Xenofobia falsa amica delle donne

Donne migranti

Essere amici delle donne, dopo gli stupri di Rimini commessi da maschi nordafricani, significa dover diventare xenofobi?

Lo stupro è un crimine odioso, equiparabile al tentato omicidio. Chi lo commette va condannato e messo nelle condizioni di non nuocere; essere straniero non è un’aggravante, ma neppure un’attenuante. Come ogni violenza sulle donne, lo stupro chiama in causa la cultura patriarcale e la sessualità maschile, non per relativizzare la responsabilità di uno o di un branco, ma per coinvolgere la responsabilità di tutti gli uomini. Ci chiama in causa subito, nell’assumere il contrasto alla violenza come priorità, non come lunga marcia da collocare sullo sfondo di altre priorità.

Dal femminismo abbiamo imparato che la violenza sulle donne è il dispositivo maschile per avere ragione e potere nel conflitto tra i sessi: in forza della sua efficacia intimidatoria, tutti gli uomini traggono vantaggio dalla violenza sulle donne. Gli uomini patriarcali sfuggono alla lettura del conflitto tra i sessi e collocano la violenza sul terreno di altri conflitti: tra le classi, le religioni, le culture, le nazioni; per violare le donne dell’altro o per difendere le proprie donne dall’altro. Nella visione difensiva, l’uomo violento è una deviazione dalla buona norma maschile: l’ignorante, il povero, il tossico, l’acolizzato, il diverso, lo straniero. Il maschio in sé è buono e salvo. Anzi, il vero uomo è colui che combatte le deviazioni e nel combatterle si erge a tutore delle donne. Se le femministe stanno al conflitto tra i sessi, altre donne stanno al conflitto tra maschi e in esso si schierano. Per quanto sia deludente, anche una femminista può aderire agli schemi del conflitto tra maschi, perché nessuno è immune da pregiudizi, fobie sociali, rassegnazione; a chiunque può capitare di esserne orientato, magari con l’idea di dover scegliere il male minore.

D’altra parte, questi schemi sembrano plausibili, perché poggiano su dati verosimili o parzialmente veri. È falso che vogliamo rendere i migranti intoccabili e invitiamo a tacere se responsabili di reati. Ma è vero che di fronte al reato di uno straniero ci troviamo in imbarazzo, perché temiamo il razzismo. È una reazione normale; la stessa che avremmo di fronte al peggiore degli assassini di pelle bianca esposto al linciaggio della folla. Nel contesto di un linciaggio la prima cosa che ci viene in mente non è la condanna dell’assassino.

Anni fa, una manifestazione di donne contro la violenza chiedeva di uscire dal silenzio. Si riferiva all’opacità della violenza maschile perpetrata da parenti, amici, colleghi di lavoro; una violenza velata, salvo caso efferati nei quali comunque valeva una certa empatia con il violento. Nei blog e sui social si formarono pagine di rassegna della violenza sulle donne, per dare conto della frequenza e della quantità del fenomeno. Ora, questo lavoro è caduto in disuso. La violenza maschile nei luoghi pubblici, quella del maniaco o dell’uomo nero, è sempre stata un tema allarmante ed eccitante della cronaca nera, sempre raccontata. Lì si tratta di uscire dal chiasso, per informare e orientare in modo corretto. Si può nominare, ovvio, la nazionalità del reo; altro è scegliere di enfatizzarla, evidenziarla come causa o predisposizione, elevarla a questione: non più questione maschile, ma questione straniera.

Sembra plausibile la presunta prevalenza straniera nella criminalità. Pur in assenza di prove, siamo disposti a crederla vera, nonostante gli immigrati siano aumentati di sei volte in vent’anni ed i reati più gravi siano rimasti stabili o persino diminuiti. Il dato sugli stupri dice di un 40% di stupratori stranieri a fronte di una popolazione straniera dell’8%. In proporzione, dunque, gli stranieri stuprerebbero più degli italiani. Il dato però si basa sulle sole denunce: appena il 7% delle violenze. Quali siano le proporzioni nel restante 93% lo ignoriamo. Tra le violenze possiamo includere o escludere varie situazioni. Alcuni di noi pensano che la prostituzione sia uno stupro a pagamento. I milioni di clienti italiani come li consideriamo? E le decine di migliaia di prostitute straniere? La domanda investe le proporzioni tra le vittime. Così come è stata oscurata la trans peruviana tra le vittime degli stupri di Rimini da parte di chi voleva ribellarsi al silenzio buonista, così è oscurato il probabile primato straniero nella condizione della vittima, perché non serve per costruire l’immagine negativa dello straniero. Tornando alle sole denunce di stupro, il 32% delle vittime è straniera. Di nuovo, molto di più dell’8% della popolazione. In proporzione, le straniere sono più vittime delle italiane.

