Istat, violenza, italiani e stranieri

Difendila-720

Secondo l’Istat, gli stupri subiti dalle donne italiane sono stati commessi da italiani in oltre l’80% dei casi (81,6%), da autori stranieri in circa il 15% dei casi (15,1%). Ma, gli stranieri sono l’8,3% della popolazione. Se l’autore della violenza o della tentata violenza è straniero, le donne italiane denunciano di più. La somma dei dati non dà 100: forse, mancano dei dati; forse, vi sono alcune denunce di vittime italiane per le quali non è stato possibile identificare la nazionalità dell’aggressore; forse, alcune vittime straniere hanno denunciato più di una aggressione.

Va ricordato che i dati Istat sono rielaborazioni dei dati del ministero dell’interno e che questi ultimi sono dati relativi alle denunce. Secondo l’Istat, le denunce sono solo il 7% delle violenze. Perciò, a parere di Marzio Barbagli e di Laura Linda Sabbadini questi dati sono insufficienti per poter dire che gli stranieri violentano più degli italiani. E’ probabile che anche le straniere non denuncino parenti e amici, anche se, secondo Linda Laura Sabbadini, le straniere denunciano più delle italiane.

Sulla violenza, il confronto reale da tener presente, l’unico sul quale occorre concentrarsi, è quello tra uomini e donne. Il confronto tra italiani e stranieri è imposto dalla xenofobia, che usa pesantemente il tema della violenza sulle donne per criminalizzare gli stranieri, facendo leva sul pregiudizio facile. Così, per contenere la xenofobia, c’è da fare un lavoro su dati e proporzioni.

Si può capire la donna che prova maggior disagio, fastidio, paura, rabbia, quando l’attenzione molesta arriva da uno straniero. È un vissuto non giudicabile; anch’io, in situazioni negative preferisco, del tutto irrazionalmente, avere a che fare con italiani. Penso invece si entri nel pregiudizio, quando la molestia o qualsiasi altro comportamento negativo è spiegato come espressione della cultura di provenienza dello straniero.

Se diciamo che gli stranieri delinquono di più, in particolare verso le donne, e lo fanno perché predisposti culturalmente, in cosa si distingue la nostra lettura da quella della destra xenofoba? E quali diverse conseguenze possiamo trarre? Finiamo come il Minniti imitato da Crozza: la differenza è che a noi la xenofobia “ci dispiace”; e la sfida dei prossimi anni, sarà “farci passare il dispiacere”.

Il pregiudizio negativo nei confronti degli stranieri è anche mio. Anch’io tendo a credere che si comportino peggio e do credito alle testimonianze. Solo che le analisi della realtà, intese come studi, ricerche, statistiche, non confermano questa ipotesi o mostrano di non avere dati sufficienti per poterla confermare.

Un dato possiamo conoscerlo tutti: gli stranieri in Italia sono passati dai 300 mila del 1990, al milione e trecentomila del 2002, ai 5 milioni del 2017. Per lo stesso arco di tempo, il ministero degli interni, quello della giustizia, l’Istat e altri istituti di ricerca non dicono che i reati sono aumentati in misura proporzionale all’aumento degli stranieri. Anzi, non sono proprio aumentati, alcuni, i più efferati, compresi gli stupri, sono persino diminuiti. Dunque, per quanto ne sappiamo, vero e verosimile non coincidono.

Tuttavia, stranieri che si comportano male esistono. Ciò ha una spiegazione culturale? Penso di no. Oppure si, ma paradossalmente in senso contrario a quel che si tende a credere. Non sono uomini arretrati, sono uomini moderni, che pensano di incontrare finalmente donne moderne, cioé libere, disinibite e disponibili, come quelle che compaiono nelle gigantesche diapositive pubblicitarie della stazione centrale di Milano, dove si concentrano molti migranti.

L’uomo patriarcale era più rispettoso verso le donne dell’uomo postpatriarcale. Il primo viveva in un ordine che dava regole e limiti, il secondo vive in un disordine che dà solo licenze. Gli uomini neri che molestano, per cultura, sono poco simili agli uomini della loro tribù, sono più simili ai nostri clienti della prostituzione, ai nostri utenti del porno, ai nostri turisti sessuali. Più simili a quei programmatori che simbolizzano la donna nei sex robot e in quei visitatori che per eccitazione i sex robot li distruggono.

