L’attenzione al conflitto mediorientale

A peace movement poster: Israeli and Palestinian flags and the words peace in Arabic and Hebrew.

I sostenitori di Israele spesso chiedono il perché di un’attenzione sproporzionata al conflitto mediorientale, in fondo, un conflitto meno cruento di molti altri. Nella domanda è implicita un’accusa di doppiopesismo e, forse, di antisemitismo: monitorate e denunciate di continuo quello che fa Israele quando siete pronti a chiudere un occhio e anche tutti e due per cose simili o peggiori commesse da altri stati. La domanda rivela pure un disagio, perché quando in un conflitto ti senti dalla parte della ragione, di attenzione ne vuoi molta e non poca.

L’antisemitismo e l’antisionismo più fazioso esercitano la loro influenza nella rappresentazione del conflitto israelo-palestinese, ma non fino al punto da prevalere sulle motivazioni pacifiste e umanitarie, che aderiscono non tanto e non solo alla causa palestinese, quanto all’ideale di una convivenza tra i due popoli nella pace e nella giustizia. L’accusa di antisemitismo tante volte è un sospetto sincero e, insieme, un espediente censorio. L’attenzione al Medio Oriente è condivisa e diffusa da fonti di diverso orientamento e dagli stessi sostenitori di Israele.

Questo si può capire, per effetto della nostra dipendenza dal petrolio mediorientale. Vale il precedente della guerra del Kippur nel 1973. Egitto e Siria attaccarono Israele, per riprendersi il Sinai e il Golan, persi nella guerra del 1967. L’Opec ridusse i flussi di approvvigionamento di petrolio, verso i paesi importatori, principalmente i paesi occidentali, alleati di Israele, fino a far triplicare il prezzo del greggio. I governi dei paesi dovettero varare provvedimenti di austerità energetica; gli Stati Uniti s’impegnarono nel mediare i rapporti tra Egitto e Israele, fino alla pace di Camp David del 1978, con la quale il Sinai fu restituito agli egiziani.

L’attenzione al Medio Oriente ed ai suoi conflitti, oltre ad essere un fatto mediatico, riguarda il coinvolgimento, politico, economico, militare, degli Stati Uniti e del sistema di alleanze occidentali, di cui Israele fa parte e di cui è e si sente avamposto ai confini del mondo arabo. In questo senso, il conflitto mediorientale assume anche una forte valenza simbolica rispetto ai nostri conflitti di significato più globale: la guerra fredda; le guerre coloniali; le guerre di religione, le guerre di civiltà. Ieri, era Usa-Urss, oggi Occidente-Islam.

Lo stesso moderno Stato d’Israele ha una potente forza simbolica, dal suo richiamarsi al mito biblico del ritorno degli ebrei in Palestina, nei luoghi considerati sacri dalle tre grandi religioni monoteiste, al suo essere l’esito dell’antisemitismo europeo. Il sionismo fu orientato da due principi laici dell’Europa moderna: la missione civilizzatrice del colonialismo; il costituirsi dei popoli in stati nazionali. In un primo tempo, gli ebrei tentarono di integrarsi negli stati nazionali europei; poi presero atto di continuare ad essere trattati come un corpo estraneo, oggetto di pregiudizi, discriminazioni e violenze. Quindi gli ebrei sionisti, dopo aver scartato altre possibili collocazioni, scelsero la via della colonizzazione della Palestina, dove già risiedevano comunità ebraiche. Essi, però, sottovalutarono la presenza araba, contro cui intrapresero una contesa secolare.

Lo Stato d’Israele si costituì nel 1948, con il sostegno dell’Urss e degli alleati occidentali, mediante il riconoscimento dell’Onu, ma senza l’accordo con gli arabi, che respinsero i piani di spartizione. I paesi confinanti, aggredirono il nuovo stato, il quale potè avvalersi dell’aiuto in armi dell’Urss, per vincere la guerra, allargare i propri confini ed espellere una parte della popolazione araba. La nascita dello Stato ebraico intesa come risarcimento per la shoah e soluzione della questione ebraica, ebbe il favore dell’opinione pubblica occidentale progressista; un favore che s’incrinò nel 1967, quando Israele vinse la guerra dei sei giorni, iniziò a colonizzare i territori conquistati, Gaza e la Cisgiordania, e mise in uno stato di sospensione giuridica i suoi abitanti. Una situazione tuttora vigente, nella quale i palestinesi dei Territori non possono autodeterminarsi in uno stato indipendente e sovrano, né ricevere la cittadinanza israeliana.

