Cercate ancora

Non ho una mia ricerca come può averla uno scienziato, un filosofo, un politico, ossia una persona che investe tutto il tempo e l’energia nel pensare e studiare una determinata questione, per riuscire a risolverla o a realizzarla. Ho solo una tensione dilettante ad interessarmi di alcuni temi specialistici, in un tempo storico nel quale è venuta meno la possibilità di scegliere tra grandi alternative di società. E quindi, per me, la possibilità di impegnarmi in un progetto politico praticabile, per un superamento del capitalismo.

Claudio NapoleoniCosì, mi riconosco idealmente nell’appello Cercate ancora, che io associo a Claudio Napoleoni, illustre economista marxista, morto nel 1988. Egli, verso la fine della sua vita, pensò che il tramonto delle grandi ideologie politiche determinasse un vuoto di valori, che non poteva essere colmato solo dall’impegno sociale, un vuoto che testimonia un bisogno di fede, di ritorno all’esperienza religiosa, con implicita l’idea di una giustizia ultraterrena, una vita che continua dopo la morte. Il suo richiamo era alla tesi di Martin Heidegger, secondo cui ormai solo un dio ci può salvare (Der Spiegel, 1966).

Mi sento suggestionato da questa visione; mi interessa, ma senza riuscire a crederci. Se pure esistesse una vita oltre la morte sarebbe qualcosa di simile alla vita prima della nascita: una condizione della quale non si ha memoria nella vita terrena e nella quale non si ha memoria della vita terrena; una condizione senza il senso della continuità, dunque senza senso. Posso condividere l’idea che l’opposizione alla società del dominio non sia pensabile solo in termini laici e necessiti di un riferimento alla dimensione religiosa, ma io questo riferimento non sono capace di concepirlo.

Carla LonziAllora, l’invito a cercare ancora lo intendo in modo laico, allo scopo di far risorgere un pensiero, una nuova grande ideologia politica di liberazione, una visione del mondo, nel senso della giustizia (e della libertà) capace di ispirare i valori individuali e collettivi e di orientare la politica su questa terra. Al momento, sono la cultura e la pratica femminista ad avere le risorse per dare linfa a questa prospettiva, perché hanno saputo mettere in discussione la radice di ogni società del dominio: il patriarcato. Nell’incontro con il movimento delle donne ho iniziato a comprendere la parzialità dei miei ideali universalistici e la mia stessa parzialità di uomo. Il femminismo può essere la nuova visione del mondo o la strada per cercarla.

La storia vivente di Lina Scalzo

Franca Fortunato intervista Lina ScalzoSai chi è Lina Scalzo? è un breve libro intervista in formato digitale, scaricabile gratuitamente dal sito della Libreria delle donne, che narra di una donna e dei suoi cambiamenti di vita dovuti alla pratica femminista. L’intervistatrice Franca Fortunato e l’intervistata Lina Scalzo sono due donne legate da una lunga relazione, prima nei luoghi della politica maschile (il PCI, la CGIL), poi nel femminismo della differenza.

Franca ruppe con la madre, che la voleva insegnante, per poter fare la sindacalista. Solo dopo aver letto, L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro, recuperò il rapporto con lei e si dedicò all’insegnamento. Lina Scalzo invece non ruppe con la madre, nonostante le impedisse di diventare infermiera: riuscì a trovare nell’assistenza alle handicappate e alle anziane un lavoro equivalente.

Lavorò sotto la direzione di Maria Innocenza Macrina, fondatrice della Fondazione Betania, a Gasperina e a Catanzaro, una donna energica e determinata, capace di mantenere le sue assistite, raccogliendo cibo e vestiti nei paesi vicini. La sua memoria e quella delle sue collaboratrici fu cancellata da un parroco di Catanzaro, che titolerà l’istituto al suo collega di Gasperina.

