Xenofobia falsa amica delle donne

Donne migranti

Essere amici delle donne, dopo gli stupri di Rimini commessi da maschi nordafricani, significa dover diventare xenofobi?

Lo stupro è un crimine odioso, equiparabile al tentato omicidio. Chi lo commette va condannato e messo nelle condizioni di non nuocere; essere straniero non è un’aggravante, ma neppure un’attenuante. Come ogni violenza sulle donne, lo stupro chiama in causa la cultura patriarcale e la sessualità maschile, non per relativizzare la responsabilità di uno o di un branco, ma per coinvolgere la responsabilità di tutti gli uomini. Ci chiama in causa subito, nell’assumere il contrasto alla violenza come priorità, non come lunga marcia da collocare sullo sfondo di altre priorità.

Dal femminismo abbiamo imparato che la violenza sulle donne è il dispositivo maschile per avere ragione e potere nel conflitto tra i sessi: in forza della sua efficacia intimidatoria, tutti gli uomini traggono vantaggio dalla violenza sulle donne. Gli uomini patriarcali sfuggono alla lettura del conflitto tra i sessi e collocano la violenza sul terreno di altri conflitti: tra le classi, le religioni, le culture, le nazioni; per violare le donne dell’altro o per difendere le proprie donne dall’altro. Nella visione difensiva, l’uomo violento è una deviazione dalla buona norma maschile: l’ignorante, il povero, il tossico, l’acolizzato, il diverso, lo straniero. Il maschio in sé è buono e salvo. Anzi, il vero uomo è colui che combatte le deviazioni e nel combatterle si erge a tutore delle donne. Se le femministe stanno al conflitto tra i sessi, altre donne stanno al conflitto tra maschi e in esso si schierano. Per quanto sia deludente, anche una femminista può aderire agli schemi del conflitto tra maschi, perché nessuno è immune da pregiudizi, fobie sociali, rassegnazione; a chiunque può capitare di esserne orientato, magari con l’idea di dover scegliere il male minore.

D’altra parte, questi schemi sembrano plausibili, perché poggiano su dati verosimili o parzialmente veri. È falso che vogliamo rendere i migranti intoccabili e invitiamo a tacere se responsabili di reati. Ma è vero che di fronte al reato di uno straniero ci troviamo in imbarazzo, perché temiamo il razzismo. È una reazione normale; la stessa che avremmo di fronte al peggiore degli assassini di pelle bianca esposto al linciaggio della folla. Nel contesto di un linciaggio la prima cosa che ci viene in mente non è la condanna dell’assassino.

Anni fa, una manifestazione di donne contro la violenza chiedeva di uscire dal silenzio. Si riferiva all’opacità della violenza maschile perpetrata da parenti, amici, colleghi di lavoro; una violenza velata, salvo caso efferati nei quali comunque valeva una certa empatia con il violento. Nei blog e sui social si formarono pagine di rassegna della violenza sulle donne, per dare conto della frequenza e della quantità del fenomeno. Ora, questo lavoro è caduto in disuso. La violenza maschile nei luoghi pubblici, quella del maniaco o dell’uomo nero, è sempre stata un tema allarmante ed eccitante della cronaca nera, sempre raccontata. Lì si tratta di uscire dal chiasso, per informare e orientare in modo corretto. Si può nominare, ovvio, la nazionalità del reo; altro è scegliere di enfatizzarla, evidenziarla come causa o predisposizione, elevarla a questione: non più questione maschile, ma questione straniera.

