Stupri italiani e stranieri

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Riguardo gli stupri e il confronto tra italiani e stranieri, alcuni evidenziano che in cifra assoluta stuprano di più gli italiani, altri che in percentuale stuprano di più gli stranieri. La verità è che il confronto è arbitrario ed è spesso dettato dalla xenofobia o dalla volontà di contrastarla. Dati due gruppi di uomini, si potrà sempre dire che un gruppo stupra più dell’altro. Ad essere vero è che in tutte le società, i giovani stuprano più degli adulti e dei vecchi. Tra gli stranieri, l’incidenza dei giovani è molto superiore a quella tra gli italiani. Ragione per cui, in proporzione gli stranieri fanno tutto di più. Lo stupro è un delitto odioso paragonabile al tentato omicidio e va combattuto nella sua causa reale, cioè, non come questione straniera, ma come questione maschile. Gli stupratori al 100% sono maschi.

I confronti tra italiani e stranieri andrebbero fatti dunque per classi di età, giovani con giovani, adulti con adulti, anziani con anziani, allora forse i dati si allineerebbero. Va poi tenuto conto che i dati si basano sulle denunce e sugli arresti ed è più facile denunciare ed arrestare uno straniero. Al fine di attribuire una prevalenza agli italiani o agli stranieri, studiosi come Linda Laura Sabbadini e Marzio Barbagli dichiarano insufficienti i dati basati su denunce e arresti, perché essi rappresentano meno di un decimo delle violenze effettive.

È dubbio che gli stranieri provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente siano più patriarcali degli italiani, quindi più propensi alla violenza sulle donne. Non è detto che lo siano proprio i migranti in fuga dai loro paesi o attratti dai paesi occidentali, né è detto che la cultura patriarcale sia più violenta della cultura post-patriarcale. Secondo i dati e le statistiche, in Italia, il sud risulta meno violento del nord, eppure il sud è ritenuto più patriarcale. Lo stesso in Europa: i paesi mediterranei risultano meno violenti dei paesi nordici, eppure i paesi nordici sono considerati più femministi. O ancora, limitandoci agli immigrati, alcuni gruppi provenienti dall’est Europa risultano più violenti di altri provenienti dall’Africa o dal Medio Oriente, nonostante il loro essere europei, quindi più prossimi a noi. D’altra parte, per stare alla nostra cultura, il nostro principale (e forse unico) prodotto di educazione sessuale è la pornografia. È più rispettosa dell’educazione sessuale nei villaggi e nelle campagne del sud e dell’est del mondo?

La cultura post-patriarcale è una cultura disordinata meno capace di darsi dei limiti, impreparata a misurarsi con la libertà femminile. Il patriarcato esercita(va) una tutela sulle donne. Proteggere le “nostre donne” dagli stranieri è un riflesso patriarcale. E le femministe che aderiscono a questo riflesso formano una singolare alleanza con i nostalgici del patriarcato, in prima linea nella xenofobia. L’idea di accogliere solo le donne straniere e respingere i maschi è impraticabile e se praticata violerebbe i diritti umani di molti uomini per bene e delle loro compagne indisponibili a separarsi da loro. Quasi metà delle donne della nave Diciotti ha rifiutato di sbarcare senza il proprio uomo, così come rifiutarono le donne della nave Aquarius.

Peraltro, è fuorviante e incoerente da parte nostra ridurre ogni individuo alla sua cultura di appartenenza o al modo in cui noi ce la rappresentiamo; un tale atteggiamento ci mette in contraddizione con la nostra cultura dei diritti individuali e ci fa pensare in termini tribali (noi e loro). Sostituire nell’avversione all’altro la razza con la cultura, ci porta lo stesso a definire una colpa collettiva e a non vedere più gli individui, le persone, gli esseri umani, fino alla difesa preventiva con la stessa dinamica dell’esclusione e della punizione indiscriminata.

Gli iraniani che vengono in Italia o in altri paesi europei sono esuli, non sostenitori degli Ayatollah, non ha senso vederli come rappresentati di una cultura oscurantista. In Iran è molto forte la simpatia per la cultura e lo stile di vita occidentali. I migranti eritrei, che sono cristiani, sono in fuga dalla guerra e dal loro regime che li obbliga alla coscrizione, non vengono a rappresentarlo. I pochi eritrei che in Europa o in Usa sostengono il regime, si pronunciano contro l’emigrazione dal loro paese. Allo stesso modo, molti musulmani fuggono da guerre e dittature; la maggior parte delle vittime del terrorismo islamista sono musulmani. Secondo una ricerca internazionale della Gallup, la maggioranza dei musulmani, sia in Usa, sia in Europa, sia nei paesi arabi, apprezza la libertà e la democrazia dei paesi occidentali, solo è critica verso la povertà spirituale dell’Occidente.

