Il rispetto della libera scelta delle donne e la lotta ad un contesto coercitivo

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Molte persone non capiscono il significato o lo scopo del Hijab. Questo può essere un grande ostacolo da superare, soprattutto per le donne musulmane. […]
In questi giorni l’appello di molti riguarda il rispetto della volontà delle donne.
La “libera scelta” è l’argomento prediletto di chi non vuole affrontare un argomento assumendo una prospettiva di genere. A sentire questi paladini dell’autodeterminazione, sembrerebbe quasi che il mondo giri grazie alla volontà delle donne.
La prostituzione? Le prostitute “la scelgono”, quindi non c’è altro da dire in proposito. La surrogacy? Le donne “scelgono” di partorire figli per altri ed ogni altra considerazione sull’argomento è un’attacco alla loro libertà di scelta. La violenza domestica? Non è forse vero che quel partner te lo sei “scelto”, che hai “scelto” di tenertelo? Che cosa si può commentare se non che sei corresponsabile del dolore che quella tua sciagurata scelta ha comportato?
“La scelta” non ammette discussioni, vuole il silenzio, perché il silenzio è rispetto, e noi non vogliamo sembrare irrispettosi, giusto?
Il Ricciocorno Schiattoso, 19 agosto 2016

Ho sostenuto il principio della libera scelta per la donna velata. Sono in contraddizione se non lo sostengo per la donna prostituita, per l’attrice pornografica, per la madre surrogata, per la donna convivente con un partner maltrattante? Probabilmente si, almeno in parte. Si tratta, a dire il vero, di situazioni diverse, unite da un tratto comune: l’essere oggetto di un dibattito fondato su un falso dilemma, nel quale sono messe in contrapposizione la libertà della donna di compiere anche scelte che sono o sembrano autolesionistiche e la lotta ad un contesto coercitivo o condizionante, che le obbliga o le induce a scegliere così; una contrapposizione che può giungere agli estremi del riconoscimento legale o del divieto. In realtà, il riconoscimento legale (legalizzazione) è una limitazione di libertà, perché pone delle condizioni. Chi lo propone, pensa però di conferire alla libera scelta – per esempio, di fare la prostituta – uno status di legittimità e di rispettabilità, e pensa inoltre di metterla al sicuro dal rischio della criminalizzazione.

iranian-woman-in-isfahan-wearing-a-hijabNella contrapposizione tra il rispetto della libera scelta e la lotta al contesto coercitivo, metto l’accento sul valore della libera scelta quando l’oggetto del contendere è soltanto simbolico, relativo alla morale, ai significati, alle interpretazioni. Nel caso del velo, molte persone occidentali presumono che le donne musulmane lo indossino per costrizione e il suo significato sia la sottomissione femminile; se smentiti, presumono che i desideri e i significati dichiarati dalle donne velate siano falsi o irrilevanti, come lo sarebbero le dichiarazioni di un minorenne; infine, molte persone occidentali considerano pari alla costrizione l’influenza sociale del gruppo o della famiglia alla quale, in verità, è soggetto ciascun individuo, senza che la viva come una violenza. Poi, io penso che la coercizione, quando è davvero messa in atto, vada contrastata: le costrizioni siano da perseguire, il dettato normativo di una autorità religiosa vada criticato e rifiutato, come pure il dettato normativo di segno opposto da parte di un’autorità laica.

Metto invece l’accento sul valore della lotta al contesto coercitivo, quando l’oggetto del contendere, oltre ad essere simbolico, è anche dannoso o pericoloso per chi lo sceglie ed espone altre al pericolo. Prostituzione, pornografia, surrogacy possono significare con elevata probabilità: abusi, violenze, sfruttamento, traffico di esseri umani, malattie, morte. Inoltre, su di esse si fondano un mercato ed una industria, con una forza paragonabile a quella dello stato: la libertà individuale va difesa da tutte queste forze, non solo dallo stato.


Nella lotta al contesto coercitivo, la legalizzazione o il divieto si giustificano a due condizioni:

  • che prevedano sanzioni solo contro chi commette abusi o trae vantaggi e profitti; mai contro le vittime;
  • che le sanzioni non siano controproducenti e contribuiscano ad eliminare o ridurre il danno.

