Sul reato di apologia del fascismo

Rivista militare del 6 maggio 1938 alla presenza di Mussolini, Hitler e Vittorio Emanuele III, in via dei Trionfi.

Giusta la proposta di legge Fiano (PD) contro la propaganda fascista. I simboli unificano e mobilitano; l’ostentazione di una simbologia fascista sempre più esplicita, nelle campagne elettorali, nelle manifestazioni politiche e sportive, amplificata dalla comunicazione virtuale, insieme con la perdita della memoria e l’insorgere del razzismo, richiede di fare argine anche con la legge. Più complicato valutare la necessità di una nuova legge, dato che la propaganda fascista e razzista è già reato, per la legge Scelba (1952) e la legge Mancino (1993). Secondo il proponente, oltre ad aggravare le sanzioni alla propaganda sul web, la nuova legge ridurrà la discrezionalità dei giudici, per evitare sentenze come quella del Tribunale di Livorno che, nel marzo 2015, ha assolto quattro tifosi del Verona, accusati di aver fatto il saluto romano, un gesto considerato dal giudice non violento e discriminatorio in sé, anche perché compiuto durante una manifestazione sportiva e non politica.

La tolleranza del fascismo

Le obiezioni libertarie alla proposta di legge negano in radice il reato di apologia del fascismo: l’ordinamento democratico liberale, se vieta il fascismo, entra in contraddizione con se stesso, e al fascismo si rende simile. In effetti, il divieto costituzionale di riorganizzazione del partito fascista si presenta come eccezione alla regola. Esso ha un fondamento storico: l’Italia liberale non bandì il fascismo e ne fu sopraffatta; la democrazia repubblicana invece è nata e si è costruita nell’antifascismo. L’idea che la democrazia debba difendersi dalle minacce antidemocratiche, senza tollerare gli intolleranti è pur presente nel pensiero liberale da Popper a Bobbio. La libertà d’opinione, riguarda appunto le opinioni: pensieri un minimo strutturati, che stanno sul piano del discorso razionale, nel confronto tra argomentazioni e confutazioni, non su quello viscerale dei messaggi pulsionali di violenza e di odio, tipici del fascismo.

Molta tolleranza nei confronti del fascismo aderisce al revisionismo storico e considera il regime di Mussolini una dittatura benevola, che ha fatto anche cose buone. Il centrodestra italiano e poi il M5S, nella loro strategia del consenso, non hanno mai messo limiti netti all’estrema destra, tanto da condividerne e interpretarne molti umori: l’ostilità ai comunisti, ai sindacati, alle istituzioni, agli stranieri e ai diversi, l’autoritarismo, l’aggressività, l’ammirazione per l’uomo forte, il qualunquismo, il familismo, il maschilismo, l’indifferenza per la verità. Espressioni recenti di questo parafascismo si sono viste negli insulti antisemiti contro Emanuele Fiano e nell’ultima virulenta fake-news contro Laura Boldrini, accusata di voler abbattere l’arte e i monumenti fascisti. Pesano, infine, le relazioni personali, come nella vicenda di Calderoli, assolto in senato dall’accusa di razzismo, pure con il voto di molti parlamentari di sinistra che dichiaravano di conoscerlo come una brava persona.

L’anticomunismo

Alcuni tolleranti ricordano che non tutto l’antifascismo fu democratico; secondo loro dovrebbe quindi valere anche il reato di apologia del comunismo. Una ritorsione retorica priva di senso storico: nella seconda guerra mondiale, il fascismo fu sconfitto dall’alleanza tra democrazia e comunismo; in Italia i comunisti svolsero un ruolo fondamentale e pagarono il prezzo più alto nella costruzione e nella difesa della democrazia, come pure in Francia, Spagna e Portogallo; dove andarono al potere, i comunisti abbatterono regimi feudali e autoritari, non abolirono una libertà che non c’era, ebbero la colpa di non promuoverla e di riprodurre la tradizione autoritaria; nella crisi dei regimi dell’est, la transizione democratica, fu guidata, o non ostacolata, dagli stessi partiti comunisti ancora al potere, contro i quali le opposizioni non fecero una guerra di liberazione. infine, vi fu nel comunismo, come in fondo nel liberalismo e nel cristianesimo, una evidente contraddizione tra mezzi e fini, per cui chi è comunista oggi (e pure ieri) si richiama agli ideali e non ai regimi. Stalinista è un’accusa o un insulto tra i comunisti. Nulla del genere vale per mussoliniano tra i fascisti, i quali nel rapporto tra mezzi e fini furono e restano coerenti.