Non nego la componente culturale patriarcale, maschilista, misogina della violenza, ma non la identifico con componenti etno-nazionali e religiose. La identifico con il sesso maschile di tutto il mondo.

La negazione del razzismo

Daisy Osakue

La negazione del razzismo si basa su una definizione statica e ristretta. In sostanza, dice: non siamo razzisti, perché non teorizziamo la superiorità di una razza sull’altra. Poiché tale teoria evoca gravi crimini storici, quasi nessuno è disposto a dichiararsi razzista e la stessa negazione del razzismo fa leva sul confronto con una fase storica culminante: non siamo razzisti, perché non riduciamo altre razze in schiavitù, non facciamo i pogrom, le leggi razziali, i campi di concentramento, i genocidi. Insomma, del razzismo, oggi, non ci sarebbe né la teoria suprematista, né la pratica politica discrinatoria e violenta.

Che a fasi storiche culminanti si sia giunti gradualmente e quindi sia importante riconoscere per tempo i segnali che possono precederle, non preoccupa i sostenitori della negazione. Essi oggi vedono solo una normale avversione nei confronti degli stranieri immigrati, per via di paure e insicurezze provocate dall’impoverimento della classe media. Le quali, in verità, furono già parte in causa con le tragedie storiche che non si vogliono rievocare A preoccupare i sostenitori della negazione, invece, è la collocazione rispetto al governo. Dire che c’è il razzismo significa danneggiare il governo M5s-Lega; dire che non c’è il razzismo significa invece favorire il governo M5s-Lega, oppure senza favorirlo, esprimere in primo luogo una contrarietà al PD e all’establishment della UE, della globalizzazione. Oltre, la volontà di difendere o non offendere l’immagine del governo, c’è poi un certo sentimento nazionale che vuole proteggere l’immagine degli italiani, per reggerne l’autostima collettiva.

Io penso che l’immagine dell’Italia la difendiamo meglio se mostriamo di riconoscere il nostro razzismo e di volerlo contrastare. Il razzismo c’è ed è tale indipendentemente dal governo, anche se questo governo, o la sua parte leghista, gli dà voce e volto, per averne il consenso, con il rischio di autorizzare comportamenti xenofobi sempre più pericolosi. L’anno scorso, l’ex direttore dell’Unità Peppino Caldarola scrisse un articolo dal titolo: L’estate in cui l’Italia oltrepassò il Rubicone del razzismo; negli stessi giorni il Corriere della Sera pubblicò una rassegna di notizie dal titolo: L’Italia razzista, cronache di un’estate di discriminazione. Al governo c’era il PD; il suo ministro dell’interno Minniti ostacolava le azioni di soccorso delle ONG e si accordava con le milizie libiche affinché trattenessero i migranti nel loro paese, senza garanzie per il rispetto dei diritti umani. Il tutto con un sostanziale consenso dell’opinione pubblica, costellato da episodi di intolleranza nei confronti degli immigrati. Episodi che insistono quest’anno.

Per ciascuna notizia di aggressione, si riproduce la discussione se si tratti di razzismo oppure no. I negatori preferiscono ignorare il clima di fondo e trattare il caso isolato, per dire di volta in volta che si tratta di squilibrati, cretini, burloni, cioé di individui definiti in modo tale da togliere qualsiasi significato politico e culturale all’intolleranza. Il copione si è ripetuto nel caso dell’uovo che ha quasi accecato Daisy Osakue, la campionessa discobola italo-nigeriana, aggredita a Moncalieri da un gruppo di giovani a bordo di un auto. Risolto il caso, alcuni giornalisti democratici, da Gilioli, a Colombo, a Mentana, hanno voluto certificare che il razzismo non c’entra nulla e sollecitare tutti a riconoscere altrettanto per essere intellettualmente onesti. Affermazioni probabilmente mosse dalla preoccupazione di apparire obiettivi nei confronti del governo e dei tanti follower filogovernativi.