Entrambi i criteri sono, per esempio, violati:

  • dalla legalizzazione della prostituzione, perché persegue le prostitute non regolarizzate, gli impone una tassazione, non diminuisce, anzi aumenta la tratta e lo sfruttamento;
  • dal divieto del velo, perché sanziona la donna velata e la esclude dallo spazio pubblico.

Nei confronti delle vittime (vere o potenziali), per me, vale sempre il principio della depenalizzazione.


Non so quanto questo modo di ordinare le cose risolva la contraddizione citata in apertura. Il dilemma tra rispetto della libera scelta e lotta al contesto coercitivo è falsato da una domanda di dubbia liceità che mi interroga su cosa possono fare le donne di se stesse. Potrei rispondere: «quello che vogliono», ma sarebbe una risposta finta, che vuole essere rispettosa della libertà femminile, ma incoerente con il mio effettivo sentimento; così le risposte mi risultano disallineate: questo si, questo no. Se una domanda più lecita mi interroga invece su cosa possono fare gli uomini delle donne, le risposte mi si allineano tutte. Sul corpo, l’abbigliamento, la libertà femminile, gli uomini non possono fare norme, affari e commerci, neppure riparandosi dietro l’alibi del consenso femminile.

L’autodeterminazione dei principi di civiltà

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Se mi pronuncio per l’abolizione della prostituzione, mi viene obiettato questo argomento: vi sono donne le quali svolgono questa attività per libera scelta; se tu vuoi essere dalla parte delle donne, non puoi prescindere dalla loro soggettività. In effetti, dopo cinquemila anni di patriarcato e di negazione della soggettività femminile, oggi è questione delicata contraddire la volontà dichiarata di una donna, anche pensando che si farebbe lo stesso con un uomo.

La prima risposta che mi viene in mente è che solo una minoranza di prostitute rivendica la propria scelta e magari decide di chiamarsi sex worker, ma la grande maggioranza è costretta dalla violenza o dal bisogno economico e desidera in realtà uscire dalla prostituzione, ma non ha voce per farsi sentire. Ascoltare la soggettività delle prostitute dovrebbe voler dire cercare di ascoltare soprattutto quelle prostitute.

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Una seconda risposta la trovo nel mio sentimento intuitivo. A me non piacerebbe essere ridotto ad un oggetto sessuale, nè mi piacerebbe che questo accadesse alle persone che mi sono care, e dato che per alcune cose fondamentali tutti gli esseri umani sono uguali – a nessuno piace farsi del male, a meno che non sia masochista e allora va aiutato – ritengo che questo non piaccia a nessuno; vedo un principio di classismo o di razzismo nell’idea che quello che non potrei sopportare io, lo possono invece ben sopportare le donne più povere del proletariato o le nigeriane e le romene, le quali anzi hanno tutti i motivi per accontentarsi, perché la totale disoccupazione o il rifiuto di essere accolte come migranti sarebbero peggio.

Tutto questo potrebbe bastarmi, se non fosse che elude la questione di principio: se una donna vuole prostituirsi, perché no? Dunque, sposto il discorso sugli uomini, che sono poi il problema originario poiché la prostituzione esiste perché esiste la domanda maschile. E arrivo a pensare che, va bene, una donna può vendersi, ma un uomo non può comprarla. Sono convinto che questa impostazione sia corretta, ma quella donna che vuole vendersi non sarebbe d’accordo con me, perché le tolgo i clienti, anche se a lei non faccio nulla per limitarla, anzi le dico che può esporsi e proporsi ovunque. La questione di principio mi ritorna di nuovo: se una donna vuole, perché no?

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La risposta, secondo me, non può che essere un postulato. Il corpo non è mio, il corpo sono io, i corpi sono le persone, e le persone non possono essere ridotte a merci e a beni di consumo. Una persona può lavorare e trasformare la materia in un’attività più creativa o più esecutiva, ma non può essere essa stessa materia da lavorare e trasformare. Se l’industria e il mercato procedono nel senso di mercificare e usare le persone, all’industria e al mercato va posto un limite, a tutela del bene di tutti, anche se alcuni si dichiarano disposti a farsi mercificare e usare.

