Mi autodefinisco con cautela, per evitare di autorappresentarmi o identificarmi. Meglio praticare che sbandierare. Tuttavia, le mie definizioni preferite sono spesso attaccate o inibite. In tal caso, le rivendico. Succede con comunista oppure con femminista.

Il comunismo come nome è bandito perché evoca l’autoritarismo dei regimi dell’est oppure un’utopia impraticabile. Sono motivi sensati, ma volerli puntualizzare assume un significato anticomunista. Il comunismo può essere un’idea regolativa, un orizzonte etico, una pratica politica di condivisione e auto organizzazione. È un principio: da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni. Vive nella relazione materna e in molte relazioni familiari. Vive in rete, nelle comunità che si raccolgono intorno ai software open source. Può essere l’economia del dono di un futuro indefinito. Se dovessi fondare un partito oggi, non lo chiamerei comunista, ma di fronte a chi esplicita solo significati negativi del comunismo, come fossero l’essenziale o il prevalente, rivendico per me la definizione di comunista, anche se non ne sono all’altezza.

Qualcosa di simile succede con la definizione di femminista. Capita che il nome sia attaccato perché visto come opposto e speculare al maschilismo oppure come vetero e superato, perché la parità sarebbe ormai acquisita. Com’è noto, o dovrebbe essere per le persone di media cultura, il femminismo non persegue un traguardo di superiorità, bensì di uguaglianza che, nei rapporti di potere tra i sessi, è ancora lontana dall’essere raggiunta, oltre ad essere deformata dalla misura maschile. Solo in questo senso il femminismo va oltre l’uguaglianza, in quanto vuole ridefinire il mondo a partire da due parzialità, non da un neutro universale (maschile) inclusivo del femminile. Perciò, il femminismo riguarda anche gli uomini, incalzati a divenire consapevoli della propria parzialità e a scoprire cosa significa essere uomini senza essere patriarcali.

Gli uomini sono a volte incoraggiati, a volte scoraggiati a essere femministi. Sono incoraggiati dalle femministe che cercano l’alleanza di una parte degli uomini, per ridurre le discriminazioni, isolare la misoginia e la violenza maschile. Sono scoraggiati dalle femministe più radicali e separatiste, che diffidano del contributo maschile alla loro causa: temono da parte dei maschi posizioni ambigue sullo sfruttamento del corpo delle donne e comportamenti che mirano ad annacquare i contenuti femministi, ad evitare il conflitto, a mettersi in competizione con le femministe, ad appropriarsi del pensiero delle donne senza riconoscerne il debito. Sono posizioni e comportamenti effettivamente esistenti tra molti uomini più o meno vicini al femminismo, quindi la critica radicale e separatista va ascoltata e la definizione di sé va affidata alla relazione con le proprie amiche femministe, per lasciare a loro il modo migliore di nominarci.

Insieme con questa, esiste una inibizione meno convincente, condivisa o proveniente dagli stessi uomini, i quali in sostanza rifiutano l’appellativo di femminista, perché dicono di non poter avere l’esperienza delle donne, ragione per cui i maschi che si dicono, sono, fanno i femministi, sarebbero ridicoli. Alcuni, è vero, lo sono, non per il femminismo, ma per la postura che assumono, per la loro inconsapevolezza della differenza sessuale e della propria collocazione nel contesto patriarcale. Immagino di essere stato ridicolo io stesso nella mia fase più acerba e magari in parte lo sono ancora. Tuttavia, il rischio di essere ridicoli merita di essere corso, lo hanno corso e lo corrono tuttora le stesse donne, spesso dileggiate e ridicolizzate per le loro battaglie. 

Se noi uomini non abbiamo l’esperienza delle donne, non possiamo neppure fare il confronto con la nostra esperienza, quindi in base a questo criterio ignoriamo se possiamo nominarci politicamente come le donne oppure no. Qualche esperienza di violenza e gerarchie maschili in verità ce l’abbiamo; ne abbiamo abbastanza, tanto da desiderarne il superamento, per la nostra stessa serenità e sicurezza. Ma soprattutto c’è da guardare al fondo della paura di essere ridicoli nell’indossare il nome politico delle donne (femminismo), una paura credo simile a quella di indossare una gonna o delle scarpe con i tacchi. Per molto tempo, ho preferito la definizione di antisessista, perché priva della radice fem, non deriva da femmina. Penso sia davvero questo che ci imbarazza: approssimarci alle femmine, femminilizzarci, perché nella nostra testa ciò vuol dire inferiorizzarci e, di conseguenza, sentirci ridicoli. Così come ci imbarazza essere goffì come inevitabilmente lo è chi inizia ad imparare per imitazione, tanto più nella condizione di chi impara dalle donne. Le donne non si sentono ridicole ad imparare dagli uomini e ad emularne le pratiche.

Se si ritiene che nel femminismo ci sia un primato femminile da riconoscere, questo c’è, ma va ormai riconosciuto nel mondo. Diciamo allora che una donna può dirsi femminista sia come sostantivo che come aggettivo. Un uomo solo come aggettivo, poiché il suo sostantivo maschio non può non essere parte della definizione e segnare la differenza.