Il pregiudizio negativo nei confronti dello straniero è il presupposto della scelta arbitraria di mettere a confronto italiani e stranieri. L’esito del confronto non è una giustificazione, è solo un’autoconferma, agganciata ad un presunto difetto culturale: gli stranieri provengono da regioni dalla cultura più patriarcale della nostra, quindi sarebbero più propensi ad abusare delle donne. Un simile criterio culturale ci induce a credere che in Italia, siciliani e calabresi siano più propensi all’abuso di lombardi e piemontesi e che gli uomini dell’Europa latina siano più abusanti degli uomini dei paesi scandinavi. Eppure, secondo le statistiche, la violenza contro le donne primeggia nel Nord Europa, mentre l’Italia sta sotto la media europea. Inoltre, come osserva Marzio Barbagli, i migranti sono culturalmente molto diversi dai loro connazionali rimasti in patria. Resta poi il fatto che il primato degli stupri tra gli stranieri spetta, non ad una nazionalità africana o mediorientale, ma ad una nazionalità europea: i romeni. Infine, ad insegnare come si trattano le donne, più che le tradizioni religiose e tribali, è la moderna pornografia industriale, unica fonte di educazione sessuale per i nostri adolescenti. Un prodotto culturale tutto occidentale.

Dati due gruppi di uomini si potrà sempre mostrare che un gruppo stupra più dell’altro. Metropolitani e provinciali; settentrionali e meridionali; colti e ignoranti; laici e religiosi, ricchi e poveri. Per ciascuna categoria duale possiamo stabilire quale sia il gruppo peggiore, per pochi o tanti punti. Ma in genere non lo facciamo. Si dirà, che per il confronto italiani-stranieri i punti di distacco sono tali da giustificarlo; abbiamo già visto che non possiamo dire di saperlo. Esiste di certo una categoria duale nella quale i punti di distacco sono notevoli, quella tra giovani e adulti o anziani. Il dato è del ministero della giustizia: il 25% degli stupratori condannati è minorenne (in rapporto a meno del 5% della popolazione). Dei quattro stupratori di Rimini, tre sono minorenni, il quarto ha 20 anni. Il colpevole di un reato è spesso un giovane maschio, senza che ciò induca a fobia e intolleranza nei confronti dei giovani. Il dato generazionale può spiegare molto più del dato culturale o sociale, perché gli stranieri (forse) delinquono più degli italiani: gli stranieri sono in proporzione molto più giovani degli italiani. Per converso, le giovani sono le principali vittime; le straniere sono in proporzione più giovani delle italiane.

La condizione delle vittime straniere mostra quanto sia fuorviante contrapporre donne e migranti. Oltre al fatto che il razzismo e il sessismo crescono insieme, come mostrano i tanti indignati per gli stupri di Rimini che augurano a Laura Boldrini di essere stuprata, c’è che le politiche di chiusura penalizzano le donne più degli uomini. Vero o falso che nel casermone dei rifugiati sgomberato a Roma ci fosse un postribolo, è certo che la mancata regolarizzazione delle donne le rende più vulnerabili ed esposte al ricatto e allo sfruttamento. Tante sono le donne che muoiono nella traversata del mare e del deserto, perché le politiche di chiusura impediscono loro di raggiungere legalmente l’Europa. Tante quelle che subiscono abusi e stupri nei campi di concentramento voluti dagli europei e anche dagli italiani, per smistare rifugiati e migranti economici in Africa. È perciò insensato criminalizzare i migranti per essere amici delle donne. Il razzismo oltre a rimettere le donne bianche sotto la tutela del maschio, condanna le donne nere.