Sono giovani, più intraprendenti di noi nel bene e nel male. Sono soli, senza opportunità di socializzazione (circoli, palestre, piscine, sale da ballo, discoteche, scuole, università, associazioni, compagnie di amici), quindi si affidano di più all’approccio volante o ad un’attenzione molto segnaletica. Nella solitudine, non sono sotto il controllo di parenti, amici, conoscenti, non hanno il problema ambientale di proteggere la propria reputazione personale dallo sguardo dell’altro ed anche il proprio sguardo interiore chiude un occhio.

Date queste condizioni, la risposta più efficace non può che andare nel senso di favorire una maggiore inclusione. Il contrario di quel che suggerisce il riflesso condizionato xenofobo.

Xenofobia falsa amica delle donne

Donne migranti

Essere amici delle donne, dopo gli stupri di Rimini commessi da maschi nordafricani, significa dover diventare xenofobi?

Lo stupro è un crimine odioso, equiparabile al tentato omicidio. Chi lo commette va condannato e messo nelle condizioni di non nuocere; essere straniero non è un’aggravante, ma neppure un’attenuante. Come ogni violenza sulle donne, lo stupro chiama in causa la cultura patriarcale e la sessualità maschile, non per relativizzare la responsabilità di uno o di un branco, ma per coinvolgere la responsabilità di tutti gli uomini. Ci chiama in causa subito, nell’assumere il contrasto alla violenza come priorità, non come lunga marcia da collocare sullo sfondo di altre priorità.

Dal femminismo abbiamo imparato che la violenza sulle donne è il dispositivo maschile per avere ragione e potere nel conflitto tra i sessi: in forza della sua efficacia intimidatoria, tutti gli uomini traggono vantaggio dalla violenza sulle donne. Gli uomini patriarcali sfuggono alla lettura del conflitto tra i sessi e collocano la violenza sul terreno di altri conflitti: tra le classi, le religioni, le culture, le nazioni; per violare le donne dell’altro o per difendere le proprie donne dall’altro. Nella visione difensiva, l’uomo violento è una deviazione dalla buona norma maschile: l’ignorante, il povero, il tossico, l’acolizzato, il diverso, lo straniero. Il maschio in sé è buono e salvo. Anzi, il vero uomo è colui che combatte le deviazioni e nel combatterle si erge a tutore delle donne. Se le femministe stanno al conflitto tra i sessi, altre donne stanno al conflitto tra maschi e in esso si schierano. Per quanto sia deludente, anche una femminista può aderire agli schemi del conflitto tra maschi, perché nessuno è immune da pregiudizi, fobie sociali, rassegnazione; a chiunque può capitare di esserne orientato, magari con l’idea di dover scegliere il male minore.

D’altra parte, questi schemi sembrano plausibili, perché poggiano su dati verosimili o parzialmente veri. È falso che vogliamo rendere i migranti intoccabili e invitiamo a tacere se responsabili di reati. Ma è vero che di fronte al reato di uno straniero ci troviamo in imbarazzo, perché temiamo il razzismo. È una reazione normale; la stessa che avremmo di fronte al peggiore degli assassini di pelle bianca esposto al linciaggio della folla. Nel contesto di un linciaggio la prima cosa che ci viene in mente non è la condanna dell’assassino.

Anni fa, una manifestazione di donne contro la violenza chiedeva di uscire dal silenzio. Si riferiva all’opacità della violenza maschile perpetrata da parenti, amici, colleghi di lavoro; una violenza velata, salvo caso efferati nei quali comunque valeva una certa empatia con il violento. Nei blog e sui social si formarono pagine di rassegna della violenza sulle donne, per dare conto della frequenza e della quantità del fenomeno. Ora, questo lavoro è caduto in disuso. La violenza maschile nei luoghi pubblici, quella del maniaco o dell’uomo nero, è sempre stata un tema allarmante ed eccitante della cronaca nera, sempre raccontata. Lì si tratta di uscire dal chiasso, per informare e orientare in modo corretto. Si può nominare, ovvio, la nazionalità del reo; altro è scegliere di enfatizzarla, evidenziarla come causa o predisposizione, elevarla a questione: non più questione maschile, ma questione straniera.

Sembra plausibile la presunta prevalenza straniera nella criminalità. Pur in assenza di prove, siamo disposti a crederla vera, nonostante gli immigrati siano aumentati di sei volte in vent’anni ed i reati più gravi siano rimasti stabili o persino diminuiti. Il dato sugli stupri dice di un 40% di stupratori stranieri a fronte di una popolazione straniera dell’8%. In proporzione, dunque, gli stranieri stuprerebbero più degli italiani. Il dato però si basa sulle sole denunce: appena il 7% delle violenze. Quali siano le proporzioni nel restante 93% lo ignoriamo. Tra le violenze possiamo includere o escludere varie situazioni. Alcuni di noi pensano che la prostituzione sia uno stupro a pagamento. I milioni di clienti italiani come li consideriamo? E le decine di migliaia di prostitute straniere? La domanda investe le proporzioni tra le vittime. Così come è stata oscurata la trans peruviana tra le vittime degli stupri di Rimini da parte di chi voleva ribellarsi al silenzio buonista, così è oscurato il probabile primato straniero nella condizione della vittima, perché non serve per costruire l’immagine negativa dello straniero. Tornando alle sole denunce di stupro, il 32% delle vittime è straniera. Di nuovo, molto di più dell’8% della popolazione. In proporzione, le straniere sono più vittime delle italiane.