Sembra plausibile la presunta prevalenza straniera nella criminalità. Pur in assenza di prove, siamo disposti a crederla vera, nonostante gli immigrati siano aumentati di sei volte in vent’anni ed i reati più gravi siano rimasti stabili o persino diminuiti. Il dato sugli stupri dice di un 40% di stupratori stranieri a fronte di una popolazione straniera dell’8%. In proporzione, dunque, gli stranieri stuprerebbero più degli italiani. Il dato però si basa sulle sole denunce: appena il 7% delle violenze. Quali siano le proporzioni nel restante 93% lo ignoriamo. Tra le violenze possiamo includere o escludere varie situazioni. Alcuni di noi pensano che la prostituzione sia uno stupro a pagamento. I milioni di clienti italiani come li consideriamo? E le decine di migliaia di prostitute straniere? La domanda investe le proporzioni tra le vittime. Così come è stata oscurata la trans peruviana tra le vittime degli stupri di Rimini da parte di chi voleva ribellarsi al silenzio buonista, così è oscurato il probabile primato straniero nella condizione della vittima, perché non serve per costruire l’immagine negativa dello straniero. Tornando alle sole denunce di stupro, il 32% delle vittime è straniera. Di nuovo, molto di più dell’8% della popolazione. In proporzione, le straniere sono più vittime delle italiane.

Il pregiudizio negativo nei confronti dello straniero è il presupposto della scelta arbitraria di mettere a confronto italiani e stranieri. L’esito del confronto non è una giustificazione, è solo un’autoconferma, agganciata ad un presunto difetto culturale: gli stranieri provengono da regioni dalla cultura più patriarcale della nostra, quindi sarebbero più propensi ad abusare delle donne. Un simile criterio culturale ci induce a credere che in Italia, siciliani e calabresi siano più propensi all’abuso di lombardi e piemontesi e che gli uomini dell’Europa latina siano più abusanti degli uomini dei paesi scandinavi. Eppure, secondo le statistiche, la violenza contro le donne primeggia nel Nord Europa, mentre l’Italia sta sotto la media europea. Inoltre, come osserva Marzio Barbagli, i migranti sono culturalmente molto diversi dai loro connazionali rimasti in patria. Resta poi il fatto che il primato degli stupri tra gli stranieri spetta, non ad una nazionalità africana o mediorientale, ma ad una nazionalità europea: i romeni. Infine, ad insegnare come si trattano le donne, più che le tradizioni religiose e tribali, è la moderna pornografia industriale, unica fonte di educazione sessuale per i nostri adolescenti. Un prodotto culturale tutto occidentale.

Dati due gruppi di uomini si potrà sempre mostrare che un gruppo stupra più dell’altro. Metropolitani e provinciali; settentrionali e meridionali; colti e ignoranti; laici e religiosi, ricchi e poveri. Per ciascuna categoria duale possiamo stabilire quale sia il gruppo peggiore, per pochi o tanti punti. Ma in genere non lo facciamo. Si dirà, che per il confronto italiani-stranieri i punti di distacco sono tali da giustificarlo; abbiamo già visto che non possiamo dire di saperlo. Esiste di certo una categoria duale nella quale i punti di distacco sono notevoli, quella tra giovani e adulti o anziani. Il dato è del ministero della giustizia: il 25% degli stupratori condannati è minorenne (in rapporto a meno del 5% della popolazione). Dei quattro stupratori di Rimini, tre sono minorenni, il quarto ha 20 anni. Il colpevole di un reato è spesso un giovane maschio, senza che ciò induca a fobia e intolleranza nei confronti dei giovani. Il dato generazionale può spiegare molto più del dato culturale o sociale, perché gli stranieri (forse) delinquono più degli italiani: gli stranieri sono in proporzione molto più giovani degli italiani. Per converso, le giovani sono le principali vittime; le straniere sono in proporzione più giovani delle italiane.

La condizione delle vittime straniere mostra quanto sia fuorviante contrapporre donne e migranti. Oltre al fatto che il razzismo e il sessismo crescono insieme, come mostrano i tanti indignati per gli stupri di Rimini che augurano a Laura Boldrini di essere stuprata, c’è che le politiche di chiusura penalizzano le donne più degli uomini. Vero o falso che nel casermone dei rifugiati sgomberato a Roma ci fosse un postribolo, è certo che la mancata regolarizzazione delle donne le rende più vulnerabili ed esposte al ricatto e allo sfruttamento. Tante sono le donne che muoiono nella traversata del mare e del deserto, perché le politiche di chiusura impediscono loro di raggiungere legalmente l’Europa. Tante quelle che subiscono abusi e stupri nei campi di concentramento voluti dagli europei e anche dagli italiani, per smistare rifugiati e migranti economici in Africa. È perciò insensato criminalizzare i migranti per essere amici delle donne. Il razzismo oltre a rimettere le donne bianche sotto la tutela del maschio, condanna le donne nere.



