Il conflitto Grasso-Boldrini e la possibile alleanza tra Liberi e Uguali e il M5S

Laura Boldrini intervistata da Lilli Gruber

Forse, Laura Boldrini si è sbilanciata nel chiudere la porta al M5S, ma per tenerla aperta, Pietro Grasso le ha dato una risposta inadeguata. O meglio, l’ha data a SkyTg24, per dire che non decide lei, decide lui. Rappresentandosi, in tal modo, come uomo solo al comando, nel rapporto con il suo partito (salvo negarlo quando la domanda successiva passa dal dualismo con Boldrini al dualismo con D’Alema) e come maschio alpha, nel rapporto con una donna di pari autorità. Il ruolo di leader, di un leader forte, non implica affatto, nella gestione del dissenso, una sottrazione di autorità nei confronti dell’altro e, in special modo, dell’altra. Lo implica invece una leadership debole.

Lo puntualizzo dopo aver biasimato, in un precedente post, le critiche demolitorie nei confronti di Grasso. Il leader va sostenuto. Egli, a sua volta, sostiene i suoi compagni e le sue compagne, in un circolo virtuoso di autorità. In seguito, Grasso si è corretto nell’assumersi la responsabilità di ricondurre a sintesi il pluralismo. Questa formula, ineccepibile, non avrebbe offerto il pretesto ad un giornale avversario di titolare «Boldrini umiliata da Grasso». Il verbo umiliare sui fogli di destra è spesso usato per infierire sulle donne. Anche questo richiede attenzione. Un partito coerentemente di sinistra, che dica di battersi per una vera parità di genere – concetto discutibile, ma ora diamolo per buono – oltre a promuovere le donne a responsabilità e cariche elettive, dà l’esempio nel riconoscimento e nel rispetto dell’autorità femminile.

Il che non significa che alle donne si dà sempre ragione. Anzi, la differenza sessuale comporta il conflitto tra i sessi. È probabile – l’ho visto molte volte – che il gioco tattico, la manovra politica, appassioni gli uomini ed interessi poco le donne, più legate al senso pratico del fare politica. D’altra parte, il gioco tattico disancorato da un sistema di valori, una visione strategia, una rappresentanza di interessi, vale ben poco. Così, questa idea di aprire al M5S, che io trovo tatticamente quasi intelligente, può non convincere una donna che ha lavorato per il rispetto delle sue simili, dei diritti umani e delle istituzioni. Il suo punto di vista è bene concorra al processo decisionale. La ricchezza del pluralismo, per non essere una formula vuota, richiede che nessuno sia ridimensionato. Laura Boldrini, forse si è sbilanciata, ma non ha tolto autorità a nessuno.

Pietro Grasso intervistato da Maria Latella

Condivido la filosofia del mai dire mai e credo di capire il ragionamento di Grasso (Bersani, Fratoianni e altri): aprire al M5S ci svincola dalla sola interlocuzione con il PD ed aumenta il potere contrattuale nei confronti dello stesso PD. Il M5S non è costitutivamente di destra, è ondivago e opportunista: non sarebbe sorprendente se convergesse su alcuni punti di sinistra, tali da permettere un accordo, peraltro parte del suo programma sociale è già di sinistra. Dopo il 4 marzo, Il M5S potrebbe essere il primo partito ed avere bisogno, in modo determinante, dei voti di LeU per formare un governo. Oppure LeU potrebbe svolgere un ruolo di cerniera per un governo più largo che coinvolga anche il PD. Si dice, si valuterà la situazione dopo il voto, sulla base dei programmi, dato il sistema prevalentemente proporzionale.

