Primo proteggere le vittime

Il sistema giudiziario è designato a proteggere gli uomini dal potere superiore dello stato, ma non protegge le donne o i bambini dal superiore potere degli uomini. Esso fornisce, perciò, forti garanzie per i diritti degli accusati, ma nessuna garanzia per i diritti della donna vittima di violenza.
Se ci si proponesse di ideare un sistema in grado di provocare sintomi intrusivi post-traumatici, non si potrebbe trovare niente di meglio di una corte di giustizia. Le donne che hanno cercato giustizia nel sistema giudiziario comunemente paragonano questa esperienza all’essere state violentate una seconda volta.
(Judith Lewis Herman)

Quando c’è un femminicidio, qualcuno va punito, ma solo se ci sono le prove. È la tesi essenziale e garantista opposta dall’ex magistrato Bruno Tinti a Nadia Somma e alla sentenza di Messina, che condanna i pm negligenti di Caltagirone per il femminicidio di Marianna Manduca: l’uccisione di una donna da parte dell’ex marito Saverio Nolfo, nonostante dodici denunce per violenza e maltrattamenti. Questo garantismo, tuttavia, ha garantito l’uomo, ma non la donna. È successo per molti femminicidi: una vittima su quattro prima di essere uccisa ha denunciato inutilmente.

La questione essenziale allora è diversa: quando c’è una donna che denuncia di subire violenza o di essere minacciata, qualcuno deve prevenire il peggio. Cioè assumere la protezione della vita, dell’incolumità, della libertà della donna come prioritaria, rispetto ad altri valori più favorevoli all’accusato o alle prerogative patriarcali. L’Onu e la Corte di Strasburgo hanno rilevato e condannato la responsabilità istituzionale dell’Italia nella mancata protezione delle vittime. Questa mancanza, espressa, difesa, teorizzata con candore nel doppio intervento dell’ex magistrato, azionista del Fatto Quotidiano, molto somiglia a quella vittimizzazione secondaria, che egli domanda cosa voglia dire.

  • Mostra insensibilità per la sorte della vittima; rimprovera l’interlocutrice di ignorare la rilevanza dei fatti, ma il fatto più importante di tutta la storia, l’uccisione della donna, non ha alcun rilievo nelle sue confutazioni.
  • Confonde violenza e conflitto; usa il disaccordo nella coppia per spiegarsi la violenza e, di conseguenza, vede due corresponsabili. L’idea che il conflitto sia negativo è un punto in comune con la mentalità del violento.
  • Considera il rapporto nella coppia su un astratto piano paritario e simmetrico, senza fare differenza tra uomo e donna, padre e madre, senza considerare i rapporti di forza e il contesto culturale nel quale la violenza è una funzione della gerarchia sessista.
  • Manifesta un pregiudizio negativo verso la credibilità di lei e positivo verso la credibilità di lui, così di fronte a tante denunce per paura ed esasperazione e a poche denunce per ritorsione, rimane neutrale ed equidistante.
  • Valuta la rilevanza dei fatti in modo decontestualizzato, senza inquadrali in una sequenza, nella ricostruzione di una situazione persecutoria.
  • Sottovaluta la gravità di forme di violenza ritenute lievi (schiaffi, spintoni), che invece hanno una valenza umiliante e intimidatoria.
  • Rivela un sentimento antifemminista, definisce la lotta al femminicidio una crociata, esprime fastidio per il termine femminicidio, gli contrappone polemicamente maschicidio lamentandone l’inesistenza, come fosse una discriminazione contro i maschi.

Per sottrarsi alla riluttanza giudiziaria, molte donne rinunciano a denunciare o ritirano le denunce. Se la giustizia – elaborata nei secoli dagli uomini, in società patriarcali – si mostra efficace solo nel garantire gli aguzzini o nel giustificare i negligenti, le donne non hanno ragione di fidarsi e vale poco rimproverare loro di non riconoscere rilevanza al diritto e alla giurisprudenza (maschili). Le donne sono metà della popolazione e la giustizia non può legittimarsi su un patriarcato decadente.