Riferimenti:
[^] La congiunzione «stupri-migranti» è pericolosa oltre che inutile – Alessandra Pigliaru, il manifesto 2.09.2017
[^] Gli Stupri, Gli Stranieri, Gli Italiani – Marina Terragni, 1.09.2017
[^] Violenze: «Solo il 7% delle donne ha la forza di denunciare» – Marzio Barbagli, Corriere della Sera 1.09.2017
[^] Lo stupro non ha colore – Cristina Obber, Elle 30.08.2017
[^] Rimini e dintorni: indignatevi anche quando gli stupratori e gli assassini sono italiani – D.I.Re Donne in rete contro la violenza, 30.08.2017
[^] Migranti: tra chi li odia e chi li vorrebbe rendere intoccabili, c’è la giusta via di mezzo – Lorella Zanardo, Il Fatto 30.08.2017
[^] Boldrini: “Sullo stupro di Rimini dibattito agghiacciante: stiamo toccando il fondo” – Repubblica, 29.08.2017
[^] Da Rimini a Gioia del colle, la violenza sulle donne fa notizia anche se commessa da stranieri? – Lorella Zanardo, Il Fatto 28.08.2017
[^] La violenza contro le donne è sempre violenza, che la compia un italiano o uno straniero – Lorella Zanardo, Il Fatto 31.07.2017

Sulle bufere sopra la giunta Raggi

virginia-raggiPer le mie scarse aspettative nei confronti dei 5 stelle, un movimento che troppo concede al sessismo, al razzismo, al populismo, ho continuato a votare la sinistra, nelle sue varie articolazioni. Tuttavia, ho provato simpatia per la vittoria delle due giovani sindache di Roma e Torino e, in generale, quando il M5S vince, spero che le sue amministrazioni abbiano successo, o quantomeno se la cavino, nell’interesse dalla collettività e dell’autorità del potere politico.

Dopo un susseguirsi di prove deludenti, l’ennesima delusione ricade, oltre che sul diretto responsabile, su tutta la politica, senza speranze di rivalutazione per i predecessori. Il discredito della politica è una situazione a rischio per la democrazia. Forse, del M5S ho sottovalutato questo aspetto: seppure un movimento incolto, può funzionare da argine alla potenziale affermazione di un movimento di estrema destra. D’altra parte, a sinistra, per ora, non emerge nulla.

Perciò, mi sento distante dall’ansia euforica di vedere Virginia Raggi gettata nella polvere, per ottenere subito una rivincita o per salvare il governo alle prossime elezioni (che spero si tengano nel 2018). Una buona amministrazione a 5 stelle può favorire anche le opposizioni democratiche e di sinistra, perché può dare ossigeno a tutta la politica. Non bisogna temere il successo dell’avversario: gli elettori sono ingrati e, se hanno fiducia nella politica e nelle istituzioni, la volta successiva votano chi gli offre la prospettiva migliore.

L’opposizione faccia l’opposizione sugli indirizzi, i programmi, i provvedimenti, senza l’intento di disarcionare la prima cittadina, e l’informazione svolga la sua funzione di controllo, senza inscenare continue bufere su ogni vero o presunto passo falso. Segnalare l’incoerenza giustiziera e assemblearista del M5S va bene se a favore di un giudizio più equilibrato: l’iscrizione nel registro degli indagati non obbliga alle dimissioni; la provenienza da destra non è uno scandalo; l’esperienza è un valore; la trasparenza non è videosorveglianza.

È giusto che la politica abbia un ambito di riservatezza, nel quale poter raccogliere le informazioni, valutarle, pensare a cosa dire e cosa fare, senza sentirsi sempre il fiato sul collo e ritrovarsi di continuo nell’occhio del ciclone. Mettere alla prova la giunta Raggi e il M5S è diverso dal mettersi a fare la parte del blog di Grillo. Questo anche a tutela dell’autonomia dell’amministrazione da leader e direttori.