Come risultato della sua storia, Israele si trova in una posizione complessa e contraddittoria. Quella di essere democratico ed escludere dalla democrazia tre milioni di persone nei Territori occupati (contesi dal punto di vista israeliano); quella di essere laico e autodefinirsi per appartenenza religiosa; quella di essere mediorientale, ma sentirsi ed essere percepito occidentale; quella di provenire da una storia millenaria nella parte dell’oppresso e di ritrovarsi in una contingenza storica nella parte dell’oppressore; quella di non saper scegliere tra questione demografica e questione territoriale. Ciò che è contraddittorio di solito è più interessante. E più divisivo. Una delle ragioni per cui sul conflitto mediorientale parliamo e scriviamo molto sta nelle nostre divisioni e contrapposizioni.

Ricordo, uno di quei conflitti spesso ignorati; un giorno improvvisamente generò decine e decine di pagine di dibattito, in un forum dedicato all’Asia sudorientale, normalmente deserto. Si trattava del massacro dei monaci buddisti in Birmania nel 2007. Da cosa era dipesa tutta quell’attenzione improvvisa? Non dall’astratta valutazione della gravità del fatto, ma dall’intervento di un tale che si mise a difendere la giunta birmana la quale, secondo lui, rappresentava le ragioni della laicità contro quelle della religione. Fece arrabbiare tanti, convinse qualcuno, e ne seguì una discussione infinita.

Istanbul e Mosul

Istanbul

Un siriano, kamikaze dell’Isis, si è fatto esplodere a Istanbul, nel quartiere di Sultanahmet, tra una folla di turisti; ha ucciso dieci persone, otto tedeschi; altre quindici sono rimaste ferite. Un criminale atto terroristico, come quelli di Parigi. Ma – osserva Cecilia Strada – questa sera non siamo tutti Istanbul. Eppure potremmo, anche secondo il nostro eurocentrismo, perché Istanbul è in Europa e la maggior parte delle vittime è tedesca.

In Iraq, un raid Usa, ha bombardato il centro di Mosul, per colpire un forziere dell’Isis. L’attacco ha causato cinque-sette vittime civili ed è stato condotto all’alba, per ridurre al minimo gli effetti collaterali. I piani del comando Usa avevano messo in conto la possibilità di fare cinquanta vittime civili. Un rischio, evidentemente, considerato accettabile. Un atto di lotta al terrorismo. Quel terrorismo che a Istanbul ha ucciso dieci persone.

Sia il terrorismo, sia la lotta al terrorismo colpiscono e uccidono i civili. La differenza, per noi, la fa il criterio di vicinanza. I morti di Mosul sono anonimi, estranei e indistinti, non hanno identità e biografia, i loro parenti e amici sono invisibili. Che l’empatia funzioni bene da vicino e male da lontano è naturale, ma non fino al punto da chiudere il discorso, visto che i morti lontani possono essere causati da aviatori a noi vicini.

Gli uccisori delle vittime civili possono essere considerati in modo diverso sul piano morale, perché i terroristi puntano in modo diretto contro i civili, i militari occidentali solo per errore. Tuttavia, i terroristi non hanno eserciti regolari, marina, aviazione, missili, hanno le cinture di tritolo, i coltelli, talvolta i kalashnikov. Quindi, è arduo stabilire quanto le diverse condotte di guerra dipendano dalla morale e quanto dai diversi rapporti di forza. I civili uccisi per errore, sono errori previsti e reiterati infinite volte. Troppe per poter rivendicare una sostanziale differenza morale.

In una spirale di guerra, l’etica si estingue, e se la guerra non trova soluzione in un tempo ragionevole, come successe contro il nazifascismo, anzi si protrae all’infinito in una situazione sempre peggiore, a estinguersi è anche il senso politico; rimane il senso economico dei profitti in crescita dell’industria bellica.

Che rischi corrono i nostri falchi?

aerei italiani

Tra i sostenitori della guerra, per esempio la guerra all’Isis, si recita una retorica muscolare che, tra l’altro, accusa il pacifismo di essere codardo: i pacifisti vogliono scongiurare la guerra, perché ne hanno paura, una paura da vigliacchi. I pacifisti e pure il governo Renzi che, in questa circostanza, ha finora assunto una posizione saggia.