Questo quadro è diventato negli ultimi quarant’anni più controverso e conflittuale, per impulso del movimento delle donne. Sono nati e cresciuti i centri antiviolenza e quando la giustizia ha cooperato con loro, molti casi si sono risolti bene, come racconta Cristina Obber e i femminicidi sembrano in calo. Sono state approvate nuove leggi e nuove disposizioni che, pur nei loro limiti, hanno segnato un progresso, per quanto parziale, tanto da rendere possibile la sentenza di Messina, che riconosce e sanziona la responsabilità di chi non ha agito per tutelare la vita di una donna: una madre che voleva poter incontrare i suoi figli e che stava, probabilmente, per vincere la causa di affidamento.


Riferimenti:
[^] Femminicidio Manduca: la sentenza contro l’inerzia dei pm è una vittoria per le donne, ma non basta – Nadia Somma, Il Fatto Quotidiano, 14.06.2017
[^] Femminicidio Manduca, cosa sbaglia Bruno Tinti quando parla di prove e maschicidio – Nadia Somma, Il Fatto Quotidiano, 21.06.2017
[^] Femminicidio Manduca, per le crociate le prove sono un optional – Bruno Tinti, Il Fatto Quotidiano, 21.06.2017
[^] Sentenza del Tribunale di Messima sulla causa promossa da Carmelo Calì
[^] Femminicidi annunciati, una vittima su 4 aveva denunciato – Claudio Del Frate, 27esimaora, 22.09.2015
[^] Violenza sulle donne, l’Onu all’Italia: “Crimine di Stato, fate di più” – Luisa Pronzato, 27esimaora 25.06.2012
[^] Violenza domestica, poche denunce. E spesso archiviate dalle stesse Procure – Paola D’Amico, 27esimaora, 20.05.2013
[^] Perché è stupido usare la parola «maschicidio» – Sebastian Bendinelli, The Submarine, 27.06.2017
[^] Si, dalla violenza ci si può salvare – Cristina Obber, Elle, 19.04.2017
[^] Un silenzio assordante. La violenza occultata su donne e minori – Patrizia Romito, Franco Angeli 2011

Il manifesto della comunicazione non ostile

Imparare a comunicare con educazione, per rispettare gli altri e le altre, che pure dietro al monitor sono persone in carne e ossa, e per difendere sul serio la libertà d’espressione

Il manifesto della comunicazione non ostile

Rosy Russo, una creativa, esperta di comunicazione, mediante un sito e una pagina fb, ha riunito intorno a sé personalità della cultura, della politica, dell’informazione, tra cui Laura Boldrini, Enrico Mentana, Gianni Morandi ed ha tenuto un convegno a Trieste il 17-18 febbraio, per promuovere il manifesto della comunicazione non ostile. L’obiettivo è formare un movimento di opinione più attento e sensibile all’educazione e al rispetto nelle relazioni virtuali, perché il virtuale è reale, come afferma il primo principio del decalogo. Un resoconto del convegno di Trieste lo ha scritto Annamaria Testa.

So per esperienza, dai tempi della prima Internet, e lo rivedo in occasione delle discussioni intorno a questo manifesto, che voler trattare il tema di una comunicazione più civile, provoca un riflesso condizionato negativo in alcune persone: esse dicono di temere la censura e una normativa più restrittiva a danno del diritto di critica e della libertà di espressione. È una preoccupazione da tenere presente, senza farne una paranoia paralizzante. Il manifesto presentato punta sulla sensibilizzazione e sull’educazione, senza proporre di intervenire sulle leggi o sugli algoritmi. Il processo alle intenzioni è, in effetti, parte della comunicazione ostile.