Sul sessismo ostile e recidivo del Fatto

Riccardo Mannelli - Lo stato delle cosce - Vignetta su Maria Elena Boschi - Il Fatto Quotidiano, 10 agosto 2016, pubblicata in prima pagina. La vignetta è accusata di sessismo.Il sessismo del Fatto Quotidiano si ripete nel tempo, da quando Maria Elena Boschi era ancora una sconosciuta. Il Fatto pubblica gli articoli misogini di Massimo Fini; ospita il blog di Marcello Adriano Mazzola, avvocato antifemminista, sostenitore della Pas e negazionista del femminicidio; assume come notista di punta, Andrea Scanzi, capace di insolentire persino i centri antiviolenza, per difendere Fabri Fibra che inneggia allo stupro, poi di prender parte alla canea insorta contro Laura Boldrini, rea di criticare la pubblicità perché rappresenta sempre la donna come una mamma che cucina e serve in tavola; prende a bersaglio la presidente della camera e le donne del PD, con frequenti riferimenti alla voce, ai vestiti, all’aspetto fisico; l’estate scorsa si è cimentato in un testo ironico che limitava alle donne con i piedi belli il diritto di calzare scarpe aperte. Ha come direttore e firma più autorevole Marco Travaglio, schierato dalla parte del M5S contro Laura Boldrini, quando Grillo chiede ai suoi seguaci cosa ci farebbero con la Boldrini in macchina; difensore di Franco Battiato, quando afferma che «il parlamento è pieno di troie», con un testo dal titolo eloquente «Il re è nudo la regina è troia»; sostenitore del principio egualitario secondo il quale è democratico che la presidente della camera riceva gli insulti che tutte le donne ricevono, nonché autore di numerose battute sulla ministra Boschi solo adatta a togliere la polvere sui davanzali del parlamento, a trattare di cellulite, prova costume, girovita, ricerca di fidanzati e desideri di maternità. Lei è la donna trivellata, quando lui titola sui PM che la interrogano. Vignettista del quotidiano è Vauro, che sculaccia la Fornero, la rappresenta vestita da squillo e si sbizzarisce in ripetuti doppi sensi dedicati a Maria Elena Boschi. Il sostituto estivo, Riccardo Mannelli, le dedica lo stato delle cos(c)e sotto il titolone di prima pagina: Boschi inconstituzionale, seguita dai relativi commenti. Cosa c’entrano le cosce con la Costituzione? La vignetta è stigmatizzata da Nadia Urbinati.

Oltre la consueta sacralità della satira, il Fatto Quotidiano si difende dalle accuse di sessismo con giustificazioni di questo tipo.