Tuttavia, continuare a ripetere che non esistono pregiudiziali nei confronti del M5S, nei codici della politica, significa indicare una preferenza. Dunque, la questione è già posta prima del voto e presenta alcuni nodi. Un accordo è un compromesso nel quale devi rinunciare a qualcosa, se sei il più piccolo tra gli alleati, devi rinunciare anche a molto. Un potenziale alleato ritenuto ondivago, per non ritenerlo di destra, rimane inaffidabile per un accordo di programma, specie nel quadro di un rapporto di forze sfavorevole. Vero che LeU sarebbe determinante, ma nel trasformismo dei parlamenti italiani, le forze minoritarie determinanti sono state spesso sostituite dall’apposita formazione di nuovi gruppi minoritari, per sostenere i governi. Un fallimento dell’accordo, non sarebbe a costo zero. Inoltre, un movimento politico non è solo il suo programma, è anche la sua cultura politica, il suo personale politico. Sulla base del solo programma, la sinistra, in passato, avrebbe potuto considerare il dialogo con i proponenti del programma di San Sepolcro del 1919, che fu, in effetti, la base per l’appello ai fratelli in camicia nera del 1936. La cultura politica dei 5 stelle, per una intera legislatura, si è mostrata impregnata di qualunquismo, xenofobia, e sessismo. Il suo personale politico si è mostrato di una ignoranza e incompetenza imbarazzanti. Molto difficile che tutto questo sia ripulito in un passaggio elettorale.

Infine, immagino, speriamo, che Liberi e Uguali diventi un soggetto politico stabile, strutturato e radicato, ben oltre il cartello elettorale: un nuovo partito di sinistra, che innesti sulla tradizione del movimento operaio, l’antirazzismo, l’ambientalismo e il femminismo. Possiamo magari crederci poco e sperarci molto, ma una cosa pensiamo di saperla: che un partito a struttura forte non nasce e non si costruisce stando al governo e stare al governo non è obbligatorio.

 

Università gratuita, se diritto universale

Pietro Grasso - Abolizione delle tasse universitarie

Se l’istruzione superiore è un diritto universale, è giusto che l’accesso sia gratuito. Se invece è un servizio a domanda individuale, è giusto pagare una contribuzione per accedervi, secondo il proprio reddito. Questo è il discrimine tra una visione politica socialista ed una liberale e conservatrice.

Senza tener conto di questo discrimine, l’idea di Pietro Grasso di abolire le tasse universitarie è finita, per alcune ore, nel calderone delle promesse demagogiche e populiste. Questo, per via della competizione elettorale, che porta a respingere una proposta avversaria, persino da parte di coloro che l’hanno nel proprio programma (Potere al popolo). E per via del fatto che ci siamo ormai disabituati a pensare in modo socialista.

Così, di fronte alla proposta di Grasso, l’unica cosa che viene in mente è il paragone con le politiche di destra che vogliono ridurre le tasse ai ricchi, poiché sono soprattutto i ricchi a pagare le tasse universitarie, proprio in virtù del fatto che quelle tasse sbarrano l’accesso ai poveri, come dimostrato dal parziale aumento delle immatricolazioni dopo le esenzioni per i meno abbienti. Esenzioni insufficienti sul piano economico, dato che i redditi di 30 mila euro devono pagare almeno un migliaio di euro e inadeguate sul piano simbolico, dato che vanno a formare liste di poveri oggetto di compassionevole concessione.

Al contrario, nella visione di un welfare universalistico, come avviene per la sanità e per la scuola dell’obbligo, l’accesso è gratuito, un diritto per tutti, senza distinzioni di reddito ed il finanziamento è garantito dalla fiscalità generale, che deve, questa si, essere progressiva, secondo il dettato costituzionale. Ciò vuol dire che l’Università deve essere finanziata anche dai ricchi che non la frequentano o che non la frequentano più.

Jeremy Corbyn - Bernie Sanders

A differenza delle proposte realmente populiste, quella di Grasso ha suscitato un ampio dibattito e molti articoli di approfondimento sullo stato dell’istruzione in Italia e sulle comparazioni tra il nostro e gli altri paesi europei. Per cui si può vedere come il modello ispiratore della proposta sia quello scandinavo o, se si pensa ad una contribuzione minima, quello della Germania. Peraltro, nonostante Trump sia stato evocato a sproposito, a proporre l’abolizione delle tasse universitarie sono stati Bernie Sanders negli Stati Uniti e Geremy Corbyn in Gran Bretagna.


