Migrazioni e migranti

Verso i migranti mi sento solidale. Mio padre, i nonni, altri parenti emigrarono dal sud al nord, dalla campagna alla città, dall’Italia agli Stati Uniti o all’Australia, per passare dalla sopravvivenza alla vita. Mi sento anche in colpa, perché sono stato solo fortunato a nascere nella parte ricca del mondo, quella responsabile di consumare molto più di quanto produce e di sfruttare le risorse, la manodopera e i mercati dei paesi poveri.

Così penso che le migrazioni derivino inevitabilmente dal colonialismo e dalla globalizzazione e correggano le disuguaglianze: se le aziende delocalizzano in paesi dove i lavoratori costano meno, i lavoratori emigrano verso paesi dove le aziende pagano di più. Le migrazioni sono un problema innanzitutto per i migranti, che devono sradicarsi dal loro ambiente, affrontare viaggi duri e pericolosi, integrarsi in terre straniere, di cui spesso ignorano lingua, leggi e cultura; e lo sono per gli autoctoni che devono misurarsi con la diversità, in tempi di crisi e declino. L’effetto grave delle migrazioni è la xenofobia, che percepisce e rappresenta le migrazioni come un’invasione e spinge i governi a respingere ed escludere: politiche che sono causa di sofferenze, tensioni, clandestinità.

In realtà, le migrazioni possono essere un’opportunità. Sia per i paesi poveri, perché le rimesse dei migranti costituiscono il principale aiuto dai paesi ricchi. Sia per gli stessi paesi ricchi, perché i migranti sopperiscono al declino demografico, lavorano, creano ricchezza, mantengono il welfare più di quanto ne usufruiscono. L’incontro tra religioni e culture diverse, sebbene motivo di conflitto, è una condizione favorevole per progredire nella tolleranza e nella laicità. La cultura patriarcale di molti migranti pare minacciare le conquiste delle donne occidentali, ma può fare da specchio alla nostra cultura patriarcale e favorire una presa di coscienza degli uomini. Anche per queste possibili evoluzioni, guardo ai migranti con simpatia.

Sul burkini e i valori della repubblica

Silvia Ballestra - Madonna sud della FranciaEsiste uno sguardo, anche tra gli occidentali, che vede simboli al posto dei vestiti e religioni o ideologie al posto delle persone. Succede con una certa ossessione nei confronti dei musulmani. Succede in Francia – in reazione al terrorismo dell’Isis e all’inefficacia difensiva francese nel prevenire e impedire gravi attentati – con il divieto dei sindaci gollisti di indossare il burkini in spiaggia; divieto appoggiato da Manuel Valls, il primo ministro, che dichiara il burkini incompatibile con i valori della repubblica. In questo modo, la possibile libertà di svelarsi delle donne musulmane è trasformata in un obbligo imposto dagli uomini occidentali. Quando qualcosa, un indumento, è proibito o imposto per ragioni simboliche, il poterlo mettere o togliere contro la norma, diventa simbolo di libertà.

C’è da chiedersi quanti centimetri di pelle una donna debba scoprire, per non incorrere in incompatibilità valoriali con la repubblica, e quale differenza ci sia tra una repubblica laica e un regime teocratico, se entrambi dettano norme di abbigliamento femminile, a seconda del gradimento maschile dominante. In Italia, questa visione normativa, per ora, rimane confinata alla Lega Nord, ma una parte dell’opinione pubblica, anche femminile, simpatizza con la scelta francese.

Credo si possano capire il disagio, la paura, specie da parte delle donne, di forme esteriori vissute come oppressive e restauratrici di un passato patriarcale. Perciò, non condivido i toni offensivi e sprezzanti usati, magari da uomini, nei confronti di compagne e femministe che esprimono la loro critica al costume del velo. Vedo, tuttavia, il rischio molto forte di un atteggiamento pregiudiziale e paternalistico verso le donne musulmane, come se il dilemma del libero arbitrio si applicasse solo a loro.

