Il carro degli ammiratori del vincitore

Carro

In questi giorni, come in passato, mi capita di ascoltare o leggere da parte di giornalisti, notisti e commentatori parole di ammirazione per il leader politico ritenuto vincente: un personaggio apprezzato per il solo fatto che sta vincendo, lodato per aver azzeccato questa e quella mossa, per l’abilità di manovra, il coraggio, la grinta, la capacità di comunicare, tenere la scena, prevalere e prevaricare sugli altri. Pare un tentativo dissimulato di salire sul carro del vincitore; intanto forma un carro di ammiratori.

Il loro modo di giudicare vuole essere analitico, tecnico e distaccato, separato dalla valutazione di merito sull’opera del politico vincente, che magari en passant si dice di disapprovare, per poi derubricare tale valutazione a opinione personale, che adesso non c’entra. C’entra ostentare la capacità di stimare in modo oggettivo l’avversario, anche il peggiore tra gli avversari, se risulta il migliore tra i competitori, poiché la vera misura di valore politico è l’efficacia: si, forse ha fatto del male, ma ha saputo farlo proprio bene e con gran successo. L’opinione personale di merito torna poi in auge solo per criticare gli oppositori inefficaci del leader efficace, in genere, ipocriti, isterici o anime belle.

L’efficacia del personaggio è misurata sulla sua capacità di ottenere consenso e potere. Finché riesce ad aumentarlo o a mantenerlo è bravo. Dopo eventualmente diventa uno che sbaglia e non capisce più. Si tratta di un metro di tipo autoreferenziale, che può elogiare qualsiasi pifferaio magico con un po’ di talento. Se poi il tale, crei problemi o li risolva, rientra tra le opinioni irrilevanti, che non dovrebbero fare ombra alla superiore ammirazione per l’efficacia. Giudicare in modo così disimpegnato (e opportunistico) è adatto per valutare le performance di un goleador, meno quelle di un leader. Esperti e tifosi di una competizione sportiva fanno parte di un mondo a sé e considerano solo le prestazioni. Esperti e simpatizzanti di una competizione politica sono in relazione con il mondo fuori di sé; occorre, quindi, sappiano badare anche alle conseguenze e alle prospettive.

Un leader credo sia davvero efficace quando associa l’abilità di manovrare e comunicare alla capacità di avere una visione e una direzione orientata al bene comune o almeno ad un bene prevalente. Una dote superflua quando si gioca a calcio o a poker, ma necessaria quando si fa politica, dove il successo personale ha senso quando è parte della soluzione dei problemi, non parte della creazione di problemi volti a giustificare se stesso. Ci ricordiamo di un leader perché ha abolito la schiavitù, di un altro perché ha superato la grande depressione, di un altro perché ha liberato il suo paese dal colonialismo, un altro dalla segregazione razziale. Altri per avere costruito lo stato sociale, realizzato riforme che hanno migliorato le condizioni di vita di milioni di persone. Ci ricordiamo anche leader conservatori che hanno vinto per sé e per tutti. Avevano qualità tattiche e oratorie, ma non erano le più importanti. E tra gli estimatori, trovavano scrittori, giornalisti, simpatizzanti, che si assumevano la responsabilità delle proprie opinioni.

Via Giorgio Almirante a Roma nella nebbia revisionista. L’inversione a U della sindaca Virginia Raggi

Virginia Raggi intervistata da Bruno Vespa - Porta a porta 15-06-2018

Roma ha rischiato di avere una via titolata a Giorgio Almirante, perché in Campidoglio il partito dei Fratelli d’Italia, erede del MSI, lo ha proposto e la maggioranza dei 5 stelle lo ha accettato. Interpellata da Bruno Vespa, la sindaca Virginia Raggi è caduta con imbarazzo dalle nuvole, ma in prima battuta si è detta d’accordo con l’autodeterminazione sovrana del consiglio comunale. Solo il giorno dopo, in risposta alle proteste della società civile democratica, la sindaca ha promosso una mozione che vieta la titolazione delle vie e delle piazze della città a personalità compromesse con il fascismo e il razzismo. Tuttavia, la destra neofascista, per un giorno, sotto l’amministrazione a 5 stelle, si è avvicinata al suo obiettivo ancor meglio di Gianni Alemanno nel 2008, bloccato dal diniego della comunità ebraica.