Quello che sappiamo è che Daisy non è stata aggredita da un gruppo neonazista, che il gruppo ha colpito almeno un’altra donna prima di lei, forse un’anziano, e che i ragazzi arrestati hanno dichiarato di aver agito per goliardia. Ma tutto questo non permette di affermare che il razzismo non c’entra nulla. Cioè, di escludere che il colore della pelle di Daisy sia stato un motivo di attrazione, per chi andava in giro a lanciare uova in una zona frequentata da prostitute nigeriane. D’altra parte, il colore della pelle di Daisy è stato senz’altro motivo di attrazione, per tutti gli hater che l’hanno insultata e minacciata con chiari riferimenti alla sua origine. Il razzismo spontaneo dovrebbe preoccupare anche più del razzismo organizzato.

I bulli se la prendono con i più deboli. Con soggetti che sono tali individualmente o sul piano del rispetto sociale. Possono odiare o meno, ma sanno che se colpiscono un diverso, un pezzo di società sarà indulgente o farà persino il tifo per loro. E questo conta nella scelta del bersaglio. Il linguaggio dei bulli è spesso goliardico, fin dal nonnismo nelle caserme. Nelle loro motivazioni convergono facilmente sessismo, razzismo, omofobia, disprezzo per il diverso. Quando un gruppo di bulli se la prende con un disabile o con un obeso, capiamo bene che la condizione della vittima c’entra qualcosa e pure molto nell’essere presa a bersaglio dai bulli, anche se questi hanno aggredito in precedenza malcapitati normali, anche se dopo dichiarano di aver agito solo per divertirsi. Lo capiamo bene e non abbiamo un motivo politico per negare l’evidente o il molto probabile.

Ricordiamo il trattamento pubblico riservato alla prima ministra nera della Repubblica, Cecile Kyenge. Tra i suoi aggressori più importanti vi fu l’allora vicepresidente del senato Roberto Calderoli che la equiparò ad un orango tango. Egli si giustificò, per aver voluto fare solo una battuta; fu denunciato per razzismo ai sensi della legge Mancino, quella che oggi il ministro leghista Fontana vorrebbe abolire. Il senato, però, negò l’autorizzazione a procedere, anche con i voti della sinistra, perché le parole di lui erano censurabili, ma non razziste e poi perché lui le aveva chiesto scusa. Al solito, una cosa grave, ma non seria.

Il razzismo non è solo il teorizzare la superiorità della propria razza sulle altre. Cosa che, tuttavia, vive sottopelle nell’egoismo di gruppo e nella deumanizzazione degli altri. Cosa è equiparare gli africani alle scimmie? Per cosa accettiamo che i migranti, a decine di migliaia, muoiano in mare, nel deserto, subiscano stupri e torture nei campi di concentramento in Libia, in conseguenza delle nostre frontiere chiuse all’immigrazione, se non perché riteniamo le loro vite di minor valore rispetto alle nostre? D’altra parte, potremmo sopportare le sofferenze e la sorte dei migranti, senza svalutarli e spersonalizzarli?

Il razzismo è anche altre cose. È il ricondurre i caratteri e i comportamenti individuali al gruppo etnico di appartenenza. Succede quando diciamo che un africano manca di rispetto alle donne come portato della sua cultura o quando semplicemente pensiamo che africani e mediorientali non possano integrarsi nelle nostre società laiche e democratiche. Il razzismo è la concorrenza tra gruppi umani per l’accesso alle risorse. Succede quando diciamo prima gli italiani, quando vediamo nei migranti una minaccia per il nostro posto di lavoro, il nostro salario, l’assegnazione delle case popolari, o per i costi di mantenimento del nostro Welfare, nonostante gli immigrati arricchiscano la nostra economia. Il razzismo è il pregiudizio negativo nei confronti degli stranieri. Un pregiudizio che, per toni, parole, atteggiamenti, comportamenti, politiche, teorie, cambia di intensità, può essere più forte o più debole, ma non trova soluzione di continuità.

Per contrastare i trafficanti in modo civile, liberalizziamo le migrazioni dei poveri

Rifugiati in Europa ogni mille abitanti

Il governo italiano ha mostrato un difetto di civiltà e di umanità, nel chiudere i porti ad una nave di soccorso volontario, operante nel Mediterraneo, carica di migranti naufraghi, tra cui minori, bambini, donne e donne incinta; 639 persone che hanno sofferto dure condizioni di detenzione in Libia, lo shock e la disidratazione per il viaggio ed il naufragio, obbligate dalle nostre autorità ad una prolungata e non necessaria permanenza in mare, su una barca capiente per cinquecento passeggeri, in condizioni di maltempo.