Riferimenti:
[^] Pietro Grasso spiega la proposta di abolire le tasse universitarie
[^] Università gratuita: che vuole dire, perché è giusto, perché fa scandalo? – Claudia Pratelli – HuffPost
[^] Accesso, tasse universitarie e sostegno agli studenti: siamo il paese peggiore dove studiare – Angelo Romano – Valigia Blu

Se un leader è necessario, si sostiene

Pietro Grasso - Solidarietà ai lavoratori dell'Ideal Standard

Un leader appena scelto, in vista di elezioni molto vicine, prima si sostiene poi, eventualmente, si critica. Questo, nell’interesse del gruppo che ritiene necessario avere un leader. Lo penso dopo aver letto due articoli contro Pietro Grasso: uno a firma di Alessandro De Angelis sull’HuffPost, l’altro a firma di Peppino Caldarola su Lettera43. Due firme vicine a Liberi e Uguali e soprattutto a Massimo D’Alema. Il quale del progetto di LeU è il principale ispiratore. Grazie a lui, alla sua esplicita posizione contraria nel referendum costituzionale, la minoranza PD ha potuto rendersi autonoma in modo definitivo da Matteo Renzi e dare vita ad una nuova formazione politica. D’Alema ne potrebbe essere il capo naturale, ma lui, da buon «ex PCI» ha un complesso di legittimazione e preferisce delegare un altro. Da qui il ritornello renziano su chi comanda in Liberi e Uguali.

La contraddizione emerge nella formazione delle liste, dove si misurano i rapporti di forza tra le componenti del movimento (Mdp, Sinistra italiana, Possibile) e tra i partiti e gli indipendenti (Grasso, Boldrini, Muroni), che, in una logica di partito, finiscono per essere visti come una componente a sé. A Grasso è attribuita la richiesta di dieci indipendenti nelle liste. Una richiesta ritenuta eccessiva dai partiti (o da alcuni di loro), perché il futuro gruppo parlamentare di LeU sarà prevedibilmente dimezzato rispetto all’insieme dei parlamentari uscenti dei tre gruppi promotori. Quindi, per ridurne le pretese, arrivano le critiche al leader, troppo lento, poco connesso emotivamente con il popolo di sinistra, abituato alle deferenze, etc. Critiche poco misurate, dannose per l’autorità del leader e la credibilità di un movimento, evidentemente incapace di scegliersi una guida adeguata.

Raffaella Muroni - Solidarietà ai lavoratori dell'Ideal Standard

Ignoro quanto le critiche siano fondate. Mi dispiace l’abuso della retorica demolitoria. La lentezza e la flemma che ricordano Antonio Ingroia, preso in giro da Maurizio Crozza possono ricordare anche Romano Prodi, il padre dell’Ulivo, imitato da Corrado Guzzanti. La connessione emotiva con il popolo di sinistra (un tema caro a D’Alema fin dai tempi di Occhetto), possono interpretarla i leader dei vari gruppi di sinistra, che non spariscono in virtù del candidato premier. Per ciò che concerne la scelta della coordinatrice della campagna elettorale, Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente, mi pare buono che si tratti di una donna e di un’ambientalista e a giustificarla credo basti il rapporto di fiducia con il candidato premier. Molto esagerato è il paragone con il giglio magico di Renzi che rimanda ad amicizie consolidate e a volontà di esclusione.

Un’analogia che mi viene in mente è quella della Rifondazione degli anni ‘90. Un partito costruito da Armando Cossutta, il quale non poteva, né voleva esserne il segretario: scelse un amministratore delegato, prima Sergio Garavini, poi Fausto Bertinotti, con il presupposto di un vincolo determinante. In entrambi i casi, il vincolo fu rotto da un duello disastroso. Il copione per Cossutta si ripeté persino nel Pdci con il fedelissimo Oliviero Diliberto. Cossutta non seppe scegliere tra la rinuncia a fare il capo e il consentire che il capo lo facesse un altro. Neppure puntò su una leadership collegiale che del capo sa fare a meno. L’importanza della funzione e della figura del capo fu uno degli elementi che distinse nella storia il movimento comunista dalla socialdemocrazia. Il tempo di metterlo in discussione ha coinciso con il sopravvento del leaderismo mediatico.

