Se votare Macron al ballottaggio

Jean Luc MélenchonSono abbastanza d’accordo con l’analisi di Emiliano Brancaccio: il meno peggio (liberal-liberista) alimenta il peggio (fascista). Una politica che aumenta la competitività, accresce i profitti e riduce i debiti è una politica che allarga la forbice delle diseguaglianze, impoverisce il ceto medio e i ceti più deboli. Di conseguenza, questi ceti cercano un’alternativa al liberal-liberismo e si rivolgono ai partiti di estrema destra.

In verità, questi ceti si rivolgono anche ai partiti di estrema sinistra, come dimostrano le vittorie o le buone affermazioni elettorali di Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, France insoumise in Francia o l’emergere di leader come Bernie Sanders tra i democratici Usa o Jeremy Corbyn tra i laburisti britannici. In Italia, ancora non succede, la sinistra resta debole e frammentata, il suo spazio è assorbito dal M5S, un movimento populista ambidestro. Forse, la situazione italiana è il retaggio delle passate corresponsabilità di Rifondazione comunista con i governi di centrosinistra.

Si può capire allora che Melenchon in Francia, non voglia omologarsi ad un fronte nazionale contro il Front National. Se accadesse verrebbe meno un vero ed efficace argine al fascismo. Perciò, l’aggressività di liberali e socialdemocratici nel pretendere l’applicazione automatica della logica del ballottaggio da parte degli elettori di sinistra risulta irritante e controproducente, come spesso capita quando persone che si presumono razionali si mettono a sgridare una presunta irrazionalità. Peraltro, nell’ipotesi di un ballottaggio tra Melenchon e Le Pen lo stesso comportamento dei liberali sarebbe incerto.

Meglio la scelta di Melenchon di affidarsi all’intelligenza dei propri elettori, senza imperativi frontisti o equidistanti: chiede loro se astenersi o votare Macron; una consultazione che esclude il voto a Le Pen e dunque segna una differenza. Egli dichiara che andrà a votare e che non voterà mai per il Front National. In questo senso, sono in disaccordo con la conclusione che Brancaccio fa discendere dalla sua analisi: quella di distinguersi con una esplicita indicazione di astensione, una indicazione troppo prossima alla logica del tanto peggio tanto meglio, poiché non si capisce in che modo astenersi costituirebbe un miglior argine al peggio tra le due opzioni possibili.

Io, alla consultazione di Melenchon, opterei per il voto a Macron, senza suonare grancasse, senza farne una bandiera, non per sostenere una politica, ma per scegliere il governo a cui fare opposizione, dato che il mio candidato al ballottaggio, per pochi voti, non c’è, ma potrà esserci in futuro, perché non è scritto da nessuna parte che l’alternativa al liberismo non possa essere di sinistra. Una sinistra che non si confonde con i liberisti e tiene ferma la discriminante antifascista.

Sulle presidenziali francesi 2017

Risultati presidenziali francesi 2017

Al primo turno delle presidenziali francesi avrei votato per Hamon (socialista), o per Melenchon, (sinistra radicale), perché io sono di sinistra ed è nella logica del doppio turno, che al primo si voti il candidato più vicino e al secondo, eventualmente, il candidato meno lontano. Così al secondo turno voterei Macron, perché il liberalismo mi è sempre meno lontano del fascismo. Tuttavia, il liberalismo non garantisce uno sviluppo indefinito, uno sviluppo per tutti e, nelle fasi di crisi, non sa proteggere il ceto medio e i ceti più poveri. Di conseguenza questi ceti cercano riparo presso forze non tradizionali ed anche illiberali. Marine Le Pen non ha primeggiato e rimarrà isolata. Dunque, probabilmente perderà, ma la sua pronosticata sconfitta avverrà comunque in una traiettoria ascendente. Nel 2002, l’accesso al ballottaggio del Front National fu una sorpresa, nel 2017 è un dato previsto, che può stabilizzarsi nel quadro politico francese.