Il pregiudizio negativo nei confronti dello straniero è il presupposto della scelta arbitraria di mettere a confronto italiani e stranieri. L’esito del confronto non è una giustificazione, è solo un’autoconferma, agganciata ad un presunto difetto culturale: gli stranieri provengono da regioni dalla cultura più patriarcale della nostra, quindi sarebbero più propensi ad abusare delle donne. Un simile criterio culturale ci induce a credere che in Italia, siciliani e calabresi siano più propensi all’abuso di lombardi e piemontesi e che gli uomini dell’Europa latina siano più abusanti degli uomini dei paesi scandinavi. Eppure, secondo le statistiche, la violenza contro le donne primeggia nel Nord Europa, mentre l’Italia sta sotto la media europea. Inoltre, come osserva Marzio Barbagli, i migranti sono culturalmente molto diversi dai loro connazionali rimasti in patria. Resta poi il fatto che il primato degli stupri tra gli stranieri spetta, non ad una nazionalità africana o mediorientale, ma ad una nazionalità europea: i romeni. Infine, ad insegnare come si trattano le donne, più che le tradizioni religiose e tribali, è la moderna pornografia industriale, unica fonte di educazione sessuale per i nostri adolescenti. Un prodotto culturale tutto occidentale.

Dati due gruppi di uomini si potrà sempre mostrare che un gruppo stupra più dell’altro. Metropolitani e provinciali; settentrionali e meridionali; colti e ignoranti; laici e religiosi, ricchi e poveri. Per ciascuna categoria duale possiamo stabilire quale sia il gruppo peggiore, per pochi o tanti punti. Ma in genere non lo facciamo. Si dirà, che per il confronto italiani-stranieri i punti di distacco sono tali da giustificarlo; abbiamo già visto che non possiamo dire di saperlo. Esiste di certo una categoria duale nella quale i punti di distacco sono notevoli, quella tra giovani e adulti o anziani. Il dato è del ministero della giustizia: il 25% degli stupratori condannati è minorenne (in rapporto a meno del 5% della popolazione). Dei quattro stupratori di Rimini, tre sono minorenni, il quarto ha 20 anni. Il colpevole di un reato è spesso un giovane maschio, senza che ciò induca a fobia e intolleranza nei confronti dei giovani. Il dato generazionale può spiegare molto più del dato culturale o sociale, perché gli stranieri (forse) delinquono più degli italiani: gli stranieri sono in proporzione molto più giovani degli italiani. Per converso, le giovani sono le principali vittime; le straniere sono in proporzione più giovani delle italiane.

La condizione delle vittime straniere mostra quanto sia fuorviante contrapporre donne e migranti. Oltre al fatto che il razzismo e il sessismo crescono insieme, come mostrano i tanti indignati per gli stupri di Rimini che augurano a Laura Boldrini di essere stuprata, c’è che le politiche di chiusura penalizzano le donne più degli uomini. Vero o falso che nel casermone dei rifugiati sgomberato a Roma ci fosse un postribolo, è certo che la mancata regolarizzazione delle donne le rende più vulnerabili ed esposte al ricatto e allo sfruttamento. Tante sono le donne che muoiono nella traversata del mare e del deserto, perché le politiche di chiusura impediscono loro di raggiungere legalmente l’Europa. Tante quelle che subiscono abusi e stupri nei campi di concentramento voluti dagli europei e anche dagli italiani, per smistare rifugiati e migranti economici in Africa. È perciò insensato criminalizzare i migranti per essere amici delle donne. Il razzismo oltre a rimettere le donne bianche sotto la tutela del maschio, condanna le donne nere.