  • La libertà di espressione. Il giornale è pluralista e democratico, dà spazio anche ai maschilisti. Il che significa che sulle questioni di genere, il giornale non ha una linea e dà la parola un po’ all’uno e un po’ all’altro, ne fa occasione di intrattenimento, cosa che non fa su altri temi: la Costituzione, la questione morale, la legalità. Questo dipende dal fatto – come notò Michela Murgia – che il giornale vede il sessismo, non come una questione politica, ma solo come una questione di costume.
  • La parità. Quel che il giornale scrive contro personalità femminili lo scriverebbe anche contro personalità maschili. La cosa, in verità non avviene. È vero che il Fatto sa essere sgradevole anche contro suoi avversari maschi, ma non in termini che possano definirsi sessisti. Dire di un tale che è imbecille e disonesto, non va oltre la sua persona, non colpisce una appartenenza. Ma anche se avvenisse un sessismo contro gli uomini sarebbe innocuo, perché non in continuità con violenze, discriminazioni e svantaggi a danno degli uomini. Lo sfondo storico, culturale, sociale è patriarcale, stereotipi e pregiudizi verso un sesso o verso l’altro non pesano allo stesso modo e i rovesciamenti non sono riparatori.
  • Il benaltrismo. Ci sono cose più importanti per cui indignarsi: quel che va contro la democrazia, la questione morale, la pace, il lavoro. Ciò, può essere vero come opinabile. Disprezzare le donne produce effetti abbastanza gravi, che possono pure considerarsi i più gravi. Come che sia, l’austerity della UE sarà più o meno grave dell’avversione ai meridionali o agli immigrati, ma non ne discuto con un leghista.
  • L’inadeguatezza delle donne bersagliate. Questa giustificazione, come la precedente, ricorre nella difesa di Stefano Feltri e dello stesso Riccardo Mannelli. Boschi non ha argomenti, non sa argomentare quindi di lei rimane impresso solo l’aspetto fisico, che perciò viene ritratto nei disegni (e magari negli articoli). Tuttavia, l’inadeguatezza vera o presunta di Maria Elena Boschi non è diversa da quella dei suoi colleghi maschi, i quali non sono messi in evidenza per il loro aspetto fisico o per le fantasie sessuali che suscitano. Chi rimprovera mancanza di argomenti, dovrebbe metterci i propri, non il sessismo che è una povertà di argomenti assoluta. Nel dibattito politico, troppo spesso il dissenso è rimpiazzato dal disprezzo, che meglio parla alle pance e risparmia la fatica di argomentare e spiegare. Gli uomini hanno sempre giustificato la strumentalizzazione delle donne con il fatto che le donne sarebbero intellettualmente inferiori. Con Maria Elena Boschi si pretende di riesumare questo ciarpame misogino, che fa leva sullo stereotipo della bellona stupida. Calderoli potrebbe ritenere che Cecilie Kyenge non ha argomenti, non è capace ad argomentare e che l’unica cosa che di lei si nota è la sua pelle nera, così da sentirsi lui legittimato a trattare solo di questa. Come ha fatto. Cosa potrebbero obiettargli Feltri e Mannelli con la loro ricchezza di argomenti?

Io sono in dissenso con il partito, il governo, la riforma di Maria Elena Boschi e con lei stessa. Spesso mi fa incavolare, ma questo non mi porta a ritenere di essere superiore a lei sul piano intellettuale. In verità, non mi sento superiore neanche a Travaglio, Scanzi, Vauro e Mannelli. Stupisce che dei professionisti dell’informazione ostentino invece, in modo così adolescenziale, una tale presunzione.

Il Fatto Quotidiano non è l’unico giornale che fa ampie e frequenti concessioni al sessismo. È uno dei tanti. Questo è doloroso, perché il Fatto è il giornale di opposizione, occupa il posto che un tempo era dell’Unità o del Manifesto. Inoltre, Travaglio è stato un simbolo dell’antiberlusconismo, l’archivio vivente dell’opposizione democratica. C’è ancora, nei confronti di questi giornalisti un’aspettativa civile molto alta. Lascia perplessi la loro estraneità al femminismo, uno dei più importanti movimenti di liberazione, forse il più importante. Una parte del Fatto, Travaglio stesso, proviene da destra, ma può evolvere, su tante cose si è evoluto. Scanzi, invece, proviene da sinistra, ma non è meglio.
Sul sessismo giocano varie ambivalenze. La più grossa, già analizzata da Chiara Volpato, è quella che distingue una versione benevola da una versione ostile. In quella benevola sono omaggiate le virtù femminili favorevoli al maschio e lei è trattata come una principessa. Un atteggiamento ritratto da Balzac nell’idea che la moglie è una schiava che bisogna saper mettere sul trono. Nella versione ostile le donne sono trattate da prostitute. I due sessismi convivono e si alternano nella stessa società e nelle stesse persone. Tanto più è forte il sessismo ostile tanto più le donne imparano ad apprezzare quello benevolo. Il bastone e la carota, insomma. In una società patriarcale evoluta, stabile, pacifica, ordinata, il sessismo benevolo è egemone. Questo può far credere a qualche ribelle che il sessismo ostile sia anticonvenzionale, trasgressivo, rivoluzionario: il disprezzo delle donne ostentato dal manifesto futurista; tanta parte della pornografia confusa con la liberazione sessuale; il riscatto sociale metaforizzato nel proletario che violenta l’aristocratica o la borghese, come in varie scene di film degli anni ’60 e ’70, il più famoso quello di Lina Wertmüller con Giancarlo Giannini e Mariangela Melato.
I giornalisti maschi del Fatto, faticano a comprendere le critiche ricevute, si sentono richiamati al sessismo benevolo (spesso questo richiamo, in effetti, c’è), ricadono nella ripetizione, perché sono immersi in questa visione delle cose. E vedono cosce. Oppure no, oppure sono soltano una vecchia banda di arrapati allevati dal Drive in degli anni ’80.

