Sostenere che non si è interessati al diritto alla privacy perché non si ha nulla da nascondere è come affermare che non si è interessati alla libertà di espressione perché non si ha nulla da dire. (Edward Snowden)

L’analogia di Edward Snowden, sopra citata, è corretta sul piano logico, senza però cogliere il punto dell’interlocutore immaginario cui si rivolge. Poiché credo di aver detto qualcosa di simile in passato, mi metto nei panni di questo interlocutore. Il punto è che avere qualcosa da nascondere è negativo, avere qualcosa da dire è positivo. Dunque, solo la seconda possibilità merita di essere tutelata e garantita, mentre la prima può dover essere persino sanzionata.

A rigore, questa obiezione non è corretta, perché l’avere qualcosa da nasconderedire sono concetti non marcati dai loro contenuti. Si può voler nascondere qualcosa di lecito (il voto è segreto) e voler dire qualcosa di illecito (offese, diffamazioni, violenze verbali). Eppure, abbiamo molto presente il piccolo o grande prepotente, che vuole proteggersi dall’opinione pubblica, così come abbiamo presente il dissidente, che invece ha bisogno dell’opinione pubblica. Allora, il valore della libertà di dire ci sembra superiore al valore della libertà di nascondere.

Occorre stabilire la priorità? Si, quando i due valori si contraddicono. Capita con il giornale in possesso di materiale d’interesse pubblico che però doveva rimanere segreto. Di quale valore deve farsi carico un organo che ha il compito di informare? Secondo me, ha precedenza la rilevanza pubblica e saranno eventualmente altri, quelli che avevano la responsabilità di custodire il segreto, a dover rispondere della divulgazione.

Tuttavia, la citazione di Snowden riguarda una condizione ancora diversa, quella dei fornitori di grandi servizi di telefonia, Internet e social network, capaci di accedere ai nostri dati, che siamo disposti a concedere in cambio del servizio oppure che non sappiamo di aver concesso. L’uso di questo accesso è commerciale, dunque grandi aziende guadagnano sulla violazione della nostra privacy, con l’acquisizione e la compravendita dei dati acquisiti.

Può darci fastidio, ma non sembra preoccuparci, se non facciamo nulla di male o se questa divulgazione avviene in una forma che a noi pare anonima. Di fronte ai colossi della telefonia e della rete, io sono soltanto un numero insieme a milioni di altri, non un individuo, quindi non vedo in che modo vergognarmi o avere paura, se i miei segreti passano per un flusso universale di dati, per essere elaborati da potenti algoritmi. Per quanto sia semplice risalire dal mio numero alla mia identità chi si prenderà mai la briga di farlo?

Un motivo per preoccuparsi c’è: il rischio di ritrovarci manipolati e condizionati in modo sempre più scientifico nei nostri comportamenti e nei nostri valori. Questo però è un pericolo indefinito a cui, in fondo, facciamo anche fatica a credere. Pensiamo che, si, proveranno a manipolarci, ma noi sapremo resistere e rimanere autonomi. D’altra parte, non abbiamo mai avuto paura della pubblicità subliminale. Semmai ci ha incuriosito sentirne parlare.

Una preoccupazione più tangibile, per quanto ancora ipotetica, riguarda l’incognita politica di una tale e tecnologica capacità di controllo. Oggi, siamo controllati dal capitalismo liberale, che pare non voglia farci nulla di male, solo rifilarci i suoi prodotti di consumo, ma cosa succederà domani se saremo controllati sotto un possibile regime autoritario?

Nel dire e nello scrivere, so di non rischiare la vita, né la libertà, lo do per scontato, ma non è così in tutto il mondo, sappiamo di blogger e giornalisti uccisi e incarcerati come sappiamo che in passato è bastato partecipare a una manifestazione o a un volantinaggio per finire tra i desaparecidos in Argentina. Ciò che ancora non sappiamo è se questi potenti mezzi di comunicazione e controllo sono neutri, un antidoto, o una condizione favorevole al formarsi di un ordinamento autoritario.