Riferimenti:
[^] La congiunzione «stupri-migranti» è pericolosa oltre che inutile – Alessandra Pigliaru, il manifesto 2.09.2017
[^] Gli Stupri, Gli Stranieri, Gli Italiani – Marina Terragni, 1.09.2017
[^] Violenze: «Solo il 7% delle donne ha la forza di denunciare» – Marzio Barbagli, Corriere della Sera 1.09.2017
[^] Lo stupro non ha colore – Cristina Obber, Elle 30.08.2017
[^] Rimini e dintorni: indignatevi anche quando gli stupratori e gli assassini sono italiani – D.I.Re Donne in rete contro la violenza, 30.08.2017
[^] Migranti: tra chi li odia e chi li vorrebbe rendere intoccabili, c’è la giusta via di mezzo – Lorella Zanardo, Il Fatto 30.08.2017
[^] Boldrini: “Sullo stupro di Rimini dibattito agghiacciante: stiamo toccando il fondo” – Repubblica, 29.08.2017
[^] Da Rimini a Gioia del colle, la violenza sulle donne fa notizia anche se commessa da stranieri? – Lorella Zanardo, Il Fatto 28.08.2017
[^] La violenza contro le donne è sempre violenza, che la compia un italiano o uno straniero – Lorella Zanardo, Il Fatto 31.07.2017

Il calo degli sbarchi e la «svolta ignorata»

Numero di sbarchi in Italia nei primi sei mesi del 2015-2016-2017 - www.iom.int

Il Corriere della Sera riferisce di una svolta ignorata: ad agosto meno migranti sono sbarcati in Sicilia. Merito dei mafiosi libici che non aiutano più gli scafisti e della guardia costiera libica rinforzata dall’Italia. Il trasbordo reso più difficile avrebbe fatto diminuire pure i migranti giunti sulla costa nordafricana, quindi quelli stipati nei centri di detenzione libici. Perché la svolta è ignorata? Perché manca l’onestà intellettuale di riconoscere che le disposizioni governative («fasciste») sono riuscite a ridurre il flusso migratorio e la catastrofe umanitaria. Nel’’800 fu necessaria la guerra contro i negrieri per abolire la schiavitù, oggi è necessaria una guerra contro gli scafisti.

Il calo degli sbarchi è una buona notizia per il governo; può esibirla all’opposizione xenofoba. Più complicato il confronto con la critica umanitaria: la diminuzione degli arrivi è una buona notizia se meno esseri umani hanno bisogno di emigrare. Se invece il calo dipende dagli ostacoli opposti alle rotte, allora più della svolta, ignoriamo la sorte dei migranti mai arrivati: quanti morti in mare; quanti nel deserto; quanti costretti nei centri di detenzione libici; quanti imprigionati ai confini di zone invivibili; quanti diretti verso la Spagna, dove sono quadruplicati gli arrivi, o la Grecia?

Voler sigillare i confini di Libia, Ciad e Niger, può arginare i migranti, ma non risolve le cause emigratorie dei paesi poveri: guerra, diritti umani violati, carestie, incremento demografico, mutamento climatico. E neppure le cause immigratorie dei paesi ricchi: declino demografico, economia sommersa, rapporti coloniali. Quindi, la pressione migratoria insisterà per travolgere o, più probabile, per aggirare le barriere. I migranti sono ceto medio nei paesi d’origine, tanti, ma non abbastanza per essere masse di invasori; persone che per necessità o desiderio, vogliono emigrare, non schiavi rapiti e deportati. Se la guerra ai negrieri servì nell’800 per liberare gli schiavi in Europa e in America, la guerra agli scafisti serve oggi per imprigionare i migranti in Africa e in Asia, poiché per vie legali siamo indisponibili a farli venire.

Ne risulta una guerra ambigua: scafista, mafioso, miliziano, guardacoste libico possono essere gli stessi individui che, secondo la migliore offerta, favoriscono il trasbordo oppure, con gli stessi metodi violenti, lo impediscono. In un caso li combattiamo, nell’altro li paghiamo e addestriamo. Così facciamo con i regimi autoritari con cui stringiamo accordi. La preoccupazione europea che i migranti trattenuti siano ben trattati è una copertura verbale. Insieme, con i soldi e le armi, la non ingerenza fa parte dei patti. Aggravare i rischi delle traversate migratorie a scopo dissuasivo, con la scusa azzardata di voler ridurre il danno umanitario è un calcolo molto spregiudicato, che aggiunge ai nostri indicatori in declino quello morale. Questa è la vera svolta ignorata.


