Il codice Minniti e le ONG nel Mediterraneo

Ong-Mediterrano-Migranti

Se preso sul serio, il codice Minniti sulla condotta delle ONG nel Mediterraneo è contestabile per tre ragioni: 1) rinforza la corrente xenofoba, al seguito della campagna contro le ONG, lo slogan «Aiutiamoli a casa loro», la rinuncia allo Ius Soli, persino temperato; 2) scavalca il diritto internazionale e le leggi della navigazione; 3) complica il salvataggio dei migranti, dunque rende più probabili le morti in mare. Negli ultimi qundici anni, trentamila persone sono affogate nel tentativo di traversare il Mediterraneo dall’Africa all’Europa.

Difficile credere che il codice voglia tutelare proprio le ONG. È stato promosso in modo enfatico, unilaterale e autoritario. Con l’intimazione rivolta alle ONG di scegliere da che parte stare: con lo stato o con gli scafisti. Con la motivazione di dover contemperare il salvataggio dei migranti con la sicurezza dei propri concittadini. Il ministro dell’Interno ha così avvalorato l’idea che i migranti siano una minaccia e che le ONG siano colluse con gli scafisti. Il risultato è che il discredito pubblico del soccorso in mare è aumentato, per impulso dello stesso governo.

Il codice non può essere applicato senza violare la neutralità delle ONG, nel caso della presenza imposta di poliziotti armati sulle loro navi; né può essere applicato senza violare il diritto internazionale e la legge del mare, nel caso la guardia costiera impedisca l’approdo ad un porto italiano di una barca carica di migranti, o ne rifiuti il trasbordo, o la respinga verso un paese dove non sono garantiti i diritti umani, come la Libia. È la questione posta dal ministro dei trasporti Del Rio, da cui dipende la guardia costiera.

Nel mettere al centro la lotta tra lo Stato e gli scafisti, la sorte dei migranti perde il valore prioritario e diventa una variabile dipendente. Il codice, nel voler reclutare le ONG nella lotta agli scafisti, rende più difficile soccorrere i migranti, evitare che affoghino o che rimangano negli infernali centri di detenzione libici. Il divieto di trasbordo obbliga una singola barca, anche se inadatta, a percorrere tutta la navigazione da una costa all’altra e, dunque, a rimanere più tempo lontana dalla costa libica. Inibire ogni possibilità di contatto con gli scafisti, fino a non poter neanche segnalare la propria presenza con le luci, significa rendere il soccorso molto più casuale e fortuito.

L’accusa mossa alle ONG è quella di usare i soccorsi per trasportare i migranti dall’Africa all’Europa. Ma il soccorso sta proprio nel convertire un trasporto pericoloso (sui gommoni) in un trasporto sicuro (sulle navi delle ONG e della guardia costiera). Il salvataggio non è solo da un pericolo imminente; lo è anche da un pericolo potenziale ad alto rischio. Le ONG fanno quello che dovrebbero fare gli Stati: organizzano corridoi umanitari per rispondere ad un disperato flusso migratorio. Lo facessero gli stati, o rendessero legale la possibilità per i migranti africani di raggiungere l’Europa, gli scafisti e i trafficanti non avrebbero più spazio. Ma la lotta agli scafisti è solo un modo per nobilitare la lotta ai migranti.

Io non dico che il governo è fascista. So che anche i democratici e la sinistra sono capaci di compiere cose orribili, per scarsa fiducia nel proprio popolo, con spirito amministrativo ed una retorica di copertura. Ogni situazione trova la sua parte migliore. Questa trova i cattolici. La speranza è che il codice Minniti non sia da prendere sul serio, ma sia solo una rappresentazione autoritaria, qualcosa da far percepire a chi ha paura per percezione, una simulazione ad uso e consumo del personale protagonismo del ministro dell’Interno e della campagna elettorale del PD, per stare al confronto con i populisti.