Macron, oggi pare un argine e una possibile alternativa: giovane, non compromesso con i governi precedenti ed i partiti tradizionali, anche se è stato iscritto al PS e per breve tempo ministro sotto Hollande. Il suo programma, tuttavia, rimane nel solco della tradizione neoliberale: vuole tagliare la spesa pubblica, abbassare le tasse, ridurre il pubblico impiego, approvare gli accordi commerciali internazionali, liberalizzare il mercato del lavoro, attenuare la legge sulle 35 ore di lavoro settimanali. Su alcuni punti del programma sociale, il Front National, lo scavalca paradossalmente a sinistra. Marine Le Pen vuole mantenere le 35 ore, abbassare l’età pensionabile a 60 anni, aumentare le tutele per i lavoratori francesi. Macron propone di accelerare l’integrazione europea ed è più aperto nell’accoglienza ai migranti: è favorevole allo ius soli, ma concede alla sua avversaria di voler rafforzare i controlli alle frontiere e accorciare i tempi degli esami per le richieste di asilo. Insomma, un confronto tra un europeismo neoliberale e un protezionismo nazionalista, con il primo che, dalla posizione di un governo minoritario nel paese, alimenta il secondo.

Dato il suo essere vincente, Macron suggestiona buona parte dei democratici italiani. Matteo Renzi, ne ha già imitato il motto En marché (In cammino). Renzi, in effetti, è giovane, ma ormai usurato come leader del PD e presidente del consiglio, per giunta sconfitto nel referendum costituzionale. Macron è un consigliere economico competente svincolato dalle appartenenze, una novità in Francia. In Italia, tecnici indipendenti legati al mondo della finanza, ne abbiamo già avuti, fin dal 1993. Così, un Macron ex novo, non ce l’abbiamo. Anche se lo avessimo, il suo risultato francese sarebbe insufficiente in Italia. Qui, con otto milioni e mezzo di voti e il 24%, non si arriva primi e se ci si arriva bisogna comunque allearsi con altri; una possibilità disponibile anche per gli avversari. In Italia, non c’è un pericolo isolato all’estrema destra, espressione della provincia rurale, c’è il M5S, un movimento ibrido tra Le Pen e Melenchon, capace di vincere in grandi città come Roma e Torino, proprio con un sistema a doppio turno.

Se ai nostri liberali manca un Macron, a sinistra non abbiamo un Melenchon. O un Iglesias, uno Tsipras, un Sanders, un Courbyn, una personalità in grado di superare la frammentazione patologica di tutto quel che esiste alla sinistra del PD. Melenchon ha ottenuto un ottimo risultato, ridimensionato solo dal fatto di essere stato preceduto da pronostici troppo favorevoli fino ad essere dato come possibile candidato al ballottaggio: non aver raggiunto quell’obiettivo adesso sembra una sconfitta. Ma, se Le Pen ha mancato il primato è anche merito suo e solo poco tempo fa, una sinistra radicale prossima al 20% in Francia era inimmaginabile. Oggi con Hamon, candidato di sinistra del PS, farebbe il 26%. Questo può essere se non il modello, la speranza: riuscire a realizzare tra breve, quel che adesso sembra impossibile.

Riferimenti:
[>] Elezioni presidenziali in Francia del 2017 (Wikipedia)
[>] Due idee diverse di Francia (Il Post, 24.04.2018)
[>] Macron e Le Pen andranno al ballottaggio (Il Post, 24.04.2018)

Migrazioni e migranti

Verso i migranti mi sento solidale. Mio padre, i nonni, altri parenti emigrarono dal sud al nord, dalla campagna alla città, dall’Italia agli Stati Uniti o all’Australia, per passare dalla sopravvivenza alla vita. Mi sento anche in colpa, perché sono stato solo fortunato a nascere nella parte ricca del mondo, quella responsabile di consumare molto più di quanto produce e di sfruttare le risorse, la manodopera e i mercati dei paesi poveri.

Così penso che le migrazioni derivino inevitabilmente dal colonialismo e dalla globalizzazione e correggano le disuguaglianze: se le aziende delocalizzano in paesi dove i lavoratori costano meno, i lavoratori emigrano verso paesi dove le aziende pagano di più. Le migrazioni sono un problema innanzitutto per i migranti, che devono sradicarsi dal loro ambiente, affrontare viaggi duri e pericolosi, integrarsi in terre straniere, di cui spesso ignorano lingua, leggi e cultura; e lo sono per gli autoctoni che devono misurarsi con la diversità, in tempi di crisi e declino. L’effetto grave delle migrazioni è la xenofobia, che percepisce e rappresenta le migrazioni come un’invasione e spinge i governi a respingere ed escludere: politiche che sono causa di sofferenze, tensioni, clandestinità.