Il governo italiano ha, inoltre, mostrato un difetto di dignità, nel pretendere che a farsi carico dei naufraghi migranti fosse Malta, un’isola di 316 kmq e mezzo milione di abitanti, che già ospita 18 rifugiati ogni mille abitanti, contro i due per mille dell’Italia. Il nostro paese, uno dei più grandi e importanti d’Europa, membro del G7, ha intrapreso un braccio di ferro con una piccola isola. Poi, ha cantato vittoria per il gesto di saggezza umanitaria compiuto dal nuovo governo socialista spagnolo disponibile ad accogliere la nave dei migranti a Valencia, un porto distante quattro giorni di viaggio, per 1500 km dalla posizione della nave, contro i 40 km di distanza dal porto di Messina. Una sofferenza inutile per i migranti, accompagnati da due navi della marina italiana; uno spreco di risorse a scapito di altri naufraghi che, nel frattempo, avrebbero potuto essere salvati da questi mezzi.

Malta Valencia

Nonostante l’assurdità della situazione e la mancanza di umanità e dignità del governo italiano, la sua mossa di chiusura può far leva sui sentimenti irrazionali che pervadono parte dell’opinione pubblica: l’avversione e la paura nei confronti dei migranti percepiti come invasori di un paese in crisi, lasciato solo dall’Europa. In realtà, proprio in questi anni di crisi, senza riceverne particolare danno, l’Italia ha fronteggiato la pressione migratoria dal Mediterraneo, intensificatasi dopo l’abbattimento del regime di Gheddafi; ha salvato molte vite umane con la sua marina militare ed è stata aiutata in modo indiretto dall’Europa, mediante aiuti economici e la sottrazione delle spese di gestione dai vincoli di bilancio, ragion per cui, ciò che si risparmierebbe sui migranti, non potrebbe essere speso altrimenti, perché verrebbero a mancare le coperture.

La questione è culturale: la convivenza con la diversità; non economica e materiale: le spese sono sostenibili ed i migranti, risorsa economica, si ripagano da sé, anche con gli interessi e suppliscono al nostro declino demografico. Redistribuire l’impatto dei flussi migratori vuol dire così redistribuire il peso della convivenza culturale. Le migrazioni sono un fenomeno globale ed epocale a cominciare dal dopoguerra. Oggi i flussi investono l’Italia e altri paesi costieri; in passato hanno investito gli altri grandi paesi europei, che continuano ad avere più immigrati di noi, compresa la Spagna, senza che l’Italia contribuisse alla redistribuzione. Anzi, ha contribuito, e ancora contribuisce, all’emigrazione. Su questo fronte, davvero, il vittimismo italiano è poco onorevole. Tuttavia, è sensato e lungimirante, immaginare da ora in poi una gestione europea dei flussi migratori, per alleviare l’impatto su ogni singolo paese. Peccato che il nostro governo si stia alleando in Europa, proprio con gli stati, tipo quelli dell’est, i quali preferiscono che ciascuno si faccia il suo recinto di filo spinato. Perché questo, nell’immediato, è ciò che dà soddisfazione alla xenofobia.

L’ostilità verso i migranti si ammanta di una retorica nobilitante. Contrastare l’immigrazione sarebbe rifiutare la deportazione degli schiavi, lo sfruttamento dei capitalisti, il traffico degli scafisti, e un vago e imprecisato business. Ma, per salvarli da trafficanti e sfruttatori, non occorre lasciare affogare i migranti in mare, farli morire nel deserto, imprigionarli negli hotspot, basta condividere con loro libertà, tutele e diritti: permettergli di raggiungerci con gli aerei e le navi che prenderemmo noi per andare in un altro paese; registrare e regolarizzare gli arrivi, concedere visti, permessi di soggiorno, di uno o due anni, per cercare un lavoro regolare, e aprire alla cittadinanza. Le migliaia di euro oggi investite in viaggi clandestini, lunghi e pericolosi, potrebbero tenerseli per contribuire a mantenersi nei primo anno. Si può proporre come requisito, che giungano con la disponibilità di una certa cifra, cinque, diecimila euro.