Nei paesi occidentali, troviamo prostitute, attrici pornografiche, vallette prestate a rappresentazioni sessiste, modelle anoressiche, madri surrogate, casalinghe, mogli e fidanzate conviventi con partner maltrattanti, donne che si sottopongono alla chirurgia estetica, lavoratrici che indossano scarpe con tacchi altissimi. Quante di loro sono libere e consapevoli più e meglio delle donne musulmane che si velano? Quanta parte della loro condizione è commisurata ai valori repubblicani? Credo che nel giudizio sull’autonomia delle donne musulmane occorra più umiltà e che l’idea di un intervento normativo preventivo a loro tutela, che pure vuole sanzionarle, richieda molta cautela: meglio una donna in burkini che una donna esclusa dalla spiagga o dalla piscina. La sottomissione si contrasta con le politiche antiviolenza, il lavoro, l’inclusione, il superamento delle contrapposizioni identitarie, il dialogo e le relazioni.

D’altra parte conosciamo nei paesi mediorientali, ed anche in Occidente, donne velate affermate in politica, negli studi e nelle professioni. Il vissuto delle donne musulmane che scelgono di indossare il velo e raccontare le proprie motivazioni e i propri significati, è il primo punto di vista di cui tener conto. Se vogliamo davvero dargli forza, libertà e autonomia, non possiamo negargli credito e autorità.


Riferimenti:
(*) «La laicità non dovrebbe limitare i diritti ma difenderli» – Intervista. Nadia Bouzekri, Giovani musulmani d’Italia
(*) La consigliera Pd Sumaya Abdel Qader sul burkini: “Anch’io lo uso, illiberale vietarlo. La Francia usa la laicità per escludere” – Laura Eduati
(*) Vietare il burkini in spiaggia? Falso problema. Che fa sentire le donne musulmane ancora più discriminate – di Farian Sabahi
(*) Non solo il velo. In quali altre gabbie vengono rinchiuse le donne? – Lea Melandri
(*) Intorno al Burkini – bei zauberei – Costanza Jerusum
(*) Laicità che assomiglia al fondamentalismo – Bia Sarasini
(*) Cos’è il burkini e perché se ne parla – Le Monde tradotto da Internazionale
(*) Un giorno a Cannes sulle spiagge del burkini – Eva Morletto, Famiglia Cristiana
(*) Io, donna ebrea, sto dalla parte del burkini. A una condizione – Gheula Canarutto Nemni
(*) Burkini, vietarlo è un atto di libertà – Monica Lanfranco
(*) La dannata faccenda del burkini – Marina Terragni
(*) Libertà non è il Burkini – Giuliana Sgrena
(*) Lorella Zanardo: “Io femminista vi dico: vietare il burkini? È giusto. E di sinistra”

Stranieri e case popolari a Torino

Case popolari Torino

Alla direzione regionale del PD piemontese, Piero Fassino ha dichiarato che l’immigrazione in Italia sta superando la soglia oltre la quale diventa ingovernabile e può travolgerci. In campagna elettorale è stato il tema che sempre le persone gli mettevano davanti. Il più sentito nelle periferie dove gli immigrati sono visti in competizione per la casa, il lavoro, il welfare e dove il PD ha avuto i risultati peggiori. Per esempio, nell’assegnazione delle case popolari, il criterio basato sulla composizione dei nuclei familiari premia sempre più spesso le famiglie immigrate, che fanno più figli. Bisogna domandarsi fino a quando la graduatoria unica è sostenibile.

L’allarme di Fassino trova una sponda nella richiesta di Marcello Mazzù, presidente dell’Agenzia territoriale per la casa (ATC), di rivedere la legge regionale del 2010 approvata dalla maggioranza di Mercedes Bresso. La nuova legge ha abrogato i tre anni di lavoro regolare necessari ai soli stranieri per poter accedere alle assegnazioni. Così, le case popolari assegnate agli immigrati sono aumentate dal 10-15% al 30%. A fronte di una popolazione straniera solo del 15%, sottolinea Repubblica.