Riferimenti:
[^] La congiunzione «stupri-migranti» è pericolosa oltre che inutile – Alessandra Pigliaru, il manifesto 2.09.2017
[^] Gli Stupri, Gli Stranieri, Gli Italiani – Marina Terragni, 1.09.2017
[^] Violenze: «Solo il 7% delle donne ha la forza di denunciare» – Marzio Barbagli, Corriere della Sera 1.09.2017
[^] Lo stupro non ha colore – Cristina Obber, Elle 30.08.2017
[^] Rimini e dintorni: indignatevi anche quando gli stupratori e gli assassini sono italiani – D.I.Re Donne in rete contro la violenza, 30.08.2017
[^] Migranti: tra chi li odia e chi li vorrebbe rendere intoccabili, c’è la giusta via di mezzo – Lorella Zanardo, Il Fatto 30.08.2017
[^] Boldrini: “Sullo stupro di Rimini dibattito agghiacciante: stiamo toccando il fondo” – Repubblica, 29.08.2017
[^] Da Rimini a Gioia del colle, la violenza sulle donne fa notizia anche se commessa da stranieri? – Lorella Zanardo, Il Fatto 28.08.2017
[^] La violenza contro le donne è sempre violenza, che la compia un italiano o uno straniero – Lorella Zanardo, Il Fatto 31.07.2017

I vantaggi della violenza virtuale

Pollice Verso, by Jean-Léon Gérôme

La violenza virtuale quando diventa persecutoria è violenza psicologica ed è pericolosa: può indurre all’omicidio (Jo Cox in Gran Bretagna), al suicidio (Tiziana Cantone in Italia); far soffrire terribilmente (tante vittime di cyberbullismo, vendette porno, tempeste di merda, bufale). Questa violenza non riguarda solo una folla di ignoranti frustrati, che si fa gruppo sui social e si sente impunita, anche se una questione di alfabetizzazione esiste, basti vedere quanto sia difficile fare umorismo sulle fake news senza essere fraintesi e presi sul serio.

Questa violenza riguarda il necessario collante delle culture identitarie razziste e nazionaliste o del revanscismo maschilista e misogino. L’essere capaci di stare insieme solo contro un nemico, uno straniero, un corpo alieno, un disertore, un capro espiatorio, o semplicemente un punching ball. La teorizzazione di una intolleranza che inquina e contagia: il combatterla si alimenta di risentimento, il non combatterla, trova le occasioni per emularne il linguaggio. Penso a come noi civili e democratici vediamo certi leader e i giornalisti della destra, al senso di repulsione che ci provocano, o a certe miserie delle dispute intestine alla sinistra.

A preoccupare, oltre i violenti, è la comprensione per il violento, il biasimo per la vittima, l’odio strisciante, il divertimento normalizzante. La violenza virtuale al tempo della televisione commerciale e di Internet è un grande circo, un dispositivo per generare ascolti, visite, traffico, e per vendere inserzioni e dati utenti. Giornali come il Corriere della Sera adesso scrivono articoli di consenso per Laura Boldrini che reagisce alle offese sessiste e razziste, ma sono gli stessi giornali ad amplificare in modo acritico gli insulti contro di lei o contro altri, a dare notizia con fare neutrale di battute e video dal livore provocatorio di uomini di cultura, contesi dalle televisioni a suon di migliaia di euro, come ci informa lo stesso Corriere. Improbabile poter fare da anticorpo alla violenza mentre se ne sfruttano i vantaggi.

Un vantaggio è l’immediata semplificazione della lotta politica. Invece di elaborare un programma, strutturare un discorso, articolare un ragionamento, è più facile insultare l’avversario, rappresentarlo in modo ridicolo, immorale, attribuirgli dichiarazioni e comportamenti falsi e indegni, persino i più assurdi, incredibilmente creduti. Il frastuono di una minoranza di violenti, la fa sembrare maggioranza o addirittura unanimità («Tutti la odiano»). L’aggressione che offende, intimidisce, azzittisce, emargina, espelle, diventa esercizio di potere, surrogato di autorità, sfida simbolica al monopolio della violenza, quasi come lo fu lo squadrismo fascista, con un corollario simile di comprensione e complicità. A scopo deterrente, si lasciano affogare in mare i migranti; e si lasciano affogare nel fango le ong e la donna politica più favorevole all’accoglienza.

La violenza è una vantaggiosa strategia dell’attenzione, persino nello sfruttare l’ingenua indignazione dei non violenti. Chiunque, appena un po’ noto, può diventare molto noto, con la battuta viscerale di un tweet. La denuncia paradossalmente aiuta la viralità del messaggio. Post scritti con caratteri piccoli criticano screenshot di offese a caratteri cubitali, che di denuncia in denuncia fanno il giro delle pagine facebook. Come accade con la diffusione disapprovante di molti video incivili, per non dire delle televisioni, dei quotidiani o di semplici fans, pronti ad informarci che il tal dei tali ha massacrato, demolito, asfaltato, distrutto, il talaltro.