Ragioniamo così anche su altre questioni. Per esempio, siamo contro la pena di morte. Nell’esserlo, non pensiamo di parlare a nome dei condannati a morte o dei detenuti, né li abbiamo mai consultati, né abbiamo mai tenuto conto della loro soggettività. Desideriamo vivere e diamo per scontato che ogni essere umano lo desideri, anche se possiamo facilmente ipotizzare che alcuni condannati a morte o detenuti preferiscano il patibolo al carcere, tanto è vero che alcuni in carcere scelgono di suicidarsi. Il punto per noi, non è quello che vogliono i condannati a morte o i detenuti, il punto è che lo stato nell’esercizio del monopolio della violenza deve avere un limite: non può decidere della vita o della morte di un suo cittadino quando questo è messo nella condizione di non nuocere, altrimenti la vita di tutti è esposta al potere violento dello stato. Perciò, se un condannato o un detenuto mi dice io preferisco morire, questo non influenza la mia posizione sulla pena di morte. Lo stesso dicasi per la tortura.

negro di casa 4Allo stesso modo siamo contro la schiavitù. Nell’esserlo, non pensiamo di parlare a nome degli schiavi, né mai li abbiamo consultati, né abbiamo tenuto conto della loro soggettività. Desideriamo essere liberi e immaginiamo che questo sia il desiderio di ogni essere umano, anche se vi possono essere persone o vi possono essere state, come i negri di casa, che preferivano quella condizione priva di libertà, ma di relativo privilegio rispetto agli altri schiavi, invece che quella di liberi lavoratori salariati. Così come vi erano altri che volevano tentare la scommessa della servitù debitoria per poter emigrare. Il punto per noi, non è cosa vogliono o volevano gli schiavi, il punto è che la proprietà privata deve avere un limite: non può possedere esseri umani, a tutela della libertà di tutti.

L’abolizione della pena di morte, della tortura, della schiavitù e della prostituzione, non è espressione di una soggettività, è una questione di principio, che pone un limite invalicabile al potere dello stato, della proprietà e del mercato, a tutela di tutti, anche se qualcuno questa tutela non la vuole. È l’autodeterminazione dei principi di civiltà.

Prostituzione violenza sessista

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In una discussione sul Ricciocorno dedicata alla caricatura di Serafina trovo una posizione così espressa:

C’è chi ritiene che la prostituzione a volte è una forma di violenza e a volte no, e chi la ritiene sempre una forma di violenza. Quest’ultima posizione (…) non ha argomenti a suo favore. Gli argomenti a quella posizione non ci sono, e basta. (…) Tutti i gatti sono neri. Ne vedi uno bianco, ti correggi. La prostituzione non può essere di per sé una forma di violenza.

Dunque, la prostituzione è violenza sempre o solo in alcune situazioni?

Se per violenza si intende la violenza fisica diretta (aggressioni, lesioni, stupri), questa accade in un certo numero di situazioni; non sempre e non a tutte le prostitute. Se per violenza si intende il rapporto di dominio del soggetto sull’oggetto, per cui la prostituta subisce o pratica atti sessuali senza desiderio o persino con ripugnanza, in una dinamica nella quale lei è resa un oggetto sessuale, allora si può dire che la prostituzione è violenza sempre. O meglio, è violenza in sé. Tanto più se la prostituzione è letta come una espressione del dominio sessista, nel quale agli uomini compete il diritto di sfogare un bisogno e alle donne il dovere di fare da sfogatoio, un dovere che l’uomo esige con le buone (denaro e altre forme di ricompensa) o con le cattive (minacce e violenza).

Questa lettura presuppone una visione del mondo, è in questo senso una lettura ideologica e non può essere diverso, perché qualsiasi analisi della realtà è filtrata da categorie interpretative, che sono categorie ideologiche. Quindi, come le altre, una lettura parziale e opinabile. Tuttavia, i casi di prostitute consenzienti non la mettono in discussione. Così come le moltitudini di lavoratori consenzienti e i tanti lavoratori non sfruttati, tutelati dai sindacati e dalle legislazioni sociali, non mettono in discussione la lettura secondo cui il lavoro salariato è, nella sua dinamica, un rapporto di sfruttamento. Altre saranno le possibili confutazioni.

Dubito che una prostituta possa dirsi davvero consenziente: infatti, lei è pagata, proprio per compensare atti sessuali indesiderati e nel caso il cliente non la paghi, lei può sempre denunciarlo per violenza sessuale. Esistono sentenze di clienti condannati per violenza, non per aver fatto violenza diretta, ma solo per non aver pagato. Dunque, ha senso definire la prostituzione uno stupro a pagamento.

