere alla parola di un uomo che, peraltro, sta zitto.

È stata posta la questione, più volte in passato e tanto più adesso, se Asia Argento sia un simbolo degno del #metoo. Talvolta, se ne discute come se si trattasse del segretario di un partito, il quale può essere eletto o sfiduciato da un organismo direttivo o da una consultazione popolare, che magari subisce l’intraprendenza aggressiva di un leader che s’impone da sé. I simboli non sono cariche elettive e non si impongono in modo autoritario. Diventano tali, naturalmente, in modo casuale, per qualità proprie o per demonizzazioni avversarie. Funzionano bene come effige, tanto da volerli usare con o senza autorizzazione. Per ciò che mi riguarda, preferisco tenermeli cari. I simboli possono declinare, ma ha poco senso chiederne le dimissioni.

P.s. Appena finito di scrivere il post, leggo che Asia Argento smentisce di aver mai avuto rapporti sessuali con Jimmy Bennet.

La negazione del razzismo

Daisy Osakue

La negazione del razzismo si basa su una definizione statica e ristretta. In sostanza, dice: non siamo razzisti, perché non teorizziamo la superiorità di una razza sull’altra. Poiché tale teoria evoca gravi crimini storici, quasi nessuno è disposto a dichiararsi razzista e la stessa negazione del razzismo fa leva sul confronto con una fase storica culminante: non siamo razzisti, perché non riduciamo altre razze in schiavitù, non facciamo i pogrom, le leggi razziali, i campi di concentramento, i genocidi. Insomma, del razzismo, oggi, non ci sarebbe né la teoria suprematista, né la pratica politica discrinatoria e violenta.

Che a fasi storiche culminanti si sia giunti gradualmente e quindi sia importante riconoscere per tempo i segnali che possono precederle, non preoccupa i sostenitori della negazione. Essi oggi vedono solo una normale avversione nei confronti degli stranieri immigrati, per via di paure e insicurezze provocate dall’impoverimento della classe media. Le quali, in verità, furono già parte in causa con le tragedie storiche che non si vogliono rievocare A preoccupare i sostenitori della negazione, invece, è la collocazione rispetto al governo. Dire che c’è il razzismo significa danneggiare il governo M5s-Lega; dire che non c’è il razzismo significa invece favorire il governo M5s-Lega, oppure senza favorirlo, esprimere in primo luogo una contrarietà al PD e all’establishment della UE, della globalizzazione. Oltre, la volontà di difendere o non offendere l’immagine del governo, c’è poi un certo sentimento nazionale che vuole proteggere l’immagine degli italiani, per reggerne l’autostima collettiva.

Io penso che l’immagine dell’Italia la difendiamo meglio se mostriamo di riconoscere il nostro razzismo e di volerlo contrastare. Il razzismo c’è ed è tale indipendentemente dal governo, anche se questo governo, o la sua parte leghista, gli dà voce e volto, per averne il consenso, con il rischio di autorizzare comportamenti xenofobi sempre più pericolosi. L’anno scorso, l’ex direttore dell’Unità Peppino Caldarola scrisse un articolo dal titolo: L’estate in cui l’Italia oltrepassò il Rubicone del razzismo; negli stessi giorni il Corriere della Sera pubblicò una rassegna di notizie dal titolo: L’Italia razzista, cronache di un’estate di discriminazione. Al governo c’era il PD; il suo ministro dell’interno Minniti ostacolava le azioni di soccorso delle ONG e si accordava con le milizie libiche affinché trattenessero i migranti nel loro paese, senza garanzie per il rispetto dei diritti umani. Il tutto con un sostanziale consenso dell’opinione pubblica, costellato da episodi di intolleranza nei confronti degli immigrati. Episodi che insistono quest’anno.

Per ciascuna notizia di aggressione, si riproduce la discussione se si tratti di razzismo oppure no. I negatori preferiscono ignorare il clima di fondo e trattare il caso isolato, per dire di volta in volta che si tratta di squilibrati, cretini, burloni, cioé di individui definiti in modo tale da togliere qualsiasi significato politico e culturale all’intolleranza. Il copione si è ripetuto nel caso dell’uovo che ha quasi accecato Daisy Osakue, la campionessa discobola italo-nigeriana, aggredita a Moncalieri da un gruppo di giovani a bordo di un auto. Risolto il caso, alcuni giornalisti democratici, da Gilioli, a Colombo, a Mentana, hanno voluto certificare che il razzismo non c’entra nulla e sollecitare tutti a riconoscere altrettanto per essere intellettualmente onesti. Affermazioni probabilmente mosse dalla preoccupazione di apparire obiettivi nei confronti del governo e dei tanti follower filogovernativi.