Tuttavia, vedere una ingiustizia nel divario percentuale tra assegnatari e residenti è molto arbitario. Gli stranieri sono presenti in misura differente nei diversi gruppi sociali. Sono di più tra gli inquilini come sono di meno tra i proprietari. Il rapporto da osservare è quello tra richiedenti e assegnatari. Allora si vede che le proporzioni tornano, anzi sono ancora a vantaggio degli italiani. Infatti, i non italiani assegnatari sono il 39% nel 2015 a fronte di un 53% di richiedenti, mentre gli italiani assegnatari sono il 61% a fronte di un 46% di richiedenti.

Inoltre, va notato che la percentuale di immigrati assegnatari non sta aumentando in modo esponenziale: è triplicata con l’entrata in vigore della nuova norma tra il 2012 e il 2013, per poi stabilizzarsi. La definizione dei requisiti a prescindere dalla nazionalità dei richiedenti rispetta il principio costituzionale dell’eguaglianza davanti alla legge ed è in linea con il proposito di accogliere, integrare, regolarizzare la presenza degli stranieri in Italia. Mi domando infatti cosa significhi invocare il governo del fenomeno, se poi ci si mette sul piano inclinato delle segregazioni, per poter lasciare in mezzo alla strada le famiglie immigrate più numerose.

Mi chiedo ancora come si possa governare l’immigrazione, nello schema della guerra tra poveri, con la scelta di stare dalla parte dei nostri poveri. Un buon governo richiede una politica di giustizia tra tutti i ceti sociali. A Torino, il 68% delle case popolari è stato costruito prima del 1981 e il 18% tra il 1981 e il 1990. Si possono dunque fare nuovi investimenti pubblici per costruire nuove case popolari, se le assegnazioni risultano insufficienti. Oppure si possono indurre i proprietari di alloggio ad affittare ad un costo accessibile le case sfitte esistenti in città (30 mila secondo il censimento del 2001).

Infine, c’è qualcosa che è possibile fare subito e non costa nulla: riconoscere il ruolo decisivo degli immigrati nel mantenimento del nostro welfare. Che l’assegnazione di alcune centinaia di alloggi popolari a persone immigrate, in una grande città del nord, faccia parlare l’ex primo cittadino di ingovernabilità e travolgimento, con conseguenti titoli sui giornali, finisce per rinforzare paura e ostilità. Un conto è comprendere un sentimento popolare diffuso, un altro è farsi megafono della pancia, per trattare gli immigrati come capro espiatorio dell’insicurezza sociale. E della sconfitta elettorale.

La presenza immigrata a Torino è, tra l’altro, in calo. Sono 136.262, in diminuzione, per il terzo anno consecutivo, di n. 1.814 unità i cittadini stranieri residenti, pari al’15% della popolazione totale (come dal 2013, mentre nel 2012 costituivano il 16% della popolazione totale).

Aiutiamoli a casa loro?

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Aiutiamoli a casa loro è lo slogan buonista delle destre xenofobe. Il sottotesto è: non vogliamo aiutarli a casa nostra, cioè non li vogliamo tra noi.

Lo slogan presuppone che i paesi siano case e che nei paesi i nativi siano padroni e gli stranieri ospiti; l’immigrazione una violazione di domicilio. Spesso, chi vuole aiutarli a casa loro, vuole che l’immigrazione irregolare sia un reato; gli irregolari li chiama clandestini.

Chi proclama questo slogan, però, non presenta progetti di sviluppo per i paesi poveri, né propone di cancellare i loro debiti. Anzi, quando è al governo taglia i fondi alla cooperazione.

Al momento, e da sempre, il miglior aiuto a casa dei migranti proviene dai migranti stessi, mediante le loro rimesse. Trasferimenti presi a bersaglio da chi vuole aiutarli a casa loro, perché sottraggono ricchezza alla nostra economia.