La presidente della Camera, Laura Boldrini, durante il brindisi di Natale, Roma, 22 dicembre 2017

Il complesso di legittimazione rende D’Alema simile a Cossutta. Non gli sono sfavorevole: un leader che ha sbagliato, può correggersi e avere nuove possibilità. Ho trovato incivile la rottamazione. Spero sappia sottrarsi all’effetto configurante delle caricature fatte ai suoi danni. Né mi sento particolarmente favorevole alla leadership di Pietro Grasso, anche se ritengo che avere i due presidenti del parlamento alla testa del movimento sia un elemento di forza da non indebolire, specie con argomenti che rasentano il populismo. Personalmente, avrei preferito la scelta di Laura Boldrini e una leadership caratterizzata da una forte relazione tra donne, un giglio magico femminile, poiché aderisco al pregiudizio secondo il quale le donne peggio degli uomini non possono fare.

Sul caso Boschi Etruria

Maria Elena Boschi a Otto e mezzo

Maria Elena Boschi è accusata dalle opposizioni e da alcuni organi d’informazione, in particolare il Fatto Quotidiano, di aver abusato del suo ruolo di governo per favorire il salvataggio di Banca Etruria, l’istituto di credito nel quale suo padre era vicepresidente, suo fratello impiegato e lei stessa detentrice di un piccolo pacchetto di azioni, circa 1.500 euro.

Il conflitto d’interessi

Le accuse si fondano su un procedimento induttivo. C’è il contesto del conflitto d’interessi: una banca con il padre vicepresidente e un governo con la figlia ministra; il governo ha competenza sulle banche; interviene per trasformare le banche popolari in società per azioni, poi per gestire le insolvenze. C’è la figlia ministra che, pur senza deleghe in materia economica e finanziaria, incontra alcune personalità, per parlare delle banche del suo territorio: l’ad di Unicredit, il presidente della Consob, il vicepresidente di Bankitalia. Nessuna di queste personalità afferma di aver subito pressioni dalla ministra, ma gli accusatori sostengono che la ministra interessata per questioni familiari, costituisca una pressione implicita con la sua sola presenza in colloqui non giustificati dal suo ruolo, quello di ministro dei rapporti con il parlamento. In più, il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, dichiara di non aver autorizzato membri del governo a trattare con altri in materia bancaria, né di aver ricevuto resoconto di iniziative da lui non autorizzate.

Il quadro così delineato mostra, dunque, un conflitto d’interessi e una diplomazia parallela da parte dell’allora ministra Boschi, tanto da rendere plausibile il sospetto, l’imbarazzo, la critica e la richiesta di un chiarimento. Non mostra invece atti da lei compiuti, o effetti favorevoli al suo interesse privato e dannosi per l’interesse pubblico, tali da sostenere una concreta accusa di favoritismo. Non ci sono, quindi, elementi sufficienti, per impostare una campagna volta ad ottenere le dimissioni della sottosegretaria, la rinuncia della sua candidatura, la fine della sua carriera politica.

Personalmente, penso che in politica sia inevitabile e forse anche necessaria una certa misura di informalità nei rapporti, che una ministra, ancorché parlamentare, sia legittimata ad occuparsi degli affari del suo territorio, ma che in presenza di interessi privati suoi e della sua famiglia, debba astenersi dall’interferire, per galateo e senso dell’opportunità. Diversamente, getta un ombra su di sé, sul suo operato, sul suo stile.

Il supplemento sessista

Travaglio imitatrice Boschi

Anche se Banca Etruria ha un peso specifico relativo, Maria Elena Boschi è molto pesante in quanto sottosegretaria del governo e principale alleata di Matteo Renzi. Di fatto è la seconda personalità del Partito democratico. Questo spiega gran parte dell’interesse per la vicenda. Lei lo afferma: colpiscono me, per colpire il Partito democratico. Afferma, inoltre, di essere colpita in quanto donna. Si riferisce, in particolare, a Marco Travaglio. Una dichiarazione giudicata strumentale, perché le ragioni per cui è attaccata sono politiche (il conflitto d’interessi, la sua appartenza al PD). Tuttavia, il sessismo come modalità e causa supplementare esiste. Basta vedere i titoli, le foto, le battute, le vignette e persino uno spettacolo teatrale inscenato dallo stesso Travaglio con una imitatrice poco vestita di Maria Elena Boschi. C’è da chiedersi perché, proprio mentre la sottosegretaria usa lo scudo antisessista, il Fatto insista nell’usare frecce sessiste invece di sgombrare il campo da questo argomento.