Il consenso – comunque lo si voglia considerare, desiderio proprio o solo accettazione del desiderio altrui – non esclude la violenza. Il pugilato è uno sport violento; i pugili sono consenzienti; questo nulla toglie alla violenza del pugilato. Tutti i casi diversi dalla vittimizzazione e tutta la complessità del fenomeno possono negare il valore assoluto di una affermazione (la prostituzione è violenza) – cosa facile poiché ogni affermazione assolutizzata diventa falsa in virtù di una sola eccezione – ma non necessariamente il suo valore essenziale. La civiltà della motorizzazione è inquinante, anche se causa e comprende l’ecologismo. Non tutta la civiltà della motorizzazione è inquinante, ma l’inquinamento è un dato essenziale e costitutivo della motorizzazione di massa.

Altre letture ideologiche sono possibili. Si può dire che grazie al femminismo le donne sono diventate libere e autodeterminate. Quelle che un tempo erano schiave oggi sono praticanti della libertà di scelta. E quelli che un tempo erano abusanti oggi sono uomini in crisi. E dunque, la prostituzione da rapporto di dominio diventa rapporto di consolazione. Possono esserci prostitute e clienti che la vivono in effetti così. Dubito questo sia l’essenziale, ma c’è chi vuole vederla così o in altri modi ancora.

Rimane la questione della violenza diretta. Non è necessario che tutte siano vittime. Se in un lago, in un tratto di fiume o di mare, c’è il rischio di annegare, si stabilisce il divieto di balneazione, anche se non tutti annegherebbero. Se in una fabbrica c’è il rischio di contrarre malattie gravi, anche se non tutti i lavoratori si ammalerebbero, neppure la maggioranza, quella fabbrica è giusto chiuderla. Le attività pericolose, usuranti, nocive per la salute sono da impedire. In modo del tutto empirico, si afferma che quelle attività sono un pericolo inaccettabile.

Firmatari consenzienti di un contratto erano gli schiavi della servitù debitoria alle origini dell’emigrazione europea. Ma gli abusi a cui molti di quei servi venivano poi sottoposti resero necessaria l’abolizione anche di quella forma di schiavitù, nonostante, secondo la retorica oggi in voga, essa fosse intrapresa per libera scelta degli emigranti privi di risorse.

Nella prostituzione, quale che sia il regime legislativo (proibizione, depenalizzaione, regolamentazione) il rischio di subire abusi e violenze riconoscibili da tutti come tali, è molto, troppo elevato, e le violenze che in effetti accadono, molto troppo numerose. Questo è sufficiente per associare la prostituzione alla violenza e per volerla abolire.

Incomparabili droga e prostituzione

Au Salon de la rue des Moulins

Vi sono antiproibizionisti, alcuni radicali, altri di sinistra, che dichiarano di voler legalizzare droga e prostituzione. In questo senso, si esprime un tweet di Chicco Testa.

Secondo me, le due cose sono incomparabili; che i mercati dell’una e dell’altra siano controllati dalle mafie è insufficiente per poterle paragonare. Prima di tutto, perché il paragone suggerisce l’idea che le donne siano un bene di consumo come le sostanze stupefacenti o le bevande alcoliche, cose invece che persone, da offrire in modo legale invece che illegale. In secondo luogo, perché il consumo di droga può sottrarsi allo scambio con il denaro, la prostituzione no. Infine, perché la prostituzione in Italia è già depenalizzata. Legalizzarla significa: far dettare alla legge le condizioni in cui può essere esercitata; legittimare le figure intorno alla prostituta (lo sfruttatore, il favoreggiatore e il cliente); e normalizzare a livello simbolico l’idea che la sessualità femminile sia una sessualità di servizio.

Al fine di sottrarla al mercato controllato dalle mafie, immagino come possa funzionare la legalizzazione della droga. Invece non so immaginare come possa funzionare la legalizzazione della prostituzione. La prima estingue il mercato stesso; la seconda lo fa emergere con il rischio molto elevato di legalizzare o di agevolare anche il controllo mafioso. Tratta e schiavitù esistono perché le prostitute disponibili sono poche. Nei bordelli legalizzati si trovano le une e le altre. I clienti non fanno distinzioni. I controlli dello stato sono teorici.