Queste persone, potrebbero così decidere di tornare indietro se non riescono ad inserirsi, mentre oggi si trattengono in ogni caso, per la paura di non poter eventualmente ritornare. E potrebbero anche circolare per l’Europa e trasferirsi in altri paesi. Il pretesto con cui la Francia e l’Austria li respingono alle frontiere è che non sono con certezza identificabili. Ma in un sistema di libera circolazione, non occorre nascondere l’identità per il timore di essere rimpatriati. Questo sistema, se siamo in vena di forzature e atti unilaterali, possiamo iniziare a praticarlo noi. È più umano, civile e dignitoso, che prendere in ostaggio i naufraghi migranti e giocare a poker sulla loro pelle. Se permettessimo una libera migrazione legale, avremmo la legittimità morale di contrastare l’immigrazione davvero clandestina. Una legittimità morale che oggi non abbiamo.

Sesso facoltativo nel censimento GB

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Nel nuovo censimento britannico, previsto per il 2021, non sarà più obbligatorio barrare la casella «maschio» o «femmina», per rispettare la sensibilità delle persone transgender. Il proposito di non discriminare, creare disagio, sofferenza alle persone transessuali, anche nella compilazione di un questionario, è un’intenzione civile e giusta. La questione, in Gran Bretagna, è la soluzione trovata, che comunica un messaggio di irrilevanza riguardo l’essere maschi o femmine. Una scorciatoia politicamente corretta. che può stare bene agli uomini, i quali storicamente trascendono la parzialità del loro sesso in un neutro universale; e che però fa problema alle donne, cancellate sul piano simbolico, come dice la protesta della scrittrice femminista Germaine Greer.

La cancellazione delle donne comporta anche un danno molto pratico. Per esempio, nella medicina i farmaci sono sempre stati testati in maniera neutra, quindi basati sulla fisiologia maschile arbitrariamente ritenuta valida anche per quella femminile: le patologie femminili sono state ignorate come elemento di studio o curate con modalità inadatte alla fisiologia femminile. La scienza medica ha potuto accorgersi dell’errore solo quando ha raccolto dati statistici differenziati per sesso. Così è per i bilanci pubblici, le retribuzioni, le assicurazioni, l’organizzazione del lavoro ed ogni ambito della società.

E’ vero che le persone trans sono una piccola minoranza e tutti gli altri, se lo vorranno, potranno specificare il sesso. Tuttavia, io, come molti altri, di un questionario compilo il minimo indispensabile. Le domande che non richiedono una risposta obbligatoria non le leggo neppure, perché penso che quelle domande non siano davvero importanti per chi mi propone il questionario. Il sesso è davvero importante o no? La risposta ha il suo effetto simbolico, presiede, informa, condiziona, influenza, tutte le situazioni sociali. Una società che neutralizza la differenza funziona in un certo modo, una società che la riconosce e la valorizza funziona in un altro.

Istat, violenza, italiani e stranieri

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Secondo l’Istat, gli stupri subiti dalle donne italiane sono stati commessi da italiani in oltre l’80% dei casi (81,6%), da autori stranieri in circa il 15% dei casi (15,1%). Ma, gli stranieri sono l’8,3% della popolazione. Se l’autore della violenza o della tentata violenza è straniero, le donne italiane denunciano di più. La somma dei dati non dà 100: forse, mancano dei dati; forse, vi sono alcune denunce di vittime italiane per le quali non è stato possibile identificare la nazionalità dell’aggressore; forse, alcune vittime straniere hanno denunciato più di una aggressione.

Va ricordato che i dati Istat sono rielaborazioni dei dati del ministero dell’interno e che questi ultimi sono dati relativi alle denunce. Secondo l’Istat, le denunce sono solo il 7% delle violenze. Perciò, a parere di Marzio Barbagli e di Laura Linda Sabbadini questi dati sono insufficienti per poter dire che gli stranieri violentano più degli italiani. E’ probabile che anche le straniere non denuncino parenti e amici, anche se, secondo Linda Laura Sabbadini, le straniere denunciano più delle italiane.

Sulla violenza, il confronto reale da tener presente, l’unico sul quale occorre concentrarsi, è quello tra uomini e donne. Il confronto tra italiani e stranieri è imposto dalla xenofobia, che usa pesantemente il tema della violenza sulle donne per criminalizzare gli stranieri, facendo leva sul pregiudizio facile. Così, per contenere la xenofobia, c’è da fare un lavoro su dati e proporzioni.