Riferimenti:
[^] Ong, le domande dimenticate – Laura Boldrini, Repubblica 12.08.2017
[^] Ong, modifiche al codice: così firma anche Sos Méditerranée – Alessandra Ziniti, Repubblica 11.08.2017
[^] Perché gli sbarchi sono diminuiti – Il Post 10.08.2017
[^] L’appello di Ong, intellettuali e sinistra: “Migranti, in corso uno sterminio di massa” – Matteo Pucciarelli, Repubblica 10.08.2017
[^] La Libia, le Ong, la politica del caos nel Mediterraneo – Barbara Spinelli, il manifesto 09.08.2017
[^] Il viceministro. Tra umanitari e istituzionali una fiducia da rinsaldare – Mario Giro, Avvenire 08.08.2017
[^] I dubbi di Delrio: “Se bisogna salvare vite, serve la nave più vicina” – Tommaso Ciriaco, Repubblica 08.08.2017
[^] Migranti, chi infligge colpi mortali al codice morale – Marco Revelli, il manifesto 08.08.2017
[^] Tutto il dibattito sulle Ong è completamente surreale – Sebastian Bendinelli, The Submarine 07.08.2017
[^] Torture, sovraffollamento, malnutrizione, caldo, malattie. L’inferno dei 12 centri di “accoglienza” libici – Umberto De Giovannangeli, HuffPost 07.08.2017
[^] Le manovre occulte di Defend Europe sull’indagine Iuventa – Andrea Palladino, Famiglia Cristiana 4.08.2017
[^] Quanti morti volete a Ferragosto? – Davide De Luca, Il Post 4.08.2017
[^] Il reato di solidarietà non esiste : i fatti e le norme. In difesa del principio di legalità. – Fulvio Vassallo Paleologo, Adif 3.08.2017
[^] Missione navale: Italia pronta a destinare rifugiati e migranti verso orribili violenze – Amnesty International 02.08.2017
[^] Migranti: i 13 impegni del Viminale per le Ong – Repubblica, 31.07.2017
[^] Perché difendo le Ong che salvano i migranti – Roberto Saviano, Repubblica 25.04.2017
[^] Negli ultimi 15 anni sono morti nel Mediterraneo oltre 30mila migranti. La maggior parte resta ancora senza un nome – Marco Sarti, Linkiesta 17.03.2017

Sul reato di apologia del fascismo

Rivista militare del 6 maggio 1938 alla presenza di Mussolini, Hitler e Vittorio Emanuele III, in via dei Trionfi.

Giusta la proposta di legge Fiano (PD) contro la propaganda fascista. I simboli unificano e mobilitano; l’ostentazione di una simbologia fascista sempre più esplicita, nelle campagne elettorali, nelle manifestazioni politiche e sportive, amplificata dalla comunicazione virtuale, insieme con la perdita della memoria e l’insorgere del razzismo, richiede di fare argine anche con la legge. Più complicato valutare la necessità di una nuova legge, dato che la propaganda fascista e razzista è già reato, per la legge Scelba (1952) e la legge Mancino (1993). Secondo il proponente, oltre ad aggravare le sanzioni alla propaganda sul web, la nuova legge ridurrà la discrezionalità dei giudici, per evitare sentenze come quella del Tribunale di Livorno che, nel marzo 2015, ha assolto quattro tifosi del Verona, accusati di aver fatto il saluto romano, un gesto considerato dal giudice non violento e discriminatorio in sé, anche perché compiuto durante una manifestazione sportiva e non politica.

La tolleranza del fascismo

Le obiezioni libertarie alla proposta di legge negano in radice il reato di apologia del fascismo: l’ordinamento democratico liberale, se vieta il fascismo, entra in contraddizione con se stesso, e al fascismo si rende simile. In effetti, il divieto costituzionale di riorganizzazione del partito fascista si presenta come eccezione alla regola. Esso ha un fondamento storico: l’Italia liberale non bandì il fascismo e ne fu sopraffatta; la democrazia repubblicana invece è nata e si è costruita nell’antifascismo. L’idea che la democrazia debba difendersi dalle minacce antidemocratiche, senza tollerare gli intolleranti è pur presente nel pensiero liberale da Popper a Bobbio. La libertà d’opinione, riguarda appunto le opinioni: pensieri un minimo strutturati, che stanno sul piano del discorso razionale, nel confronto tra argomentazioni e confutazioni, non su quello viscerale dei messaggi pulsionali di violenza e di odio, tipici del fascismo.

Molta tolleranza nei confronti del fascismo aderisce al revisionismo storico e considera il regime di Mussolini una dittatura benevola, che ha fatto anche cose buone. Il centrodestra italiano e poi il M5S, nella loro strategia del consenso, non hanno mai messo limiti netti all’estrema destra, tanto da condividerne e interpretarne molti umori: l’ostilità ai comunisti, ai sindacati, alle istituzioni, agli stranieri e ai diversi, l’autoritarismo, l’aggressività, l’ammirazione per l’uomo forte, il qualunquismo, il familismo, il maschilismo, l’indifferenza per la verità. Espressioni recenti di questo parafascismo si sono viste negli insulti antisemiti contro Emanuele Fiano e nell’ultima virulenta fake-news contro Laura Boldrini, accusata di voler abbattere l’arte e i monumenti fascisti. Pesano, infine, le relazioni personali, come nella vicenda di Calderoli, assolto in senato dall’accusa di razzismo, pure con il voto di molti parlamentari di sinistra che dichiaravano di conoscerlo come una brava persona.