Nella sua relazione con Franca e con le donne dell’Opera, Lina impara a riconoscere la soggettività delle assistite, prima viste solo come malate, senza comprendere le donne che erano state: protagoniste e padrone nella loro vita familiare. Nell’assistere le handicappate che potevano assorbire ogni energia, Lina impara a farsi forza con le altre assistenti; nell’assistere le anziane, impara che potevano esserle maestre, come Caterina Rippa, che le insegna il rispetto dell’essere umano, del suo pudore, dei suoi affetti personali. E della differenza tra uomo e donna.

Un’astratta legge sulla parità nel 1977 impose all’istituto di avere anche operatori e ricoverati maschi. Dal reparto misto fu escluso il lavoro delle handicappate. Lina, lì trasferita, riuscì ad ottenere di portarsene alcune con sé come collaboratrici. Gli operatori maschi facevano quel mestiere, per bisogno, senza una cultura del lavoro di cura, indisponibili ad essere istruiti e diretti dalle donne. I ricoverati maschi erano prevaricanti anche sessualmente. Lina cercò di istruire gli operatori a impedire le molestie e le donne a rifiutarle; ebbe un conflitto con una sua collaboratrice, Concetta, che aveva con gli uomini un rapporto di maternage. Per le antipatie suscitate dal suo stare dalla parte delle donne, Lina volle essere trasferita e lo fu nella comunità Teodora, una casa famiglia di sole donne anziane, dove fece l’esperienza di ricostruire la storia delle donne venute lì, dal punto in cui la loro vita si era spezzata. Per molte, si era trattato di una violenza subita da familiari o parenti.

Da pensionata, Lina non vuole rompere il rapporto con le donne con cui ha lavorato, ma è contenta di non fare più quel lavoro, disumanizzato da un efficientismo che sacrifica le relazioni.


Sai chi è Lina Scalzo? è insieme un libro intervista di carattere biografico e un libro di storia, secondo la pratica della comunità di storia vivente, presso la Libreria delle donne di Milano: le vicende personali e professionali della donna intervistata rievocano l’ambiente e il contesto storico in cui si svolgono: la Calabria tra gli anni ’60 e ’80.

Il passaggio delle due donne dai luoghi della politica maschile (il PCI, la CGIL) al femminismo della differenza, testimonia la rottura operata negli anni ’60 dalle donne che si sono sottratte alle gerarchie e alle forme della politica maschile riprodotte nel movimento operaio e studentesco del ’68, anticapitalisti e antiautoritari, ma comunque patriarcali.

La fondazione dell’Opera Betania per l’assistenza alle donne anziane e handicappate, mostra come nell’Italia del dopoguerra, specie nel sud, molta parte del Welfare fosse costruita e garantita dalla chiesa cattolica, in particolare dalle donne cattoliche. La cancellazione della fondatrice e direttrice, Maria Innocenza Macrina dalla titolazione e dai documenti dell’Istituto, è un esempio dell’obliterazione storica dell’esistenza del protagonismo femminile.

L’istituzione di un reparto misto, dopo il 1977, fa vedere la risposta emancipazionista e paritaria del legislatore e delle istituzioni alle istanze del movimento delle donne, una risposta che annulla le differenze ed omologa le donne agli uomini, fino ad esporre le donne al sacrificio del pudore ed al rischio di subire violenze e molestie.

Infine, il pensionamento “contento” della protagonista dice del prevalere, a partire dalla politica di privatizzazioni degli anni ’90, dell’aziendalismo nella gestione di strutture sanitarie e assistenziali, a scapito delle relazioni umane.

La marcia delle donne e gli anni ’70

Il femminismo che si tinge di rosa, rivendica e valorizza il femminile; marcia contro un governo identificato come sessista. Sono fatti di oggi, anche se siamo ancora tutti nell’onda lunga iniziata 40 anni fa.

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Roberto Saviano ha detto di sentirsi dalla parte delle donne che hanno manifestato contro il nuovo presidente degli Stati uniti, ma di ritenere la loro manifestazione una roba vecchia, da anni ’70, mentre il nuovo (che non significa giusto) è Trump. Io non capisco bene questo discorso dove vada a parare; secondo un’amica va a parare nell’effetto mediatico che ottiene. Come che sia, non sono d’accordo: le femministe americane non sono vecchie e Trump non è nuovo.