Il consumatore di droga soffre assuefazione e dipendenza, sente il bisogno di assumere la sostanza, di aumentare le dosi, è disposto a pagare qualsiasi prezzo, anche a delinquere per procurarsi i soldi. Su questa dipendenza si arricchiscono le mafie che controllano la produzione e la distribuzione della droga. Ha senso pensare sia utile sottrarre alle mafie questo controllo, non con la proibizione che finisce per alimentare il mercato clandestino, ma con la concorrenza dello stato e, nel caso della marijuana, con il permesso ai consumatori di coltivare in proprio per uso personale.

Se un tossicodipendente può ottenere dallo stato ad un prezzo politico, o persino gratis, la droga e luoghi dove potersi drogare, sarà libero dagli spacciatori. I profitti delle mafie crolleranno. Lo stato si limiterà a fornire sostanze e servizi, senza incentivare il consumo, perché disinteressato a ricarne profitto. Le mafie, battute sul prezzo, perderanno a loro volta interesse ad incentivare la diffusione del consumo, così i tossicodipendenti diminuiranno. Il mercato della droga è un mercato indotto dall’offerta. Se l’offerta diventa passiva, il mercato si estingue.

Può estinguersi allo stesso modo il mercato della prostituzione? E’ impensabile che lo stato fornisca prestazioni sessuali a basso costo o gratis. Le schiave della tratta continuerebbero ad essere comunque competitive. Tante prostitute sono minorenni, l’ingresso nella prostituzione in media avviene a 13 anni. Possiamo legalizzare la prostituzione minorile, per sottrarne il mercato al controllo delle mafie? Molte prostitute rifiuteranno di regolarizzarsi, perchè non vorranno apparire ufficialmente come tali. Diventeranno fuorilegge?

Salvo casi patologici, i clienti della prostituzione sono estranei a problemi di assuefazione e dipendenza. Vanno dalle prostitute di loro spontanea iniziativa senza il bisogno di essere incentivati da offerte malavitose, senza finire intrappolati in circoli viziosi. Se il mercato della droga è indotto dall’offerta, quella offerta che si vuole neutralizzare, il mercato della prostituzione è indotto dalla domanda. Estinguere il mercato della prostituzione, significa reprimere, neutralizzare o comunque intervenire sulla domanda, affinché smetta di domandare. La legalizzazione della prostituzione ottiene invece l’effetto contrario: rende la domanda più facile e gli amplia il ventaglio delle offerte.

Perché il separatismo maschile?

siepe-512Alcuni uomini lasciano Maschile Plurale (MP).
Claudio Magnabosco e gli uomini contro la tratta e la prostituzione. Secondo loro, MP finge di non prendere posizione tra l’abolizionismo e la regolamentazione, ma di fatto ignora la tratta e i clienti della prostituzione e mostra più attenzione verso gli ambienti favorevoli alla legalizzazione.
Claudio Vedovati, socio fondatore del gruppo. Secondo lui, MP tende ormai al separatismo, all’astrattezza, al narcisismo, ad una autonomia maschile che c’è già stata (il patriarcato), mentre quello che occorre, rispetto alla violenza sessista, è ascoltare le donne, imparare dalla loro sapienza. Quando una donna ha accusato di violenza psicologica un uomo di MP, l’associazione non ha saputo accogliere la sua verità; quando alcuni uomini hanno provato ad aprire un conflitto dentro MP sono stati a loro volta investiti da prepotenza e sopraffazione. Oggi MP è sovrastata dalla violenza e questo richiede un taglio per continuare a fare politica.

Queste critiche sono respinte da Alberto Leiss, giornalista impegnato nell’associazione. A suo avviso, i giudizi sono liquidatori; MP non ha una linea; è possibile sia lottare contro la tratta, sia ascoltare chi chiede il riconoscimento della prostituzione libera e volontaria; ricorda gli articoli che ha scritto e gli incontri a cui a partecipato sul caso dell’uomo di MP accusato di violenza; il gruppo ne ha discusso, riflettuto, si è interrogato, ha formalizzato un documento di scuse, ma di più non poteva fare nel momento in cui le due persone coinvolte hanno scelto di mantenere l’anonimato.