L’anticomunismo

Alcuni tolleranti ricordano che non tutto l’antifascismo fu democratico; secondo loro dovrebbe quindi valere anche il reato di apologia del comunismo. Una ritorsione retorica priva di senso storico: nella seconda guerra mondiale, il fascismo fu sconfitto dall’alleanza tra democrazia e comunismo; in Italia i comunisti svolsero un ruolo fondamentale e pagarono il prezzo più alto nella costruzione e nella difesa della democrazia, come pure in Francia, Spagna e Portogallo; dove andarono al potere, i comunisti abbatterono regimi feudali e autoritari, non abolirono una libertà che non c’era, ebbero la colpa di non promuoverla e di riprodurre la tradizione autoritaria; nella crisi dei regimi dell’est, la transizione democratica, fu guidata, o non ostacolata, dagli stessi partiti comunisti ancora al potere, contro i quali le opposizioni non fecero una guerra di liberazione. infine, vi fu nel comunismo, come in fondo nel liberalismo e nel cristianesimo, una evidente contraddizione tra mezzi e fini, per cui chi è comunista oggi (e pure ieri) si richiama agli ideali e non ai regimi. Stalinista è un’accusa o un insulto tra i comunisti. Nulla del genere vale per mussoliniano tra i fascisti, i quali nel rapporto tra mezzi e fini furono e restano coerenti.

L’incoerenza dei democratici

Bene perseguire la propaganda fascista. Ma, come è stato detto, il fascismo si combatte sul piano culturale. Ciò significa, oltre che studiare e far studiare la storia, dare il buon esempio. Esempi cattivi sono il leaderismo che si rapporta al popolo e si contrappone ai corpi intermedi, o che asseconda il dileggio e l’insulto nei confronti dei suoi dissidenti; i progetti di riforma elettorale e costituzionale che rafforzano il governo e indeboliscono il parlamento, accompagnati da slogan inneggianti alla riduzione del numero dei politici; le retoriche antieuropee, il linguaggio xenofobo che i migranti vuole aiutarli a casa loro, la politica ambigua che rinvia l’approvazione dello Ius soli. Il fascismo si combatte anche sul piano economico e sociale, poiché esso trae alimento dalla guerra tra poveri, da una base sociale di ceti medi proletarizzati, lavoratori precari, giovani esclusi. La politica liberista che scambia i diritti con il lavoro, redistribuisce le risorse alla rovescia, riduce le tasse ai ricchi e mette sempre più a rischio lo stato sociale, allarga la base sociale potenziale del fascismo e va in senso contrario alla difesa della democrazia. Dunque, una questione di coerenza si pone ai democratici. Proprio a quelli del PD.


Riferimenti:
[^] Proposta di legge Fiano
[^] Legge Scelba
[^] Legge Mancino

Charlie Hebdo la vera denuncia prende di mira il potere non sfotte le vittime

Charlie Hebdo Sisma alla italianaUna definizione ufficiale e condivisa di satira sembra non esistere. Chiunque può comporre una battutaccia, metterla in una cornice rettangolare e dire: «questa è satira». Urta un po’ il pretenderla sacra. Molti vignettisti, come molti preti, si riparano dietro la sacralità di ciò che vorrebbero rappresentare.

Per parte mia, posso considerare sacra la libertà di espressione: nessuno merita di essere ucciso solo perché fa vignette schifose e forse non merita neanche la censura. Esistono Libero e il Giornale, possono esistere tutti. Charlie Hebdo ha diritto di pubblicarsi e di vendersi, ma riguardo l’imperativo conformistico: «Siamo sempre tutti Charlie», è meglio che ciascuno parli per sé. Io non ero Charlie, nemmeno ai tempi dell’attentato, anche se rispettavo chi, con quella espressione, voleva esprimere la sua solidarietà.

La libertà si associa alla responsabilità. Nei confronti di chi è libero, ci si appella alla sua responsabilità, non alla censura autoritaria. La responsabilità può essere criticata, anche con ferocia. Pararsi dietro la libertà, per sottrarsi alla critica, è vigliaccheria.

Sebbene non esista una definizione ufficiale di satira, ne esistono molte di ufficiose. Alcune circolano in queste ore, tagliate su misura per le vignette più scadenti: dicono che la satira è tale proprio quando ci fa schifo, ci nausea, ci offende, ci fa male, non ci fa ridere, e soprattutto, quando nessuno capisce che è satira, a parte una nicchia di eletti. Definizioni (tecniche?), indifferenti ai contenuti: tutto l’hate speech, potrebbe rientrarvi, come quell’umorismo greve che poi ti intima di fartela una volta una risata. La satira può dissacrare i morti, anche i bambini? Qualsiasi stronzo lo può fare, nel genere comunicativo che preferisce; perché di questa satira dovremmo avere un’opinione migliore?

La definizione ufficiosa che piace a me, è quella che distingue la satira dalla comicità e dagli sfottò, come descritta dalla voce di Wikipedia.

