Si può salvare qualcosa della maschilità?

Armatura del cavaliere

Al netto di tutte le legittime e giuste critiche alla maschilità, c’è qualcosa di apprezzabile nei maschi, alcune qualità positive attribuibili al maschile? Oppure no, perché seppure se ne può dire qualcuna, si tratta di qualità attribuibili anche e forse meglio al femminile? C’è qualcosa di buono nella maschilità, qualcosa che si può salvare?

Una risposta nega il senso della domanda, perché vede il maschile e il femminile solo come costrutti sociali, stereotipi determinati dal patriarcato, e considera la natura ininfluente. Un punto di vista che appartiene alla razionalità moderna; contrappone natura e cultura e nella contrapposizione immagina la natura plasmata dalla cultura. Un modo di vedere prossimo all’ideale dell’uomo dominatore dell’ambiente, dettato dal patriarcato, non meno degli stereotipi.

All’origine di questa visione c’è pure l’idea che la differenza sia solo un dispositivo di ingiustizia e discriminazione. Tuttavia, l’indifferenziato può esserlo altrettanto; basti pensare all’equiparazione dell’età pensionabile o dei turni di notte, alla cosiddetta bigenitorialità, alle sentenze di separazione che tolgono i figli alle madri in nome della parità e del superamento dei ruoli sessuali, all’utero in affitto che cancella la maternità, per ridurre l’essere genitore agli elementi di esperienza intercambiabili tra padri e madri.

Altre risposte citano la semplicità, la linearità, l’ironia, la capacità di interpretare l’autorità. Qualità, in effetti, che non mi sono venute in mente, spesso ritenute più maschili che femminili, forse perché facilmente compromesse dal loro lato negativo: il semplicismo, lo schematismo, il sarcasmo, l’autoritarismo.

Il desiderio femminile nomina il corpo maschile: per quasi tutte le donne e per alcuni uomini, i maschi sono sessualmente attraenti. Un valore molto importante eppure circoscritto nel determinare la qualità delle relazioni. Ne beneficia solo una minoranza di uomini; una mia amica li stima al cinque per cento del sesso maschile. Per altre sarà di più o di meno. Resta da capire cosa può avere di interessante la grande maggioranza degli uomini che attraente non è.

Una qualità particolare, tra quelle indicate, è lo sprezzo del pericolo. Anche qui parliamo di una minoranza (eroica). Fu detto a proposito dei vigili del fuoco e volontari, quasi tutti uomini, intervenuti, forse sapendo di andare a morte certa, tra le macerie delle torri gemelle, l’11 settembre 2001, per recuperare corpi e sopravvissuti. Come non ricordare però, che a quei maschi valorosi corrisposero quegli altri maschi terroristi? Coraggiosi anche loro fino a suicidarsi per terminare la loro impresa criminale. Il coraggio temerario di molti uomini, può essere visto come un pregio o come l’aspetto pregevole di un difetto: gli uomini danno meno valore alla vita, quindi la mettono a repentaglio più facilmente; la propria e quella altrui.

La domanda, alla fine, per me rimane irrisolta, anche se provo a metterci una toppa, spero abbastanza decorosa: della maschilità salverei lo spirito cavalleresco, quell’insieme di attributi (generosità, cortesia, signorilità), che formano lo stesso senso di responsabilità. Non perché buono e perfetto in sé, ma perché è la cosa migliore che gli uomini maschi siano stati capaci di esprimere storicamente, forse proprio nell’incontro e nel riconoscimento dell’autorità femminile, come mi ha suggerito una storica femminista. Volendo ripensare la differenza maschile, questa è una base.

L’ideale cavalleresco suscita sospetto e diffidenza, perché evoca il fantasma del paternalismo e della presunzione di superiorità; penso sia un rischio inevitabile ogni volta che si sceglie di essere responsabili per gli altri. All’opposto si rischia l’irresponsabilità. Cavalleresco è non infierire sul prigioniero, sentirsi in dovere di soccorrere chi è in pericolo, arrendersi o fuggire senza viverlo come un disonore. E’ la matrice di molte convenzioni che provano a limitare la barbarie della guerra e a garantire il rispetto dei diritti umani.

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