Repubblica Roma

Una maggioranza incolta rivela di essere una condizione più propizia di una maggioranza di destra, per far passare titoli e targhe in omaggio al fascismo. Cosa può aver pensato un consigliere pentastellato? Che Giorgio Almirante fu una qualsiasi figura rispettabile della prima repubblica (sua era la politica del doppiopetto), il segretario di un partito storico rappresentante un pezzo di società con diritto ad una presenza simbolica tra le insegne della città, al pari di altri uomini di partito. Nel fare di ogni erba un fascio, secondo la presente visione qualunquista, oggi sono tutti ladri e corrotti, ieri tutti padri nobili, senza discriminanti di valore.

In effetti, la deriva revisionista e pacificatrice degli anni ‘80 e ‘90, influenzò pure esponenti della sinistra. Fu il segretario socialista Bettino Craxi, nel 1983, a rompere l’arco costituzionale, per voler consultare l’MSI, come ogni altro partito, nella formazione del suo primo governo. Fu il presidente della camera Luciano Violante, nel 1998, in occasione del decennale della morte di Almirante, a qualificare l’ex leader missino come un uomo che seppe condurre nell’alveo della democrazia quegli italiani che non si riconoscevano nell’Italia repubblicana del 1948, quasi fosse il Togliatti della destra. Fu il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, nel 2014, in occasione del centenario della nascita del leader neofascista, ad inviare un messaggio alla signora Assunta Almirante, nel quale affermava che Giorgio Almirante è stata espressione di una generazione di leader di partito che, pur da posizioni ideologiche profondamente diverse, hanno saputo confrontarsi mantenendo reciproco rispetto, a dimostrazione di un superiore senso dello Stato che ancora oggi rappresenta un esempio. Con parole così, una via se la merita, ma Almirante non espresse, né praticò mai, una adesione strategica ai valori della democrazia repubblicana.

Giorgio Almirante Vittoria in Sicilia 1971

Parlano in questo senso, non solo i suoi precedenti alla liberazione: l’adesione attiva al manifesto e alla rivista In difesa della razza, il suo operato nella RSI, che condanna a morte i renitenti alla leva, ma pure i suoi conseguenti nell’Italia repubblicana: l’apologia del fascismo; il rinvio a giudizio per favoreggiamento aggravato a seguito della strage di Peteano a cui ha potuto sottrarsi grazie all’immunità parlamentare, la contiguità con gli ambienti dell’eversione nera e della P2; la solidarietà con il golpe in Cile di Pinochet; il suo ispirarsi ai regimi dei colonnelli in Grecia, di Franco in Spagna e Salazar in Portogallo; le sue parole offensive contro la Resistenza, ancora due anni prima della morte nel 1986, al teatro lirico di Milano. Il tutto assorbito in una lettura indifferenziata dei conflitti politici e sociali della storia d’Italia.

Dalla miscela di revisionismo e qualunquismo può emergere il grezzo partito pigliatutto di Luigi Di Maio, che cita Berlinguer e Almirante, oltre a tutta la DC, come riferimenti storici, per il pantheon del suo movimento. Nel M5S, in effetti, convivono gli eredi di tutti, ma comporre un pantheon, con dei leader storici, significa individuare un senso che li unisce e questo senso, per adesso, è solo l’essere né carne, né pesce, persino rispetto ai fondamenti della repubblica democratica. Alcuni leader hanno fatto dei danni, altri no; alcuni hanno avuto significato oltre i confini del proprio partito, per via del loro pensiero, della loro opera, altri no. Così, il solo criterio della spartizione è inadatto a comporre il pantheon di un grande movimento come pure la toponomastica di una grande città.