L’incoerenza dei democratici

Bene perseguire la propaganda fascista. Ma, come è stato detto, il fascismo si combatte sul piano culturale. Ciò significa, oltre che studiare e far studiare la storia, dare il buon esempio. Esempi cattivi sono il leaderismo che si rapporta al popolo e si contrappone ai corpi intermedi, o che asseconda il dileggio e l’insulto nei confronti dei suoi dissidenti; i progetti di riforma elettorale e costituzionale che rafforzano il governo e indeboliscono il parlamento, accompagnati da slogan inneggianti alla riduzione del numero dei politici; le retoriche antieuropee, il linguaggio xenofobo che i migranti vuole aiutarli a casa loro, la politica ambigua che rinvia l’approvazione dello Ius soli. Il fascismo si combatte anche sul piano economico e sociale, poiché esso trae alimento dalla guerra tra poveri, da una base sociale di ceti medi proletarizzati, lavoratori precari, giovani esclusi. La politica liberista che scambia i diritti con il lavoro, redistribuisce le risorse alla rovescia, riduce le tasse ai ricchi e mette sempre più a rischio lo stato sociale, allarga la base sociale potenziale del fascismo e va in senso contrario alla difesa della democrazia. Dunque, una questione di coerenza si pone ai democratici. Proprio a quelli del PD.


Riferimenti:
[^] Proposta di legge Fiano
[^] Legge Scelba
[^] Legge Mancino

Il manifesto della comunicazione non ostile

Imparare a comunicare con educazione, per rispettare gli altri e le altre, che pure dietro al monitor sono persone in carne e ossa, e per difendere sul serio la libertà d’espressione

Il manifesto della comunicazione non ostile

Rosy Russo, una creativa, esperta di comunicazione, mediante un sito e una pagina fb, ha riunito intorno a sé personalità della cultura, della politica, dell’informazione, tra cui Laura Boldrini, Enrico Mentana, Gianni Morandi ed ha tenuto un convegno a Trieste il 17-18 febbraio, per promuovere il manifesto della comunicazione non ostile. L’obiettivo è formare un movimento di opinione più attento e sensibile all’educazione e al rispetto nelle relazioni virtuali, perché il virtuale è reale, come afferma il primo principio del decalogo. Un resoconto del convegno di Trieste lo ha scritto Annamaria Testa.

So per esperienza, dai tempi della prima Internet, e lo rivedo in occasione delle discussioni intorno a questo manifesto, che voler trattare il tema di una comunicazione più civile, provoca un riflesso condizionato negativo in alcune persone: esse dicono di temere la censura e una normativa più restrittiva a danno del diritto di critica e della libertà di espressione. È una preoccupazione da tenere presente, senza farne una paranoia paralizzante. Il manifesto presentato punta sulla sensibilizzazione e sull’educazione, senza proporre di intervenire sulle leggi o sugli algoritmi. Il processo alle intenzioni è, in effetti, parte della comunicazione ostile.