Cosciometro

Una spiegazione è che si può essere al tempo stesso moralizzatori e maschilisti, che in un paese un po’ arretrato come l’Italia, il maschilismo è visto come una subcultura utile, per orientare lo sfavore dell’opinione pubblica contro una donna di potere. Tuttavia, questa subcultura è sempre più ridotta e una parte di noi ritiene il modo in cui si trattano le donne più importante del modo in cui si trattano le banche. Se la ministra fosse ebrea e contro di lei venisse giocata la carta dell’antisemitismo, l’ordine delle priorità sarebbe evidente. Inizia a diventarlo anche per il sessismo. Il Fatto ancora non se ne accorge, perché il suo ambiente di riferimento non glielo segnala, come non lo segnala a Libero o al Giornale. Le proteste esterne alla sua bolla le vede solo come una strumentalizzazione del PD. Quando la sua bolla s’infrangerà, come è capitato a Luxuria, che ha dovuto chiedere scusa ad Asia Argento, allora il Fatto cambierà registro. Se invece la sua bolla, pur ridotta, resterà intatta, vorrà dire che il quotidiano di Travaglio rimarrà relegato all’enclave maschiliste come i fogli della destra.

Roberto Mannelli - Le bugie hanno le cosce lunghe - Prima pagina del Fatto Quotidiano 7 dicembre 2017


Aggiornamento – Un barlume di consapevolezza boccheggia nell’articolo di Jacopo Fo il quale, tuttavia, riaffonda subito nel sostenere che il potere ha scelto di esporre una donna bellissima, per distrarre gli oppositori, fino a far cadere nella trappola il M5S. L’autore è poco coraggioso nell’omettere che ad usare ed abusare dell’immagine del corpo della ministra è proprio il suo giornale, che fin dal titolo dell’articolo, oltre che dai riferimenti nel testo, ripropone e rilancia le sue ossessioni. Su quale fonte si è arrivati persino a discutere dei piedi della Boschi? Sul Fatto Quotidiano.

Seno della Boschi arma di distrazione di massa-2017-12-25-14-14-12-854

Maschilismo femminista

Liberi e Uguali

Esistono due soggettività principali: le donne e gli uomini. Una non include l’altra. Poi esistono i temi: il lavoro, l’economia, la giustizia, l’ambiente, etc. Anche se non ha detto che sono foglioline, mettere insieme le donne con l’ambiente, come ha fatto il leader di Liberi e Uguali, Pietro Grasso ospite di Fabio Fazio, sottintende che le donne siano un tema, la vecchia questione femminile, una tra le altre, della tradizione maschile di sinistra.

Poiché sono un uomo e provengo da quella storia, la rappresentazione di Liberi e Uguali mi è familiare e mi viene naturale simpatizzare con loro. Il nome si rifà al primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani (del 1948); il simbolo ha una grafica gradevole sopra lo sfondo della mia sfumatura di rosso preferita. La «I» pennellata in «E» può dare, in effetti, l’idea della doppia lettura Libere-liberi e risolvere così la declinazione di genere. D’Alema ricorda che nessuno protestò per il maschile plurale di Democratici di sinistra. Era il 1997. Oggi, il mutamento nelle relazioni tra i sessi, ha il suo effetto nel linguaggio, nei segni che significano le cose. Il significato di un nome maschile plurale, di una foto di quattro leader maschi e di un’aggiunta grafica femminile al simbolo, se non è l’esclusione delle donne, sembra la promessa d’inclusione in un progetto preconfezionato dagli uomini.