Dato che, oltre a voler comprendere i terroristi, voglio comprendere anche i nostri falchi, mi chiedo in cosa possa consistere il loro coraggio.

Se il nostro paese va in guerra, si aggiunge a Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia, nella campagna di bombardamenti sulla Siria; vuol dire che partono alcuni nostri cacciabombardieri, che sganceranno bombe sugli obiettivi siriani da una altezza di qualche migliaio di metri. Ai piloti, in effetti, occorre coraggio, anche se è raro che accada loro qualcosa. Nel 1991, in Iraq avemmo il caso di Gianmarco Bellini e Maurizio Cocciolone. Molto più coraggio occorre ai soldati che combattono sul terreno; ma gli occidentali evitano le guerre di terra; di solito si alleano a milizie locali e le coprono con l’aviazione.

Ammesso e concesso il coraggio degli aviatori, in cosa consisterebbe il coraggio nostro, che rimaniamo a casa? Il teatro di guerra è in Medio Oriente, dunque noi continueremmo a fare in tutta tranquillità la nostra vita.

C’è la possibilità di un attentato terroristico in Italia, come già accaduto a Parigi, Londra, Madrid, ma è molto improbabile per ciascuno di noi rimanerne coinvolti, specie se non abitiamo a Roma o a Milano. È un rischio remoto. Al limite, sappiamo che qualcuno tra noi, 60 milioni di italiani, nelle più importanti città, può rischiare la pelle una o due volte l’anno, e pur sapendolo lo esponiamo al rischio, perché vogliamo sganciare qualche bomba sulla Siria, al fine di non essere da meno di altre potenze ex coloniali. Ma cosa davvero sentiamo di rischiare noi?

Per dirsi coraggiosi, bisogna correre dei rischi. Che rischi corrono i nostri falchi?

Di fronte all’offensiva dell’Isis

isis-flag

L’offensiva dell’Isis mi suscita sentimenti diversi e contrastanti. A iniziare dalla sorpresa. Ero convinto che lo jihadismo in Iraq fosse finito con la morte di Al Zarqawi nel 2006, il capo di Al Quaeda in Iraq, e con l’efficace operato del generale Usa David Petraeus. Quando ad agosto 2014 si diffuse la notizia della decapitazione del giornalista americano James Foley, nell’immediato pensai fosse una notizia di repertorio.
Era pure desiderabile lo fosse, perchè mi fece orrore il modo sadico in cui quell’uomo venne ucciso. E il motivo: per la sua nazionalità e soprattutto per realizzare uno spot da divulgare in mondovisione attraverso Internet. Mi sono sentito colpevole a seguire le notizie, perchè partecipavo all’effetto pubblicitario. Al tempo stesso ho trovato paradossale e persino ammirevole il fatto che un gruppo fosse capace di diffondere il terrore solo con l’esibizione sul web di un coltello, più e meglio di quanto sapessero fare i droni bombardieri di una superpotenza.
Al pensiero della superpotenza mi si presenta un sentimento di meschina soddisfazione. L’Isis sembra essere la miglior prova che gli Usa in Medio Oriente hanno fallito. L’affermazione di Bush secondo cui il mondo è un luogo più sicuro senza Saddam Hussein, oggi è ridicola. L’avanzata dell’Isis in Libia fa giustizia anche dell’ultima guerra contro Gheddafi.
Ma nell’immediato il fallimento della guerra, porta solo al riprodursi della stessa logica di guerra, anche se affidata più alla guerra per procura, foraggiando nemici rivali, come lo stesso Isis veniva foraggiato contro Assad. Così, sento la preoccupazione molto forte che l’Occidente non abbia una buona politica di ricambio nei confronti del Medio Oriente, mentre sul suo fronte interno si rafforza l’ostilità verso gli immigrati di fede musulmana.
E l’inadeguatezza occidentale apre le porte al mio ultimo timore: che il legittimo sogno di riscatto dei popoli mediorientali finisca per realizzarsi in una violenza barbara e in una ideologia fanatica e misogina.
(26 febbraio 2015)

Riferimenti:
Gilles Kepel: «Europei contro musulmani, questo per l’Is è l’unico obiettivo»
Ian Bremmer: «Con quattro Stati in crisi il proselitismo dilaga. La Ue e i governi sunniti non stanno facendo nulla»