La satira è caratterizzata dall’attenzione critica alla politica e alla società, mostrandone le contraddizioni e promuovendo il cambiamento.
[…] si distingue dalla comicità e dallo sfottò, nei quali l’autore non ricorda fatti rilevanti e non propone un punto di vista ma fa solo del “colore”.
[…] si esprime in una zona comunicativa “di confine”, infatti ha in genere un contenuto etico normalmente ascrivibile all’autore, ma invoca e ottiene generalmente la condivisione generale, facendo appello alle inclinazioni popolari; anche per questo spesso ne sono oggetto privilegiato personaggi della vita pubblica che occupano posizioni di potere.

Charlie Hebdo Italiani prendetevela con la mafiaNelle vignette di Charlie Hebdo sul terremoto, che ha causato trecento morti nel centro-Italia, non si mostrano contraddizioni, punti di vista, contenuti etici, personaggi di potere. Si gioca solo su associazioni stereotipate (italiani-spaghetti-mafia), che forse divertono il pubblico francese. Stereotipi e disgrazie altrui, purtroppo, possono far ridere, come già successe con il piccolo Aylan e i profughi siriani.

Un umorismo fine a se stesso, vuoto. Il vuoto ciascuno lo riempie come vuole. Alcuni comici e giornalisti italiani si cimentano in una difesa corporativa dell’opera di Charlie Hebdo, elaborando libere interpretazioni per dare alle vignette un contenuto di denuncia contro la corruzione, il malaffare, l’incapacità di governanti, amministratori e costruttori che ignorano i rischi sismici. Più di uno, tra questi comici e giornalisti, dà poi dell’analfabeta funzionale a tutti quelli che non sanno comprendere tale autentico significato. Tra gli analfabeti funzionali si distinguono il presidente del senato italiano e l’ambasciatore francese. Un esperto professionista, che in rappresentanza degli stupidi ai quali spiegare veri significati ci mette sua madre, si meriterebbe una sculacciata. Lo stereotipo vuole mamme, nonne, massaie, siano simboli di ignoranza e incompetenza, a fronte dell’uomo in cattedra che prova a renderle un po’ più edotte.

Questi tentativi poco persuasivi di rendere accettabile e persino condivisibile il senso delle vignette di Charlie Hebdo, non tengono conto del fatto che, in ogni caso, la satira è una forma di comunicazione e che la missione del comunicatore non è quella di essere frainteso. Un comunicatore che non tiene conto dell’analfabetismo funzionale è come un costruttore che non tiene conto dei rischi sismici; destinato a lasciare macerie. In un paese c’è il terremoto, in un altro un attentato terroristico, in un altro un uragano, in un altro la guerra. Se ognuno sghignazzasse sulle avversità altrui, sia pure con le opportune e opportunistiche reinterpretazioni successive, che civiltà sarebbe?

Relativismo e senso della relatività

Velo-Burkini-La lotteria della indecenza

Paragoni tra il burkini e altre cose

Luca Sofri ha criticato i “come se” relativi al burkini, perché «non è mai “come se”. Per un tratto che è comune ai casi paragonati ce ne sono altri cinque, dieci, cento, diversi».

L’osservazione è corretta. Bisogna però vedere quali tratti e quali no rientrano tra i criteri del divieto francese all’origine della discussione. Esso proibisce di ostentare simboli religiosi e di sottomissione della donna, perché violano i valori di laicità, secolarizzazione, uguaglianza tra i sessi. Con un divieto così motivato, tutto ciò che si può ritenere ostentazione pubblica di religiosità o di sessismo può essere vietato. Anche la tonaca della suora, come pare confermi il vicesindaco di Nizza; poi, in merito, sono d’accordo con quanto scrive la professoressa Alessandra Smerilli e con tutto il suo articolo.

Il direttore del Post prova a proporre dei “come se” che mostrino la plausibilità del divieto e cita il nudismo e la cintura di castità. Entrambi possono risultare intollerabili per la nostra morale. Tuttavia, i divieti dettati solo dalla morale sono discutibili, mentre possono essere condivisibili quelli dettati dalla tutela igienico-sanitaria. Non vogliamo sederci nudi dove molti altri si sono seduti nudi; possiamo intuire la pericolosità di rivestire o addirittura imprigionare le parti intime con materiali metallici, anche se non mi pare ciò sia oggetto di normativa. Una signora, per liberarsi, ha dovuto chiamare i vigili del fuoco.

Luciano Casolari cita un altro “come se”: la svastica o la bandiera dell’Isis. Sono simboli politici inequivocabili. Un vestito può avere un significato politico (per esempio, le camicie nere, verdi, rosse), ma anche no.

Il rispetto e il sospetto per le religioni

Sofri aggiunge che non bisogna abusare del rispetto delle religioni: «Una violenza domestica, in qualunque forma, è una violenza domestica che sia predicata da una religione o no». Sono d’accordo. Con un’aggiunta ulteriore: non bisogna abusare del sospetto antireligioso. Se un musulmano spara alla sorella, perché indossa la minigonna, bisogna perseguirlo senza considerare la sua cultura un’attenuante, come quando lo fa un fratello italiano. Casi sempre troppo numerosi di violenza maschile volti a limitare od annullare la libertà delle donne esistono tra i musulmani, tra i cattolici, tra i laici. Vanno contrastati allo stesso modo, senza farsi frenare da benevoli pregiudizi culturali per gli «altri» e da benevoli pregiudizi psichiatrici per i «nostri».