L’importante è iniziare a parlarne, anche per scongiurare e prevenire davvero politiche censorie, che possono trovare facili giustificazioni proprio nel far west: ambiente di banditi e sceriffi. L’ostilità in rete ha spesso uno sfondo subculturale di tipo sessista e razzista, che non permette di ridurla ad una privata faccenda giudiziaria tra aggredito e aggressore. Per converso, molti libertari, tolleranti con gli aggressori, meno con chi li critica, sono in genere fuori dal bersaglio delle aggressioni. La comunicazione ostile è essa stessa una forma molto pesante di censura, nell’effetto di silenziare, allontanare ed escludere le persone colpite, qualcuna spinta persino al suicidio. Perciò, l’iniziativa di Trieste mi piace, ho firmato e diffuso il manifesto; per come posso, dò la mia adesione.

Pionieri del web nostalgici del patriarcato

Le battaglie di civiltà competono a tutte le persone civili, qualunque posizione occupino, anche se i tutori del far west vogliono negare l’autorizzazione

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Navigo in rete dal 1998; mi diverte, mi consente di accedere a molte fonti, scrivere, esprimermi, partecipare. Tuttavia, ho sempre vissuto con disagio, rabbia e sofferenza le manifestazioni di inciviltà virtuale, forme di violenza psicologica dagli effetti censori ed escludenti, quando non pericolosi per la salute psicofisica delle persone colpite. Spesso si tratta di violenza sessista. Nel confrontarmi con le donne nei forum e nei social network, ho imparato a farne una questione politica. Perciò condivido la lotta di Laura Boldrini su questo fronte; l’appello contro le bufale, la richiesta a facebook di aprire un ufficio operativo in Italia, di assumersi la responsabilità dell’odio che permette di divulgare in dimensioni universali, di porre un limite.

Comprendo il dissenso, specie se accompagnato da suggerimenti e idee migliori, ma trovo del tutto inconsistente il tentativo di delegittimare la presidente della camera condotto dall’alto di una cattedra immaginaria. L’iniziativa di Laura Boldrini, coerente con la sua biografia, può non essere espressamente contemplata dalla carica istituzionale che ricopre, ma non è in contraddizione e non invade alcun campo, poiché al momento nessuno se ne occupa. C’è anzi da essere grati per il suo intervento. Le battaglie di civiltà competono ad ogni persona civile, qualunque posizione occupi. I tutori del far west, che pure si nascondono dietro la «complessità» e la «libertà d’espressione», non sono d’accordo, pretendono di negare l’autorizzazione, e soprattutto nulla propongono.

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Tra di essi, ho presente Massimo Mantellini, poiché scrive sul Post di Luca Sofri. In un suo precedente articolo si era fatto notare per un titolo molto poco degno, nel quale equiparava Laura Boldrini a coloro che le rivolgevano offese vergognose, per chiedere l’allontanamento di entrambi dalla rete. Nell’ultimo, ha avuto una pensata più interessante e rivelatrice: ha titolato «Laura Boldrini non è mio padre». Il titolo gioca sulla complicità di una evidenza inconfutabile. Laura Boldrini è una donna, può essere madre, lo è, impossibile sia padre. Il padre è (o meglio, vorrebbe ancora essere) il simbolo dell’autorità. Ergo una donna non può essere l’autorità. Non le compete. Se accede al potere, che almeno stia rigorosamente nei suoi limiti, sia invisibile e non approfitti della sua eccezionalità.

Vedo poco il pioniere virtuale e molto il nostalgico patriarcale; le due cose in fondo vanno d’accordo dato lo stereotipo che vuole la tecnologia, l’autorità, la sfera pubblica, come cose da uomini (lei non conosce, lei non capisce). Il padre, figura spesso assente, talvolta delinquente, è dello stesso sesso di Mantellini, di Zuckerberg, del direttore di Libero, delle camerate maschili che occupano governi, consigli d’amministrazione e redazioni, degli odiatori del web. Laura Boldrini è dello stesso sesso di Tiziana Cantone, delle tante ragazze umiliate nei gruppi misogini, di Arianna Drago censurata da facebook per aver denunciato quei gruppi, di Hillary Clinton sommersa dalle menzogne diffamatrici dei gruppi repubblicani di sostegno a Trump, di Jo Cox la deputata laburista messa alla gogna sul web e uccisa da uno squilibrato di estrema destra. La differenza sessuale mostra gli interessi e le competenze: l’impegno di Laura Boldrini contro l’odio e la violenza in rete e l’impegno dei Massimo Mantellini contro Laura Boldrini.


