La politica non si fa in tribunale, ma nessun politico è al di sopra della legge

Giustizia

Alcuni oppositori democratici e di sinistra, talvolta con toni da tifosi, apprezzano la magistratura che procede contro la Lega e Matteo Salvini: per il caso della truffa dei 49 milioni di euro sottratti allo stato; per il sequestro dei migranti (secondo il capo di imputazione) trattenuti sulla nave Diciotti.

Altri oppositori, magari meno intransigenti con il governo in carica, perché più intransigenti con il governo precedente e con la UE, evocano il precedente del giustizialismo antiberlusconiano, per stigmatizzare le simpatie a favore della magistratura e predicano, con qualche ragione, che non si deve praticare la lotta politica per via giudiziaria: l’avversario va battuto sul campo del conflitto politico, non con gli avvisi di garanzia e le sentenze penali.

Per parte mia, non desidero che i miei avversari politici e neppure i miei nemici cadano per inchieste, processi e condanne giudiziarie. Perché, se anche cadano così, la loro cattiva causa sopravvive e, forse, persino si rafforza con un alone di martirio.

Tuttavia, non mi metto a difenderli dai magistrati o ad accusare la magistratura di fare politica o di non farla, cioé di non darsi criteri di opportunità. Non se li deve dare. Quando un magistrato ha una notizia di reato, ha l’obbligo di procedere con l’azione penale. I politici, anche se miei avversari o nemici, non sono al di sopra della legge, il consenso non dà diritto all’impunità. Per sottrarci ai problemi con la giustizia, disponiamo tutti di un metodo sicuro quanto basta: non commettere reati.

Chiusura dei negozi la domenica

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Sono abbastanza d’accordo con la proposta di chiudere i negozi e i centri commerciali la domenica e nei festivi, perché se il giorno di pausa settimanale non è uguale per tutti, alcuni lavoratori finiscono per non avere nessun giorno di pausa; è importante avere momenti di socialità familiare e soprattutto collettiva, dove in tanti possiamo ritrovarci per fare festa, sport, cultura; la socialità non deve essere per forza all’insegna del consumismo. Ciò, tuttavia, richiede una maggiore flessibilità degli orari di lavoro nei giorni feriali, per poter fare la spesa, sbrigare le commissioni, accedere alle poste e alla pubblica amministrazione.

I servizi indispensabili, i trasporti, la sanità, occorre siano garantiti. E si possono consentire, secondo me, tutte le attività concernenti la cultura, lo sport, la ristorazione, lo spettacolo, che fanno del giorno festivo una festa, non un qualsiasi giorno feriale. I lavoratori impiegati, per propria volontà e disponibilità, nei turni dei festivi devono essere pagati di più. Se orari e paghe hanno condizioni di base diseguali tra i lavoratori, temo ne indeboliscano il potere contrattuale. Dubito che il lavoro la domenica e nei festivi crei occupazione, almeno non più di quanto ne faccia perdere durante i giorni feriali.

Non penso tanto e solo a migliorare la socialità nelle singole famiglie, ma a far migliorare la socialità collettiva, il fatto che tante famiglie e tanti singoli convergano negli stessi luoghi un dato giorno. Che sia la messa, il cinema, il teatro, i musei, i giardini, le competizioni sportive. Luoghi ludici, culturali, religiosi, luoghi diversi dal centro commerciale. Ricordo, quando furono liberalizzati gli orari, pur godendone qualche vantaggio come consumatore, mi sentivo particolarmente contrario, perché lo vedevo come un passo ulteriore verso lo sfruttamento e la disgregazione. A me sembra sbagliato che la socialità sia organizzata e ruoti intorno all’acquisto superfluo e compulsivo. Come pure l’organizzazione urbana: quartieri dormitorio e grandi ipermercati fuori città. Meglio la diffusione dei negozi in tanti quartieri paese, che formano una città policentrica.

Molte festività sono a carattere religioso e qualcuno può simpatizzare per il loro superamento con spirito anticlericale. Come i cristiani hanno assorbito e risignificato le festività pagane, anche i laici e i progressisti possono riempire con i propri contenuti (se ne hanno o ne hanno ancora) le festività di origine religiosa. Credo sia meglio questo che preferire di vedere feste religiose snaturate e annullate dal capitalismo come fosse un male minore, anche perché in verità, penso che non lo sia: preferisco il luogo di culto al centro commerciale.

Si può salvare qualcosa della maschilità?