Il governo delle culture ostili

Governo Conte

Di fronte al governo giallo-verde (o giallo-blu) provo un filo di curiosità. È un governo nuovo, con una formula politica inedita, l’alleanza Lega-M5S, un personale politico quasi del tutto sconosciuto, un presidente del consiglio passato dall’anonimato alla guida del governo, un programma, chiamato contratto, con propositi di cambiamento su questioni importanti: l’Europa, l’immigrazione, il sistema fiscale, le pensioni e il reddito di cittadinanza. Fa tornare la voglia di dare una sfogliata ai giornali.

Naturalmente, provo anche qualche gomitolo di preoccupazione, per le culture ostili che animano i due nuovi partiti di governo: xenofoba la Lega, qualunquista il M5S, nazionalisti e sessisti entrambi. Nell’insieme culture di destra, che in Europa s’incontrano con le forze avverse al liberalismo, al socialismo, alla convivenza delle differenze. In queste culture, affiorano venature di sinistra, quando tali forze rappresentano la parte debole in un conflitto: i debitori vs i creditori, la nazione vs la globalizzazione, il piccolo imprenditore vs la grande multinazionale, il precario vs il garantito, ma la pratica a cui poi si affidano rimane la guerra tra poveri e la prospettiva che indicano è la chiusura. L’idea di ritrovarsi circondati dal filo spinato è inquietante.

Il contrasto degli obiettivi dichiarati nel cosiddetto contratto è un’ulteriore motivo per incuriosirsi e preoccuparsi. La flat tax, che appiattisce le aliquote contro il principio di progressività fiscale, riduce il contributo dei ricchi e le entrate dello stato; invece il reddito di cittadinanza o altra forma di sostegno alla disoccupazione, e l’abolizione o correzione della legge Fornero, dovrebbero aumentare le risorse per i poveri, quindi le spese dello stato. La contraddizione si può risolvere nella rinuncia ad uno dei due obiettivi o nella spesa in deficit a danno delle generazioni future e al costo di un conflitto con l’Europa, che può finire come la capitolazione greca o con un salto nel buio di qualche piano B. La vecchia scommessa, per la quale la riduzione delle tasse aumenterebbe investimenti e consumi, quindi sviluppo e ricchezza, non ha avuto finora molte conferme e forse sarebbe il caso di risparmiarci questo ulteriore tentativo.

Con ciò, penso possiamo essere vigili, senza alimentare una spirale della paura, nella quale ci allarmiamo per una politica allarmista e ci eccitiamo per una politica eccitata. Siamo sopravvissuti ai governi di Berlusconi, Bossi e Fini, che per cultura, personale politico, potere mediatico, intrecci oscuri, erano peggio di questo. Migliori sono stati forse i governi centrati sul PD, però sempre interni al ciclo lungo del liberismo e del monetarismo, con un margine di temperamento sempre più debole e rinunciatario o persino attivamente subalterno. È significativo che i democratici abbiano rinunciato a svolgere un ruolo per impedire la formazione di un governo Lega-M5S. La componente renziana ha persino tifato per questo esito, con l’idea di puntare sulla politica dei popcorn, una linea di opposizione che spera di assistere al fallimento del governo e, per riflesso automatico, di prendersi la rivincita. Una posizione irresponsabile, eppure apertamente ostentata, troppo prevedibile nella sua puerilità, tale da smorzare sul nascere qualsiasi curiosità. Ma una opposizione per vigilare è necessaria.

Maria Elisabetta Alberti Casellati prima donna presidente del senato

Maria Elisabetta Alberti Casellati

Maria Elisabetta Alberti Casellati è la nuova presidente del senato. La prima donna della repubblica italiana a ricoprire la seconda carica dello stato. Ci si domanda se questa sia una buona notizia, poiché la donna in questione è una berlusconiana, favorevole alle leggi ad personam, difensora del suo capo sul caso Ruby, cattolica contraria alle unioni civili, privilegiata della casta che ha assunto la figlia al ministero della sanità, con un mega stipendio, una donna degli uomini cooptata dagli uomini.

