È giusto che le atlete trans possano competere con le donne negli sport femminili? L’ex campionessa di tennis, attivista lesbica della comunità LGBT, Martina Navratilova, ha dichiarato di no. La campionessa trans di ciclismo, Rachel McKinnon, insieme con altre esponenti della comunità transgender, ha accusato Martina Navratilova, di transfobia. La tennista ha replicato di essere totalmente pro-trans, ma di volere l’equità sul campo di gioco. La McKinnon dal canto suo ha ribadito l’accusa, perché nello sport non si gioca con i genitali.

La questione sollevata dalla Navratilova è delicata e può ferire le persone che soffrono di disforia di genere, tuttavia rimane vero che essere nate con un corpo maschile dà probabilmente un vantaggio iniquo nella competizione sportiva con le altre donne. L’accusa di transfobia attribuisce una cattiva motivazione a chi pone il problema; ma non lo risolve. Gli argomenti della McKinnon, secondo la quale non si gioca con i genitali, come quelli di altri che fanno il paragone con qualsiasi differenza di prestanza fisica, tra alti, bassi, magri, grassi, bianchi, neri, etc. se presi sul serio, porterebbero al superamento della divisione sessuale delle discipline sportive, per sostituirla magari con altri criteri di divisione, per gruppi di omogeneità fisica secondo il peso e l’altezza.

Il regolamento olimpico ha affrontato la questione, con l’ammissione delle trans nelle discipline femminili a condizione di aver abbassato il livello di testosterone, poiché giustamente il riconoscimento dell’identità trans, dal 2016, non esige più il cambio di sesso per operazione chirurgica. Viceversa, i trans possono partecipare agli sport maschili senza alcuna limitazione. Con ciò, è riconosciuto che il rischio di vantaggio iniquo esiste per le sole trans.

Non avendo competenze mediche, non so valutare la giustezza o la sufficienza della soluzione olimpica: se la superiore prestanza fisica maschile dipenda solo dal testosterone. C’è chi afferma che il trattamento ormonale sia dopante. Per non dire del caso in cui una donna biologica si trovasse a superare i livelli di testosterone fissati per una donna trans. Inoltre, la nuova regola olimpica, pur non richiedendo più il cambio di sesso, induce le trans a medicalizzarsi per poter essere incluse. Se è vera la teoria secondo la quale la minor forza fisica delle donne è dovuta alla storica esclusione delle donne dall’alimentazione proteica, la divisione sessuale negli sport potrebbe essere superata nell’evoluzione di un futuro non più patriarcale.

L’obiezione di Martina Navratilova è sensata e credo di poterle dare ragione, tenendo presente che il riconoscimento e rispetto dell’identità delle trans, la loro inclusione, e l’equità nella competizione sportiva sono entrambi principi giusti, anche se in contrasto. Quando ci sono due principi in contraddizione, cerco di conciliarli. Se non ci riesco, ne scelgo uno e sacrifico l’altro. Io mi sento più sensibile al principio dell’equità che a quello dell’identità. Sacrificare l’altro principio, non significa negarlo. Il principio messo al secondo posto esiste ed è valido. Sacrificarlo è una scelta, per me, insoddisfacente o la meno insoddisfacente, tra le scelte possibili. Chi tra due principi giusti, ne nega uno, vuole chiudere il discorso. Chi ne sacrifica uno sa che, nonostante la sua scelta, il discorso rimane aperto.