Si può capire la donna che prova maggior disagio, fastidio, paura, rabbia, quando l’attenzione molesta arriva da uno straniero. È un vissuto non giudicabile; anch’io, in situazioni negative preferisco, del tutto irrazionalmente, avere a che fare con italiani. Penso invece si entri nel pregiudizio, quando la molestia o qualsiasi altro comportamento negativo è spiegato come espressione della cultura di provenienza dello straniero.

Se diciamo che gli stranieri delinquono di più, in particolare verso le donne, e lo fanno perché predisposti culturalmente, in cosa si distingue la nostra lettura da quella della destra xenofoba? E quali diverse conseguenze possiamo trarre? Finiamo come il Minniti imitato da Crozza: la differenza è che a noi la xenofobia “ci dispiace”; e la sfida dei prossimi anni, sarà “farci passare il dispiacere”.

Il pregiudizio negativo nei confronti degli stranieri è anche mio. Anch’io tendo a credere che si comportino peggio e do credito alle testimonianze. Solo che le analisi della realtà, intese come studi, ricerche, statistiche, non confermano questa ipotesi o mostrano di non avere dati sufficienti per poterla confermare.

Un dato possiamo conoscerlo tutti: gli stranieri in Italia sono passati dai 300 mila del 1990, al milione e trecentomila del 2002, ai 5 milioni del 2017. Per lo stesso arco di tempo, il ministero degli interni, quello della giustizia, l’Istat e altri istituti di ricerca non dicono che i reati sono aumentati in misura proporzionale all’aumento degli stranieri. Anzi, non sono proprio aumentati, alcuni, i più efferati, compresi gli stupri, sono persino diminuiti. Dunque, per quanto ne sappiamo, vero e verosimile non coincidono.

Tuttavia, stranieri che si comportano male esistono. Ciò ha una spiegazione culturale? Penso di no. Oppure si, ma paradossalmente in senso contrario a quel che si tende a credere. Non sono uomini arretrati, sono uomini moderni, che pensano di incontrare finalmente donne moderne, cioé libere, disinibite e disponibili, come quelle che compaiono nelle gigantesche diapositive pubblicitarie della stazione centrale di Milano, dove si concentrano molti migranti.

L’uomo patriarcale era più rispettoso verso le donne dell’uomo postpatriarcale. Il primo viveva in un ordine che dava regole e limiti, il secondo vive in un disordine che dà solo licenze. Gli uomini neri che molestano, per cultura, sono poco simili agli uomini della loro tribù, sono più simili ai nostri clienti della prostituzione, ai nostri utenti del porno, ai nostri turisti sessuali. Più simili a quei programmatori che simbolizzano la donna nei sex robot e in quei visitatori che per eccitazione i sex robot li distruggono.

Sono giovani, più intraprendenti di noi nel bene e nel male. Sono soli, senza opportunità di socializzazione (circoli, palestre, piscine, sale da ballo, discoteche, scuole, università, associazioni, compagnie di amici), quindi si affidano di più all’approccio volante o ad un’attenzione molto segnaletica. Nella solitudine, non sono sotto il controllo di parenti, amici, conoscenti, non hanno il problema ambientale di proteggere la propria reputazione personale dallo sguardo dell’altro ed anche il proprio sguardo interiore chiude un occhio.

Date queste condizioni, la risposta più efficace non può che andare nel senso di favorire una maggiore inclusione. Il contrario di quel che suggerisce il riflesso condizionato xenofobo.

Xenofobia falsa amica delle donne

Donne migranti

Essere amici delle donne, dopo gli stupri di Rimini commessi da maschi nordafricani, significa dover diventare xenofobi?

Lo stupro è un crimine odioso, equiparabile al tentato omicidio. Chi lo commette va condannato e messo nelle condizioni di non nuocere; essere straniero non è un’aggravante, ma neppure un’attenuante. Come ogni violenza sulle donne, lo stupro chiama in causa la cultura patriarcale e la sessualità maschile, non per relativizzare la responsabilità di uno o di un branco, ma per coinvolgere la responsabilità di tutti gli uomini. Ci chiama in causa subito, nell’assumere il contrasto alla violenza come priorità, non come lunga marcia da collocare sullo sfondo di altre priorità.