Il principio di aiutare gli altri a casa loro, in sé, non è sbagliato, se non fosse per il fatto che tra gli aiutanti e gli aiutati si instaura un rapporto di potere; quando si tratta di relazioni tra stati, gli aiutati pagano gli aiuti con la rinuncia parziale o totale alla propria sovranità e indipendenza.

Soprattutto, è un principio che ignora la sfasatura temporale tra il problema e la soluzione: eventuali effetti benefici si possono avere nel medio-lungo periodo, mentre l’emergenza migratoria è adesso. Volerli aiutare a casa loro in futuro, significa non volerli aiutare qui e ora, mentre intanto muoiono a migliaia nel traversare il Mediterraneo.

Ma provocare morti annegati in mare o asfissiati nei Tir per scoraggiare l’immigrazione è immorale e disumano, è la prima cosa che non possiamo accettare. Perciò, dato che in tanti vogliono raggiungerci e sono disposti a rischiare la vita, per realizzare il loro desiderio di salvezza o di realizzazione, possiamo solo aprire le frontiere.

Renzi e Salvini, alternative relative

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Matteo Renzi, nei suoi ultimi discorsi, ha evidenziato la propria diversità rispetto a Matteo Salvini. Al meeting di CL ha detto sui profughi, salviamo vite umane anche se ci costa voti. Alla festa dell’Unità, ha rilanciato: sull’immigrazione non siamo PD contro destre, siamo umani contro bestie.

I suoi sostenitori ricordano che l’alternativa al PD sono le destre xenofobe. In effetti, finché manca la sinistra, il PD è il meglio (o il meno peggio); una scelta di civiltà, prima ancora che politica: le parole di Renzi sono civili e le parole sono importanti.

Il presidente del consiglio ha reagito alla pressione migratoria. Ha chiesto aiuto all’Europa, affinché redistribuisca i rifugiati al suo interno e consenta ai paesi di primo ingresso di lasciar passare i migranti verso i paesi del nord, ma finora non ha dimostrato di avere una politica sull’immigrazione.

Renzi ha attaccato gli scafisti come responsabili di una deportazione e considerato la possibilità di bombardare i barconi sulle coste libiche. In questo modo però, si è barcamenato con l’opinione pubblica. Gli scafisti spesso sono figure distinte dai trafficanti, sono essi stessi migranti. Deportazione evoca trasferimenti forzati, mentre i migranti scappano da guerre e miseria ed hanno il desiderio di raggiungerci. I barconi destinati alla traversata possono essere pescherecci individuati all’ultimo momento e non si può sapere quali bombardare, inoltre l’operazione richiede l’avvallo delle autorità locali, ma la Libia è nel caos.

Il nuovo governo Renzi ha eliminato il ministero per l’integrazione, cioé lo strumento di coordinamento nazionale delle politiche migratorie, forse, ritenuto solo un fiore all’occhiello, una concessione al politically correct. Tuttavia, tolta di mezzo la forma, non è subentrata alcuna sostanza. La legislazione è rimasta invariata.

All’insediamento del suo governo, Renzi promise una riforma al mese, senza citare la legge sull’immigrazione; tuttora è in vigore la Bossi-Fini. L’ultimo governo di centrosinistra provò a sostituirla con il ddl Ferrero-Amato; l’attuale governo non ha fatto alcun tentativo.

A scopo di risparmio – costava 9.000.000 € n al mese – ha invece chiuso l’operazione Mare Nostrum, una vasta missione di controllo del Mediterraneo, condotta dalla Marina e dall’Areonautica militare italiana, che ha salvato migliaia di migranti, per sostituirla con la più economica partecipazione italiana all’operazione Triton condotta da Frontex, con l’obiettivo di controllare le sole acque territoriali.