In realtà, le migrazioni possono essere un’opportunità. Sia per i paesi poveri, perché le rimesse dei migranti costituiscono il principale aiuto dai paesi ricchi. Sia per gli stessi paesi ricchi, perché i migranti sopperiscono al declino demografico, lavorano, creano ricchezza, mantengono il welfare più di quanto ne usufruiscono. L’incontro tra religioni e culture diverse, sebbene motivo di conflitto, è una condizione favorevole per progredire nella tolleranza e nella laicità. La cultura patriarcale di molti migranti pare minacciare le conquiste delle donne occidentali, ma può fare da specchio alla nostra cultura patriarcale e favorire una presa di coscienza degli uomini. Anche per queste possibili evoluzioni, guardo ai migranti con simpatia.

La Russia depenalizza (e banalizza) i maltrattamenti familiari

I siti filorussi protestano contro la rappresentazione sensazionalista e russofoba della riforma approvata dalla duma di stato, ma sottovvalutano la violenza maschile contro le donne e i minori

russia

Il parlamento russo ha approvato una legge che derubrica i maltrattamenti familiari da reato penale a illecito amministrativo. La notizia, divulgata dai principali organi di informazione, parla di depenalizzazione della violenza domestica. Questa rappresentazione suscita le critiche di alcune pubblicazioni filorusse, che vedono il tentativo di fare del sensazionalismo e di mettere la Russia in cattiva luce. La critica filorussa può avere una parte di verità, però ha soprattutto un limite: mostra per la Russia una preoccupazione molto più alta di quanta ne mostri per le donne e i bambini. Maltrattamenti familiari e violenza domestica sono i nomi neutri con cui chiamiamo la violenza maschile contro le donne e i minori.

Da parte di chi critica la rappresentazione della legge russa, si sostiene che la depenalizzazione non è assoluta, riguarda solo i primi episodi di aggressione, i maltrattamenti non usuali, lievi, senza l’effetto di lesioni gravi. In caso di recidiva (solo entro un anno) e di conseguenze più gravi sulla vittima, il reato torna ad essere penale. In sostanza, si dice, la normativa sulla violenza domestica è equiparata a quella sulla violenza pubblica e corrisponde alla legislazione di molti altri paesi; pure ad una sentenza della Cassazione italiana. Tuttavia, in Italia i maltrattamenti contro familiari e conviventi, sono un reato previsto dall’art. 572 del codice penale.

La tolleranza e la negligenza di altri paesi nei confronti della violenza, in ogni caso, è una cattiva consolazione. Si può discutere sulla severità delle norme, se è valida ed opportuna, ma depenalizzare la violenza domestica, in alcune circostanze considerate lievi o estemporanee (considerate da chi?), dà un messaggio sbagliato, dice che un po’ di violenza è tollerabile, segna una retromarcia nel contrasto alla violenza, proprio nel tempo in cui si scopre il suo carattere endemico. Motivazione della nuova legge è che il reato di maltrattamenti (non i maltrattamenti) sia anti-familiare.

Se una donna decide di denunciare il marito, vuol dire che ha vissuto qualcosa di grave, non misurabile in referti medici. La violenza fisica è preceduta e si accompagna alla violenza psicologica, determina disagio, intimidazione, paura, umiliazione. Qualcosa di molto più serio di un illecito amministrativo. Perciò, non può essere preclusa al giudice la valutazione della rilevanza penale del caso; considerato poi che i giudici in genere tendono a sottovalutare le situazioni, perché spesso confondono la violenza con il conflitto.

L’equiparazione tra violenza domestica e violenza pubblica è impropria. Un aggressore anonimo che mi dà uno spintone, uno strattone, uno schiaffo, non è una persona con la quale convivo, a cui sono vincolato da legami d’affetto, non tradisce la mia fiducia, non dormo con lui, non pranzo e non ceno con lui; per strada, mi fa passare un brutto momento e poi me lo lascio alle spalle. Ha dunque senso un’aggravante per la violenza domestica. Solo la vittima può decidere di tollerare per salvaguardare o correggere la relazione, non può farlo il giudice o il legislatore al posto suo. Se lei sceglie di denunciare, il ciclo della violenza è probabilmente già entrato in una fase grave e pericolosa.