Quello che non si può accettare è che le mogli, le sorelle, le figlie musulmane siano considerate a priori delle prigioniere, bisognose di una tutela preventiva fatta di obblighi opposti a quelli attribuiti ai loro padri, fratelli, mariti, con il rischio di violare la loro libertà individuale o di metterle tra l’incudine e il martello. Tuttavia, a volerle considerare prigioniere, c’è da immaginare che le donne musulmane siano obbligate, non solo ad indossare il velo, ma anche a non svolgere lavori retribuiti, a svolgere i lavori domestici, a cucinare e a servire in tavola, ad accudire i bambini, ad assistere il marito e gli anziani, a fare sesso. Perché preoccuparsi così tanto e prima di tutto del velo?

C’è uno scarto grande tra la commiserazione apocalittica della condizione delle donne musulmane, viste in balia di uomini violenti e feroci e la modestia di provvedimenti come il divieto del velo. Ecco, un altro “come se”. È come se affermassimo che le prostitute sono schiavizzate, abusate, violentate e uccise e da questa affermazione ne ricavassimo che, allora, alle prostitute va proibito di indossare la minigonna in strada, perché di certo sono costrette ad indossarla. Un provvedimento simile, in effetti, è stato pensato dai sindaci di tre comuni marchigiani e, temo, da altri loro colleghi.

Relativismo, relatività, reciprocità

Io non mi riconosco nel relativismo culturale (ogni cosa è giustificata nel contesto della sua cultura) e neppure nel multiculturalismo (coesistenza di comunità chiuse e separate); sono favorevole all’integrazione (mescolamento delle persone nel rispetto dei principi costituzionali); cerco, tuttavia, di avere il senso della relatività (e della reciprocità) per provare a temperare la mia parzialità. A volte mi riesce. Che il rifiuto della violenza abbia valore universale oppure no, lo affermo e lo rivendico contro qualsiasi cultura.

Allo stesso tempo, provo a vedere nelle altre culture ciò che è presente anche nella mia, per esempio proprio la violenza, il sessismo, il conformismo, l’etnocentrismo, per evitare di essere indulgente, garantista, razionale quando questi aspetti negativi riguardano «noi» e fustigatore, giustizialista, irrazionale quando riguardano gli «altri». Considero che pure gli «altri» possano avere uno sguardo molto severo su questi aspetti quando riguardano «noi». Cosa ne pensa il resto del mondo della «nostra» prostituzione, pornografia, pedofilia, mercificazione dei corpi femminili? Quando vogliamo togliere il velo alle donne, vogliamo emanciparle dalla sottomissione o metterle in mutande per il piacere dei «nostri» uomini? Come siamo interpretati? Per una donna musulmana, la donna occidentale è un modello di donna rispettata?

Provo a vedere differenze del tutto lecite: che altre genti, magari quelle che vivono da secoli in luoghi con più sole e più deserto, si coprano di più, abbiano un senso del pudore più forte, ed una spiritualità più intensa. Anche tra «noi» ci sono differenze e spesso perdiamo di vista quelle minoritarie o perdenti. Vi sono persone che provano imbarazzo nel mostrare il proprio corpo, perciò evitano spiagge e piscine e si sentono più a disagio nei mesi estivi. Un maggiore pluralismo nei costumi sarebbe più inclusivo, per tutti. Non siamo l’applicazione pratica di un libro. Le usanze esistono da prima dei libri. Alle usanze abbiamo dato e diamo significati diversi: devozione, appartenenza, status, conformismo, protesta, moda, eleganza, seduzione, preferenza: quella propria e quella di accontentare altri.

Le donne e i loro patriarchi

Esistono donne fedeli alla tradizione. Come pure esistono donne che vogliono bene ai loro padri, fratelli, mariti, anche quando questi uomini non sono meritevoli, e con essi vogliono rimanere in relazione, senza assumere la libertà come primo valore, o senza assumere determinati obiettivi di libertà come prioritari. Queste donne comunque trovano i modi di contrattare spazi di libertà e di potere e l’interferenza di una autorità «illuminista» può fargli danno. Sono cose che capitano tra noi, pure in situazioni molto diverse dalle relazioni affettive. Negli anni ’90, a sinistra, pensavamo alla riduzione dell’orario di lavoro. Avrebbe aumentato la libertà dei lavoratori e redistribuito l’occupazione. Un’idea ottima, molto razionale. Ma non fu appoggiata dal movimento sindacale e dai lavoratori; dicevano che doveva essere materia regolata nei contratti e non dalla legge. Essi non volevano lavorare di meno, anzi erano disposti a lavorare di più. La loro priorità era il salario, volevano aumenti salariali. Il capitalismo esiste anche con il sostegno dei lavoratori. I sindacati ed i partiti operai hanno ottenuto conquiste quando sono stati capaci di accordare i loro programmi agli obiettivi considerati prioritari dai lavoratori.