L’integrazione al posto del riconoscimento e della valorizzazione della differenza ha molte implicazioni pratiche. Per esempio, le tute bianche di Melfi, uguali per tutti, ma umilianti per le operaie, che si ritrovano con la tuta macchiata durante il ciclo mestruale, come protestano le delegate FIOM. L’equiparazione dell’età pensionabile delle donne a quella degli uomini e l’abolizione del divieto del turno di notte per le donne, come ricordato da Silvia Niccolai. L’imposizione agli istituti riservati alle donne di avere anche operatori e ricoverati maschi, poco disponibili al lavoro di cura, alla direzione delle donne, inclini alla prevaricazione anche sessuale, come raccontato da Franca Fortunato e Lina Scalzo. Le garanzie giuridiche a protezione degli uomini dal potere dello stato, che non garantiscono le donne e i bambini dal potere degli uomini, come denunciato da Judith Lewis Herman. L’indifferenza alla composizione delle leadership e la neutrale prevalenza maschile, che a sinistra fa più impressione.

Speranza Grasso Civati Fratoianni

Nella protesta contro Liberi e Uguali ci sono varie cose: la strumentalizzazione renziana; la ridondanza dei social; il gusto di prendere in castagna il sessismo inconsapevole della sinistra. Al netto di tutto questo, c’è però una critica femminista fondata, che mostra anche un’aspettativa delusa. A nessun femminismo verrebbe in mente di criticare la denominazione di Fratelli d’Italia (guidati, peraltro, da Giorgia Meloni). Il riflesso difensivo del militante non aiuta: refrattario alle critiche, le sminuisce o si precipita in correzioni, quando è solo il momento di ascoltare, di darsi il tempo di pensare e affidarsi ad altre. Che, in fondo (troppo), non mancano. Chiara Geloni, giornalista, portavoce social-mediatica della nuova formazione, ricorda che in parlamento attuali capogruppo sono due donne: Cecilia Guerra e Loredana De Petris. Inoltre, in arrivo, c’è Laura Boldrini (peccato non sia la candidata guida). Però, come scrive Celeste Costantino, rischia di essere una scorciatoia.

Senza pretendere che le femministe facciano differenze tra gli uomini, io la differenza tra Salvini, Berlusconi, Grillo, Renzi e Grasso preferisco farla. Per me, è diverso essere stati collusi con la mafia o aver rischiato la pelle nella lotta contro la mafia. Aver praticato la violenza maschile o essersene assunto la colpa storica. Voglio vedere in questi uomini di sinistra i maschilisti migliori. Oso dire: un maschilismo femminista. D’altra parte, nelle transizioni si formano gli ibridi: vedo pure un femminismo maschilista, che difende la prostituzione e l’utero in affitto, che mescola la lotta alla violenza con l‘ostilità ai migranti, che assume pose e toni virili. Nella nostra mistura di ambiguità, opportunismo ed evoluzione, il maschilismo femminista è, in ogni caso, il sintomo di un cambiamento ambientale, di una potenzialità, un passo a carponi che sa di non poter indietreggiare, cerca la strada e procede per tentativi ed errori. Prova Civati con il femminile plurale, prova Fratoianni con il piano di Non una di meno.

E’ l’effetto di una grande crisi ideologica e simbolica: della sconfitta storica del comunismo e del declino epocale del patriarcato. Una reazione tende all’arrocco ortodosso, l’altra alle dilatazioni eretiche, nella ricerca del nutrimento in tutti i movimenti positivi: gli studenti, l’antimafia, il pacifismo, l’ambientalismo, e naturalmente il femminismo. Senza però, riuscire a trovare davvero il proprio asse, quello attorno a cui formare una nuova e solida cultura politica. Una cultura politica non si improvvisa. Meno che mai, tra gli affanni della prima linea. Ma, su un tempo più lungo, la si può ben coltivare nelle retrovie.

Il voto di fiducia sulla legge elettorale

Mattarella-Boldrini

L’opposizione si fa al governo, al presidente del consiglio, alla coalizione di maggioranza, non al parlamento ed alla sua presidente. Mi dispiace molto perciò vedere Maurizio Acerbo, il nuovo segretario di Rifondazione comunista, fare confusione tra i due piani ed imitare i 5 stelle nel prendere di mira la terza carica dello stato, Laura Boldrini e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con tanto di maxi-foto e rilanci vari, per protestare contro il voto di fiducia sulla legge elettorale; una scelta, quella di porre la fiducia, che è responsabilità del PD e del governo e contro la quale la presidente della camera non ha il potere di opporsi, perché l’incostituzionalità della procedura, denunciata da una parte delle opposizioni, è solo presunta, solo una questione di interpretazione.