L’importante è iniziare a parlarne, anche per scongiurare e prevenire davvero politiche censorie, che possono trovare facili giustificazioni proprio nel far west: ambiente di banditi e sceriffi. L’ostilità in rete ha spesso uno sfondo subculturale di tipo sessista e razzista, che non permette di ridurla ad una privata faccenda giudiziaria tra aggredito e aggressore. Per converso, molti libertari, tolleranti con gli aggressori, meno con chi li critica, sono in genere fuori dal bersaglio delle aggressioni. La comunicazione ostile è essa stessa una forma molto pesante di censura, nell’effetto di silenziare, allontanare ed escludere le persone colpite, qualcuna spinta persino al suicidio. Perciò, l’iniziativa di Trieste mi piace, ho firmato e diffuso il manifesto; per come posso, do la mia adesione.

Brexit, democrazia e complessità

Brexit«È stato incauto promuovere questo referendum e affidare a un no o a un sì problemi tanto complessi. Hanno quindi prevalso elementi emotivi» come le preoccupazioni legate al problema dell’immigrazione. Questa è l’opinione di Giorgio Napolitano sulla brexit, il referendum, che ha deciso al 52 per cento l’uscita della Gran Bretagna dall’UE.

Il presidente emerito non ha del tutto torto. L’umore collettivo che prevale in un momento storico può decidere la storia futura per un tempo molto lungo, quando gli umori saranno ormai diversi. Si può votare un referendum con la stessa facilità con cui ci si forma un’opinione, ma poi non si può cambiare orientamento referendario con la stessa facilità con cui si cambia opinione.

Tuttavia, mettere in dubbio l’opportunità di una consultazione popolare, quale essa sia, è molto delicato. Rievoca una visione elitaria e aristocratica della politica, che al dunque può diventare autoritaria. D’altra parte, anche eleggere il governo del proprio paese è una questione complessa, condizionata da fattori emotivi, a rischio di gravi conseguenze.

Infatti, vedo con scetticismo le forme di democrazia diretta in contesti che coinvolgono decine di milioni di persone, che si tratti di referendum, di plebisciti, di presidenzialismi e di premierati. Le parole di Giorgio Napolitano, per me, possono essere giuste in un contesto nel quale vale la centralità del parlamento, il suo rafforzamento, un sistema elettorale proporzionale, il ruolo dei partiti di massa, dei sindacati, di corpi sociali intermedi molto forti, che incarnano e realizzano la partecipazione democratica.

Possiamo preservare il referendum abrogativo per le leggi ordinarie e quello confermativo per le leggi costituzionali. Per le materie escluse dal referendum, possiamo prevedere la maggioranza parlamentare qualificata. Si può obiettare che un tale sistema porterebbe alla paralisi. Credo che la paralisi in sé non sia peggio di un decisionismo di minoranza, tuttavia molto dipende dalla qualità della selezione della classe dirigente e del suo personale politico. Possiamo cambiare criteri e requisiti: preferire dei bravi mediatori a dei bravi battutisti, persone capaci di dialogare e negoziare a persone capaci di stare su Twitter e nei talk show. Società democratiche, complesse e diversificate richiedono compromessi, non imposizioni.

Lo stesso in Europa. Possiamo voler concedere quote nazionali di sovranità all’Europa, se l’Europa è un parlamento europeo, eletto dai popoli, con il potere legislativo e il potere di dare e togliere la fiducia alla Commissione europea. Finché il potere effettivo sarà nelle mani di organi non democratici, anche un europeista sarà in dubbio: se rimanere nella UE per democratizzarla, o disfarla per rifarne una più democratica.

La scorciatoia costituzionale

Scorciatoie

Giorgio Napolitano, citato da Angelo Panebianco, ha suddiviso gli oppositori della riforma costituzionale in tre gruppi. I conservatori; gli antirenziani; i perfezionisti. Dato il mio orientamento a votare no, ho pensato a quale gruppo potrei iscrivermi.

Non al gruppo dei conservatori, che considerano la Costituzione intoccabile. Sono contrario al Senato non elettivo, ma favorevole all’abolizione del Senato, se compensato da un rafforzamento dei poteri di indirizzo, di iniziativa e di controllo di una Camera eletta con il sistema proporzionale, secondo la proposta originaria del PCI.