Sulla morte di Fidel Castro

Nelson Mandela e Fidel Castro

Sulla morte di Fidel Castro, per molti giorni non ho detto nulla; non che fossi tenuto o che da me ci si aspettasse qualcosa, ma siamo tutti connessi ad un sistema di comunicazione permanente, dove più volte al giorno linkiamo, postiamo, dichiariamo sugli eventi che ci sembrano più importanti o interessanti e la morte di Fidel Castro, senza dubbio, è tra questi, specie per chi ha militato tra i comunisti e sente ancora di appartenere a quel mondo.

Da parecchio tempo non seguivo più le vicende di Cuba e dell’America Latina. Nei giorni della scomparsa di Castro ero concentrato su altre cause: la manifestazione nazionale contro la violenza maschile, l’hate speech sul web e il referendum costituzionale. Per un attimo ho creduto che la mia distrazione fosse solo l’effetto della mia evoluzione, del mio personale superamento delle ideologie e utopie novecentesche, pur sempre violente e maschili. Poi sono giunto alla conclusione che si trattava solo di rimozione. Mi sono ricordato di un professore che mostrava come il Secolo d’Italia, nell’ottantesimo anniversario della marcia su Roma, all’evento non dedicasse neppure una parola.

Quando vedo una immagine di Fidel o del Che, non mi si scioglie il cuore, ma in effetti simpatia ne provo. Così alla fine ho trovato e linkato un articolo di Lia De Feo, che mi è parso molto genuino, critico, comprensivo, elogiativo, parziale, ma equilibrato. Nell’opinione pubblica di sinistra o ex sinistra mi è capitato di leggere commemorazioni agiografiche (che hanno tutto il mio affetto) e condanne inappellabili (che hanno tutta la mia disapprovazione) rivolte al dittatore defunto e a chi lo commemora. La questione è stata pure immessa nel tritacarne referendario, in quanto l’elogio del dittatore sarebbe in contraddizione con la paura della deriva autoritaria. A loro modo, trovo anche queste siano rimozioni.

Il nodo storico della sinistra di ispirazione marxista è stato la mancata coniugazione di libertà e uguaglianza. Il nodo è rimasto stretto. Così alcuni hanno scelto la libertà nella sua declinazione neoliberista divenuta egemone; altri hanno continuato a sognare l’uguaglianza nella sua declinazione utopica divenuta residuale; altri ancora hanno continuato a tentare di sciogliere il nodo, almeno a livello teorico o ideale, ma senza credere di poterlo vedere sciolto a livello politico entro la fine della propria vita. Insomma, una variante del sogno.

La mia generazione è venuta dopo gli anni ’60-’70 e non ha vissuto il sogno della rivoluzione; entrata in un mondo rivoluzionario già decadente, ha conosciuto solo i suoi fratelli maggiori da cui si è lasciata trasmettere qualcosa. Nel nostro orizzonte c’era la pace, l’ambiente, la liberazione della donna. Altre culture di progresso da cui attingere, senza le quali il nostro comunismo non sarebbe sopravvissuto. Punti di riferimento, per noi, erano uomini come Nelson Mandela, prima combattenti in armi, poi a lungo prigionieri, come gli antifascisti, ma alla fine liberi e vincenti, nel dialogo e nella pace con il nemico, quindi personalità associabili tanto ai rivoluzionari quanto ai democratici. Un percorso simile era quello del leader dell’Olp, Yasser Arafat, ai tempi degli Accordi di Oslo.

Negli Stati Uniti il necrologio di condanna su Fidel Castro è stato recitato da Trump, mentre Obama ha sospeso il giudizio e lo ha rinviato alla storia, con ciò assumendo la controversia e la complessità di una vicenda che ha tenuto insieme le restrizioni della libertà individuale e la liberazione dal colonialismo e dallo sfruttamento; il progresso sociale di un’isola non paragonabile agli altri paesi e regimi dell’America Latina. Obama, nonostante i suoi limiti, può essere un buon esempio per tanti neoliberali.

Voteremmo una candidata di destra?