Secondo me, è una buona notizia che i vertici istituzionali non siano più preclusi alle donne, che l’elezione di una donna non sia più un’eccezione, una parentesi, ma diventi un fatto normale, che si ripete e dura nel tempo. Poi, le donne, metà del genere umano, sono tante e diverse: di destra, di sinistra, laiche, cattoliche, coerenti, opportuniste, indipendenti, subalterne. Come gli uomini e a modo loro. Non c’è motivo di pretendere da una donna presidente un supplemento di legittimità, senza il quale la sua nomina non varrebbe niente o sarebbe addirittura un danno.

Il profilo della neoeletta non contraddice il pregiudizio, al quale aderisco, secondo cui le donne sono meglio degli uomini. Lo sono a parità di condizioni, dunque meglio una berlusconiana di un berlusconiano. Il pregiudizio ha la sua ragione d’essere, perché un ambiente abitato dai due sessi è migliore di un ambiente omosociale, comprenso l’ambiente istituzionale, e perché più donne al potere può voler dire più relazioni tra donne, dunque un ulteriore declino delle cooptanti strutture patriarcali e una minor influenza dei leader maschi, compreso il cavaliere che voleva eleggere Paolo Romani.

Nel suo discorso di insediamento, la neopresidente ha dichiarato un onore essere la prima donna presidente e ha reso omaggio alle donne, al Risorgimento e alla lotta di Liberazione. Ha citato come rappresentante magistrale la senatrice Liliana Segre. Non era scontato, da parte di una esponente della destra. Alcuni svilenti commenti da sinistra a lei ostili, invece, sono fin troppo scontati ed è un peccato non si riesca ancora ad evitarli.

Se il PD può governare con il M5S

M5S-PD

La concreta possibilità che il PD rifiuti di partecipare ad un governo con il M5S è accettabile e può pure meritare consenso. Lo spirito, i moventi, gli argomenti con i quali il PD supporta tale possibilità, anzi la dà per certa e voluta, invece lasciano perplessi. Uno spirito di rivalsa affidato al desiderio del fallimento del primo partito uscito dalle urne, in modo che gli elettori ne siano delusi e tornino a votare PD. Che un tale fallimento possa essere dannoso per il paese, i più poveri, la democrazia e provocare alternative peggiori, sembra non sfiorare i dirigenti democratici.

Il PD ha fatto una campagna elettorale per chiedere il voto utile contro Salvini e Di Maio. Ora che i suoi seggi possono essere utili, per evitare una saldatura populista, il PD invita Lega e M5S ad allearsi, capovolgendo la logica politica, secondo la quale si opera per dividere gli avversari, non per metterli insieme. Lo schema uno contro tutti può funzionare per introdurre un movimento emergente, non per restituire verginità ad un partito tradizionale, come ha già mostrato l’esito del referendum costituzionale.

I suoi leader affermano che il PD sarebbe stato messo all’opposizione dagli elettori. Una simile lettura avrebbe senso in uno schema bipolare, dove il sistema elettorale assegna una maggioranza e una minoranza coincidenti con il governo e l’opposizione. Ma in uno schema tripolare o multipolare, dove il sistema elettorale assegna a tutti una diversa quota di minoranza, governo e opposizione non sono predeterminati dal risultato, salvo il miracolo realizzato da nessuno di raggiungere la percentuale di voti che assegna la maggioranza assoluta dei seggi.

Ancora, secondo i leader PD, l’alleanza con i 5 stelle sarebbe contro natura. Eppure, il PD è reduce da alleanze con Berlusconi, Alfano, Verdini ed ha candidato Pierferdinando Casini nel collegio uninominale di Bologna. Dunque, cosa c’entra la natura? Le alleanze innaturali, nelle situazioni di crisi, sono una possibilità della politica, in funzione di interessi ed obiettivi condivisi o mediati. Si può capire il risentimento per una propaganda violenta, offensiva, volgare, talvolta ricambiata. Ma la violenza verbale, peraltro ricorrente anche nei talk-show della cosiddetta seconda repubblica, è in parte un teatro, in parte un linguaggio che concepisce il confronto politico come un gioco a somma zero. Una concezione assecondata e rinforzata dalle logiche di rappresaglia.