Riferimenti:
[^] Documento integrale del vertice di Parigi – HuffPost, 27.08.2017
[^] La guardia costiera libica non esiste – Il Post, 26.08.2017
[^] Migranti, in 7 mesi quadruplicati gli arrivi in Spagna – Sole24Ore, 11.08.2017
[^] Perché gli sbarchi sono diminuiti? – Il Post, 10.08.2017
[^] E se aprissimo tutte le frontiere del mondo? – The Economist, 20.07.2017

Il codice Minniti e le ONG nel Mediterraneo

Ong-Mediterrano-Migranti

Se preso sul serio, il codice Minniti sulla condotta delle ONG nel Mediterraneo è contestabile per tre ragioni: 1) rinforza la corrente xenofoba, al seguito della campagna contro le ONG, lo slogan «Aiutiamoli a casa loro», la rinuncia allo Ius Soli, persino temperato; 2) scavalca il diritto internazionale e le leggi della navigazione; 3) complica il salvataggio dei migranti, dunque rende più probabili le morti in mare. Negli ultimi qundici anni, trentamila persone sono affogate nel tentativo di traversare il Mediterraneo dall’Africa all’Europa.

Difficile credere che il codice voglia tutelare proprio le ONG. È stato promosso in modo enfatico, unilaterale e autoritario. Con l’intimazione rivolta alle ONG di scegliere da che parte stare: con lo stato o con gli scafisti. Con la motivazione di dover contemperare il salvataggio dei migranti con la sicurezza dei propri concittadini. Il ministro dell’Interno ha così avvalorato l’idea che i migranti siano una minaccia e che le ONG siano colluse con gli scafisti. Il risultato è che il discredito pubblico del soccorso in mare è aumentato, per impulso dello stesso governo.

Il codice non può essere applicato senza violare la neutralità delle ONG, nel caso della presenza imposta di poliziotti armati sulle loro navi; né può essere applicato senza violare il diritto internazionale e la legge del mare, nel caso la guardia costiera impedisca l’approdo ad un porto italiano di una barca carica di migranti, o ne rifiuti il trasbordo, o la respinga verso un paese dove non sono garantiti i diritti umani, come la Libia. È la questione posta dal ministro dei trasporti Del Rio, da cui dipende la guardia costiera.

Nel mettere al centro la lotta tra lo Stato e gli scafisti, la sorte dei migranti perde il valore prioritario e diventa una variabile dipendente. Il codice, nel voler reclutare le ONG nella lotta agli scafisti, rende più difficile soccorrere i migranti, evitare che affoghino o che rimangano negli infernali centri di detenzione libici. Il divieto di trasbordo obbliga una singola barca, anche se inadatta, a percorrere tutta la navigazione da una costa all’altra e, dunque, a rimanere più tempo lontana dalla costa libica. Inibire ogni possibilità di contatto con gli scafisti, fino a non poter neanche segnalare la propria presenza con le luci, significa rendere il soccorso molto più casuale e fortuito.

L’accusa mossa alle ONG è quella di usare i soccorsi per trasportare i migranti dall’Africa all’Europa. Ma il soccorso sta proprio nel convertire un trasporto pericoloso (sui gommoni) in un trasporto sicuro (sulle navi delle ONG e della guardia costiera). Il salvataggio non è solo da un pericolo imminente; lo è anche da un pericolo potenziale ad alto rischio. Le ONG fanno quello che dovrebbero fare gli Stati: organizzano corridoi umanitari per rispondere ad un disperato flusso migratorio. Lo facessero gli stati, o rendessero legale la possibilità per i migranti africani di raggiungere l’Europa, gli scafisti e i trafficanti non avrebbero più spazio. Ma la lotta agli scafisti è solo un modo per nobilitare la lotta ai migranti.

Io non dico che il governo è fascista. So che anche i democratici e la sinistra sono capaci di compiere cose orribili, per scarsa fiducia nel proprio popolo, con spirito amministrativo ed una retorica di copertura. Ogni situazione trova la sua parte migliore. Questa trova i cattolici. La speranza è che il codice Minniti non sia da prendere sul serio, ma sia solo una rappresentazione autoritaria, qualcosa da far percepire a chi ha paura per percezione, una simulazione ad uso e consumo del personale protagonismo del ministro dell’Interno e della campagna elettorale del PD, per stare al confronto con i populisti.