Così posso ammettere che le donne abbiano priorità (o desideri) differenti da quelle assegnate loro dalla mia idea di femminismo. Proprio tutte le donne. Possono esistere donne tradizionaliste che per propria volontà aderiscono ai precetti della propria religione, pure con un radicalismo superiore a quello degli uomini, come avviene nell’ebraismo ortodosso e nell’islam fondamentalista. Il patriarcato esiste da millenni. Con il sostegno, almeno parziale, delle donne. Può non piacere e può far rabbia (e a me ne fa tanta), ma le donne possono usare e usano la loro libertà anche per sottomettersi; per convergere con questa o quella istanza patriarcale; per schierarsi a supporto nelle guerre territoriali maschili, anche quando il territorio è lo stesso corpo della donne. Sono patriarchi gli uomini che ad oriente vogliono velare le donne. Sono patriarchi gli uomini che ad occidente vogliono svelarle; ben rappresentati da quei poliziotti di Nizza, che impongono ad una signora di svestirsi in spiaggia.

Il burkini incompatibile con i valori della repubblica per il governo francese, incompatibile con la sharia per i musulmani più conservatori. I costumi e le norme sui costumi, oltre il fotogramma che li fissa in un significato, hanno una traiettoria, si muovono verso una direzione. Per quanto sia sostenuto da alcuni laici e alcune femministe, l’editto francese contro le donne velate, recuperato dal repertorio colonialista, non è mosso dalla laicità (che nulla c’entra con l’esclusione della religione dallo spazio pubblico), né dal femminismo, né dall’illuminismo, ma dalla frustrazione di non aver saputo prevenire il terrorismo, dall’islamofobia e dalla volontà di competizione dei socialisti e dei gollisti con il fascismo del Front National.

L’ossessione per il velo islamico

Velo

Tra i temi in discussione sul burkini c’è la discussione stessa. Perché ne parliamo e perché così tanto. Siamo molto divisi, fino al punto da non essere d’accordo neanche sul vero tema in discussione. Per qualcuno, per esempio per me, il tema è la prescrizione su come ci si deve o non si deve vestire. L’idea della prescrizione, più del modo di vestire, dice dell’emancipazione, della libertà e della laicità.

Il burkini è l’ultima puntata della discussione sul velo: gli europei, da almeno due secoli, sono ossessionati dal velo islamico. In Europa, il velo è il simbolo dell’Islam per eccellenza. L’immagine fobica di Eurabia è rappresentata da una donna europea velata con i colori della UE. La paura ostile nei confronti dell’Islam è nobilitata da un ideale maschile profemminile: per la liberazione delle «loro» donne e la protezione delle «nostre».

Salvini-significato-veloEsprimiamo la presunzione arrogante di voler stabilire il vero significato del velo: l’oppressione e la sottomissione della donna. Così, lo percepiamo noi, perciò significa questo; lo dice un iman, c’è scritto nel Corano; non ci interessa il vissuto di chi lo indossa, per moda, per conformismo, per senso di appartenenza, per fede religiosa, per pudore, per opposizione ai genitori; come se i suoi significati fossero falsi. Il velo è indossato da millenni, da molto tempo prima che qualcuno decidesse in modo irriformabile e definitivo che cosa significa.

Diversa è l’idea di laicità. Alcuni la vivono in opposizione alla religione e credono sia laico escludere la religione dallo spazio pubblico: l’esclusione di una sola religione sarebbe un passo avanti nella giusta direzione. Altri vivono la laicità più laicamente come separazione tra stato e chiesa: ogni culto può stare nello spazio pubblico, nessun culto è quello ufficiale.

C’è una disputa identitaria, non solo tra «noi» e «loro», ma soprattutto tra «noi». Di fronte ad una identità diversa, ridefiniamo la nostra identità, in un tempo in cui già attraversiamo una profonda crisi di senso: nel prendere posizione, nel definire la posizione dell’altro, nel ridefinire la propria, diciamo chi siamo noi, se e quanto siamo laici, liberali, femministi, antirazzisti, occidentali, cristiani, etc.

Io, personalmente, percepisco nelle posizioni contrarie al velo, un sentimento di avversione ai musulmani, quella forma di razzismo che si chiama islamofobia, che tende a fare di milioni di musulmani in Europa i nuovi ebrei.