Titolo offensivo. Direttore rimosso

Guendalina Sartori, Lucilla Boari e Claudia Mandia

Il direttore del Quotidiano Sportivo del Resto del Carlino, Giuseppe Tassi, è stato rimosso dal suo editore, Riffeser Monti, per aver titolato «Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico» un articolo dedicato alla sconfitta nella finale olimpica per il terzo posto di Guendalina Sartori, Lucilla Boari e Claudia Mandia, le tre atlete italiane di tiro con l’arco. Il titolo è stato molto stigmatizzato sui social. Tuttavia, ad alcuni, per esempio a Beppe Severgnini, la rimozione del direttore è parsa eccessiva e forse anche ipocrita: per un errore sono sufficienti le scuse; altri titoli peggiori restano impuniti; la sanzione agita lo spettro dell’autoritarismo; il licenziamento fa impressione.

Va detto che il direttore, in pensione il prossimo 30 settembre, è stato rimosso dall’incarico, non licenziato dal posto di lavoro. A motivo delle dimissioni è possibile ci sia anche un po’ di nazionalismo sportivo, poiché sono state offese atlete italiane impegnate nella più prestigiosa competizione internazionale e proprio dopo una importante sconfitta: in tal caso, il sostegno rispettoso della stampa può essere visto come un dovere. Così la vede il presidente della Federazione Italiana Tiro con l’Arco, Mario Scarzella, che per quel titolo ha scritto una lettera di protesta al Resto del Carlino. In ogni caso, non è male che i responsabili di titoli e articoli ispirati a cattivo gusto, volgarità, sessismo, razzismo, bullismo, goliardia, possano essere dimessi.

Il trio delle cicciottelleSe fossi l’editore del giornale, un direttore che fa titoli di quel genere non lo vorrei, non avrei fiducia in lui. Qualificare tre giovani atlete come «cicciottelle» in un titolo di giornale, non è un semplice errore, come potrebbe essere un errore nozionistico o procedurale. È un linguaggio, dice di uno sguardo, un modo di pensare, uno stile: definisce gli altri, specie le donne, per il loro aspetto fisico, per i loro veri o presunti difetti estetici; pretende di fare un complimento o di essere divertente con parole offensive; trasferisce nel testo scritto e pubblicato, che ha sempre un’autorità, un effetto educativo, la volgarità delle battute da bar, per essere popolare. Altri editori possono apprezzarlo ed assumerlo. Perciò, ha poco senso fare confronti e graduatorie tra titoli, per dire «Se non tocca agli altri, allora non deve toccare neanche a lui». Obiezioni che si possono fare ad un giudice o al comandante dei vigili, ma non ad un editore che sceglie quali contenuti pubblicare, con chi collaborare per poterlo fare al meglio, e magari anche di dare il buon esempio.

Il Mulino e la satira

Crozza Leopolda 2015

Michele Salvati, direttore del Mulino, si chiede se sia satira l’irrisione sistematica di ogni personaggio noto al grande pubblico, senza fare differenze, per par condicio. Si riferisce alle imitazioni di Maurizio Crozza che generano disgusto per una politica popolata da macchiette. Eppure le differenze, i conflitti e il loro esito sono una cosa seria, ma non trovano una rappresentazione seria nella televisione, dove l’alternativa al comico sono le risse dei talk-show. Crozza è senza antidoto.

Letto l’articolo di Salvati, mi rimane oscuro il possibile criterio di una trasmissione di satira, rispettosa della serietà delle differenze. Prendere partito? Attaccare solo il governo e non le opposizioni oppure il contrario? Limitarsi alle macchiette innocue e lasciar stare i leader? Evitare di imitare il papa?