Riferimenti:
[^] Ong, le domande dimenticate – Laura Boldrini, Repubblica 12.08.2017
[^] Ong, modifiche al codice: così firma anche Sos Méditerranée – Alessandra Ziniti, Repubblica 11.08.2017
[^] Perché gli sbarchi sono diminuiti – Il Post 10.08.2017
[^] L’appello di Ong, intellettuali e sinistra: “Migranti, in corso uno sterminio di massa” – Matteo Pucciarelli, Repubblica 10.08.2017
[^] La Libia, le Ong, la politica del caos nel Mediterraneo – Barbara Spinelli, il manifesto 09.08.2017
[^] Il viceministro. Tra umanitari e istituzionali una fiducia da rinsaldare – Mario Giro, Avvenire 08.08.2017
[^] I dubbi di Delrio: “Se bisogna salvare vite, serve la nave più vicina” – Tommaso Ciriaco, Repubblica 08.08.2017
[^] Migranti, chi infligge colpi mortali al codice morale – Marco Revelli, il manifesto 08.08.2017
[^] Tutto il dibattito sulle Ong è completamente surreale – Sebastian Bendinelli, The Submarine 07.08.2017
[^] Torture, sovraffollamento, malnutrizione, caldo, malattie. L’inferno dei 12 centri di “accoglienza” libici – Umberto De Giovannangeli, HuffPost 07.08.2017
[^] Le manovre occulte di Defend Europe sull’indagine Iuventa – Andrea Palladino, Famiglia Cristiana 4.08.2017
[^] Quanti morti volete a Ferragosto? – Davide De Luca, Il Post 4.08.2017
[^] Il reato di solidarietà non esiste : i fatti e le norme. In difesa del principio di legalità. – Fulvio Vassallo Paleologo, Adif 3.08.2017
[^] Missione navale: Italia pronta a destinare rifugiati e migranti verso orribili violenze – Amnesty International 02.08.2017
[^] Migranti: i 13 impegni del Viminale per le Ong – Repubblica, 31.07.2017
[^] Perché difendo le Ong che salvano i migranti – Roberto Saviano, Repubblica 25.04.2017
[^] Negli ultimi 15 anni sono morti nel Mediterraneo oltre 30mila migranti. La maggior parte resta ancora senza un nome – Marco Sarti, Linkiesta 17.03.2017

Lavoratori immigrati e salari

Italo-argentini celebrano la "Festa dell'immigrante" in Argentina

I lavoratori immigrati causerebbero un abbassamento dei salari (dumping salariale). Questa idea, in genere xenofoba, è in apparenza ragionevole. Gli immigrati aumentano il numero dei lavoratori disponibili ed accettano paghe più basse. Inoltre, nel periodo d’arrivo dei migranti, circa gli ultimi trent’anni, il potere d’acquisto dei salari è sceso davvero. Senonché, ignoro l’esistenza di studi seri che dimostrino un rapporto di causa ed effetto, tra l’inserimento dei migranti nel mercato del lavoro dei paesi di accoglienza e l’abbassamento dei salari.

Al momento, tale correlazione, si presenta come una valutazione intuitiva, che può essere smentita o attenuata da altre valutazioni altrettanto intuitive. Per esempio, in Italia il contenimento del potere d’acquisto dei salari inizia prima dell’arrivo dei migranti, con l’automazione, le esternalizzazioni, l’abolizione della scala mobile, la precarizzazione dei rapporti di lavoro, i blocchi dei rinnovi contrattuali e l’aumento del prelievo fiscale sul salario. In altri paesi europei, al contrario, gli immigrati arrivano già nel dopoguerra, contribuiscono alla ricostruzione, allo sviluppo economico e accompagnano la crescita salariale.

Resta vero che in tempo di crisi, la concorrenza tra lavoratori può deprimere i salari, tuttavia, nella globalizzazione, tale concorrenza avviene lo stesso mediante le delocalizzazioni e il commercio internazionale. Le aziende minacciano o mettono in atto trasferimenti degli impianti nei paesi dove il costo del lavoro è più basso. I consumatori acquistano prodotti stranieri a minor costo a danno della produzione nazionale. Questi processi avvengono indipendentemente dalle migrazioni dei lavoratori. Sebbene le migrazioni ne siano parte, paradossalmente, possono attenuare la concorrenza a danno dei lavoratori nativi: un lavoratore serbo in Italia è pagato meglio di un lavoratore serbo in Serbia.

