Se votare Macron al ballottaggio

Jean Luc MélenchonSono abbastanza d’accordo con l’analisi di Emiliano Brancaccio: il meno peggio (liberal-liberista) alimenta il peggio (fascista). Una politica che aumenta la competitività, accresce i profitti e riduce i debiti è una politica che allarga la forbice delle diseguaglianze, impoverisce il ceto medio e i ceti più deboli. Di conseguenza, questi ceti cercano un’alternativa al liberal-liberismo e si rivolgono ai partiti di estrema destra.

In verità, questi ceti si rivolgono anche ai partiti di estrema sinistra, come dimostrano le vittorie o le buone affermazioni elettorali di Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, France insoumise in Francia o l’emergere di leader come Bernie Sanders tra i democratici Usa o Jeremy Corbyn tra i laburisti britannici. In Italia, ancora non succede, la sinistra resta debole e frammentata, il suo spazio è assorbito dal M5S, un movimento populista ambidestro. Forse, la situazione italiana è il retaggio delle passate corresponsabilità di Rifondazione comunista con i governi di centrosinistra.

Si può capire allora che Melenchon in Francia, non voglia omologarsi ad un fronte nazionale contro il Front National. Se accadesse verrebbe meno un vero ed efficace argine al fascismo. Perciò, l’aggressività di liberali e socialdemocratici nel pretendere l’applicazione automatica della logica del ballottaggio da parte degli elettori di sinistra risulta irritante e controproducente, come spesso capita quando persone che si presumono razionali si mettono a sgridare una presunta irrazionalità. Peraltro, nell’ipotesi di un ballottaggio tra Melenchon e Le Pen lo stesso comportamento dei liberali sarebbe incerto.

Meglio la scelta di Melenchon di affidarsi all’intelligenza dei propri elettori, senza imperativi frontisti o equidistanti: chiede loro se astenersi o votare Macron; una consultazione che esclude il voto a Le Pen e dunque segna una differenza. Egli dichiara che andrà a votare e che non voterà mai per il Front National. In questo senso, sono in disaccordo con la conclusione che Brancaccio fa discendere dalla sua analisi: quella di distinguersi con una esplicita indicazione di astensione, una indicazione troppo prossima alla logica del tanto peggio tanto meglio, poiché non si capisce in che modo astenersi costituirebbe un miglior argine al peggio tra le due opzioni possibili.

Io, alla consultazione di Melenchon, opterei per il voto a Macron, senza suonare grancasse, senza farne una bandiera, non per sostenere una politica, ma per scegliere il governo a cui fare opposizione, dato che il mio candidato al ballottaggio, per pochi voti, non c’è, ma potrà esserci in futuro, perché non è scritto da nessuna parte che l’alternativa al liberismo non possa essere di sinistra. Una sinistra che non si confonde con i liberisti e tiene ferma la discriminante antifascista.

Sulle presidenziali francesi 2017

Risultati presidenziali francesi 2017

Al primo turno delle presidenziali francesi avrei votato per Hamon (socialista), o per Melenchon, (sinistra radicale), perché io sono di sinistra ed è nella logica del doppio turno, che al primo si voti il candidato più vicino e al secondo, eventualmente, il candidato meno lontano. Così al secondo turno voterei Macron, perché il liberalismo mi è sempre meno lontano del fascismo. Tuttavia, il liberalismo non garantisce uno sviluppo indefinito, uno sviluppo per tutti e, nelle fasi di crisi, non sa proteggere il ceto medio e i ceti più poveri. Di conseguenza questi ceti cercano riparo presso forze non tradizionali ed anche illiberali. Marine Le Pen non ha primeggiato e rimarrà isolata. Dunque, probabilmente perderà, ma la sua pronosticata sconfitta avverrà comunque in una traiettoria ascendente. Nel 2002, l’accesso al ballottaggio del Front National fu una sorpresa, nel 2017 è un dato previsto, che può stabilizzarsi nel quadro politico francese.