La manifestazione delle donne americane aveva il rosa come colore dominante, a significare la valorizzazione e la rivendicazione del femminile, ed era contro un presidente, un governo identificato come sessista. Non ricordo una manifestazione così impostata e colorata del ‘900. L’unico precedente che mi viene in mente è quello della manifestazione delle donne italiane di Se non ora quando del febbraio 2011 contro Silvio Berlusconi, il politico italiano forse più simile a Trump.

Come qualsiasi movimento, anche quello delle donne è parziale e non può ottenere il consenso di tutti, ma può essere maggioritario, con più o meno scarto. Bisogna ricordare che negli Usa, Trump ha vinto grazie al sistema del collegio elettorale uninominale che, dai tempi successivi alla guerra di secessione, tutela in modo sproporzionato i bianchi degli stati rurali del sud, per tenere unito il paese. Nel voto popolare, il neo presidente è minoranza per tre milioni di voti.

Va poi detto che gli anni ’70 non sono un periodo vecchio. Molte delle cose che pensiamo, ascoltiamo, guardiamo, leggiamo hanno la loro origine negli anni ’70. Un successo discografico degli anni ’70, potrebbe avere successo anche oggi. Ad ascoltarlo, o a vederne il video, non dà l’idea di un passato remoto lontano quarant’anni. Ben diverso sarebbe stato ascoltare negli anni ’70, canzoni degli anni ’30. Il cambio d’epoca sarebbe risultato immediato ed evidente.

In cosa è nuovo Trump, che ha resuscitato persino il conflitto con i Siuox? Nel fatto che afferma senza argomentare, che usa un linguaggio violento, che catalizza le frustrazioni sociali del ceto medio impoverito, che trasforma i cittadini in odiatori e gli odiatori in elettori? Questa novità, mi pare, sia appunto di quell’altra epoca più lontana, non degli anni ’70, ma degli anni ’30.

Care amiche rivendicazioniste e paritarie, non conferite troppo potere agli uomini?

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Care amiche, giovani femministe, rivendicazioniste e paritarie, voi ogni giorno mostrate le ingiustizie, le violenze e le discriminazioni di cui le donne sono vittime, denunciate, pubblicate e rilanciate, l’insulto, la frase, la battuta sessista di questo o quel maschio animato da misoginia demenziale. Vi arrabbiate e vi logorate, con tutte le ragioni. Soprattutto chiedete parità, diritti, rispetto. A chi li chiedete? Agli uomini.

Così, gli uomini hanno la possibilità di concedervi, di non concedervi, di concedervi qualche volta, di concedere ad alcune e non ad altre, quello che voi chiedete loro. Non credete, in questo modo, di conferire troppo potere agli uomini? E’ vero, noi siamo metà del genere umano, ci crediamo tutto il genere umano, occupiamo ancora la gran parte delle posizioni di potere, siamo violenti, siamo influenti e, certo, non potete rimuoverci. Ma pure voi siete metà del genere umano e, per quanto storicamente oppresse, avete una grande forza. Forse potete relativizzarci più di quel che credete.

Questa non è una mia pensata da maschio; di mio, ho aderito e ancora in parte aderisco ad una impostazione rivendicazionista, che meglio somiglia alle forme maschili della politica; questa è una cosa che credo di aver imparato da altre femministe. Dico credo perché non vorrei attribuire ad altre pensieri che ho frainteso. Quello che credo di aver capito, è che le donne possono praticare la libertà e l’indipendenza dagli uomini, dandosi forza e autorità in autonomia, tra loro, mostrare la propria grandezza, e togliere l’uomo, in positivo o in negativo, da dove lui ha preteso di mettersi, dal centro dell’Universo.

L’alienazione parentale, la femminista equidistante e l’interesse del minore

Michela MarzanoHo letto Michela Marzano approvare una sentenza del tribunale civile di Roma. La sentenza multa una donna separata rea di aver parlato al figlio male del padre e l’avverte, nel caso si ripeta, che le condizioni dell’affido potranno essere riviste. Negli stessi giorni ho letto di una sentenza, forse la stessa, del tribunale di Roma, che multa una donna separata, per motivi analoghi: lei aveva accusato lui di avere comportamenti sessualizzanti con le figlie; lui aveva negato parlando di rapporti meramente disinibiti.