Allora, il PD deve fare un governo con il M5S? Non è detto. Dovrebbe provarci, se riceve un’offerta dal partito di maggioranza relativa, avviare una trattativa su composizione del governo, programma, modi e tempi di attuazione, e su questa base decidere per il si o per il no. Un confronto si può reggere con chiunque, se si sa cosa si vuole e non si ha paura di essere messi in contraddizione. Qui è il guaio. A fare da ostacolo ad un accordo con il M5S non sembrano essere argomenti di destra, come la xenofobia, già anticipata dalle politiche di Minniti, ma gli argomenti di sinistra, quali le misure di protezione sociale, che il PD sembra vedere solo come effetto di crescita e sviluppo, per impulso dell’iniziativa privata agevolata dallo stato, secondo la visione tipica di un partito liberale.

Sul tracollo della «sinistra»

Trend elettorale 2013-2018 del PD

La sconfitta della sinistra è stata annunciata da varie tornate amministrative, dall’esito del referendum costituzionale e da molti sondaggi. Una sconfitta prevedibile da tempo. L’annuncio era verosimile: il partito al governo avrebbe pagato il conto della crisi economica, nonché l’identificazione con il cosiddetto establishment, punito in tutto l’Occidente dall’ascesa di movimenti populisti, fino alla vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti. Ci si aspettava che lo stesso vento elettorale arrivasse in Italia. Ed è arrivato.

Inaspettate invece sono state le proporzioni della sconfitta. Trump negli Stati Uniti, vinse per un soffio e solo nell’assegnazione dei grandi elettori. In Italia, per quanto il PD abbia creduto o voluto far credere di essere competitivo per il primato dei voti o almeno dei seggi assegnati, il suo risultato è finito sotto la soglia psicologica del 20%; il dato più negativo per la sinistra dal dopoguerra o addirittura da prima della Grande guerra, il 1913. Cosa ha provocato una sconfitta in simili proporzioni? Non lo sappiamo, ma possiamo fare il punto sulle congetture.

Un elemento che può aver forzato in negativo il dato del PD è la logica utilitaria, derivante dal sistema maggioritario e dall’idea di eleggere il governo e non il parlamento, poiché la rappresentanza e l’opposizione non conterebbero nulla. L’elettorato del PD è stato a lungo educato alla logica del voto utile. L’eccezionale appello di Indro Montanelli (Turatevi il naso, ma votate DC), è stato elevato a regola permanente, tanto da essere esplicitamente citato da Matteo Renzi, per chiedere il voto ai suoi candidati. Una citazione paradossale. Indro Montanelli era un giornalista liberale di destra che chiedeva il voto per la DC, al fine di arginare il PCI, nel quadro del bipartitismo imperfetto degli anni ‘70. I dirigenti democristiani, pur apprezzando l’appello, non l’avrebbero mai fatto proprio, per l’evidente effetto autodenigratorio.

I dirigenti e attivisti del PD invece sono stati montanelliani in prima persona. E lo sono stati soprattutto a guardia del possibile esodo elettorale verso Liberi e Uguali, senza vigilare sulle altre possibili destinazioni, incentivate proprio dall’indicazione di turarsi il naso e votare il meno peggio, come si farebbe nel riorientare la propria scelta in un secondo turno elettorale: dati tre poli, se uno è perdente in partenza (il centrosinistra), non rimane che scegliere tra i due possibili vincenti (centrodestra e M5S). Una parte dell’elettorato PD, specie al sud, deve aver ragionato così, anche in forza del profilo incolore dei perdenti rispetto ai vincenti. Dunque, una scelta, riguardo il PD, più derubricante che punitiva.

Flussi elettorali del PD dal 2013

Tuttavia, l’elemento punitivo non è mancato. Come vediamo in questi giorni, il centrodestra con il 37% e il M5S con il 32%, da soli, non hanno i numeri per formare un governo. Nel 2013, grazie ad un premio di maggioranza spropositato (poi dichiarato inconstituzionale) alla Camera e d’accordo con Berlusconi (poi con Alfano e Verdini) al Senato, il PD ha sempre potuto formare un governo: maggioritario in parlamento, ma minoritario nel paese. Un governo consapevole di essere minoritario si muove con cautela e cerca la condivisione.