Macron, oggi pare un argine e una possibile alternativa: giovane, non compromesso con i governi precedenti ed i partiti tradizionali, anche se è stato iscritto al PS e per breve tempo ministro sotto Hollande. Il suo programma, tuttavia, rimane nel solco della tradizione neoliberale: vuole tagliare la spesa pubblica, abbassare le tasse, ridurre il pubblico impiego, approvare gli accordi commerciali internazionali, liberalizzare il mercato del lavoro, attenuare la legge sulle 35 ore di lavoro settimanali. Su alcuni punti del programma sociale, il Front National, lo scavalca paradossalmente a sinistra. Marine Le Pen vuole mantenere le 35 ore, abbassare l’età pensionabile a 60 anni, aumentare le tutele per i lavoratori francesi. Macron propone di accelerare l’integrazione europea ed è più aperto nell’accoglienza ai migranti: è favorevole allo ius soli, ma concede alla sua avversaria di voler rafforzare i controlli alle frontiere e accorciare i tempi degli esami per le richieste di asilo. Insomma, un confronto tra un europeismo neoliberale e un protezionismo nazionalista, con il primo che, dalla posizione di un governo minoritario nel paese, alimenta il secondo.

Dato il suo essere vincente, Macron suggestiona buona parte dei democratici italiani. Matteo Renzi, ne ha già imitato il motto En marché (In cammino). Renzi, in effetti, è giovane, ma ormai usurato come leader del PD e presidente del consiglio, per giunta sconfitto nel referendum costituzionale. Macron è un consigliere economico competente svincolato dalle appartenenze, una novità in Francia. In Italia, tecnici indipendenti legati al mondo della finanza, ne abbiamo già avuti, fin dal 1993. Così, un Macron ex novo, non ce l’abbiamo. Anche se lo avessimo, il suo risultato francese sarebbe insufficiente in Italia. Qui, con otto milioni e mezzo di voti e il 24%, non si arriva primi e se ci si arriva bisogna comunque allearsi con altri; una possibilità disponibile anche per gli avversari. In Italia, non c’è un pericolo isolato all’estrema destra, espressione della provincia rurale, c’è il M5S, un movimento ibrido tra Le Pen e Melenchon, capace di vincere in grandi città come Roma e Torino, proprio con un sistema a doppio turno.

Se ai nostri liberali manca un Macron, a sinistra non abbiamo un Melenchon. O un Iglesias, uno Tsipras, un Sanders, un Courbyn, una personalità in grado di superare la frammentazione patologica di tutto quel che esiste alla sinistra del PD. Melenchon ha ottenuto un ottimo risultato, ridimensionato solo dal fatto di essere stato preceduto da pronostici troppo favorevoli fino ad essere dato come possibile candidato al ballottaggio: non aver raggiunto quell’obiettivo adesso sembra una sconfitta. Ma, se Le Pen ha mancato il primato è anche merito suo e solo poco tempo fa, una sinistra radicale prossima al 20% in Francia era inimmaginabile. Oggi con Hamon, candidato di sinistra del PS, farebbe il 26%. Questo può essere se non il modello, la speranza: riuscire a realizzare tra breve, quel che adesso sembra impossibile.

Riferimenti:
[>] Elezioni presidenziali in Francia del 2017 (Wikipedia)
[>] Due idee diverse di Francia (Il Post, 24.04.2018)
[>] Macron e Le Pen andranno al ballottaggio (Il Post, 24.04.2018)

L’amnistia e il sovraffollamento carcerario

amnistiaNel giorno di Pasqua, a Roma, i radicali hanno marciato e chiesto l’amnistia, per liberare le carceri sovraffollate. Nel novembre 2016, 54 mila detenuti occupavano uno spazio previsto per 49.700 persone. La causa radicale è giusta e corrisponde ad un principio costituzionale: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. L’iniziativa è lodevole, perché sta agli antipodi della demagogia e del populismo. Lottare per i diritti umani dei detenuti, non è un tema che porta facili consensi, semmai li aliena.

Resta da vedere se l’amnistia sia la soluzione più efficace, per risolvere il problema. Può esserlo come soluzione d’emergenza, come lo fu l’indulto nel 2006 (già tre anni dopo le carceri risultavano di nuovo piene). L’indulto fu criticato per essere stato esteso anche all’omicidio volontario e per non aver potuto sfoltire i processi, dato che il provvedimento estingueva la pena, ma non il reato. L’amnistia invece estingue il reato e quindi i relativi procedimenti giudiziari, a vantaggio dei processi riguardanti i reati non amnistiati, si suppone i più gravi ed importanti, così salvati dalla prescrizione. L’amnistia, se circoscritta ai reati minori, lascia in carcere gli individui socialmente pericolosi e non ha dunque motivo di suscitare allarme sociale.

