Giustizia

Alcuni oppositori democratici e di sinistra, talvolta con toni da tifosi, apprezzano la magistratura che procede contro la Lega e Matteo Salvini: per il caso della truffa dei 49 milioni di euro sottratti allo stato; per il sequestro dei migranti (secondo il capo di imputazione) trattenuti sulla nave Diciotti.

Altri oppositori, magari meno intransigenti con il governo in carica, perché più intransigenti con il governo precedente e con la UE, evocano il precedente del giustizialismo antiberlusconiano, per stigmatizzare le simpatie a favore della magistratura e predicano, con qualche ragione, che non si deve praticare la lotta politica per via giudiziaria: l’avversario va battuto sul campo del conflitto politico, non con gli avvisi di garanzia e le sentenze penali.

Per parte mia, non desidero che i miei avversari politici e neppure i miei nemici cadano per inchieste, processi e condanne giudiziarie. Perché, se anche cadano così, la loro cattiva causa sopravvive e forse persino si rafforza con un alone di martirio.

Tuttavia, non mi metto a difenderli dai magistrati o ad accusare la magistratura di fare politica o di non farla, cioé di non darsi criteri di opportunità. Non se li deve dare. Quando un magistrato ha una notizia di reato, ha l’obbligo di procedere con l’azione penale. I politici, anche se miei avversari o nemici, non sono al di sopra della legge, il consenso non dà diritto all’impunità. Per sottrarci ai problemi con la giustizia, disponiamo tutti di un metodo sicuro quanto basta: non commettere reati.