P.s. Nel suo post sulle parole ostili (che dà per vincenti), egli parla bene solo di Gianni Morandi (un uomo), mentre mette in cattiva luce Laura Boldrini, le giovani giornaliste del Corriere della Sera, Giulia Belardini, responsabile della polizia postale per il Friuli (le donne). Rosy Russo, ideatrice del manifesto per una comunicazione non ostile, è citata solo in funzione narcisistica: non che lei abbia detto qualcosa di interessante, lei ha chiesto il pensiero di lui. E lui le ha concesso una pacca sulla spalla (un’iniziativa bellissima) e l’avvertimento che le sue belle intenzioni saranno seguite dal peggiore dei comportamenti. Ecco il padre che tutti vorremmo avere.

La Russia depenalizza (e banalizza) i maltrattamenti familiari

I siti filorussi protestano contro la rappresentazione sensazionalista e russofoba della riforma approvata dalla duma di stato, ma sottovvalutano la violenza maschile contro le donne e i minori

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Il parlamento russo ha approvato una legge che derubrica i maltrattamenti familiari da reato penale a illecito amministrativo. La notizia, divulgata dai principali organi di informazione, parla di depenalizzazione della violenza domestica. Questa rappresentazione suscita le critiche di alcune pubblicazioni filorusse, che vedono il tentativo di fare del sensazionalismo e di mettere la Russia in cattiva luce. La critica filorussa può avere una parte di verità, però ha soprattutto un limite: mostra per la Russia una preoccupazione molto più alta di quanta ne mostri per le donne e i bambini. Maltrattamenti familiari e violenza domestica sono i nomi neutri con cui chiamiamo la violenza maschile contro le donne e i minori.

Da parte di chi critica la rappresentazione della legge russa, si sostiene che la depenalizzazione non è assoluta, riguarda solo i primi episodi di aggressione, i maltrattamenti non usuali, lievi, senza l’effetto di lesioni gravi. In caso di recidiva (solo entro un anno) e di conseguenze più gravi sulla vittima, il reato torna ad essere penale. In sostanza, si dice, la normativa sulla violenza domestica è equiparata a quella sulla violenza pubblica e corrisponde alla legislazione di molti altri paesi; pure ad una sentenza della Cassazione italiana. Tuttavia, in Italia i maltrattamenti contro familiari e conviventi, sono un reato previsto dall’art. 572 del codice penale.

La tolleranza e la negligenza di altri paesi nei confronti della violenza, in ogni caso, è una cattiva consolazione. Si può discutere sulla severità delle norme, se è valida ed opportuna, ma depenalizzare la violenza domestica, in alcune circostanze considerate lievi o estemporanee (considerate da chi?), dà un messaggio sbagliato, dice che un po’ di violenza è tollerabile, segna una retromarcia nel contrasto alla violenza, proprio nel tempo in cui si scopre il suo carattere endemico. Motivazione della nuova legge è che il reato di maltrattamenti (non i maltrattamenti) sia anti-familiare.

Se una donna decide di denunciare il marito, vuol dire che ha vissuto qualcosa di grave, non misurabile in referti medici. La violenza fisica è preceduta e si accompagna alla violenza psicologica, determina disagio, intimidazione, paura, umiliazione. Qualcosa di molto più serio di un illecito amministrativo. Perciò, non può essere preclusa al giudice la valutazione della rilevanza penale del caso; considerato poi che i giudici in genere tendono a sottovalutare le situazioni, perché spesso confondono la violenza con il conflitto.