Armatura del cavaliere

Al netto di tutte le legittime e giuste critiche alla maschilità, c’è qualcosa di apprezzabile nei maschi, alcune qualità positive attribuibili al maschile? Oppure no, perché seppure se ne può dire qualcuna, si tratta di qualità attribuibili anche e forse meglio al femminile? C’è qualcosa di buono nella maschilità, qualcosa che si può salvare?

Una risposta nega il senso della domanda, perché vede il maschile e il femminile solo come costrutti sociali, stereotipi determinati dal patriarcato, e considera la natura ininfluente. Un punto di vista che appartiene alla razionalità moderna; contrappone natura e cultura e nella contrapposizione immagina la natura plasmata dalla cultura. Un modo di vedere prossimo all’ideale dell’uomo dominatore dell’ambiente, dettato dal patriarcato, non meno degli stereotipi.

All’origine di questa visione c’è pure l’idea che la differenza sia solo un dispositivo di ingiustizia e discriminazione. Tuttavia, l’indifferenziato può esserlo altrettanto; basti pensare all’equiparazione dell’età pensionabile o dei turni di notte, alla cosiddetta bigenitorialità, alle sentenze di separazione che tolgono i figli alle madri in nome della parità e del superamento dei ruoli sessuali, all’utero in affitto che cancella la maternità, per ridurre l’essere genitore agli elementi di esperienza intercambiabili tra padri e madri.

Altre risposte citano la semplicità, la linearità, l’ironia, la capacità di interpretare l’autorità. Qualità, in effetti, che non mi sono venute in mente, spesso ritenute più maschili che femminili, forse perché facilmente compromesse dal loro lato negativo: il semplicismo, lo schematismo, il sarcasmo, l’autoritarismo.

Il desiderio femminile nomina il corpo maschile: per quasi tutte le donne e per alcuni uomini, i maschi sono sessualmente attraenti. Un valore molto importante eppure circoscritto nel determinare la qualità delle relazioni. Ne beneficia solo una minoranza di uomini; una mia amica li stima al cinque per cento del sesso maschile. Per altre sarà di più o di meno. Resta da capire cosa può avere di interessante la grande maggioranza degli uomini che attraente non è.

Una qualità particolare, tra quelle indicate, è lo sprezzo del pericolo. Anche qui parliamo di una minoranza (eroica). Fu detto a proposito dei vigili del fuoco e volontari, quasi tutti uomini, intervenuti, forse sapendo di andare a morte certa, tra le macerie delle torri gemelle, l’11 settembre 2001, per recuperare corpi e sopravvissuti. Come non ricordare però, che a quei maschi valorosi corrisposero quegli altri maschi terroristi? Coraggiosi anche loro fino a suicidarsi per terminare la loro impresa criminale. Il coraggio temerario di molti uomini, può essere visto come un pregio o come l’aspetto pregevole di un difetto: gli uomini danno meno valore alla vita, quindi la mettono a repentaglio più facilmente; la propria e quella altrui.

La domanda, alla fine, per me rimane irrisolta, anche se provo a metterci una toppa, spero abbastanza decorosa: della maschilità salverei lo spirito cavalleresco, quell’insieme di attributi (generosità, cortesia, signorilità), che formano lo stesso senso di responsabilità. Non perché buono e perfetto in sé, ma perché è la cosa migliore che gli uomini maschi siano stati capaci di esprimere storicamente, forse proprio nell’incontro e nel riconoscimento dell’autorità femminile, come mi ha suggerito una storica femminista. Volendo ripensare la differenza maschile, questa è una base.

L’ideale cavalleresco suscita sospetto e diffidenza, perché evoca il fantasma del paternalismo e della presunzione di superiorità; penso sia un rischio inevitabile ogni volta che si sceglie di essere responsabili per gli altri. All’opposto si rischia l’irresponsabilità. Cavalleresco è non infierire sul prigioniero, sentirsi in dovere di soccorrere chi è in pericolo, arrendersi o fuggire senza viverlo come un disonore. E’ la matrice di molte convenzioni che provano a limitare la barbarie della guerra e a garantire il rispetto dei diritti umani.

Stupri italiani e stranieri

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Riguardo gli stupri e il confronto tra italiani e stranieri, alcuni evidenziano che in cifra assoluta stuprano di più gli italiani, altri che in percentuale stuprano di più gli stranieri. La verità è che il confronto è arbitrario ed è spesso dettato dalla xenofobia o dalla volontà di contrastarla. Dati due gruppi di uomini, si potrà sempre dire che un gruppo stupra più dell’altro. Ad essere vero è che in tutte le società, i giovani stuprano più degli adulti e dei vecchi. Tra gli stranieri, l’incidenza dei giovani è molto superiore a quella tra gli italiani. Ragione per cui, in proporzione gli stranieri fanno tutto di più. Lo stupro è un delitto odioso paragonabile al tentato omicidio e va combattuto nella sua causa reale, cioè, non come questione straniera, ma come questione maschile. Gli stupratori al 100% sono maschi.

