sindaci ribelli

A partire da Leoluca Orlando e Luigi De Magistris, un centinaio di sindaci rifiutano, per la parte che gli compete, di applicare il decreto sicurezza voluto dal Ministro dell’Interno. Il decreto è problematico sia per il metodo di approvazione, sia per il merito di contenuti e conseguenze.

Un decreto richiede requisiti di necessità e urgenza; di essere omogeneo; di essere discusso al momento della conversione in legge. Nel caso del decreto Salvini, i primi requisiti sono ignoti; l’omogeneità è compromessa dall’avere messo insieme immigrazione, terrorismo e mafia; la discussione è stata negata con il voto di fiducia.

Il decreto riduce la protezione umanitaria per i migranti; esclude i richiedenti asilo dai programmi di integrazione diffusa; raddoppia i tempi di permanenza nei centri di detenzione temporanea; trasforma la concessione della cittadinanza agli stranieri in una cittadinanza revocabile, se essi commettono reati. Inoltre, invalida il permesso di soggiorno umanitario ai fini della registrazione anagrafica. Questa è la parte di competenza dei sindaci: senza registrazione anagrafica è impossibile concedere la residenza; senza residenza è impossibile concedere l’accesso all’assistenza sociale e sanitaria.

L’effetto non solo è inumano a danno dei migranti, ma crea problemi di convivenza per tutta la comunità cittadina, poiché decine o centinaia di persone sono abbandonate a se stesse, più esposte al rischio della criminalità o di contrarre malattie, comprese quelle contagiose. Inoltre, la riduzione della protezione umanitaria espelle i migranti dai centri di accoglienza e li lascia per strada. In questo senso, il decreto sicurezza invece di risolvere i problemi sembra volerli creare, per continuare a giustificare la politica xenofoba e securitaria.

Hanno dunque ragione i sindaci che registrano i migranti anche a costo di disobbedire alla maggioranza di governo e fanno bene quei presidenti di regione che ricorrono alla Consulta contro il decreto.

I sindaci sono stati accusati di tradire lo stato, di farsi propaganda, di abusare del loro ruolo, perché la disobbedienza civile e l’obiezione di coscienza sarebbero solo prerogativa dei privati cittadini e non di chi è chiamato ad applicare le leggi: cosa succederebbe se ogni funzionario statale, ogni rappresentante istituzionale applicasse e osservasse solo le leggi che condivide?

L’accusa di farsi propaganda è paradossale, perché sappiamo che i migranti sono il tema preferito della Lega; la linea umanitaria è minoritaria nel paese; vincente è la linea xenofoba, in Italia e in Europa. I sondaggi lo confermano: la maggioranza sta con Salvini e non con i sindaci. Anche se pare sia solo maggioranza relativa. Quella dei sindaci sarebbe quindi una propaganda controproducente. Se fosse, è a fin di bene. Meglio fare propaganda salvando la pelle degli immigrati che sulla pelle degli immigrati.

L’imputazione di tradire lo stato ignora la gerarchia delle fonti giuridiche. La Costituzione sta sopra le leggi ordinarie e il primo atto di fedeltà allo stato è l’osservanza della Costituzione. Se un funzionario ritiene la legge ordinaria in contraddizione con la Costituzione, egli può essere fedele allo stato nel rispettare in primo luogo la Costituzione. C’è invece da dubitare della fedeltà del governante che promuove leggi anticostituzionali. Vero è che a dirimere la questione può essere solo la Corte Costituzionale, ma anche l’eventuale illegittimità del comportamento del funzionario può essere stabilita solo dalla magistratura.

Il disobbediente civile, non fa le cose di nascosto, non si ripara dietro immunità, si assume la sua responsabilità di fronte alle autorità dello stato. E a disobbedire può essere tanto un privato cittadino, quanto un funzionario. Se una maggioranza di governo promuove leggi che violano i diritti umani e i diritti civili, i funzionari dello stato possono assolversi con l’argomento di aver solo obbedito agli ordini, così come fecero gli imputati tedeschi di Norimberga? Naturale che la disobbedienza civile compete anche ai funzionari; i suoi teorici non hanno mai affermato il contrario. Persino nell’arte della guerra, dice Sun Tzu, ci sono ordini del sovrano che non devono essere eseguiti.

Allora ciascuno fa come vuole, osservando solo le leggi che gli piacciono? In effetti, il ministro Salvini da capo della Lega incitò due anni fa i sindaci del suo partito a disobbedire alla legge sulle unioni civili. È la stessa cosa? Secondo me, no. La disobbedienza non è di per sé disobbedienza civile. Perché lo sia, deve opporsi ad una legge ingiusta, una legge che toglie qualcosa di necessario a qualcuno. Le unioni civili parificano i diritti delle coppie conviventi, delle coppie omosessuali alle coppie eterosessuali sposate, senza negare niente a nessuno. Disobbedire a questa legge è solo un atto di avversione verso i beneficiari dei nuovi diritti, parificati agli altri. Disobbedire al decreto sicurezza è invece un atto di protezione a favore dei migranti discriminati nei diritti di base.

Il rischio che ciascuno vada per sé, in ogni caso esiste e va prevenuto, ma non con le accuse di tradimento, bensì con la volontà di preservare un contesto democratico, un ambiente, come dice il presidente della repubblica, dove tutti si sentono rispettati. Le leggi si approvano a maggioranza, però prima si discutono e si cerca di tener conto delle ragioni di tutti. Cosa molto diversa dal voler decretare, imporre e comandare.