La responsabilità è in primo luogo della UE che non ha accettato di condividere Mare Nostrum, ma sulla salvezza di tante vite umane, l’Italia poteva entrare in conflitto con l’Europa, cercare l’alleanza con i paesi del sud, e in ogni caso proseguire da sola

Renzi è diverso da Salvini, ma circa il concreto operato del suo governo sono ben centrate le critiche di Nunzio Galantino della CEI

Germania e Ungheria (o Grecia)

L’Austria e la Germania che accolgono i profughi sono messe a confronto con l’Ungheria che li trattiene nei campi o con la Repubblica ceca che li marchia. Il governo tedesco è democratico, il governo ungherese è nazionalista. Ma è democratico e pure di sinistra il governo greco, che impiega le cariche della polizia per trattenere i migranti nelle isole. Qualcuno è contento di far notare che la cattiva Angela Merkel è più buona di Alexis Tsipras.

Ad Angela Merkel va riconosciuto di aver compiuto una scelta umanitaria coraggiosa e di avere una posizione più avanzata di molti suoi colleghi europei, non solo dell’Est, ma anche dell’Ovest come il primo ministro britannico David Cameron. Tuttavia, va detto, che la Germania è un paese interno all’Europa, non ha il compito di presidiare i confini della UE, come invece lo hanno i paesi che costruiscono muri di filo spinato.

La Germania oggi ha accettato di sospenderlo, ma fino a ieri ha preteso l’applicazione del trattato di Dublino, per il quale i paesi di primo ingresso devono trattenere gli stranieri per distinguere i rifugiati dai migranti economici, lasciar passare i primi e rimpatriare i secondi. I paesi di primo ingresso sono quelli del sud e dell’est, i più poveri, spesso criticati per detenere i migranti in condizioni poco civili.

I paesi dell’est, ma anche la Gran Bretagna, si oppongono alla ripartizione delle quote di accoglienza, mentre la Germania pensa di poter accogliere 500 mila profughi all’anno. La Germania è il paese più ricco dell’Unione. Secondo molti commentatori, i profughi siriani di media ed elevata istruzione, che si prepara ad ospitare, possono favorire il suo sviluppo; la Germania, già leader economico, ambisce ad essere il leader politico e morale dell’Europa.

Possiamo accogliere i profughi di guerra (e della povertà)

profughi siriani

Mentre gli europei sono divisi tra la xenofobia e la solidarietà, è importante pronunciarsi a favore dell’accoglienza, per dare il segno prevalente all’opinione pubblica, per condizionare le scelte dei governi, che spesso presumono più paura di quella che c’è.

I migranti naufragati con i barconi o asfissiati nei Tir, le foto di un piccolo bambino siriano morto sulla spiagga turca, hanno scosso le coscienze e risvegliato nei democratici l’imperativo di un minimo di umanità e di moralità. Noi sappiamo che quelle morti sono l’effetto delle nostre politiche di contrasto, che impediscono ai migranti di raggiungerci in condizioni di legalità e sicurezza.

Paesi più poveri come la Turchia, il Libano, la Giordania, accolgono molti più profughi di noi. Lo fanno in condizioni inferiori ai nostri standard, ma restano condizioni superiori a quelle di una guerra, in cui si rischia di diventare schiavi, di essere feriti, torturati, di venire decapitati o uccisi in altro modo. Noi, standard di accoglienza più elevati ce li possiamo permettere. Se riteniamo che i campi profughi dei paesi più prossimi alle zone di guerra siano inadeguati, a maggior ragione possiamo offrire la nostra ospitalità.

Siamo ancora ricchi abbastanza per accogliere donne e uomini in fuga dalla morte o da una vita di stenti e loro possono aiutarci a produrre ulteriore ricchezza oppure a rallentare le nostre recessioni. In ogni caso, sono esseri umani come noi e questo basta per scegliere di accoglierli. Regole e procedure decidano il come, non il se e neppure il quanti.

Abbiamo un debito storico per il nostro passato coloniale e un debito contemporaneo per il nostro interventismo militare, che ha lasciato nel caos interi territori. Un debito più grande e più importante di quello che, con grandi sacrifici, paghiamo in modo permanente a ricchi creditori. E’ ora di cambiare le priorità.