Seguo Crozza su YouTube. Lo vedo prendere di mira un po’ tutti (poco Grillo), ma vedo anche emergere giudizi di valore diversi. Il papa è una benevola autorità morale; Razzi, emigrante italiano all’estero, è un volgare e ignorante trafficone; quelli della sinistra PD sono buoni, ma poco perspicaci, inefficaci e paurosi; Renzi è un furbacchione narcisista senza contenuti, attaccato al potere; i sindacalisti sono rimasti agli anni ‘70-’80; Salvini è un comiziante xenofobo; De Luca un notabile meridionale iracondo e offensivo, che vanta meriti improbabili. Tutti irrisi, ma con giudizi differenti.

Qualche dubbio su Crozza mi viene quando la sua satira si avvicina al Bagaglino, diventa fine a se stessa, usa battute banali sulle donne ai limiti del sessismo (la Boschi dal parrucchiere e dall’estetista mentre si votano i decreti sulle banche), mira sui difetti fisici come la bassa statura di Brunetta, la paralisi facciale di Bossi. Credo, ad ogni modo, che il mestiere di Crozza oggi sia più difficile. Alighiero Noschese in effetti dissacrava e umanizzava Fanfani, Moro, La Malfa, Berlinguer. Crozza invece si ritrova ad imitare personaggi già fin troppo umanizzati da se stessi e magari li rende pure più simpatici.

Certo, è necessaria una rappresentazione seria della politica. Programmi d’informazione e approfondimento più brevi, con ospiti più esperti, politici più esaminati e una minore confusione di ruoli tra chi milita e chi informa. Bene i giornalisti che incalzano, inutili quelli che servono il microfono o ingaggiano gazzarre. Ma responsabili della rappresentazione della politica sono soprattutto i politici, quelli che invadono i programmi di intrattenimento, quelli che si specializzano nel battutismo e quelli che si fanno scudo del folclorismo, per sdoganare contenuti inaccettabili. Nulla di male se Crozza irride Susanna Camusso, Renzi invece potrebbe evitarlo.

Crozza Leopolda 2014

Umberto Eco, social media e giornalismo

Umberto Eco

Al termine del conferimento della Laurea Honoris Causa in Comunicazione e Culture dei Media dell’Università degli Studi di Torino, Umberto Eco ha conversato con i giornalisti. A proposito dei social media su Internet, ha detto che il fenomeno è positivo, perché permette alle persone di rimanere in contatto tra loro, e questo aiuta movimenti di protesta come in Cina e in Turchia. Forse con questi mezzi i campi di concentramento sarebbero stati impossibili, perché le notizie si sarebbero divulgate in tempo per impedirli. Ma c’è anche un fenomeno negativo: Internet dà la parola a legioni di imbecilli come ai premi nobel, in rete l’imbecille è portatore di verità. Bufale e fake si confondono tra notizie vere e autori autentici. Eco suggerisce alcuni rimedi: i giornali dedichino due pagine all’analisi critica dei siti, per insegnare a distinguere le fonti attendibili dai divulgatori di bufale; gli insegnanti nelle scuole educhino gli studenti al filtraggio, per esempio facendo fare ricerche che richiedano la messa a confronto di dieci siti. Dal confronto si mostrano le contraddizioni e si sviluppa il senso critico.

I giornali, per ora, invece di accogliere l’invito di Umberto Eco hanno rappresentato le sue parole come un discorso contro Internet, a favore di un ritorno ai media tradizionali con le loro selezioni elitarie. Sulla stessa falsa riga sono intervenuti molti animatori di blog e pagine Facebook, per dire che gli imbecilli ci sono dappertutto, anche su libri, giornali e TV, che pure gli imbecilli hanno diritto di parola, che tanti imbecilli rappresentano il fallimento degli intellettuali, che è un bene l’emersione dell’imbecillità, così può essere meglio controllata e combattuta. In nome della difesa di Internet, il suo aspetto negativo viene negato oppure dato per ovvio, con tutte le giuste soluzioni già suggerite dai paladini del web, ma non ascoltate dagli intellettuali nostalgici della carta stampata e del proprio esclusivo privilegio di poter pontificare.