Lo spettacolo della violenza diverte. Umiliare qualcuno o vedere qualcuno umiliato è un intervallo eccitante tra il vuoto e la noia. C’è del compiacimento a mostrarlo, in chi lo esalta e forse pure un po’ in chi lo condanna. È qualcosa che coinvolge la sessualità maschile. Gran parte del bullismo contro le donne è a sfondo sessuale. Umiliare una donna, specie una donna importante, di potere, una donna femminile, è eccitante per gli uomini. Quando è colpita una donna, molti titoli giornalistici usano proprio il verbo, umiliare, per dirci che lui ha umiliato lei. A sostegno, interviene una singolare distorsione egualitaria: poiché tutte le donne sono umiliate dalla misoginia e dal sessismo, è democratico che la siano anche le donne più importanti.

Come contrastare la violenza offensiva in rete, riguarda allora questa domanda: come trasformarla da vantaggio in svantaggio, come renderla controproducente, come negarle i suoi premi più ambiti: l’attenzione, il divertimento, l’eccitazione e il potere. Di fronte alla tematizzazione della violenza in rete, c’è chi si preoccupa principalmente di assolvere la rete e di tutelarne la libertà d’espressione; non quella delle vittime, ma quella più rozza della libera volpe in libero pollaio. Io tengo alla libertà d’espressione di tutti, ma non riesco a separarla dalla responsabilità. L’arbitrio irresponsabile non è condizione di libero arbitrio. Al contrario: è la premessa dell’autoritarismo. Anche per questo la violenza virtuale è pericolosa.


Riferimenti:
[^] Relazione finale della commissione Jo Cox – 28.07.2017
[^] La furia della rete – Maura Gancitano, Tlon 15.08.2017
[^] Non è un post qualunque – Selvaggia Lucarelli, 16.08.2017
[^] Sull’odio ossessivo contro Laura Boldrini – 15.08.2017

Primo proteggere le vittime

Il sistema giudiziario è designato a proteggere gli uomini dal potere superiore dello stato, ma non protegge le donne o i bambini dal superiore potere degli uomini. Esso fornisce, perciò, forti garanzie per i diritti degli accusati, ma nessuna garanzia per i diritti della donna vittima di violenza.
Se ci si proponesse di ideare un sistema in grado di provocare sintomi intrusivi post-traumatici, non si potrebbe trovare niente di meglio di una corte di giustizia. Le donne che hanno cercato giustizia nel sistema giudiziario comunemente paragonano questa esperienza all’essere state violentate una seconda volta.
(Judith Lewis Herman)

Quando c’è un femminicidio, qualcuno va punito, ma solo se ci sono le prove. È la tesi essenziale e garantista opposta dall’ex magistrato Bruno Tinti a Nadia Somma e alla sentenza di Messina, che condanna i pm negligenti di Caltagirone per il femminicidio di Marianna Manduca: l’uccisione di una donna da parte dell’ex marito Saverio Nolfo, nonostante dodici denunce per violenza e maltrattamenti. Questo garantismo, tuttavia, ha garantito l’uomo, ma non la donna. È successo per molti femminicidi: una vittima su quattro prima di essere uccisa ha denunciato inutilmente.

La questione essenziale allora è diversa: quando c’è una donna che denuncia di subire violenza o di essere minacciata, qualcuno deve prevenire il peggio. Cioè assumere la protezione della vita, dell’incolumità, della libertà della donna come prioritaria, rispetto ad altri valori più favorevoli all’accusato o alle prerogative patriarcali. L’Onu e la Corte di Strasburgo hanno rilevato e condannato la responsabilità istituzionale dell’Italia nella mancata protezione delle vittime. Questa mancanza, espressa, difesa, teorizzata con candore nel doppio intervento dell’ex magistrato, azionista del Fatto Quotidiano, molto somiglia a quella vittimizzazione secondaria, che egli domanda cosa voglia dire.