Inoltre, c’è da notare che, in prevalenza, i lavoratori immigrati partecipano ad una divisione del lavoro: le mansioni più qualificate ai nativi, le meno qualificate agli immigrati; così spesso non si ha una concorrenza diretta. La concorrenza può verificarsi tra irregolari nel lavoro sommerso. Allora, la questione non è l’immigrazione, ma l’irregolarità. Se davvero si tiene ad una concorrenza leale tra lavoratori, conviene regolarizzare i migranti e renderli partecipi dei diritti del lavoro, magari migliorando lo stesso diritto del lavoro, con la lotta al lavoro nero, preesistente alle migrazioni, e con un salario minimo adeguato fissato per legge.

Il lavoro dei migranti crea ricchezza; in Italia corrisponde ad un decimo del Pil e concorre al mantenimento dell’assistenza e della previdenza sociale. Il lavoro dei migranti, non solo occupa posti, ma concorre a crearne o ad attenuarne la distruzione. Nel rapporto tra domanda e offerta di lavoro, i lavoratori immigrati fanno aumentare entrambi. Riguardo l’aumento dei lavoratori disponibili, questo di fatto non c’è, perché neutralizzato dal calo demografico degli autoctoni. L’aumento della forza lavoro degli ultimi quarant’anni, circa tre milioni e mezzo di unità, corrisponde all’aumento della partecipazione femminile.

L’accusa alle élite capitalistiche di usare i migranti per creare un esercito industriale di riserva, permette alla xenofobia di darsi una verniciata di sinistra e di sorvolare sulle cause reali dei processi migratori: le guerre, le violazioni dei diritti umani, la povertà, il mutamento climatico, l’aumento demografico dei paesi poveri. L’idea generica di aiutarli a casa loro è sfasata rispetto ai tempi dell’emergenza migratoria, che richiede l’accoglienza qui ed ora. Non che i flussi non vadano governati, ma governare non significa respingere ed espellere, significa organizzare l’accoglienza e l’integrazione.

Migrazioni e migranti

Verso i migranti mi sento solidale. Mio padre, i nonni, altri parenti emigrarono dal sud al nord, dalla campagna alla città, dall’Italia agli Stati Uniti o all’Australia, per passare dalla sopravvivenza alla vita. Mi sento anche in colpa, perché sono stato solo fortunato a nascere nella parte ricca del mondo, quella responsabile di consumare molto più di quanto produce e di sfruttare le risorse, la manodopera e i mercati dei paesi poveri.

Così penso che le migrazioni derivino inevitabilmente dal colonialismo e dalla globalizzazione e correggano le disuguaglianze: se le aziende delocalizzano in paesi dove i lavoratori costano meno, i lavoratori emigrano verso paesi dove le aziende pagano di più. Le migrazioni sono un problema innanzitutto per i migranti, che devono sradicarsi dal loro ambiente, affrontare viaggi duri e pericolosi, integrarsi in terre straniere, di cui spesso ignorano lingua, leggi e cultura; e lo sono per gli autoctoni che devono misurarsi con la diversità, in tempi di crisi e declino. L’effetto grave delle migrazioni è la xenofobia, che percepisce e rappresenta le migrazioni come un’invasione e spinge i governi a respingere ed escludere: politiche che sono causa di sofferenze, tensioni, clandestinità.

In realtà, le migrazioni possono essere un’opportunità. Sia per i paesi poveri, perché le rimesse dei migranti costituiscono il principale aiuto dai paesi ricchi. Sia per gli stessi paesi ricchi, perché i migranti sopperiscono al declino demografico, lavorano, creano ricchezza, mantengono il welfare più di quanto ne usufruiscono. L’incontro tra religioni e culture diverse, sebbene motivo di conflitto, è una condizione favorevole per progredire nella tolleranza e nella laicità. La cultura patriarcale di molti migranti pare minacciare le conquiste delle donne occidentali, ma può fare da specchio alla nostra cultura patriarcale e favorire una presa di coscienza degli uomini. Anche per queste possibili evoluzioni, guardo ai migranti con simpatia.