Sul burkini e i valori della repubblica

Silvia Ballestra - Madonna sud della FranciaEsiste uno sguardo, anche tra gli occidentali, che vede simboli al posto dei vestiti e religioni o ideologie al posto delle persone. Succede con una certa ossessione nei confronti dei musulmani. Succede in Francia – in reazione al terrorismo dell’Isis e all’inefficacia difensiva francese nel prevenire e impedire gravi attentati – con il divieto dei sindaci gollisti di indossare il burkini in spiaggia; divieto appoggiato da Manuel Valls, il primo ministro, che dichiara il burkini incompatibile con i valori della repubblica. In questo modo, la possibile libertà di svelarsi delle donne musulmane è trasformata in un obbligo imposto dagli uomini occidentali. Quando qualcosa, un indumento, è proibito o imposto per ragioni simboliche, il poterlo mettere o togliere contro la norma, diventa simbolo di libertà.

C’è da chiedersi quanti centimetri di pelle una donna debba scoprire, per non incorrere in incompatibilità valoriali con la repubblica, e quale differenza ci sia tra una repubblica laica e un regime teocratico, se entrambi dettano norme di abbigliamento femminile, a seconda del gradimento maschile dominante. In Italia, questa visione normativa, per ora, rimane confinata alla Lega Nord, ma una parte dell’opinione pubblica, anche femminile, simpatizza con la scelta francese.

Credo si possano capire il disagio, la paura, specie da parte delle donne, di forme esteriori vissute come oppressive e restauratrici di un passato patriarcale. Perciò, non condivido i toni offensivi e sprezzanti usati, magari da uomini, nei confronti di compagne e femministe che esprimono la loro critica al costume del velo. Vedo, tuttavia, il rischio molto forte di un atteggiamento pregiudiziale e paternalistico verso le donne musulmane, come se il dilemma del libero arbitrio si applicasse solo a loro.

Nei paesi occidentali, troviamo prostitute, attrici pornografiche, vallette prestate a rappresentazioni sessiste, modelle anoressiche, madri surrogate, casalinghe, mogli e fidanzate conviventi con partner maltrattanti, donne che si sottopongono alla chirurgia estetica, lavoratrici che indossano scarpe con tacchi altissimi. Quante di loro sono libere e consapevoli più e meglio delle donne musulmane che si velano? Quanta parte della loro condizione è commisurata ai valori repubblicani? Credo che nel giudizio sull’autonomia delle donne musulmane occorra più umiltà e che l’idea di un intervento normativo preventivo a loro tutela, che pure vuole sanzionarle, richieda molta cautela: meglio una donna in burkini che una donna esclusa dalla spiagga o dalla piscina. La sottomissione si contrasta con le politiche antiviolenza, il lavoro, l’inclusione, il superamento delle contrapposizioni identitarie, il dialogo e le relazioni.

D’altra parte conosciamo nei paesi mediorientali, ed anche in Occidente, donne velate affermate in politica, negli studi e nelle professioni. Il vissuto delle donne musulmane che scelgono di indossare il velo e raccontare le proprie motivazioni e i propri significati, è il primo punto di vista di cui tener conto. Se vogliamo davvero dargli forza, libertà e autonomia, non possiamo negargli credito e autorità.


Riferimenti:
(*) «La laicità non dovrebbe limitare i diritti ma difenderli» – Intervista. Nadia Bouzekri, Giovani musulmani d’Italia
(*) La consigliera Pd Sumaya Abdel Qader sul burkini: “Anch’io lo uso, illiberale vietarlo. La Francia usa la laicità per escludere” – Laura Eduati
(*) Vietare il burkini in spiaggia? Falso problema. Che fa sentire le donne musulmane ancora più discriminate – di Farian Sabahi
(*) Non solo il velo. In quali altre gabbie vengono rinchiuse le donne? – Lea Melandri
(*) Intorno al Burkini – bei zauberei – Costanza Jerusum
(*) Laicità che assomiglia al fondamentalismo – Bia Sarasini
(*) Cos’è il burkini e perché se ne parla – Le Monde tradotto da Internazionale
(*) Un giorno a Cannes sulle spiagge del burkini – Eva Morletto, Famiglia Cristiana
(*) Io, donna ebrea, sto dalla parte del burkini. A una condizione – Gheula Canarutto Nemni
(*) Burkini, vietarlo è un atto di libertà – Monica Lanfranco
(*) La dannata faccenda del burkini – Marina Terragni
(*) Libertà non è il Burkini – Giuliana Sgrena
(*) Lorella Zanardo: “Io femminista vi dico: vietare il burkini? È giusto. E di sinistra”