  • Mostra insensibilità per la sorte della vittima; rimprovera l’interlocutrice di ignorare la rilevanza dei fatti, ma il fatto più importante di tutta la storia, l’uccisione della donna, non ha alcun rilievo nelle sue confutazioni.
  • Confonde violenza e conflitto; usa il disaccordo nella coppia per spiegarsi la violenza e, di conseguenza, vede due corresponsabili. L’idea che il conflitto sia negativo è un punto in comune con la mentalità del violento.
  • Considera il rapporto nella coppia su un astratto piano paritario e simmetrico, senza fare differenza tra uomo e donna, padre e madre, senza considerare i rapporti di forza e il contesto culturale nel quale la violenza è una funzione della gerarchia sessista.
  • Manifesta un pregiudizio negativo verso la credibilità di lei e positivo verso la credibilità di lui, così di fronte a tante denunce per paura ed esasperazione e a poche denunce per ritorsione, rimane neutrale ed equidistante.
  • Valuta la rilevanza dei fatti in modo decontestualizzato, senza inquadrali in una sequenza, nella ricostruzione di una situazione persecutoria.
  • Sottovaluta la gravità di forme di violenza ritenute lievi (schiaffi, spintoni), che invece hanno una valenza umiliante e intimidatoria.
  • Rivela un sentimento antifemminista, definisce la lotta al femminicidio una crociata, esprime fastidio per il termine femminicidio, gli contrappone polemicamente maschicidio lamentandone l’inesistenza, come fosse una discriminazione contro i maschi.

Per sottrarsi alla riluttanza giudiziaria, molte donne rinunciano a denunciare o ritirano le denunce. Se la giustizia – elaborata nei secoli dagli uomini, in società patriarcali – si mostra efficace solo nel garantire gli aguzzini o nel giustificare i negligenti, le donne non hanno ragione di fidarsi e vale poco rimproverare loro di non riconoscere rilevanza al diritto e alla giurisprudenza (maschili). Le donne sono metà della popolazione e la giustizia non può legittimarsi su un patriarcato decadente.

Questo quadro è diventato negli ultimi quarant’anni più controverso e conflittuale, per impulso del movimento delle donne. Sono nati e cresciuti i centri antiviolenza e quando la giustizia ha cooperato con loro, molti casi si sono risolti bene, come racconta Cristina Obber e i femminicidi sembrano in calo. Sono state approvate nuove leggi e nuove disposizioni che, pur nei loro limiti, hanno segnato un progresso, per quanto parziale, tanto da rendere possibile la sentenza di Messina, che riconosce e sanziona la responsabilità di chi non ha agito per tutelare la vita di una donna: una madre che voleva poter incontrare i suoi figli e che stava, probabilmente, per vincere la causa di affidamento.


Riferimenti:
[^] Femminicidio Manduca: la sentenza contro l’inerzia dei pm è una vittoria per le donne, ma non basta – Nadia Somma, Il Fatto Quotidiano, 14.06.2017
[^] Femminicidio Manduca, cosa sbaglia Bruno Tinti quando parla di prove e maschicidio – Nadia Somma, Il Fatto Quotidiano, 21.06.2017
[^] Femminicidio Manduca, per le crociate le prove sono un optional – Bruno Tinti, Il Fatto Quotidiano, 21.06.2017
[^] Sentenza del Tribunale di Messima sulla causa promossa da Carmelo Calì
[^] Femminicidi annunciati, una vittima su 4 aveva denunciato – Claudio Del Frate, 27esimaora, 22.09.2015
[^] Violenza sulle donne, l’Onu all’Italia: “Crimine di Stato, fate di più” – Luisa Pronzato, 27esimaora 25.06.2012
[^] Violenza domestica, poche denunce. E spesso archiviate dalle stesse Procure – Paola D’Amico, 27esimaora, 20.05.2013
[^] Perché è stupido usare la parola «maschicidio» – Sebastian Bendinelli, The Submarine, 27.06.2017
[^] Si, dalla violenza ci si può salvare – Cristina Obber, Elle, 19.04.2017
[^] Un silenzio assordante. La violenza occultata su donne e minori – Patrizia Romito, Franco Angeli 2011

Il manifesto della comunicazione non ostile

Imparare a comunicare con educazione, per rispettare gli altri e le altre, che pure dietro al monitor sono persone in carne e ossa, e per difendere sul serio la libertà d’espressione

Il manifesto della comunicazione non ostile

Rosy Russo, una creativa, esperta di comunicazione, mediante un sito e una pagina fb, ha riunito intorno a sé personalità della cultura, della politica, dell’informazione, tra cui Laura Boldrini, Enrico Mentana, Gianni Morandi ed ha tenuto un convegno a Trieste il 17-18 febbraio, per promuovere il manifesto della comunicazione non ostile. L’obiettivo è formare un movimento di opinione più attento e sensibile all’educazione e al rispetto nelle relazioni virtuali, perché il virtuale è reale, come afferma il primo principio del decalogo. Un resoconto del convegno di Trieste lo ha scritto Annamaria Testa.