Non sono associato a MP, non ho esperienza diretta delle dinamiche interne, mi affido a ciò che leggo, ascolto e percepisco.
Sulla prostituzione, concordo sia bene ascoltare tutti, penso poi però occorra fare una scelta: depenalizzare favoreggiamento e induzione può favorire lo sfruttamento. Nei paesi regolamentaristi, la tratta si è rafforzata. La regolamentazione definisce la sessualità maschile come bisogno e la sessualità femminile come servizio, soprattutto riconosce i prostitutori come legittimi imprenditori e clienti. Nelle libere e regolari attività commerciali, i clienti sono quelli che hanno sempre ragione. Rispetto alla regolamentazione, noi uomini siamo in «oggettivo» conflitto d’interessi.
Sull’accusa di violenza, quando circa un anno fa ho chiesto chiarimenti sulla confusione che veniva fatta tra violenza e conflitto, mosso critiche, pubblicato discussioni (e anche un po’ polemizzato) sono stato «accolto» da chi rappresentava il gruppo come un avversario che vuole competere per essere il più buono e il migliore tra i maschi. Un modo volto più alla delegittimazione che al dialogo o al conflitto. Posso immaginare che il confronto interno sia stato anche più duro.
Negli interventi pubblici ho sentito nominare la violenza da Claudio Vedovati e da Marco Deriu. Ho letto e ascoltato con rispetto e interesse Alberto Leiss, credo alla sincerità del suo punto di vista, ma percepisco dal suo discorso una sostanziale messa in dubbio della parola della donna, in assenza di prove certe. Ho percepito da parte degli altri silenzio, difesa e chiusura. Se è esistito un dibattito più profondo, in pubblico non è stato condiviso.

Magnabosco e Vedovati mettono in discussione MP per come è diventata. Mi chiedo se l’associazionismo maschile possa avere un esito diverso.
L’associazione in un primo tempo è uno strumento, assume un valore aggregante intorno ad un messaggio originario e tiene insieme le persone. Poi, il suo rafforzamento, la sua immagine, il suo successo e quello dei suoi rappresentanti  aumentano di importanza e tendono a diventare il fine.
A fronte di un associato accusato di violenza, l’associazione è uno strumento di autocoscienza o un oggetto da difendere dalla minaccia di uno scandalo? A fronte di milioni di uomini che domandano alle donne di prostituirsi, l’associazione è più interessata a confliggere con i clienti nella lotta allo sfruttamento o a raccoglierne il consenso in una politica di regolamentazione?
Un’associazione maschile può trarre credito e consenso dalle donne, senza avere un’autonoma base di consenso maschile. Nel caso, i rappresentanti dell’associazione rischiano una deriva verso la retorica e il narcisismo, ma anche verso paralisi e ambiguità ogni qual volta le donne si dividono.
Un’associazione maschile può essere sostenuta dagli uomini. Nel caso, tenderà a diventare il partito, il sindacato degli uomini, il rappresentante della soggettività maschile. Che vorrà dire la sua su tutto, anche su cosa è violenza sulle donne. Ne abbiamo avuto avvisaglia nelle posture difensive di MP.

Ogni associazione rischia di diventare fine a se stessa e di sviluppare dinamiche improntate a potere, gerarchia, conformismo e narcisismo di gruppo. Perchè proprio gli uomini dovrebbero rinunciare ad associarsi per evitare questo rischio? Bisogna vedere se vale la pena rischiare. Nel caso del femminismo è valsa, perché le donne hanno voluto sottrarsi alla narrazione maschile di se stesse, del rapporto tra i sessi, ed hanno potuto farlo separandosi, per un certo tratto. Fu un atto di lotta. Tuttavia, oggi associazioni di donne separatiste non ne esistono quasi più. Il movimento delle donne è aperto anche agli uomini, e in ogni caso non si è mai strutturato in una associazione nazionale. Gli uomini oggi perché dovrebbero separarsi dalle donne, creare propri luoghi separati in cui stare tra loro? E ammesso sia utile avere momenti tra uomini, perché costruirci sopra un’organizzazione?

MP indica come suo scopo la ridefinizione della identità maschile, plurale e critica verso il modello patriarcale. Tuttavia, l’identità maschile, fatta di distacco emotivo, competizione per il potere, inferiorizzazione della donna, si è storicamente definita nella divisione sessuale del lavoro nel patriarcato ed è stata messa in discussione dal superamento di quella divisione, nel momento in cui le donne sono entrate nella sfera pubblica, i luoghi di lavoro e di istruzione, e anche molti luoghi sportivi, sono diventati luoghi misti. I luoghi maschili o prevalentemente maschili che sopravvivono sono fondati sul retaggio della discriminazione e sono in genere luoghi molto tristi. Dunque, perché ricreare artificiosamente dei luoghi per soli uomini, quando è nella relazione con le donne che ridefiniamo la nostra identità in senso antipatriarcale?