Non al gruppo degli antirenziani, che vogliono bocciare la riforma per far cadere il governo. È stato Renzi a legare la sorte dell’esecutivo all’esito del referendum. Rispetto al governo, la mia posizione è quella di un oppositore di sinistra. Tuttavia, considero Renzi e Boschi parte del mio mondo, sia pure molto prossimi ai confini, mentre non vedo in Grillo e Salvini alternative civili auspicabili. Poiché un giorno, il M5S o il centrodestra o un’altra forza meno affidabile del PD, andrà al governo, non voglio ritrovarmi con un governo più forte del parlamento.

Non al gruppo dei perfezionisti. Se mi esprimo contro una riforma, è perché considero i difetti più importanti dei pregi. Il rapporto di potere tra governo e parlamento è più importante dell’introduzione dei referendum propositivi. È comunque possibile, come proposto da Valerio Onida, articolare il referendum su più quesiti, in modo da poter dire dei si e dei no. Ma l’impostazione plebiscitaria voluta da Renzi, implica un prendere o lasciare per tutto il pacchetto, nonostante i suoi provvedimenti siano slegati tra loro.

Mi sento parte di un’area di opposizione, eterogenea come spesso sono le opposizioni, che semplicemente giudica la riforma Renzi-Boschi peggiorativa e che, magari, non le attribuisce neanche una importanza decisiva. La prevaricazione del governo sul parlamento è già in atto per effetto delle leggi elettorali maggioritarie e dell’abuso di decreti legge e voti di fiducia.

Secondo Angelo Panebianco, politologo vicino al centrodestra, la riforma non ha un disegno autoritario. Lo penso anch’io. Probabile non abbia proprio un disegno e risponda solo ad obiettivi contingenti: ridurre i costi della politica – perché questa è la moda del momento, come quindici anni fa lo era il federalismo, che adesso questa riforma si appresta ad invertire – e velocizzare l’iter legislativo. Ma pure senza un disegno, una riforma può avere implicazioni o effetti autoritari, se procede nel senso di rafforzare l’elemento della decisione (che esclude) per rispondere ad una crisi di rappresentanza e partecipazione (che includono).

Secondo Giorgio Napolitano, la bocciatura della riforma è la fine: «l’Italia apparirà come una democrazia incapace di riformare il proprio ordinamento e mettersi al passo con i tempi». Lo dice in rapporto al mantenimento del bicameralismo, da subito «indifendibile». Eppure, l’Italia ha convissuto con il bicameralismo perfetto per decenni, durante il miracolo economico e l’approvazione di riforme molto importanti: la riforma agraria, le nazionalizzazioni, la scuola media unica, le pensioni, lo statuto dei lavoratori, il divorzio, l’aborto, il diritto di famiglia, il servizio sanitario nazionale, solo per citarne alcune. Lo stesso Renzi vanta di aver realizzato riforme radicali in soli due anni, dopo l’immobilismo di «63 governi dormienti» (il job act, la buona scuola, le unioni civili, le stesse riforme costituzionali), il tutto con il bicameralismo perfetto vigente.

In realtà, il primo tentativo di riforma, quello della commissione Bozzi, è del 1983-85, ben trentacinque anni dopo la Costituzione del 1948. La commissione Bozzi propose una riduzione del numero dei parlamentari, ma non toccò il bicameralismo. Lo stesso, la successiva commissione De Mita-Jotti del 1993-94, che si limitò a regolare il rapporto fiduciario tra governo e parlamento. La commissione D’Alema del 1997 tentò il modello semipresidenziale francese.

Negli anni ’80, si palesò una inversione di tendenza della partecipazione elettorale e del consenso ai principali partiti. A questa crisi di rappresentanza, i partiti anziché tentare di riformare se stessi, per riguardagnare un rapporto con la società, iniziarono a tentare la strada delle riforme istituzionali, per riavere mediante un artificio elettorale e procedurale quel potere di governo incrinato dal venir meno del consenso attivo. In questo senso, la riforma Renzi-Boschi è l’ultimo tentativo di intraprendere con successo una scorciatoia.