Sul burkini e i valori della repubblica

Silvia Ballestra - Madonna sud della FranciaEsiste uno sguardo, anche tra gli occidentali, che vede simboli al posto dei vestiti e religioni o ideologie al posto delle persone. Succede con una certa ossessione nei confronti dei musulmani. Succede in Francia – in reazione al terrorismo dell’Isis e all’inefficacia difensiva francese nel prevenire e impedire gravi attentati – con il divieto dei sindaci gollisti di indossare il burkini in spiaggia; divieto appoggiato da Manuel Valls, il primo ministro, che dichiara il burkini incompatibile con i valori della repubblica. In questo modo, la possibile libertà di svelarsi delle donne musulmane è trasformata in un obbligo imposto dagli uomini occidentali. Quando qualcosa, un indumento, è proibito o imposto per ragioni simboliche, il poterlo mettere o togliere contro la norma, diventa simbolo di libertà.

C’è da chiedersi quanti centimetri di pelle una donna debba scoprire, per non incorrere in incompatibilità valoriali con la repubblica, e quale differenza ci sia tra una repubblica laica e un regime teocratico, se entrambi dettano norme di abbigliamento femminile, a seconda del gradimento maschile dominante. In Italia, questa visione normativa, per ora, rimane confinata alla Lega Nord, ma una parte dell’opinione pubblica, anche femminile, simpatizza con la scelta francese.

Credo si possano capire il disagio, la paura, specie da parte delle donne, di forme esteriori vissute come oppressive e restauratrici di un passato patriarcale. Perciò, non condivido i toni offensivi e sprezzanti usati, magari da uomini, nei confronti di compagne e femministe che esprimono la loro critica al costume del velo. Vedo, tuttavia, il rischio molto forte di un atteggiamento pregiudiziale e paternalistico verso le donne musulmane, come se il dilemma del libero arbitrio si applicasse solo a loro.

Nei paesi occidentali, troviamo prostitute, attrici pornografiche, vallette prestate a rappresentazioni sessiste, modelle anoressiche, madri surrogate, casalinghe, mogli e fidanzate conviventi con partner maltrattanti, donne che si sottopongono alla chirurgia estetica, lavoratrici che indossano scarpe con tacchi altissimi. Quante di loro sono libere e consapevoli più e meglio delle donne musulmane che si velano? Quanta parte della loro condizione è commisurata ai valori repubblicani? Credo che nel giudizio sull’autonomia delle donne musulmane occorra più umiltà e che l’idea di un intervento normativo preventivo a loro tutela, che pure vuole sanzionarle, richieda molta cautela: meglio una donna in burkini che una donna esclusa dalla spiagga o dalla piscina. La sottomissione si contrasta con le politiche antiviolenza, il lavoro, l’inclusione, il superamento delle contrapposizioni identitarie, il dialogo e le relazioni.

D’altra parte conosciamo nei paesi mediorientali, ed anche in Occidente, donne velate affermate in politica, negli studi e nelle professioni. Il vissuto delle donne musulmane che scelgono di indossare il velo e raccontare le proprie motivazioni e i propri significati, è il primo punto di vista di cui tener conto. Se vogliamo davvero dargli forza, libertà e autonomia, non possiamo negargli credito e autorità.


Riferimenti:
(*) «La laicità non dovrebbe limitare i diritti ma difenderli» – Intervista. Nadia Bouzekri, Giovani musulmani d’Italia
(*) La consigliera Pd Sumaya Abdel Qader sul burkini: “Anch’io lo uso, illiberale vietarlo. La Francia usa la laicità per escludere” – Laura Eduati
(*) Vietare il burkini in spiaggia? Falso problema. Che fa sentire le donne musulmane ancora più discriminate – di Farian Sabahi
(*) Non solo il velo. In quali altre gabbie vengono rinchiuse le donne? – Lea Melandri
(*) Intorno al Burkini – bei zauberei – Costanza Jerusum
(*) Laicità che assomiglia al fondamentalismo – Bia Sarasini
(*) Cos’è il burkini e perché se ne parla – Le Monde tradotto da Internazionale
(*) Un giorno a Cannes sulle spiagge del burkini – Eva Morletto, Famiglia Cristiana
(*) Io, donna ebrea, sto dalla parte del burkini. A una condizione – Gheula Canarutto Nemni
(*) Burkini, vietarlo è un atto di libertà – Monica Lanfranco
(*) La dannata faccenda del burkini – Marina Terragni
(*) Libertà non è il Burkini – Giuliana Sgrena
(*) Lorella Zanardo: “Io femminista vi dico: vietare il burkini? È giusto. E di sinistra”