Tuttavia, dal 1992, l’amnistia, come l’indulto, compete al parlamento e richiede la maggioranza qualificata dei due terzi. La scelta dei reati da estinguere diventa facilmente oggetto di trattativa tra i partiti, con la tentazione da parte di alcuni di voler includere i reati riguardanti la corruzione politica o altri interessi del proprio elettorato. Il prevedibile conflitto può bloccare il provvedimento o snaturarlo. Oppure, più semplicemente, la destra, il M5S possono impugnare l’argomento securitario a fini di propaganda elettorale; il PD, condizionato dall’allenza con Alfano, non avrebbe la forza di reggere il confronto. Alla marcia radicale era presente solo il gruppo di Sinistra Italiana. Va detto, che vi era pure la ministra Beatrice Lorenzin.

Se anche un’amnistia riuscisse a passare – effetto comunque importante per i detenuti di oggi – il problema del sovraffollamento carcerario, come si è già visto, si riproporrebbe entro pochi anni. Per evitarlo, occorre depenalizzare quei reati che più contribuiscono a popolare inutilmente le carceri. La Corte Costituzionale ha abolito la legge Fini-Giovanardi, sul consumo di droghe leggere. Ciò ha in parte attenuato l’aumento della popolazione carceraria. Il parlamento, con la sola maggioranza semplice (ipotizzando un coraggio che l’attuale governo non ha), può proseguire l’opera e, per esempio, abolire la Bossi-Fini, in particolare il reato d’immigrazione clandestina; inoltre, può adeguare i requisiti di accesso alle pene alternative alla condizione delle persone senza fissa dimora e senza lavoro. In tal modo, si, l’amnistia può essere propedeutica ad una riforma della giustizia.

Riferimenti:
[>] Perché l’Amnistia serve a tutti i cittadini (anche a quelli liberi) (Radicali, 19.12.2012)
[>] Radicali in marcia per l’amnistia. “Non abbiamo molti alleati, andiamo dal Papa” (HuffPost, 16.04.2017)
[>] Dietro le sbarre: nelle carceri italiane 54mila detenuti. Ma i posti letto ancora non bastano (Repubblica, 10.11.2016)

Cercate ancora

Non ho una mia ricerca come può averla uno scienziato, un filosofo, un politico, ossia una persona che investe tutto il tempo e l’energia nel pensare e studiare una determinata questione, per riuscire a risolverla o a realizzarla. Ho solo una tensione dilettante ad interessarmi di alcuni temi specialistici, in un tempo storico nel quale è venuta meno la possibilità di scegliere tra grandi alternative di società. E quindi, per me, la possibilità di impegnarmi in un progetto politico praticabile, per un superamento del capitalismo.

Claudio NapoleoniCosì, mi riconosco idealmente nell’appello Cercate ancora, che io associo a Claudio Napoleoni, illustre economista marxista, morto nel 1988. Egli, verso la fine della sua vita, pensò che il tramonto delle grandi ideologie politiche determinasse un vuoto di valori, che non poteva essere colmato solo dall’impegno sociale, un vuoto che testimonia un bisogno di fede, di ritorno all’esperienza religiosa, con implicita l’idea di una giustizia ultraterrena, una vita che continua dopo la morte. Il suo richiamo era alla tesi di Martin Heidegger, secondo cui ormai solo un dio ci può salvare (Der Spiegel, 1966).

Mi sento suggestionato da questa visione; mi interessa, ma senza riuscire a crederci. Se pure esistesse una vita oltre la morte sarebbe qualcosa di simile alla vita prima della nascita: una condizione della quale non si ha memoria nella vita terrena e nella quale non si ha memoria della vita terrena; una condizione senza il senso della continuità, dunque senza senso. Posso condividere l’idea che l’opposizione alla società del dominio non sia pensabile solo in termini laici e necessiti di un riferimento alla dimensione religiosa, ma io questo riferimento non sono capace di concepirlo.

Carla LonziAllora, l’invito a cercare ancora lo intendo in modo laico, allo scopo di far risorgere un pensiero, una nuova grande ideologia politica di liberazione, una visione del mondo, nel senso della giustizia (e della libertà) capace di ispirare i valori individuali e collettivi e di orientare la politica su questa terra. Al momento, sono la cultura e la pratica femminista ad avere le risorse per dare linfa a questa prospettiva, perché hanno saputo mettere in discussione la radice di ogni società del dominio: il patriarcato. Nell’incontro con il movimento delle donne ho iniziato a comprendere la parzialità dei miei ideali universalistici e la mia stessa parzialità di uomo. Il femminismo può essere la nuova visione del mondo o la strada per cercarla.