Dal femminismo abbiamo imparato che la violenza sulle donne è il dispositivo maschile per avere ragione e potere nel conflitto tra i sessi: in forza della sua efficacia intimidatoria, tutti gli uomini traggono vantaggio dalla violenza sulle donne. Gli uomini patriarcali sfuggono alla lettura del conflitto tra i sessi e collocano la violenza sul terreno di altri conflitti: tra le classi, le religioni, le culture, le nazioni; per violare le donne dell’altro o per difendere le proprie donne dall’altro. Nella visione difensiva, l’uomo violento è una deviazione dalla buona norma maschile: l’ignorante, il povero, il tossico, l’acolizzato, il diverso, lo straniero. Il maschio in sé è buono e salvo. Anzi, il vero uomo è colui che combatte le deviazioni e nel combatterle si erge a tutore delle donne. Se le femministe stanno al conflitto tra i sessi, altre donne stanno al conflitto tra maschi e in esso si schierano. Per quanto sia deludente, anche una femminista può aderire agli schemi del conflitto tra maschi, perché nessuno è immune da pregiudizi, fobie sociali, rassegnazione; a chiunque può capitare di esserne orientato, magari con l’idea di dover scegliere il male minore.

D’altra parte, questi schemi sembrano plausibili, perché poggiano su dati verosimili o parzialmente veri. È falso che vogliamo rendere i migranti intoccabili e invitiamo a tacere se responsabili di reati. Ma è vero che di fronte al reato di uno straniero ci troviamo in imbarazzo, perché temiamo il razzismo. È una reazione normale; la stessa che avremmo di fronte al peggiore degli assassini di pelle bianca esposto al linciaggio della folla. Nel contesto di un linciaggio la prima cosa che ci viene in mente non è la condanna dell’assassino.

Anni fa, una manifestazione di donne contro la violenza chiedeva di uscire dal silenzio. Si riferiva all’opacità della violenza maschile perpetrata da parenti, amici, colleghi di lavoro; una violenza velata, salvo caso efferati nei quali comunque valeva una certa empatia con il violento. Nei blog e sui social si formarono pagine di rassegna della violenza sulle donne, per dare conto della frequenza e della quantità del fenomeno. Ora, questo lavoro è caduto in disuso. La violenza maschile nei luoghi pubblici, quella del maniaco o dell’uomo nero, è sempre stata un tema allarmante ed eccitante della cronaca nera, sempre raccontata. Lì si tratta di uscire dal chiasso, per informare e orientare in modo corretto. Si può nominare, ovvio, la nazionalità del reo; altro è scegliere di enfatizzarla, evidenziarla come causa o predisposizione, elevarla a questione: non più questione maschile, ma questione straniera.

Sembra plausibile la presunta prevalenza straniera nella criminalità. Pur in assenza di prove, siamo disposti a crederla vera, nonostante gli immigrati siano aumentati di sei volte in vent’anni ed i reati più gravi siano rimasti stabili o persino diminuiti. Il dato sugli stupri dice di un 40% di stupratori stranieri a fronte di una popolazione straniera dell’8%. In proporzione, dunque, gli stranieri stuprerebbero più degli italiani. Il dato però si basa sulle sole denunce: appena il 7% delle violenze. Quali siano le proporzioni nel restante 93% lo ignoriamo. Tra le violenze possiamo includere o escludere varie situazioni. Alcuni di noi pensano che la prostituzione sia uno stupro a pagamento. I milioni di clienti italiani come li consideriamo? E le decine di migliaia di prostitute straniere? La domanda investe le proporzioni tra le vittime. Così come è stata oscurata la trans peruviana tra le vittime degli stupri di Rimini da parte di chi voleva ribellarsi al silenzio buonista, così è oscurato il probabile primato straniero nella condizione della vittima, perché non serve per costruire l’immagine negativa dello straniero. Tornando alle sole denunce di stupro, il 32% delle vittime è straniera. Di nuovo, molto di più dell’8% della popolazione. In proporzione, le straniere sono più vittime delle italiane.