Con la fiducia è stata approvata la legge truffa del 1953 e l’Italicum del 2015. L’Italicum è stato modificato dalla Corte Costituzionale, ma non giudicato incostituzionale per il modo in cui è stato approvato e nessun tentativo è stato fatto per provare ad interpellare la Corte su questo punto.

Secondo una parte delle opposizioni, il voto di fiducia posto sulla legge elettorale viola l’art. 72 della Costituzione, che vuole per le leggi in materia costituzionale, elettorale e di delegazione legislativa, sia sempre rispettata la procedura normale di esame e di approvazione diretta della Camera. Questa procedura consiste nel fatto che ogni disegno di legge sia esaminato articolo per articolo, prima in commissione, poi in aula. Ma la procedura normale non esclude esplicitamente il voto di fiducia. La fiducia posta dal governo è su tre articoli, da votare uno per volta. Dunque, la forma è salva.

Sul piano politico, se ne può dire tutto il male possibile, e lo dico, perché il voto di fiducia fa della legge elettorale una questione del governo, contro questa o quella minoranza, ma per questa scelta autoritaria, bisogna prendersela con i responsabili, non con la presidente della camera, che non può improvvisarsi capo dell’opposizione.


Aggiornamento:
[^] Perché non potevo negare il voto di fiducia – Laura Boldrini, il manifesto 13.10.2017

L’anticomunismo del teologo democratico

L'armata rossa a Berlino 1945

Invece di un rozzo opinionista di destra, stavolta ad equiparare comunismo e fascismo c’è un intellettuale cattolico democratico, Vito Mancuso, un teologo, allievo di Carlo Maria Martini. Ne sono sorpreso. Forse, la distanza della storia e l’immediatezza di facebook inducono alla memoria sintetica. Secondo il teologo, il divieto della propaganda fascista implica quello della propaganda comunista, perché la violenza è l’essenza dei due movimenti; la distinzione nel comunismo tra ideale e reale, lui la respinge – e qui si sente marxista – perché la verità è nel reale.

Sul piano pratico, trovo la proposta difficile da applicare e giustificare. Si tratterebbe, immagino, di vietare il saluto a pugno chiuso, lo sventolio della bandiera rossa, il canto rivoluzionario, la campagna elettorale di Rifondazione, la divulgazione delle opere di Marx, Engels, Lenin, Gramsci, gli scritti, i discorsi, le interviste di Togliatti, Longo, Berlinguer, Amendola, Ingrao; la pubblicazione del Manifesto; la manifestazione dell’idea di abolire la proprietà privata e di mettere i beni in comune. Il professore non è entrato nei dettagli. Il reato di apologia del fascismo è collegato al divieto costituzionale di ricostituire il partito fascista. Un reato di apologia del comunismo a cosa potrebbe collegarsi? Il PCI si è sciolto di sua volontà nel 1991. Bisogna vietarne la ricostituzione nel 2017? E perché mai?

Rifiutare in assoluto la violenza, sul piano teorico, per me è insensato. La rifiuto in un ordinamento pacifico e democratico e la considero una scelta possibile nel contesto di un ordinamento censitario, una dittatura oppressiva, un’invasione straniera. Così, distinguo la violenza delle Brigate rosse da quella delle brigate partigiane. So giudicare la violenza solo in relazione alla sua motivazione. Nel fascismo, la violenza è funzione del nazionalismo, del razzismo, della supremazia di un capo e di un partito; una esaltante dimostrazione di forza che ha valore in sé. Nel comunismo, è una reazione alla violenza delle classi dominanti, una necessità dettata dalla preclusione di vie più pacifiche e democratiche; un mezzo; in sé non ha valore e non forgia un’identità.