So per esperienza, dai tempi della prima Internet, e lo rivedo in occasione delle discussioni intorno a questo manifesto, che voler trattare il tema di una comunicazione più civile, provoca un riflesso condizionato negativo in alcune persone: esse dicono di temere la censura e una normativa più restrittiva a danno del diritto di critica e della libertà di espressione. È una preoccupazione da tenere presente, senza farne una paranoia paralizzante. Il manifesto presentato punta sulla sensibilizzazione e sull’educazione, senza proporre di intervenire sulle leggi o sugli algoritmi. Il processo alle intenzioni è, in effetti, parte della comunicazione ostile.

L’importante è iniziare a parlarne, anche per scongiurare e prevenire davvero politiche censorie, che possono trovare facili giustificazioni proprio nel far west: ambiente di banditi e sceriffi. L’ostilità in rete ha spesso uno sfondo subculturale di tipo sessista e razzista, che non permette di ridurla ad una privata faccenda giudiziaria tra aggredito e aggressore. Per converso, molti libertari, tolleranti con gli aggressori, meno con chi li critica, sono in genere fuori dal bersaglio delle aggressioni. La comunicazione ostile è essa stessa una forma molto pesante di censura, nell’effetto di silenziare, allontanare ed escludere le persone colpite, qualcuna spinta persino al suicidio. Perciò, l’iniziativa di Trieste mi piace, ho firmato e diffuso il manifesto; per come posso, do la mia adesione.

Pionieri del web nostalgici del patriarcato

Le battaglie di civiltà competono a tutte le persone civili, qualunque posizione occupino, anche se i tutori del far west vogliono negare l’autorizzazione

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Navigo in rete dal 1998; mi diverte, mi consente di accedere a molte fonti, scrivere, esprimermi, partecipare. Tuttavia, ho sempre vissuto con disagio, rabbia e sofferenza le manifestazioni di inciviltà virtuale, forme di violenza psicologica dagli effetti censori ed escludenti, quando non pericolosi per la salute psicofisica delle persone colpite. Spesso si tratta di violenza sessista. Nel confrontarmi con le donne nei forum e nei social network, ho imparato a farne una questione politica. Perciò condivido la lotta di Laura Boldrini su questo fronte; l’appello contro le bufale, la richiesta a facebook di aprire un ufficio operativo in Italia, di assumersi la responsabilità dell’odio che permette di divulgare in dimensioni universali, di porre un limite.

Comprendo il dissenso, specie se accompagnato da suggerimenti e idee migliori, ma trovo del tutto inconsistente il tentativo di delegittimare la presidente della camera condotto dall’alto di una cattedra immaginaria. L’iniziativa di Laura Boldrini, coerente con la sua biografia, può non essere espressamente contemplata dalla carica istituzionale che ricopre, ma non è in contraddizione e non invade alcun campo, poiché al momento nessuno se ne occupa. C’è anzi da essere grati per il suo intervento. Le battaglie di civiltà competono ad ogni persona civile, qualunque posizione occupi. I tutori del far west, che pure si nascondono dietro la «complessità» e la «libertà d’espressione», non sono d’accordo, pretendono di negare l’autorizzazione, e soprattutto nulla propongono.

laura-boldrini-non-e-mio-padre-il-post

Tra di essi, ho presente Massimo Mantellini, poiché scrive sul Post di Luca Sofri. In un suo precedente articolo si era fatto notare per un titolo molto poco degno, nel quale equiparava Laura Boldrini a coloro che le rivolgevano offese vergognose, per chiedere l’allontanamento di entrambi dalla rete. Nell’ultimo, ha avuto una pensata più interessante e rivelatrice: ha titolato «Laura Boldrini non è mio padre». Il titolo gioca sulla complicità di una evidenza inconfutabile. Laura Boldrini è una donna, può essere madre, lo è, impossibile sia padre. Il padre è (o meglio, vorrebbe ancora essere) il simbolo dell’autorità. Ergo una donna non può essere l’autorità. Non le compete. Se accede al potere, che almeno stia rigorosamente nei suoi limiti, sia invisibile e non approfitti della sua eccezionalità.

Vedo poco il pioniere virtuale e molto il nostalgico patriarcale; le due cose in fondo vanno d’accordo dato lo stereotipo che vuole la tecnologia, l’autorità, la sfera pubblica, come cose da uomini (lei non conosce, lei non capisce). Il padre, figura spesso assente, talvolta delinquente, è dello stesso sesso di Mantellini, di Zuckerberg, del direttore di Libero, delle camerate maschili che occupano governi, consigli d’amministrazione e redazioni, degli odiatori del web. Laura Boldrini è dello stesso sesso di Tiziana Cantone, delle tante ragazze umiliate nei gruppi misogini, di Arianna Drago censurata da facebook per aver denunciato quei gruppi, di Hillary Clinton sommersa dalle menzogne diffamatrici dei gruppi repubblicani di sostegno a Trump, di Jo Cox la deputata laburista messa alla gogna sul web e uccisa da uno squilibrato di estrema destra. La differenza sessuale mostra gli interessi e le competenze: l’impegno di Laura Boldrini contro l’odio e la violenza in rete e l’impegno dei Massimo Mantellini contro Laura Boldrini.