Quello che sappiamo è che Daisy non è stata aggredita da un gruppo neonazista, che il gruppo ha colpito almeno un’altra donna prima di lei, forse un’anziano, e che i ragazzi arrestati hanno dichiarato di aver agito per goliardia. Ma tutto questo non permette di affermare che il razzismo non c’entra nulla. Cioè, di escludere che il colore della pelle di Daisy sia stato un motivo di attrazione, per chi andava in giro a lanciare uova in una zona frequentata da prostitute nigeriane. D’altra parte, il colore della pelle di Daisy è stato senz’altro motivo di attrazione, per tutti gli hater che l’hanno insultata e minacciata con chiari riferimenti alla sua origine. Il razzismo spontaneo dovrebbe preoccupare anche più del razzismo organizzato.

I bulli se la prendono con i più deboli. Con soggetti che sono tali individualmente o sul piano del rispetto sociale. Possono odiare o meno, ma sanno che se colpiscono un diverso, un pezzo di società sarà indulgente o farà persino il tifo per loro. E questo conta nella scelta del bersaglio. Il linguaggio dei bulli è spesso goliardico, fin dal nonnismo nelle caserme. Nelle loro motivazioni convergono facilmente sessismo, razzismo, omofobia, disprezzo per il diverso. Quando un gruppo di bulli se la prende con un disabile o con un obeso, capiamo bene che la condizione della vittima c’entra qualcosa e pure molto nell’essere presa a bersaglio dai bulli, anche se questi hanno aggredito in precedenza malcapitati normali, anche se dopo dichiarano di aver agito solo per divertirsi. Lo capiamo bene e non abbiamo un motivo politico per negare l’evidente o il molto probabile.

Ricordiamo il trattamento pubblico riservato alla prima ministra nera della Repubblica, Cecile Kyenge. Tra i suoi aggressori più importanti vi fu l’allora vicepresidente del senato Roberto Calderoli che la equiparò ad un orango tango. Egli si giustificò, per aver voluto fare solo una battuta; fu denunciato per razzismo ai sensi della legge Mancino, quella che oggi il ministro leghista Fontana vorrebbe abolire. Il senato, però, negò l’autorizzazione a procedere, anche con i voti della sinistra, perché le parole di lui erano censurabili, ma non razziste e poi perché lui le aveva chiesto scusa. Al solito, una cosa grave, ma non seria.

Il razzismo non è solo il teorizzare la superiorità della propria razza sulle altre. Cosa che, tuttavia, vive sottopelle nell’egoismo di gruppo e nella deumanizzazione degli altri. Cosa è equiparare gli africani alle scimmie? Per cosa accettiamo che i migranti, a decine di migliaia, muoiano in mare, nel deserto, subiscano stupri e torture nei campi di concentramento in Libia, in conseguenza delle nostre frontiere chiuse all’immigrazione, se non perché riteniamo le loro vite di minor valore rispetto alle nostre? D’altra parte, potremmo sopportare le sofferenze e la sorte dei migranti, senza svalutarli e spersonalizzarli?

Il razzismo è anche altre cose. È il ricondurre i caratteri e i comportamenti individuali al gruppo etnico di appartenenza. Succede quando diciamo che un africano manca di rispetto alle donne come portato della sua cultura o quando semplicemente pensiamo che africani e mediorientali non possano integrarsi nelle nostre società laiche e democratiche. Il razzismo è la concorrenza tra gruppi umani per l’accesso alle risorse. Succede quando diciamo prima gli italiani, quando vediamo nei migranti una minaccia per il nostro posto di lavoro, il nostro salario, l’assegnazione delle case popolari, o per i costi di mantenimento del nostro Welfare, nonostante gli immigrati arricchiscano la nostra economia. Il razzismo è il pregiudizio negativo nei confronti degli stranieri. Un pregiudizio che, per toni, parole, atteggiamenti, comportamenti, politiche, teorie, cambia di intensità, può essere più forte o più debole, ma non trova soluzione di continuità.