Il manifesto della comunicazione non ostile

Imparare a comunicare con educazione, per rispettare gli altri e le altre, che pure dietro al monitor sono persone in carne e ossa, e per difendere sul serio la libertà d’espressione

Il manifesto della comunicazione non ostile

Rosy Russo, una creativa, esperta di comunicazione, mediante un sito e una pagina fb, ha riunito intorno a sé personalità della cultura, della politica, dell’informazione, tra cui Laura Boldrini, Enrico Mentana, Gianni Morandi ed ha tenuto un convegno a Trieste il 17-18 febbraio, per promuovere il manifesto della comunicazione non ostile. L’obiettivo è formare un movimento di opinione più attento e sensibile all’educazione e al rispetto nelle relazioni virtuali, perché il virtuale è reale, come afferma il primo principio del decalogo. Un resoconto del convegno di Trieste lo ha scritto Annamaria Testa.

So per esperienza, dai tempi della prima Internet, e lo rivedo in occasione delle discussioni intorno a questo manifesto, che voler trattare il tema di una comunicazione più civile, provoca un riflesso condizionato negativo in alcune persone: esse dicono di temere la censura e una normativa più restrittiva a danno del diritto di critica e della libertà di espressione. È una preoccupazione da tenere presente, senza farne una paranoia paralizzante. Il manifesto presentato punta sulla sensibilizzazione e sull’educazione, senza proporre di intervenire sulle leggi o sugli algoritmi. Il processo alle intenzioni è, in effetti, parte della comunicazione ostile.

L’importante è iniziare a parlarne, anche per scongiurare e prevenire davvero politiche censorie, che possono trovare facili giustificazioni proprio nel far west: ambiente di banditi e sceriffi. L’ostilità in rete ha spesso uno sfondo subculturale di tipo sessista e razzista, che non permette di ridurla ad una privata faccenda giudiziaria tra aggredito e aggressore. Per converso, molti libertari, tolleranti con gli aggressori, meno con chi li critica, sono in genere fuori dal bersaglio delle aggressioni. La comunicazione ostile è essa stessa una forma molto pesante di censura, nell’effetto di silenziare, allontanare ed escludere le persone colpite, qualcuna spinta persino al suicidio. Perciò, l’iniziativa di Trieste mi piace, ho firmato e diffuso il manifesto; per come posso, dò la mia adesione.

Il centrosinistra? Meglio la sinistra

Negli anni ’60 il centro era la Democrazia cristiana. Negli anni ’90, solo un prefisso retorico, per contendersi uno spazio e sfumare un profilo politico

Prima pagina dell'Avanti organo del PSI

Bersani non aderisce al PD, ma – dice – resto nel centrosinistra. Secondo D’Alema, rimosso Renzi, il centrosinistra tornerà ad essere unito. Intanto, io continuo a sentirmi un po’ estraneo rispetto ad un’area politica così definita.

Il centrosinistra, per me, era e rimane l’alleanza di governo tra la Democrazia cristiana e il Partito socialista italiano, negli anni ’60. La formula aveva un senso, i rapporti di forza erano favorevoli alla Dc, il partito che, negli anni ’50, governava quasi da solo, con il supporto di alleati moderati minori (fase del centrismo), poi, persa una parte del consenso, sceglieva di cooptare al governo la più piccola e moderata delle due sinistre, il PSI. La collocazione di centro della DC, come degli alleati minori, il PRI, il PLI, pur in una situazione di bipartitismo imperfetto, si giustificava con il fatto che la parola destra evocava ancora il fascismo.

L’etichetta di centrosinistra degli anni ’90 è un’altra cosa. Designa l’Ulivo, l’alleanza tra il Partito democratico della sinistra (PDS), erede del PCI, e il Partito Popolare (PP), erede della sinistra democristiana; in seguito dei DS e della Margherita. Coalizione alternativa al centrodestra, a sua volta formato da Forza Italia (autodefinita di centro), Alleanza nazionale (autodefinita di destra), Lega nord (autodefinita né di destra, né di sinistra, come molti movimenti fascistoidi, ultimo il M5S). Il prefisso centro, usato da entrambe le alleanze, si elide reciprocamente. Nel bipolarismo, il centro non è più una forza autonoma e omogenea, è solo una zona di frontiera tra destra e sinistra, rispetto alla quale si sta di quà o di là.