Il PD di Matteo Renzi, invece, si è comportato come se fosse stato davvero un partito del 40%, con il popolo con sé, contro tutti gli altri: i corpi intermedi, la vecchia guardia, i gufi, i rosiconi, etc. Ha fatto riforme importanti e antisociali, come quelle sul lavoro e sulla scuola, e le ha imposte con il voto di fiducia; ha tentato persino di riformare a fondo la Costituzione ed ha trattato i suoi avversari con irrisione ed arroganza. Un’espressione di questo atteggiamento fu il tweet provocatorio del deputato PD Ernesto Carboni che, ad urne ancora aperte, salutava con un «ciaone» i sostenitori del referendum sulle trivelle, avviato a mancare il quorum. Con questo atteggiamento, il PD renziano è andato incontro alla legge del contrappasso.

All’elemento punitivo si associa l’elemento sociale nei confronti dell’ex partito del lavoro divenuto il partito garante del rispetto dei trattati economico finanziari dell’Unione europea. Lo storico marxista Giorgio Candeloro sosteneva che la borghesia fosse veloce a cambiare cavallo, cioé partito di riferimento, se e quando le conveniva, mentre le classi subalterne, per fare lo stesso, potevano impiegavano decenni. Questo cambiamento che non è mai avvenuto a vantaggio della sinistra radicale, forse sta avvenendo a vantaggio del M5S. Lo vediamo nella geografia del voto delle grandi città, con il PD, partito delle élite, assediato nei centri cittadini e nei quartieri bene dalle periferie pentastellate. Non penso che il dato sociologico sia sufficiente per qualificare il M5S come nuovo partito di sinistra, poiché sempre a detta dello storico, è il programma che fa il partito di classe, ma esiste una potenzialità: alcuni punti di programma ci sono, come il reddito di cittadinanza e la reintroduzione dell’art. 18, e molti ex elettori di sinistra la pensano così: che il M5S sia il nuovo partito dei più deboli.

Infine, c’è l’esaurimento del renzismo. Fatto tutto quel che ha fatto, dopo il 4 dicembre 2016, perso il referendum costituzionale, Matteo Renzi e il suo gruppo non hanno più avuto nulla da proporre. Ora, i suoi sostenitori chiedono di non farne un capro espiatorio, di non addossare a lui responsabilità che hanno dimensioni storiche e globali. In parte, essi hanno ragione; in parte, devono però ammettere che se Renzi poteva essere glorificato per l’effimero dato elettorale europeo del 41%, qualcosa adesso tocca addebitargli per il ben più pesante 18% delle elezioni politiche. A lui, ai suoi collaboratori e sostenitori.

Variazioni elettorali del PD

Al tracollo della sinistra hanno partecipato Liberi e Uguali e Potere al popolo. I primi, hanno mancato un risultato di rilievo nazionale, almeno il 5-6%, i secondi sono rimasti molto al di sotto della soglia di sbarramento. I due insuccessi mostrano che una non è la soluzione ai problemi dell’altra. Nella sinistra alternativa si può essere in continuità o in discontinuità, responsabili o radicali, moderati od estremisti, sobri o brilli, si perde lo stesso. Le spiegazioni tipo «Siamo appena nati», «Non ci hanno dato spazio», «Gli altri non hanno fatto un passo indietro», etc. oltre ad essere omissive, sono vittimistiche ed infantili, specie al tempo dei social media, dove si può esistere ed apparire anche senza essere invitati ai talk-show. L’unico momento in cui Liberi e Uguali ha determinato il dibattito politico è stato quando ha proposto l’abolizione delle tasse universitarie. Di Potere al popolo ci si è accorti solo per la proposta di abolire il 41 bis, il carcere duro per i mafiosi. Poi è certo vero che la logica maggioritaria e governativa e le sue leggi elettorali sono molto svantaggiose per le minoranze, specie se fuori dalle coalizioni, anche se quelle dentro non hanno certo fatto meglio, tuttavia questo non dipende da noi.