L’equiparazione tra violenza domestica e violenza pubblica è impropria. Un aggressore anonimo che mi dà uno spintone, uno strattone, uno schiaffo, non è una persona con la quale convivo, a cui sono vincolato da legami d’affetto, non tradisce la mia fiducia, non dormo con lui, non pranzo e non ceno con lui; per strada, mi fa passare un brutto momento e poi me lo lascio alle spalle. Ha dunque senso un’aggravante per la violenza domestica. Solo la vittima può decidere di tollerare per salvaguardare o correggere la relazione, non può farlo il giudice o il legislatore al posto suo. Se lei sceglie di denunciare, il ciclo della violenza è probabilmente già entrato in una fase grave e pericolosa.

L’odio in rete e il fantasma della censura

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Di fronte alla violenza maschile, un uomo deve dire qual è il suo ruolo, non quale dev’essere il ruolo di una donna, fosse pure la prima donna. Sta a lui, non a lei, dare l’esempio giusto. Il primo esempio è non colpevolizzare la donna, non stigmatizzarla, non riesporla alla violenza. Anche se lei è la presidente. Comportarsi in modo scorretto nei confronti della donna più importante, dà una pessima indicazione al comportamento maschile nei confronti delle altre donne.

Questo per dire di un post di Massimo Mantellini, blogger di Manteblog, direttore del Punto informatico, considerato tra i pionieri italiani del web. Sul suo ultimo articolo, stesso tema, ha detto molto bene Gino Roncaglia. Condivido tutte le sue critiche.

È inammissibile mettere sullo stesso piano Laura Boldrini e i suoi odiatori con un titolo completamente sbagliato; i suoi odiatori esprimono una violenza a sfondo sessuale, uno stupro simbolico collettivo, uno stalking che dura da troppo tempo, una violenza diversa e più grave del semplice hate speech (istigazione all’odio); perciò lei ha fatto bene a denunciare in pubblico gli insulti e le minacce ricevute con il nome degli autori, perché contro quella violenza non basta una reazione privata; l’unica persona del gruppo degli odiatori intervistata dai giornali è anche l’unica donna del gruppo, il suo caso non può essere generalizzato per spiegare quella violenza; il problema di nuove regole contro l’odio in rete esiste, bisogna discutere di quali regole e di come applicarle; non è affatto vero che in altri paesi non se ne discuta.

Deboli le giustificazioni di Mantellini, con le quali va a finire dritto in quel birignao fra quello che si dice e quello che si intendeva dire: vuole evitarlo ai politici, ma non a se stesso. Il pioniere del web vede in Laura Boldrini (la chiama IL presidente della camera), non tanto la donna aggredita, quanto IL rappresentante del potere politico, che approfitta degli insulti ricevuti per imporre restrizioni al web. In tal modo, egli mette sullo sfondo la violenza sessista e rimette lei al centro del bersaglio; così lancia un messaggio molto diseducativo agli odiatori, nonostante egli confidi molto nell’educazione e nella scuola.

Ai tempi dei pionieri del web, gli odiatori si esprimevano in una realtà virtuale frammentata tra newsgropus, mailing list, forum, blog. Oggi si esprimono in una realtà virtuale unificata e resa ambiente globale dai grandi social-network. Si riconoscono come gruppo, si legittimano a vicenda, si strutturano intorno a proprie pagine o alle pagine dei loro leader; insieme si danno forza e senso di impunità, tanto da non aver né timore, né vergogna di esprimersi con nome, cognome e foto tessera. I loro insulti e le loro bufale prendono la forma di ondate persecutorie shitstorm (tempeste di merda), che possono rovinare una persona, la sua reputazione, fino ad indurla al suicidio o esporla al rischio di essere uccisa, come accaduto alla deputata laburista britannica Jo Cox.