P.s. Nel suo post sulle parole ostili (che dà per vincenti), egli parla bene solo di Gianni Morandi (un uomo), mentre mette in cattiva luce Laura Boldrini, le giovani giornaliste del Corriere della Sera, Giulia Belardini, responsabile della polizia postale per il Friuli (le donne). Rosy Russo, ideatrice del manifesto per una comunicazione non ostile, è citata solo in funzione narcisistica: non che lei abbia detto qualcosa di interessante, lei ha chiesto il pensiero di lui. E lui le ha concesso una pacca sulla spalla (un’iniziativa bellissima) e l’avvertimento che le sue belle intenzioni saranno seguite dal peggiore dei comportamenti. Ecco il padre che tutti vorremmo avere.

La Russia depenalizza (e banalizza) i maltrattamenti familiari

I siti filorussi protestano contro la rappresentazione sensazionalista e russofoba della riforma approvata dalla duma di stato, ma sottovvalutano la violenza maschile contro le donne e i minori

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Il parlamento russo ha approvato una legge che derubrica i maltrattamenti familiari da reato penale a illecito amministrativo. La notizia, divulgata dai principali organi di informazione, parla di depenalizzazione della violenza domestica. Questa rappresentazione suscita le critiche di alcune pubblicazioni filorusse, che vedono il tentativo di fare del sensazionalismo e di mettere la Russia in cattiva luce. La critica filorussa può avere una parte di verità, però ha soprattutto un limite: mostra per la Russia una preoccupazione molto più alta di quanta ne mostri per le donne e i bambini. Maltrattamenti familiari e violenza domestica sono i nomi neutri con cui chiamiamo la violenza maschile contro le donne e i minori.

Da parte di chi critica la rappresentazione della legge russa, si sostiene che la depenalizzazione non è assoluta, riguarda solo i primi episodi di aggressione, i maltrattamenti non usuali, lievi, senza l’effetto di lesioni gravi. In caso di recidiva (solo entro un anno) e di conseguenze più gravi sulla vittima, il reato torna ad essere penale. In sostanza, si dice, la normativa sulla violenza domestica è equiparata a quella sulla violenza pubblica e corrisponde alla legislazione di molti altri paesi; pure ad una sentenza della Cassazione italiana. Tuttavia, in Italia i maltrattamenti contro familiari e conviventi, sono un reato previsto dall’art. 572 del codice penale.

La tolleranza e la negligenza di altri paesi nei confronti della violenza, in ogni caso, è una cattiva consolazione. Si può discutere sulla severità delle norme, se è valida ed opportuna, ma depenalizzare la violenza domestica, in alcune circostanze considerate lievi o estemporanee (considerate da chi?), dà un messaggio sbagliato, dice che un po’ di violenza è tollerabile, segna una retromarcia nel contrasto alla violenza, proprio nel tempo in cui si scopre il suo carattere endemico. Motivazione della nuova legge è che il reato di maltrattamenti (non i maltrattamenti) sia anti-familiare.

Se una donna decide di denunciare il marito, vuol dire che ha vissuto qualcosa di grave, non misurabile in referti medici. La violenza fisica è preceduta e si accompagna alla violenza psicologica, determina disagio, intimidazione, paura, umiliazione. Qualcosa di molto più serio di un illecito amministrativo. Perciò, non può essere preclusa al giudice la valutazione della rilevanza penale del caso; considerato poi che i giudici in genere tendono a sottovalutare le situazioni, perché spesso confondono la violenza con il conflitto.

L’equiparazione tra violenza domestica e violenza pubblica è impropria. Un aggressore anonimo che mi dà uno spintone, uno strattone, uno schiaffo, non è una persona con la quale convivo, a cui sono vincolato da legami d’affetto, non tradisce la mia fiducia, non dormo con lui, non pranzo e non ceno con lui; per strada, mi fa passare un brutto momento e poi me lo lascio alle spalle. Ha dunque senso un’aggravante per la violenza domestica. Solo la vittima può decidere di tollerare per salvaguardare o correggere la relazione, non può farlo il giudice o il legislatore al posto suo. Se lei sceglie di denunciare, il ciclo della violenza è probabilmente già entrato in una fase grave e pericolosa.