Per quale motivo si può scegliere di votare una minoranza? Perché evoca un passato di cui si ha molta nostalgia; perché evoca un futuro per il quale si ha una grande aspettativa; perché candida personalità molto attraenti. Liberi e Uguali ha evocato la nostalgia dell’Ulivo, dei Ds, del PD originario, ma è stata smentita da Prodi e Veltroni, più evocativi di D’Alema e Bersani, rispetto a quella esperienza che, in verità, al di fuori di un segmento simpatizzante, non è ricordata con grandi rimpianti, come invece accade per il PCI di Enrico Berlinguer. In più, Liberi e Uguali, nel rievocare l’Ulivo si è trovata in contraddizione con la sua collocazione e le sue dimensioni, nell’occupare lo spazio politico che fu di Rifondazione comunista.

Sulle elezioni politiche 2018

Risultati elezioni politiche 2018

E’ sempre un azzardo, per me, tentare di individuare e valutare l’elemento nuovo di una situazione, la novità che fa da spartiacque tra due periodi, chiude una storia e ne apre un’altra. Capita di indicarne uno, ma poi si rivela una meteora, tipo la rapida parabola di un leader. Capita di indicarne un altro, ma era già stato indicato la volta precedente, magari più volte, per esempio, la fine della seconda repubblica: fu la lettura delle elezioni del 2013, poiché il bipolarismo fondato sull’alternanza tra centrodestra e centrosinistra veniva rotto dal M5S, terza forza emergente ed equivalente.

I dati nuovi

Le novità delle elezioni 2018 stanno nel mutamento dei rapporti di forza tra i tre poli. Il centrosinistra, che era primo nel 2013, con 10.049.393 voti (29,55%), diventa terzo nel 2018 con 7 milioni e mezzo di voti (22,9%). Il centrodestra, che era secondo nel 2013 con 9.923.600 voti (29,18%), diventa primo nel 2018 con 12 milioni e centomila voti (37%). Il Movimento cinque stelle, che era terzo nel 2013 con 8.691.406 voti (25,56%), diventa secondo nel 2018 con 10 milioni e 700 mila voti (32,7%).

Se si guarda ai singoli partiti, si rimane impressionati: dal primato del M5S, che supera di slancio la soglia del 30 per cento; dal primato della Lega nel centrodestra, che passa dal 4 al 17 per cento; e dal crollo del PD, che scende sotto la soglia del 20 per cento. Il cosiddetto populismo – Lega (17,4%) e M5S (32,7%) – copre metà dell’elettorato e forse ha la maggioranza, ma è diviso tra due collocazioni politiche, una di destra, l’altro ambidestro e due collocazioni territoriali, una al nord, l’altro al sud. Forza Italia, scendendo dal 21,5 del 2013 in formato PDL al 14% del 2018, sembra definitivamente ridimensionata, anche per i limiti del suo leader e creatore. Il PD, cadendo dal 25,4% delle politiche 2013 e dal 41% delle Europee 2014 al 18,7% delle politiche 2018 paventa il rischio di ridursi come i socialisti francesi o greci, ma per adesso ottiene ancora una percentuale a due cifre, poco sopra quella desiderata da Liberi e Uguali.

Le costanti

Più agevole vedere le tendenze che dagli anni ‘90 e 2000, rimangono costanti, anche se più accentuate: il governo uscente perde le elezioni; la sinistra al governo diventa un partito liberale e il suo liberismo temperato è bocciato nelle urne, punito a sinistra, senza essere premiato a destra; la sinistra alternativa non intercetta la perdita di consensi della sinistra di governo; le sinistre vincono o perdono insieme; la divisione a sinistra annuncia la sconfitta come sintomo più che provocarla come causa.