Gli insegnanti del sud e il giornalista del nord

Fabrizio Rondolino vs Insegnanti del Sud

(…) l’aspetto che più mi ha colpito, e su cui vi invito a riflettere, è il totale fraintendimento del mio tweet. In altre parole, centinaia di persone (fra cui molti docenti) non sono state in grado di comprendere una frase elementare.
“Se gli ingegneri di Torino che cantano a Bardonecchia fossero intonati, almeno riconosceremmo le canzoni”. Che significa questa frase? Che tutti gli ingegneri di Torino sono stonati? No, significa che gli ingegneri torinesi che in questo momento stanno facendo uno spettacolo a Bardonecchia – loro, soltanto loro – non sono intonati. Degli altri ingegneri, di tutti gli altri ingegneri, la frase non dice nulla.
Il mio tweet nasceva dallo spettacolo avvilente di un gruppo di insegnanti (mi pare di Napoli) che inveivano contro la riforma della scuola e contro il governo con una forte inflessione dialettale, una sintassi decisamente zoppicante e un tono di voce più adatto ad un pescivendolo indaffarato che ad un professore.. È di questa scena, vista in televisione, che parla il tweet: “Se gli insegnanti del Sud che urlano in tv conoscessero l’italiano, almeno capiremmo che vogliono”. Degli altri insegnanti, di tutti gli altri insegnanti (del Sud, del Nord e del Centro), la frase non dice nulla.
Centinaia di persone, diversi siti di insegnanti e persino il Fatto hanno invece capito che tutti gli insegnanti meridionali sono analfabeti, e di conseguenza si sono scatenati accusandomi di razzismo, fascismo, leghismo e quant’altro. Sono accuse che, naturalmente, non mi sfiorano neppure, come ben sa chi mi conosce, e dunque non meritano risposta. (…)
Fabrizio Rondolino – 8 agosto 2016

Le persone accusate di razzismo (o sessismo) spesso provano a difendersi usando argomenti ed equivalenze formali. Tipo: «Non mi riferisco a tutti i neri» e «Lo potrei dire anche ai bianchi». Tuttavia, il razzismo è una questione politica e culturale, non una mera questione formale. Se scrivo: «I neri che non si lavano puzzano», la mia frase è corretta e forse pure inconfutabile. Lo stesso se scrivo: «Gli ebrei che prestano denaro ad elevato tasso d’interesse sono degli strozzini». O ancora: «Le donne che non sanno guidare intralciano il traffico». Queste frasi non attribuiscono un dato a tutti i neri, gli ebrei, le donne, ma solo a quelli che si comportano in un certo modo. Quindi, manca la generalizzazione. Inoltre, all’occorrenza, secondo quel comportamento, ci si può riferire anche ai bianchi, ai cattolici, agli uomini. Quindi, manca la discriminazione. Ergo: queste frasi non sono razziste. Formalmente.

In sostanza invece lo sono. Indicano un soggetto di appartenenza in modo del tutto superfluo ai fini di quello che vogliono comunicare – se il punto sono quelli che non si lavano, che prestano denaro ad usura, che non sanno guidare, che importa che si tratti di neri, ebrei, donne? – e giocano su luoghi comuni associativi negativi (nero/puzza; ebreo/strozzino; donna al volante/pericolo costante) che hanno sempre fatto da veicolo al disprezzo con effetti discriminatori. Che l’associazione sia circoscritta vuol solo dire che la tradizionale offesa razzista scatta solo contro quelli che trasgrediscono e, nel caso del nel tweet di Fabrizio Rondolino, giornalista renziano (e torinese), scatta anche senza pertinenza: cosa c’entra il dialetto di chi protesta con le ragioni della sua protesta?. Gli ingegneri o i torinesi associati al canto stonato non ci dicono nulla. Invece, i meridionali associati a ignoranza, analfabetismo, delinquenza, indolenza, sono una vecchia storia del razzismo torinese e settentrionale, insieme con il fastidio ostentato per le loro inflessioni dialettali. Altri pregiudizi ci sono noti, quelli dei cuneesi che non sanno guidare o dei genovesi attaccati al denaro, ma ci fanno solo sorridere, perché non sono mai stati usati per provocare o giustificare uno svantaggio a loro danno. Gli insegnanti del sud tornano ad essere disprezzati perché protestano contro qualcosa che, nel dualismo nord/sud tocca solo a loro e di nuovo a loro: il trasferimento lavorativo al nord.

Nel merito della vicenda, mi sento d’accordo con Christian Raimo. Ad ogni modo, che i trasferimenti siano necessari o l’esito di un pasticcio burocratico, di una ingiustizia e di una cattiva politica della scuola al sud, possiamo comunque immaginare il disagio degli insegnanti che, per mantenere il lavoro, devono emigrare, separarsi dal loro ambiente, dalle loro relazioni, dalla loro famiglia e affittarsi una casa lontano, che si mangerà buona parte del loro già basso stipendio. Diciamo gli insegnanti, ben sapendo che in netta maggioranza sono le insegnanti, sono donne, spesso gravate dalle responsabilità familiari molto più degli uomini, con figli bambini che vanno a scuola o genitori anziani da assistere. Anche se non la si condivide, la loro protesta si può capire. Provocarle per irritarle è molto peggio che non sapere l’italiano.