Sul piano storico, il fascismo è andato al potere con il consenso delle classi dirigenti. La violenza l’ha usata per schiacciare le opposizioni alle classi dirigenti: le organizzazioni del movimento operaio. Il comunismo è andato al potere contro le vecchie classi dirigenti aristocratiche, borghesi, contro le potenze coloniali; ha dovuto superare uno scontro mortale, che ha finito per produrre la militarizzazione e la deformazione del suo esperimento. Il fascismo ha abolito le libertà dello stato liberale. Il comunismo non aveva da abolire le libertà dello zarismo. Il fascismo era contro le libertà formali. Il comunismo le considerava insufficienti, per la liberazione dell’essere umano e non si preoccupava di negarne la promozione per realizzare l’uguaglianza. Il fascismo fu nemico della libertà. Il comunismo ne sottovalutò l’importanza.

La distinzione nel comunismo tra ideale e reale è schematica, ma aiuta a cogliere la contraddizione tra mezzi e fini, presente nel comunismo e per molti aspetti anche nel liberalismo e nel cristianesimo. Invece, del tutto assente nel nazifascismo. Si tratta di una contraddizione importante, perché consente di sottoporre a critica le proprie realizzazioni dal punto di vista del proprio pensiero. Per oppormi allo stalinismo, non ho bisogno di attingere al liberalismo; il comunismo mi dà già gli strumenti per poterlo fare. La prima critica radicale all’impianto sovietico, proposto dal Che fare di Lenin, viene dalla comunista Rosa Luxemburg e dal comunista Leon Trockij. Peraltro, i comunisti si sentivano eredi e continuatori dei liberali della rivoluzione francese, che abbatterono con violenza l’ancien regime, l’atto fondativo della storia e società contemporanea.

Anche gli ideali influenzano la storia. Ma cos’è la storia (concreta)? Riguarda solo la dimensione del potere, per cui si entra nella storia quando si conquista il potere e se ne esce quando lo si perde e tutta la storia è solo la gestione di quel potere? Con questo criterio è impossibile valutare il femminismo, l’ambientalismo, il pacifismo e tutto ciò che è diverso dalla forma di un potere costituito. Il comunismo è stato in alcune parti del mondo un insieme di regimi, in altre è stato un movimento politico e sociale che ha agito, concretamente, nell’alleanza antifascista della seconda guerra mondiale, nelle guerre di liberazione, nella decolonizzazione, nelle terre, nelle fabbriche, nei quartieri, nelle istituzioni democratiche. Tutto l’insieme è concreta realizzazione storica. È storia l’operaio che non s’inchina più davanti al padrone, perché nel divenire comunista ha realizzato la sua dignità.

Vi sono stati autoritarismi e dittature, nell’Europa meridionale, in America latina, in Indonesia, nell’Iran fondamentalista, che per potersi affermare, hanno dovuto sbarazzarsi di quella storia concreta ed eliminare fisicamente centinaia di migliaia di comunisti. Tante vittime dello stalinismo e del maoismo furono comuniste. In tanta parte del mondo, il comunismo, a differenza del fascismo, è stato un concorrente morale del cristianesimo. Si può capire la tentazione di alcuni cattolici di far fuori la concorrenza con un’equiparazione scorretta. Eppure rimane significativa la distinzione fatta da un cattolico conservatore molto importante: papa Woityla: il nazifascismo fu un male assoluto, il comunismo, un male necessario.

Le analogie sulla violenza e l’autoritarismo si possono fare. La citazione di Ernesto Balducci, che scriveva sull’Unità, organo del partito comunista italiano, permette di farne anche con la storia della chiesa cattolica (i templari, le crociate) e la storia degli stati liberali (il colonialismo, l’imperialismo); con la nostra stessa vicenda contemporanea. Persino il professor Mancuso, che rifiuta in assoluto la violenza, accetta la violenza (per lui necessaria) delle politiche di contrasto alle migrazioni, perché teme una violenza più grande (o a lui più prossima), la violenza della paura xenofoba, quindi il fascismo (non il comunismo). Il rifiuto assoluto della violenza può tradursi nel rifiuto di tutta la storia degli uomini, intesi come maschi – la violenza è sempre stata maschile – almeno dal principio del patriarcato. C’è più essenza in quell’origine, che in questa o quella ideologia, questa o quella religione, perché insieme condividono, in tutto o in parte, quello stesso principio originario.


Riferimenti:
I post di Vito Mancuso sul comunismo [1] [2] [3] [4] [5] [6]
I post di Vito Mancuso sui migranti [1] [2]