Uno schema si ripete nella sinistra alternativa (la mia area di appartenenza): un istituto demoscopico ipotizza un potenziale elettorale intorno al 12-15%. I sondaggi oscillano tra il 6 e l’8%. Le urne mostrano una percentuale intorno alla soglia di sbarramento. Successe con la Sinistra arcobaleno nel 2008 e con la Lista Tsipras nelle europee del 2014, ma pure con le europee del 2009, con Rifondazione comunista e Sel divise, entrambe al 3 per cento o nel 2013 con una divisione simile tra Sel e Rivoluzione civile. Un’altra costante è la frammentazione della sinistra alternativa, che toglie credibilità a ciascuna sua componente. Va ricordato che, nel suo periodo migliore, gli anni ’90, Rifondazione comunista ottenne il suo massimo nel 1996 con l’8,5% e il suo minimo nel 1999, con il 4,3%.

Un copione che si ripete dopo il voto è la retorica del neonato, che rappresenta le sue ridotte dimensioni come punto di partenza. La usò persino Veltroni nel 2008, poiché pareva poco il 30% per il PD che unificava DS e Margherita. La usò Vendola per dire del 3% di Sel nel 2009. Oggi la usa Potere al popolo e qualcuno l’accenna in Liberi e Uguali. Un altra costante rischia di essere la smobilitazione dei cartelli elettorali e il ritorno alle frazioni che li componevano: Liberi e Uguali (Articolo Uno Mdp; Sinistra italiana, Possibile); Potere al Popolo (Rifondazione comunista, ex Pdci, Sinistra anticapitalista).

Il risultato di Liberi e Uguali

Il risultato deludente di Liberi e Uguali, che riconferma il dato di Sel del 2013 e, ad ogni modo, riesce ad entrare in parlamento, fa venire in mente pensieri facili: sono apparsi troppo prossimi al governo e al PD, perché Articolo Uno Mdp, in effetti, proviene dal PD ed ha atteso molto prima di uscirne, senza peraltro rompere su una chiara battaglia di contenuto sociale; poi ha atteso molto a promuovere la sua coalizione in attesa di un leader, già sindaco di Milano, a sua volta indeciso se allearsi con il PD. Nel frattempo il richiamo ha continuato ad evocare il vecchio Ulivo o un nuovo centrosinistra.

Formata la coalizione, si è data come come candidato premier, in modo improvvisato e verticistico, il presidente del senato ed ha trovato come ulteriore esponente di punta la presidente della camera, entrambi attaccati dagli avversari come fossero ministri in carica, in un contesto diffuso nel quale tanta parte dell’opinione pubblica confonde i ruoli istituzionali con quelli di governo. Salvo la proposta di abolire le tasse universitarie, Liberi e Uguali non è riuscita a qualificare la sua campagna elettorale con un messaggio chiaro e proposte incisive, mentre ha guadagnato attenzione con ipotesi e formule di governo: il governo del presidente, il governo di scopo, l’eventuale alleanza con il M5S.

Inoltre, Liberi e Uguali non si è fatto mancare di irritare le femministe con una denominazione maschile inclusiva, la gaffe delle foglioline sia pure indotta da un giornalista, alcune foto e alcune presenze esclusivamente maschili nelle conferenze stampa, compresa l’ultima post-elettorale. Laura Boldrini si è imposta di fatto, ma la sua lista non ha mostrato di valorizzarla: non ha puntato su di lei come candidata premier, neppure ha formalizzato un ticket con il candidato premier; né le ha mai dato spazio sul sito ufficiale, quasi tutto coperto dal candidato premier e dai tre segretari.

Tuttavia, non saprei misurare se, come e quanto questi aspetti abbiano davvero pesato sul dato di Liberi e Uguali. Temo che, se pure avessero fatto una campagna elettorale perfetta e tutte le scelte giuste, l’esito non sarebbe stato sostanzialmente diverso, perché la corrente contraria è troppo forte e la lista che ha provato a strizzare l’occhio al populismo, a presentarsi dura, pura e incontaminata, guidata da una donna, ha preso l’1,1 per cento. L’ondata populista, il tracollo del Partito democratico, la torsione maggioritaria che porta gli indecisi al cosiddetto voto utile, in questa fase forse non erano in alcun modo arginabili.