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Pierlugi Battista chiede se saremmo disposti a votare Marine Le Pen, per sfondare il soffitto di cristallo dell’Eliseo. Lo chiede a proposito del fatto che molti di noi lacrimano perché questo soffitto non si è infranto per la Casa Bianca, mentre forse non lacrimerebbero se non si fosse infranto per Roma e per Torino, e in fondo ignorano che si è già infranto per il Fmi, per la Germania, per la Gran Bretagna. Così, nelle lacrime di genere per Hillary Clinton, lui ci vede un po’ di ipocrisia.

Il soffitto di cristallo (glass ceiling) è una metafora di origine femminista, per dire che l’accesso alla carriera e ai diritti è impedito da una discriminazione insormontabile di natura sessuale o razziale. Nel caso della sconfitta di Hillary Clinton, probabilmente, non si è trattato di questo, ma del suo essere percepita come rappresentante dell’amministrazione in carica e più in generale dell’élite.

Nelle sue competizioni, Hillary Clinton l’abbiamo sempre vista nel ruolo di candidata ufficiale favorita, mai nel ruolo della sfidante, come fosse già al di sopra del soffitto di cristallo. Il revanscismo sessista e razzista è stato tra le motivazioni del voto repubblicano, ma i voti repubblicani sono rimasti gli stessi del 2012, anzi 320 mila in meno.

Tuttavia, la prima volta di una donna candidata dichiaratamente femminista opposta ad un uomo ostentatamente maschilista, ci ha fatto vivere le presidenziali USA anche come espressione del conflitto tra i sessi; abbiamo tifato per lei, perché alla sua vittoria abbiamo attribuito un valore simbolico progressivo, alla vittoria di lui un valore regressivo, per non dire un grave pericolo.

La domanda di Pierlugi Battista si può allora così riformulare: ha sempre valore progressivo la vittoria di una donna candidata? La questione si pone, perché anche le destre, persino le destre estreme, si affidano più spesso a leadership femminili: Marine Le Pen (Front National, Francia); Diane James (Ukip, Gran Bretagna); Frauke Petry (l’Alternativa per la Germania); Beata Szydio (Legge e Giustizia in Polonia); Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia).

La mia risposta è no, non lo è in assoluto. Però, penso che Marine Le Pen sia meglio di suo padre; Giorgia Meloni meglio di Fini e Storace; Virginia Raggi e Chiara Appendino meglio di Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio. Nelle amministrative di Torino sono stato in dubbio fino all’ultimo nella scelta. Alla fine ho votato il candidato di sinistra, ma non mi è dispiaciuta la vittoria della candidata del M5S.

A parità di condizioni, meglio una donna di un uomo; quando le condizioni non sono proprio pari, c’è da pensarci. Non Le Pen in Francia, ma Angela Merkel in Germania, le cui consigliere sono pure donne, contro un candidato socialdemocratico, si, potrei scegliere di votarla. La decisione di aprire le porte ai profughi siriani e di continuare a sostenerla, nonostante tutti i problemi, forse un cancelliere socialdemocratico maschio non avrebbe avuto il coraggio di prenderla.

Un’altra variabile è se la candidata fa valere il suo essere donna, punta sulla sua differenza o se la occulta; se ha una relazione forte con almeno un’altra donna o se isolata tra gli uomini. Nel primo caso, può avere valore sostenerla. Non ho motivo di credere che le donne siano migliori di natura, né mi aspetto donne di cuori. Ma per la loro esclusione storica, in un sistema di potere strutturato dagli uomini in millenni di società patriarcali, le donne al potere si trovano in contraddizione. E questo può aprire delle buone possibilità.

Rispetto per Hillary Clinton

Hillary Clinton

Tra le posizioni espresse sulle presidenziali americane, mi ispirano più simpatia quelle che manifestano sentimenti di fierezza e rispetto per Hillary Clinton, le rendono onore ed empatizzano con il suo dolore, per aver mancato di un soffio il sogno di diventare la prima donna presidente degli Stati Uniti.

Una donna sulla vetta del mondo avrebbe reso evidente la fine del patriarcato. Per me, anche solo la soddisfazione di veder prevalere la parte più civile e responsabile dell’umanità, la più razionale, esperta, progressista contro il suo opposto. C’è un po’ di superbia in questo mio modo di vedere gli schieramenti, ma pure un nucleo di verità e per ora mi accontento.