L’uso del centro come prefisso è una trovata retorica, per uno spazio conteso. Mostra una sfumatura del profilo politico in virtù di una scuola di pensiero secondo la quale le elezioni si vincono al centro, nella conquista dei voti moderati. Con il ritorno al proporzionale, può riformarsi un partito di centro, come lo era la DC, pur se mancano altre condizioni, per prima la possibilità di redistribuire consistenti risorse pubbliche. Anche nel perseguire l’alleanza con una forza di questo tipo, la questione che si pone al gruppo che fuoriesce dal PD è la ricostruzione e la riunificazione del campo della sinistra. Che, al momento, io so immaginare solo come un partito del (o per il) lavoro (produttivo e riproduttivo).

Sulla scissione del PD

Le separazioni sono impopolari. La sinistra si scinde come gli altri. Una scissione può anche mettere ordine. La minoranza si separa a ragione per salvarsi

scissione-pdLe scissioni sono malviste, hanno cattiva stampa. Come le separazioni sembrano contro natura, perché spezzano legami amicali e parentali. Chi sceglie di separarsi si sente in colpa e prova a gettare la responsabilità sull’altro. In politica, pare aumentino l’instabilità e la frammentazione: ecco un altro partito; e dipenda dall’iniziativa di minoranze incapaci di perdere. Il brutto alone della scissione e quello altrettanto del minoritario perdente si rinforzano in negativo a vicenda. Se accade a sinistra, si collega come una barzelletta alla storia delle scissioni socialiste e comuniste. Questa reputazione della scissione spiega qualcosa del comportamento esitante e contraddittorio della minoranza del PD.

Le divisioni del PD, più che appartenere alla famiglia delle scissioni di sinistra, sono parenti delle continue disarticolazioni dei partiti della cosiddetta seconda repubblica, effetto di leaderismi esclusivi. Da Berlusconi si sono scissi Fini, Alfano, Fitto e Verdini; da Bossi: Rocchetta e Pivetti, poi da Salvini: Tosi; la diaspora democristiana ha visti divisi Segni, Buttiglione, e la coppia Casini e Mastella; poi Buttiglione da Bianco; poi Mastella da Casini; poi Follini da Casini; all’estrema destra esistono almeno tre formazioni: Fratelli d’Italia, Forza Nuova e Casapound; da Grillo si è scissa una pattuglia di senatori, poi vari esponenti epurati da Flavia a Pizzarotti. Perché il PD dovrebbe essere da meno? Si è già vista la scissione da sinistra di Mussi e quella da destra di Rutelli.

Nonostante il senso di sfilacciamento e confusione dato dalla rassegna delle separazioni, la scissione di un partito ha le sue potenzialità: può razionalizzare il quadro politico, se ad una separazione seguono altre riunificazioni, che mettono in ordine le pere con le pere e le mele con le mele. Molto sta nel riconquistare il senso di questa distinzione. I trasformismi di questi anni sono stati favoriti da una politica indifferenziata. Invece sotto il governo Renzi, le discriminanti su scuola, lavoro, istituzioni, sono parse abbastanza nette e la convivenza davvero forzata. Un’altra cosa che ha colpito, in un partito di solito più civile degli altri, è il venir meno del rispetto, in particolare il bullismo di una parte dei renziani contro esponenti della minoranza. La messa in scena, senza imbarazzo, di pessime relazioni personali. Così come il contrapporsi in modo ostentato all’Anpi e alla Cgil.

I termini della divisione, una normale lotta di potere tra maschi, oggi sono confusi. Paiono una disputa sulla data del congresso, prima o dopo le amministrative, anche in funzione della scadenza della legislatura, che Renzi vorrebbe anticipare e i suoi oppositori no. La questione del congresso pare ben spiegata da Emanuele Macaluso, secondo il quale Renzi lo stravolgerebbe in un plebiscito su se stesso, con le primarie aperte a tutti. I renziani invece spiegano che il nodo vero è la volontà di far fuori Renzi. Ma la minoranza, finché tale, non dispone di questo potere in nessun tipo di congresso. La maggioranza invece ha il potere di far fuori la minoranza dalle liste elettorali e la cosa, in un partito del leader, ha senso. Il desiderio di avere gruppi omogenei è naturale; se l’omogeneità si realizza mediante il confronto, richiede tempo e mediazioni; un leader che invece fa della rapidità una sua arma, ha bisogno di gruppi obbedienti e affidabili.