Alcuni filosofi teorizzano che dopo la rivoluzione digitale sovrano è colui che dispone delle shitstorm in rete. Fu Grillo a sollecitare il milione di utenti della sua pagina, a domandare loro cosa ci farebbero con la Boldrini in macchina. Ed ho presente gli insulti, sia pure ad un livello meno grave, ricevuti per qualche giorno da Pierluigi Bersani, reo di aver scelto il NO al referendum costituzionale, allorquando un editorialista dell’Unità lo squalifica come uomo squallido, senza principi, intimamente vigliacco, un giornalista peraltro autore di un bell’articolo sull’hate speech, dunque già potenzialmente diplomato alla scuola di Massimo Mantellini. Possiamo citare pure il Fatto Quotidiano su Maria Elena Boschi e tanti altri esempi ancora, in Italia e all’estero fino alla violenta campagna dei sostenitori di Trump contro Hillary Clinton, nelle presidenziali americane.

Allora, non ci troviamo in una situazione stereotipata dove da un lato collochiamo un popolo ignorante che insulta per incompetenza e dall’altra un’élite permalosa, che ne approfitta per imbavagliare. Ci troviamo in una situazione nella quale la violenza simbolica diventa strumento di lotta politica agita dal potere politico e mediatico. È finanche la home page dell’Espresso a strizzare l’occhio agli odiatori di Laura Boldrini e a sollecitarli. Non solo i gruppi estremisti, anche i grandi partiti mettono in campo milizie virtuali abili a fronteggiarsi in attacco e in difesa e a schiacciare personalità pubbliche isolate o esponenti di piccole minoranze civili, oltre a molte persone comuni.

In conclusione, no, non basta una normale e privata denuncia per diffamazione, un po’ di istruzione e un po’ di rafforzamento della polizia postale. La politica, come si è data delle regole di convivenza nella vita pubblica, per evitare gli scontri fisici e le guerre civili deve oggi darsele in rete. E deve darne agli amministratori dei grandi social-network, che preferiscono affidarsi alla valutazione degli algoritmi che a quella delle persone, che costano uno stipendio, e traggono profitti e vantaggi commerciali dai grandi volumi di traffico che la violenza genera. Essi si trovano sempre più in una posizione prossima a quella di chi gestisce le grandi infrastrutture di comunicazione e dei trasporti, settori strategici di interesse pubblico, perciò devono rendere conto al pubblico, quindi alla politica.

Natura e cultura della violenza maschile: la responsabilità degli uomini

Violenza maschile contro le donne

Duecentocinquantamila donne manifestano a Roma contro il femminicidio e la violenza maschile sulle donne. Alcuni uomini simpatizzano e partecipano, altri fanno finta di nulla, altri polemizzano e si mettono sulla difensiva. Che la violenza sia maschile e riguardi tutti i maschi è una idea che suscita obiezioni risentite con argomenti biologici e garantisti. Uno dice: no, la violenza riguarda solo i violenti; un altro dice: la violenza riguarda tutti e tutte, anche le donne sono violente, anche gli uomini sono vittime. Per entrambi, considerare solo e tutti i maschi responsabili equivale a ritenerli violenti per natura, è una generalizzazione pregiuziale e negativa come quella usata contro i neri.

Violenza maschile fattore d’ordine

Sul piano giuridico, è vero, la responsabilità penale è soltanto individuale. Ma la giustizia giuridica non è risolutiva; non ha gli strumenti adeguati per accertare la verità sulle violenze psicologiche e fisiche commesse nell’opacità delle relazioni private e gli stessi giudici sono spesso male orientati dai pregiudizi sessisti e dalla confusione tra violenza e conflitto. Sul piano morale e politico, ciò che fanno i non violenti crea condizioni più favorevoli o più sfavorevoli a ciò che fanno i violenti. C’è una coerenza tra il comportamento dei maschi violenti e il comportamento dei maschi tendenti a inferiorizzare le donne, ad oggettivarle, ad opporre resistenza alla nuova libertà femminile, a mostrare indifferenza, indulgenza, relativismo, nei confronti della violenza. Tanto più che questa coerenza ha come sfondo una storia patriarcale millenaria e una società ancora a dominanza maschile, per quanto tale dominanza sia decadente. In questa società, la violenza maschile non è una devianza, ma un fattore che fa ordine o che vorrebbe continuare a farlo. Se vale il confronto con una generalizzazione negativa, non è quella contro i neri, bensì quella contro i bianchi considerati tutti corresponsabili dello schiavismo, del colonialismo, dell’imperialismo, perché tutti i bianchi in varia misura ne sono beneficiari.