I confronti tra italiani e stranieri andrebbero fatti dunque per classi di età, giovani con giovani, adulti con adulti, anziani con anziani, allora forse i dati si allineerebbero. Va poi tenuto conto che i dati si basano sulle denunce e sugli arresti ed è più facile denunciare ed arrestare uno straniero. Al fine di attribuire una prevalenza agli italiani o agli stranieri, studiosi come Linda Laura Sabbadini e Marzio Barbagli dichiarano insufficienti i dati basati su denunce e arresti, perché essi rappresentano meno di un decimo delle violenze effettive.

È dubbio che gli stranieri provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente siano più patriarcali degli italiani, quindi più propensi alla violenza sulle donne. Non è detto che lo siano proprio i migranti in fuga dai loro paesi o attratti dai paesi occidentali, né è detto che la cultura patriarcale sia più violenta della cultura post-patriarcale. Secondo i dati e le statistiche, in Italia, il sud risulta meno violento del nord, eppure il sud è ritenuto più patriarcale. Lo stesso in Europa: i paesi mediterranei risultano meno violenti dei paesi nordici, eppure i paesi nordici sono considerati più femministi. O ancora, limitandoci agli immigrati, alcuni gruppi provenienti dall’est Europa risultano più violenti di altri provenienti dall’Africa o dal Medio Oriente, nonostante il loro essere europei, quindi più prossimi a noi. D’altra parte, per stare alla nostra cultura, il nostro principale (e forse unico) prodotto di educazione sessuale è la pornografia. È più rispettosa dell’educazione sessuale nei villaggi e nelle campagne del sud e dell’est del mondo?

La cultura post-patriarcale è una cultura disordinata meno capace di darsi dei limiti, impreparata a misurarsi con la libertà femminile. Il patriarcato esercita(va) una tutela sulle donne. Proteggere le “nostre donne” dagli stranieri è un riflesso patriarcale. E le femministe che aderiscono a questo riflesso formano una singolare alleanza con i nostalgici del patriarcato, in prima linea nella xenofobia. L’idea di accogliere solo le donne straniere e respingere i maschi è impraticabile e se praticata violerebbe i diritti umani di molti uomini per bene e delle loro compagne indisponibili a separarsi da loro. Quasi metà delle donne della nave Diciotti ha rifiutato di sbarcare senza il proprio uomo, così come rifiutarono le donne della nave Aquarius.

Peraltro, è fuorviante e incoerente da parte nostra ridurre ogni individuo alla sua cultura di appartenenza o al modo in cui noi ce la rappresentiamo; un tale atteggiamento ci mette in contraddizione con la nostra cultura dei diritti individuali e ci fa pensare in termini tribali (noi e loro). Sostituire nell’avversione all’altro la razza con la cultura, ci porta lo stesso a definire una colpa collettiva e a non vedere più gli individui, le persone, gli esseri umani, fino alla difesa preventiva con la stessa dinamica dell’esclusione e della punizione indiscriminata.

Gli iraniani che vengono in Italia o in altri paesi europei sono esuli, non sostenitori degli Ayatollah, non ha senso vederli come rappresentati di una cultura oscurantista. In Iran è molto forte la simpatia per la cultura e lo stile di vita occidentali. I migranti eritrei, che sono cristiani, sono in fuga dalla guerra e dal loro regime che li obbliga alla coscrizione, non vengono a rappresentarlo. I pochi eritrei che in Europa o in Usa sostengono il regime, si pronunciano contro l’emigrazione dal loro paese. Allo stesso modo, molti musulmani fuggono da guerre e dittature; la maggior parte delle vittime del terrorismo islamista sono musulmani. Secondo una ricerca internazionale della Gallup, la maggioranza dei musulmani, sia in Usa, sia in Europa, sia nei paesi arabi, apprezza la libertà e la democrazia dei paesi occidentali, solo è critica verso la povertà spirituale dell’Occidente.

Non nego la componente culturale patriarcale, maschilista, misogina della violenza, ma non la identifico con componenti etno-nazionali e religiose. La identifico con il sesso maschile di tutto il mondo.