Hillary Clinton è corresponsabile di scelte controverse e discutibili della politica economica e della politica estera degli Stati Uniti e del Partito democratico; insieme con questo è stata un’avvocata, che si è battuta per i diritti civili ed è stata autrice del progetto più coraggioso ed inclusivo di riforma sanitaria. È una liberale, ma è anche una femminista.

Altre posizioni sulla candidata democratica la ritraggono colpevole del risultato, o addirittura peggiore del suo avversario, per non essere abbastanza o per nulla nuova, radicale, donna, femminista, etc. Porta il nome del marito (invece del nome del padre). È troppo debole per sfondare o troppo forte da spaventare. Un altro candidato al suo posto – Bernie Sanders, Obama, Michelle – avrebbero vinto, stravinto.

In queste posizioni, nei toni astiosi, scomunicanti, sproporzionati, pur al di sotto dei giornali più beceri, percepisco quella misoginia, che non perdona ad una donna l’affermazione professionale e che gode dei suoi insuccessi, oltre la volontà di smarcarsi dalla sconfitta o di usarla a fini provinciali.

Sulle potenzialità vincenti di un altro candidato possiamo pensare quello che vogliamo, come fino a ieri lo abbiamo pensato per Hillary Clinton. Ma è un fatto che, dopo Roosevelt, tre mandati democratici consecutivi non ci siano mai stati e che sarebbe stato ben difficile realizzarli proprio oggi con un orientamento populista che, in tutto l’Occidente, penalizza i governi in carica. La candidata democratica ha ottenuto meno consensi di Obama, ma dopo otto anni di Obama; un declino già in atto nel 2012.

In ogni caso, Hillary Clinton ha prevalso nel voto popolare ed ha ottenuto la maggioranza tra le donne, i giovani, gli afroamericani, gli ispanici, e i poveri. Ha perso, secondo gli analisti, nelle regioni deindustrializzate, dove nell’ambiente operaio, bianco e maschio, si sono saldati la paura della globalizzazione, il sessismo e il razzismo. Sulle donne va detto che sono state soprattutto le donne nere a votare in massa per Clinton, mentre le bianche al 53% hanno votato per Donald Trump.

Un candidato più socialista avrebbe dovuto tenere insieme la capacità di mostrarsi alternativo al governo in carica, pur facendo parte dello stesso partito, vincere le diffidenze conservatrici e reazionarie, che esistono ed hanno il loro peso, e allungare la coperta sul lato della classe operaia e del ceto medio impoverito senza scoprire altri settori della società. Sanders avrebbe dovuto fare i conti pure con l’antisemitismo. Gli ebrei, per due terzi, hanno votato Clinton.

Troppo facile buttarla sulla candidatura sbagliata, facendo leva sui pregiudizi. È stata una candidatura dignitosa e la sua sconfitta coinvolge tutti i progressisti ed i loro valori. Se pure Trump avesse vinto, nonostante e non grazie al sessismo e al razzismo, questo direbbe dell’insufficiente rilevanza di questi giudizi di valore. Tuttavia, questi giudizi hanno avuto più rilevanza che in passato ed hanno messo in difficoltà il candidato repubblicano.

Quella democratica non è una sconfitta storica, perché non è definitiva per un tempo storico; ha mancato una vittoria ad alto valore simbolico come fu quella di Obama nel 2008 (anche nelle primarie di allora, Hillary Clinton prese più voti e meno delegati), ma sta dentro un movimento oscillante e può prendersi tutte le sue rivincite.

Riferimenti:
[*] Great again – Ida Dominijanni, 9.11.2016
[*] 2016 election results: National Exit polls edition.cnn.com
[*] Clinton ha preso più voti di Trump ma perde molti stati per un soffio – Fabrizio Tonello, 10.11.2016
[*] Quelle urne sommerse da sessismo e razzismo – Judith Butler, 10.11.2016
[*] Dietro alla vittoria di Trump c’è la rivincita dell’uomo bianco – Adam Shatz 11.11.2016
[*] Trump ha vinto grazie a Facebook? – Il Post, 11.11.2016
[*] «Vi spiego perché vincerà Trump – Allan Lichtman, 01.10.2016
[*] 5 motivi per cui Donald Trump vincerà – Micheal Moore, 24.07.2016
[*] Nancy Fraser – Hillary Clinton e il nuovo spirito del femminismo