La violenza delle donne

Da questo punto di vista, è senza senso parlare in termini speculari di violenza femminile, poiché essa non trova congruità con modelli culturali femminili volti a imporre un potere e un controllo sulla libertà dell’altro. Ridotta nei numeri e con conseguenze molto meno gravi, spesso soltanto difensiva, la violenza agita da alcune donne non determina nella società una dominanza femminile e una subordinazione maschile; possiamo nominarla solo per ritorsione polemica, aggrappandoci a dati formali o all’ideologia della parità, che suggerisce rapporti simmetrici tra i sessi. Esistono improbabili studi statistici sulla violenza delle donne che farebbero milioni di vittime tra gli uomini; io stesso potrei alimentare questi dati e raccontare di insulti e schiaffi ricevuti nelle mie relazioni private, ma la verità è che quelle circostanze le ho sempre vissute senza la paura di perdere il controllo della situazione. Il dolore vero non mi è arrivato dalle donne che pretendevano qualcosa da me, ma da quelle che da me non volevano niente. Per un uomo, la più grande violenza femminile è il rifiuto.

Gli uomini vittime

Ben più reale è il dato che vede gli stessi uomini, in netta maggioranza, nel ruolo di principali vittime della violenza maschile; tale violenza, infatti, impone e regola la gerarchia tra i sessi ed anche la gerarchia tra gli uomini, così come avviene nel contesto delle regioni controllate dalla criminalità organizzata dove sono i mafiosi ad essere le prime vittime della mafia, molto più di imprenditori, commercianti, poliziotti, giudici. Il parallelo potrà dispiacere, ma si consideri che, negli ambienti della misoginia e del revanscismo maschile, quelli che la pensano come me sono definiti maschi pentiti. Lo stesso nome, pentito, che diamo all’uomo che si dissocia dalle cosche e collabora con la giustizia.

Natura e cultura

A proposito di collaborazione, una donna (Masham), mi ha mosso una obiezione biologica di segno opposto a quella dei maschilisti. Lei dice: il germe della denegazione è sempre in agguato (…) non sono i maschi ad affondare le loro radici nella cultura patriarcale, ma è la cultura patriarcale stessa ad avere radici nel sesso maschile. Il patriarcato esiste perchè esistono i maschi (…) Se svelo la connessione originaria tra sesso maschile, violenza e patriarcato lo posso fare solo partendo dal dato biologico della Differenza. Non escludo che l’obiezione sia giusta. Il fatto che, in tutto il mondo, gli uomini siano oltre il 90% dei responsabili di crimini e delitti e la quasi totalità dei responsabili di tutti i reati a sfondo sessuale dà da pensare sulla stessa natura maschile. Tuttavia, temo, che anche così un principio di negazione possa comunque rientrare dalla finestra; stavolta una finestra biologica. Provo a spiegarmi. Se agisco violenza, per negare la mia responsabilità, l’attribuisco a qualcos’altro: le provocazioni della vittima, un raptus, la gelosia, una crisi depressiva, una frustrazione, una qualche perdita di controllo. Da uomo più evoluto posso attribuirla alla cultura patriarcale che mi ha educato e formato: all’alcol in me, sostituisco il sessismo in me e funziona lo stesso. Da uomo più tradizionale posso attribuirla alla bestia in me e collocarla nel DNA, nell’amigdala, nel testosterone, in tutti quegli elementi naturali che farebbero dell’uomo un cacciatore. Quella responsabilità posso tentare di metterla ovunque, in qualsiasi mostro esteriore o in qualsiasi mostro interiore, sempre allo scopo di escluderla dal mio IO cosciente, l’unico che fa di me un responsabile.