Stranieri e case popolari a Torino

Case popolari Torino

Alla direzione regionale del PD piemontese, Piero Fassino ha dichiarato che l’immigrazione in Italia sta superando la soglia oltre la quale diventa ingovernabile e può travolgerci. In campagna elettorale è stato il tema che sempre le persone gli mettevano davanti. Il più sentito nelle periferie dove gli immigrati sono visti in competizione per la casa, il lavoro, il welfare e dove il PD ha avuto i risultati peggiori. Per esempio, nell’assegnazione delle case popolari, il criterio basato sulla composizione dei nuclei familiari premia sempre più spesso le famiglie immigrate, che fanno più figli. Bisogna domandarsi fino a quando la graduatoria unica è sostenibile.

L’allarme di Fassino trova una sponda nella richiesta di Marcello Mazzù, presidente dell’Agenzia territoriale per la casa (ATC), di rivedere la legge regionale del 2010 approvata dalla maggioranza di Mercedes Bresso. La nuova legge ha abrogato i tre anni di lavoro regolare necessari ai soli stranieri per poter accedere alle assegnazioni. Così, le case popolari assegnate agli immigrati sono aumentate dal 10-15% al 30%. A fronte di una popolazione straniera solo del 15%, sottolinea Repubblica.

Tuttavia, vedere una ingiustizia nel divario percentuale tra assegnatari e residenti è molto arbitario. Gli stranieri sono presenti in misura differente nei diversi gruppi sociali. Sono di più tra gli inquilini come sono di meno tra i proprietari. Il rapporto da osservare è quello tra richiedenti e assegnatari. Allora si vede che le proporzioni tornano, anzi sono ancora a vantaggio degli italiani. Infatti, i non italiani assegnatari sono il 39% nel 2015 a fronte di un 53% di richiedenti, mentre gli italiani assegnatari sono il 61% a fronte di un 46% di richiedenti.

Inoltre, va notato che la percentuale di immigrati assegnatari non sta aumentando in modo esponenziale: è triplicata con l’entrata in vigore della nuova norma tra il 2012 e il 2013, per poi stabilizzarsi. La definizione dei requisiti a prescindere dalla nazionalità dei richiedenti rispetta il principio costituzionale dell’eguaglianza davanti alla legge ed è in linea con il proposito di accogliere, integrare, regolarizzare la presenza degli stranieri in Italia. Mi domando infatti cosa significhi invocare il governo del fenomeno, se poi ci si mette sul piano inclinato delle segregazioni, per poter lasciare in mezzo alla strada le famiglie immigrate più numerose.

Mi chiedo ancora come si possa governare l’immigrazione, nello schema della guerra tra poveri, con la scelta di stare dalla parte dei nostri poveri. Un buon governo richiede una politica di giustizia tra tutti i ceti sociali. A Torino, il 68% delle case popolari è stato costruito prima del 1981 e il 18% tra il 1981 e il 1990. Si possono dunque fare nuovi investimenti pubblici per costruire nuove case popolari, se le assegnazioni risultano insufficienti. Oppure si possono indurre i proprietari di alloggio ad affittare ad un costo accessibile le case sfitte esistenti in città (30 mila secondo il censimento del 2001).

Infine, c’è qualcosa che è possibile fare subito e non costa nulla: riconoscere il ruolo decisivo degli immigrati nel mantenimento del nostro welfare. Che l’assegnazione di alcune centinaia di alloggi popolari a persone immigrate, in una grande città del nord, faccia parlare l’ex primo cittadino di ingovernabilità e travolgimento, con conseguenti titoli sui giornali, finisce per rinforzare paura e ostilità. Un conto è comprendere un sentimento popolare diffuso, un altro è farsi megafono della pancia, per trattare gli immigrati come capro espiatorio dell’insicurezza sociale. E della sconfitta elettorale.

La presenza immigrata a Torino è, tra l’altro, in calo. Sono 136.262, in diminuzione, per il terzo anno consecutivo, di n. 1.814 unità i cittadini stranieri residenti, pari al’15% della popolazione totale (come dal 2013, mentre nel 2012 costituivano il 16% della popolazione totale).