Queste sentenze si basano sulla teoria della PAS, la sindrome di alienazione parentale. Secondo questa teoria, nel conflitto di coppia giunto alla separazione, la madre agisce per alienare il figlio dal padre: lei denigra lui agli occhi del figlio e provoca nel figlio, che ha bisogno del padre, una sindrome. La PAS, finora, non è stata accettata dalla comunità scientifica. Ma le associazioni dei padri separati spingono affinché sia assunta nelle leggi e nelle sentenze, se non come sindrome, almeno come forma di disturbo relazionale.

La questione è controversa. Possono esistere madri malevole, ma è molto dubbio abbiano il potere reale di alienare i figli, come è molto dubbio che un tribunale sia in grado di stabilire la verità dei comportamenti e delle responsabilità con una certezza sufficiente e indipendente dal senso comune e dai pregiudizi, senza il rischio elevato di aggiungere danno a danno e sostituire la presunta alienazione dal padre con altre imposizioni e forzature fino alla separazione forzata dalla madre. Inoltre, poiché esiste una diffusa violenza maschile in ambito domestico, difficile da dimostrare, e poiché le donne spesso non sono credute, la teoria della PAS può essere agita, e spesso viene agita, per difendere i padri dalle accuse di abuso e violenza testimoniate dai figli e per controaccusare le madri.

Così, leggere una filosofa femminista, nota firma editoriale di Repubblica, che di norma stimo ed apprezzo, scrivere a favore della PAS, mi ha sorpreso e mi ha dato la sensazione di un tradimento, come leggere una donna che abbandona gli interessi delle donne. Mi si può obiettare: tu sei un uomo; a che titolo puoi dire ad una donna quali sono gli interessi delle donne? In effetti, titolo per dirle non ne ho; ne sento solo l’impulso. Forse, nei paraggi dell’impulso c’è anche il titolo o forse c’è stato in passato.

Michela Marzano non esprime un’altra idea dell’interesse della donna. Lei parla in nome dell’interesse del bambino e si mette in una posizione formalmente imparziale tra padre e madre, sostanzialmente favorevole al padre. La sua posizione può trovare un senso in certi schemi del femminismo paritario, nei quali la parità diventa simmetria nel rapporto tra i sessi; l’essere giusta diventa l’essere equidistante; il superamento dei ruoli e degli stereotipi sessuali diventano il loro ribaltamento e quindi, perché no? sentenze favorevoli ai padri.

Ora, assumendo l’interesse del minore, mi domando se io da bambino o da adolescente avrei desiderato vedere mia madre condannata, sanzionata, minacciata di essere separata da me, per avermi parlato male di mio padre. Per quello che ricordo, credo proprio di no. Neppure vorrei vedere mio figlio nella situazione in cui è un tribunale a parlar male della sua mamma. Non credo di poter essere padre contro la madre di mio figlio. Mi chiedo inoltre se sia più sana per i figli l’ipocrisia di una madre che nasconde le sue opinioni e i suoi sentimenti, pur di salvaguardare figure parentali ideali e immaginarie.

Ricordo che mia madre difendeva sempre mio padre, anche a fronte di comportamenti indifendibili. Da bambino, e ancor più da adolescente, sapevo riconoscere l’evidenza. Ignoro se ciò sia stato nel mio interesse, se mi abbia fatto bene. Molti minori vittime di violenza assistita non hanno una madre che parla male del padre. Anche questa posizione materna è criticabile. Così, una madre può rimanere intrappolata in una doppia accusa: di non difendere il figlio se non denuncia; di alienarlo se denuncia. Una trappola che ingabbia peggio di uno stereotipo.

Altri riferimenti:
[*] Seminario su alienazione parentale a Catanzaro e raccolta firme
[*] Appello per il diritto del minore all’ascolto e alla tutela dalla violenza
[*] Dicono della Pas
[*] Alienazionegenitoriale.org