Tuttavia l’aspetto negativo c’è e va oltre l’ordinaria constatazione, secondo la quale gli imbecilli esistono nella vita reale e quindi si manifestano pure nella vita virtuale. Propagatori di bufale, fake, troll, cyberbulli, divulgatori di pregiudizi e fobie sociali (gli imbecilli) in rete si riconoscono, fanno gruppo, si sentono maggioranza, si legittimano e si liberalizzano, tanto che spesso non si fanno remore a mostrarsi con la propria foto e il proprio nome e cognome, anche quando ricoprono importanti ruoli e incarichi pubblici, senza alcuna preoccupazione per la tutela della propria immagine, anzi investono tutto se stessi in una potenzialità sdoganante. Media e social media spesso li incoraggiano o li tollerano per generare traffico. Gli imbecilli disinibiscono l’imbecille interiore di molte persone intelligenti. Questo si vede bene proprio in questi giorni nella diffusa pretesa di trattare Umberto Eco come se fosse un imbecille.

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Andrew Keen, dilettanti.com
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Un buon modo per sottrarsi alla logica del «noi» e «voi»

di Tk
milano-consolato-francesedalla bacheca della Libreria delle donne

Cara Marina Terragni, ieri c’è stata una manifestazione a cui hanno partecipato musulmani, in particolare donne, anche se non si sono tolte il velo. Leggo che Cecilia Strada ne parla in questi termini: “Non c’è un noi e voi, noi cattolici e voi musulmani, noi italiani e voi stranieri ma chi chiede diritti e chi imbraccia le armi”.

Mi sembra un buon modo per sottrarsi alla logica del “noi” e “voi”, quale che sia la sua origine. Questa non è la “loro” manifestazione.

Non è la prima volta che i musulmani scendono in piazza per questo e per testimoniare vicinanza alle vittime del terrorismo di matrice islamica.

Ma non è mai abbastanza, ogni volta sembra la prima volta.

E tutte le volte che se ne denuncia il silenzio, si insultano milioni di donne e uomini di fede islamica e si spegne la voce dei molti tra loro che nel mondo lottano e muoiono perché si oppongono a chi, in nome della religione, commette crimini efferati prima di tutto contro lo stesso popolo musulmano.

La prima cosa che mi ha colpita nel tuo articolo, proprio come un pugno, è il tuo invito a “loro” a farlo per Ahmed, uno di “loro”. Per chi l’avrà fatto Ahmed, per chi ha rischiato la vita, per “loro” o per “voi”?

Mi è sembrato così ingiusto anche nei suoi confronti ridurre tutto a uno scontro tra comunità.

milano-consolato-francese-1Hai espresso il bisogno di una loro manifestazione con cui addirittura dicano a tutti voi che non festeggeranno per la morte dei vostri, e che non sono orgogliosi della guerra portata in casa vostra. Dici una cosa molto forte che fa di un uomo davanti a un bar e di una donna velata che va a prendere i figli a scuola un silenzioso popolo, forse connivente con degli assassini e da cui quindi hai bisogno di essere rassicurata.

Difficile fare spazio dentro di sé a una richiesta del genere. E non credo di dire nulla di incredibile. Questa stessa discussione su fb mostra come, per molto meno, istintiva e forte sia la chiusura e la tentazione di sottrarsi ad ogni scambio.

Io comprendo la paura in cui ci fa precipitare il sentirci vulnerabili, perché la provo. Ho paura dell’odio del terrorismo islamico ma anche di quello xenofobo e islamofobo. E credo che quindi tutti siamo chiamati a usare quella saggezza di cui parla coraggiosamente Muraro, probabilmente non a caso, una donna.

La saggezza non è paura, non è abdicare a principi per vigliaccheria. È sapere guardare lontano, è sapersi dare dei limiti. È smarcarsi da quella logica “maschia” che si appropria del luogo che dovrebbe essere la relazione, per farne un campo di battaglia tra trincee contrapposte, in cui non sembrano scontrarsi donne e uomini ma astratti principi e ideologie che li trascendono.

Vedi anche:
Parigi, 7 gennaio 2015: difendiamo il bene di esprimerci liberamente | di Luisa Muraro
Charlie Hebdo. Un cortocircuito da pensare | di Tk