Riferimenti:
Eccomi a gettare il cuore oltre all’ostacolo – Claudio Vedovati
I gruppi “uomini” contro la tratta e contro la prostituzione lasciano Maschile Plurale – Claudio Magnabosco Isoke Aikpitanyi
Gli uomini sono storicamente già associati a sufficienza – Tk
Interrogarsi sulla violenza maschile non basta più – Massimo Lizzi, 20 marzo 2015
Tra i resti del patriarcato: il fantasma della rivalsa femminile – Claudio Vedovati, 5 gennaio 2015
Nutrire la nostra libertà rischiando – Claudio Vedovati e Sara Gandini, 19 ottobre 2014
Se una donna accusa un uomo di violenza, la sua parola va presa sul serio – Sara Gandini, 13 agosto 2014

Il ghetto a luci rosse

prostitution
La prostituzione non è un servizio, ma una servitù. Oltre alle tante costrette a prostituirsi, molte sono ragazze che spesso hanno subito abusi e violenze da bambine. L’età media di ingresso nella prostituzione è 13 anni. I bordelli e i prostitutori clienti sono in genere disinteressati a distinguere tra libere e schiave, tra maggiorenni e minorenni. Così, se tra le une e le altre c’è distinzione, non c’è invece soluzione di continuità. Non c’è nemmeno nei paesi in cui la prostituzione è stata messa sotto il controllo della legge. Perciò, io sono contrario all’idea di ripristinare le case chiuse o di istituire quartieri o zone a luci rosse, come quelle in progetto al Comune di Roma o di altre città.

Il sesso è desiderio, ma non è un bisogno, nè un diritto, gli uomini non hanno il diritto di comprare le donne, se lo fanno non è per necessità, ma per volontà di esercitare dominio e potere, in ogni caso per passare sopra la relazione con un’altra persona, usando il denaro invece che la violenza diretta. Non c’è una sessualità sbagliata. Nel rapporto tra sesso e violenza, sbagliata è la violenza. Nel rapporto tra sesso e denaro, sbagliato è il denaro. Violenza e denaro sono espressioni e funzioni di un potere. La prostituzione non è un rapporto sessuale, è un rapporto di potere.

Se invece fossi interessato ad una prospettiva di legalizzazione, che vede la prostituzione essere un lavoro come un altro, una scelta di libertà, e le prostitute come lavoratrici a cui garantire servizi e diritti in quanto sex workers e non in quanto persone ed esseri umani, sarei ugualmente contrario alle zone rosse. Le servitù si aboliscono. I servizi non si occultano. Dato che si dichiara di non voler più far finta di non vedere le prostitute in strada, allora non bisogna escogitare un modo più efficace per nasconderle: case chiuse, zone rosse, in periferia o fuori città.

Pensare di aiutare e proteggere meglio una categoria di persone, confinandola in una zona della città, è una vecchia logica che sta all’origine del ghetto. Il comune ha la facoltà di istituire e offrire i servizi che meglio crede, ma non può mettere il filo spinato intorno ad una attività che vuol considerare lecita. Finché le prostitute esistono, al pari di altre lavoratrici e commercianti, devono poter operare ovunque. Anche in Via del Corso (RM), via Monte Napoleone (MI), Via Roma (TO).

Vedi anche:
Lo stigma della prostituta – 11.11.2014
Definire «cura» il sesso, per poterlo mercificare – 05.07.2013
L’istituzione delle zone a luci rosse: guerra alle prostitute – Maria Rossi 11.02.2015
Rosen Hicher: «La prostituzione è una forma di violenza» – Simona Sforza 7.02.2015
Rebecca Mont: «Qual è la tua scusa?» – Ricciocorno Schiattoso 13.02.2015
Against ‘Spilabotte’ law proposal and regulation of prostitution – Resistenza femminista 09.02.2015
Il blog Consumabili – Uno degli affari più lucrosi al mondo: l’industria globale del sesso