Il pregiudizio negativo nei confronti dello straniero è il presupposto della scelta arbitraria di mettere a confronto italiani e stranieri. L’esito del confronto non è una giustificazione, è solo un’autoconferma, agganciata ad un presunto difetto culturale: gli stranieri provengono da regioni dalla cultura più patriarcale della nostra, quindi sarebbero più propensi ad abusare delle donne. Un simile criterio culturale ci induce a credere che in Italia, siciliani e calabresi siano più propensi all’abuso di lombardi e piemontesi e che gli uomini dell’Europa latina siano più abusanti degli uomini dei paesi scandinavi. Eppure, secondo le statistiche, la violenza contro le donne primeggia nel Nord Europa, mentre l’Italia sta sotto la media europea. Inoltre, come osserva Marzio Barbagli, i migranti sono culturalmente molto diversi dai loro connazionali rimasti in patria. Resta poi il fatto che il primato degli stupri tra gli stranieri spetta, non ad una nazionalità africana o mediorientale, ma ad una nazionalità europea: i romeni. Infine, ad insegnare come si trattano le donne, più che le tradizioni religiose e tribali, è la moderna pornografia industriale, unica fonte di educazione sessuale per i nostri adolescenti. Un prodotto culturale tutto occidentale.

Dati due gruppi di uomini si potrà sempre mostrare che un gruppo stupra più dell’altro. Metropolitani e provinciali; settentrionali e meridionali; colti e ignoranti; laici e religiosi, ricchi e poveri. Per ciascuna categoria duale possiamo stabilire quale sia il gruppo peggiore, per pochi o tanti punti. Ma in genere non lo facciamo. Si dirà, che per il confronto italiani-stranieri i punti di distacco sono tali da giustificarlo; abbiamo già visto che non possiamo dire di saperlo. Esiste di certo una categoria duale nella quale i punti di distacco sono notevoli, quella tra giovani e adulti o anziani. Il dato è del ministero della giustizia: il 25% degli stupratori condannati è minorenne (in rapporto a meno del 5% della popolazione). Dei quattro stupratori di Rimini, tre sono minorenni, il quarto ha 20 anni. Il colpevole di un reato è spesso un giovane maschio, senza che ciò induca a fobia e intolleranza nei confronti dei giovani. Il dato generazionale può spiegare molto più del dato culturale o sociale, perché gli stranieri (forse) delinquono più degli italiani: gli stranieri sono in proporzione molto più giovani degli italiani. Per converso, le giovani sono le principali vittime; le straniere sono in proporzione più giovani delle italiane.

La condizione delle vittime straniere mostra quanto sia fuorviante contrapporre donne e migranti. Oltre al fatto che il razzismo e il sessismo crescono insieme, come mostrano i tanti indignati per gli stupri di Rimini che augurano a Laura Boldrini di essere stuprata, c’è che le politiche di chiusura penalizzano le donne più degli uomini. Vero o falso che nel casermone dei rifugiati sgomberato a Roma ci fosse un postribolo, è certo che la mancata regolarizzazione delle donne le rende più vulnerabili ed esposte al ricatto e allo sfruttamento. Tante sono le donne che muoiono nella traversata del mare e del deserto, perché le politiche di chiusura impediscono loro di raggiungere legalmente l’Europa. Tante quelle che subiscono abusi e stupri nei campi di concentramento voluti dagli europei e anche dagli italiani, per smistare rifugiati e migranti economici in Africa. È perciò insensato criminalizzare i migranti per essere amici delle donne. Il razzismo oltre a rimettere le donne bianche sotto la tutela del maschio, condanna le donne nere.



Riferimenti:
[^] La congiunzione «stupri-migranti» è pericolosa oltre che inutile – Alessandra Pigliaru, il manifesto 2.09.2017
[^] Gli Stupri, Gli Stranieri, Gli Italiani – Marina Terragni, 1.09.2017
[^] Violenze: «Solo il 7% delle donne ha la forza di denunciare» – Marzio Barbagli, Corriere della Sera 1.09.2017
[^] Lo stupro non ha colore – Cristina Obber, Elle 30.08.2017
[^] Rimini e dintorni: indignatevi anche quando gli stupratori e gli assassini sono italiani – D.I.Re Donne in rete contro la violenza, 30.08.2017
[^] Migranti: tra chi li odia e chi li vorrebbe rendere intoccabili, c’è la giusta via di mezzo – Lorella Zanardo, Il Fatto 30.08.2017
[^] Boldrini: “Sullo stupro di Rimini dibattito agghiacciante: stiamo toccando il fondo” – Repubblica, 29.08.2017
[^] Da Rimini a Gioia del colle, la violenza sulle donne fa notizia anche se commessa da stranieri? – Lorella Zanardo, Il Fatto 28.08.2017
[^] La violenza contro le donne è sempre violenza, che la compia un italiano o uno straniero – Lorella Zanardo, Il Fatto 31.07.2017