Boschi e Casapound

Maria Elena Boschi - No come Casapound

La ministra Maria Elena Boschi ha dichiarato che i votanti del no al referendum costituzionale votano come Casapound. Cioè, la pensano come i fascisti. Criticata per la sua dichiarazione, la ministra si è giustificata: io sento dire che i votanti del si votano come Denis Verdini. L’argomento è rilanciato dai militanti renziani.

Le due equiparazioni, in realtà, non stanno sullo stesso piano. La convergenza tra diversi no è una coincidenza dettata da motivazioni diverse: la sinistra dice no al rafforzamento dei poteri del governo a scapito del parlamento; Casapound dice no solo al governo in carica, in aderenza alla logica del plebiscito voluto dallo stesso Renzi. La convergenza tra i si è un rapporto di collaborazione, un’alleanza organica. Gianni Cuperlo non ha contrattato la sua posizione con i fascisti; Maria Elena Boschi ha contrattato le riforme sottoposte a referendum con Denis Verdini.

È possibile che la ministra abbia voluto pareggiare critiche e accuse di autoritarismo. L‘Unità è arrivata ad insolentire Carlo Smuraglia, il presidente dell’Anpi, per le sue critiche al ddl Boschi. I sostenitori della riforma rivendicano di essere antifascisti tanto quanto gli oppositori. Questo non gli va negato, anche se accostare la sinistra e i partigiani a Casapound lascia davvero perplessi.

Quello che si può dire è che gli attuali riformatori hanno preoccupazioni e obiettivi diversi da quelli dei costituenti. Nel dopoguerra vi fu una particolare attenzione per la rappresentanza e l’equilibrio dei poteri, avendo alle spalle l’esperienza della dittatura. Oggi, la memoria di quella esperienza è rarefatta, così la preoccupazione verte sulla rapidità delle decisioni e il primato del governo, anche come surrogato di un consenso politico molto più debole di quello che legittimava i grandi partiti di massa.

Insieme, con le preoccupazioni per i rischi autoritari, si è estinto il sentimento della necessità che le leggi costituzionali siano leggi di convivenza mediate e condivise da maggioranze ampie e qualificate, destinate a durare a lungo. Le si tratta invece come leggi ordinarie, per esigenze contingenti, e inferiori all’importanza di un governo, ragion per cui il referendum sulla riforma costituzionale è trasformato in un referendum sul governo. Non è il fascismo, ma si può valutare come una tendenza allo svilimento della democrazia.


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Il senato riformato

Maria Elena Boschi ddl senato

Per il senato riformato, questa sera il partito democratico è in festa. La soddisfazione di Maria Elena Boschi, Giorgio Napolitano, Matteo Renzi nonché di tanti loro simpatizzanti, è contagiosa. La loro narrazione suscita simpatia: oggi abbiamo superato un traguardo inseguito da cinquant’anni: l’abolizione del bicameralismo perfetto.

Nella forma è senz’altro vero, nella sostanza la questione è più controversa. Il punto non è tanto se preferire il monocameralismo o il bicameralismo, ma in che modo l’uno o l’altro incidono nell’equilibrio e nella divisione dei poteri, se rafforzano il governo o il parlamento.

Dal dopoguerra e per decenni, l’opposizione di sinistra ha sempre voluto il monocameralismo e i governi democristiani hanno sempre preferito il bicameralismo. Questo fa dire che oggi si realizza finalmente l’obiettivo riformatore della sinistra. Tuttavia, oggi gli eredi più diretti e coerenti di quella sinistra sono contrari alla riforma e sono contrarie le opposizioni, la riforma è voluta invece dal governo e dal partito di maggioranza relativa, nel momento in cui esso è retto da un gruppo dirigente di origini democristiane. Sembra paradossale.

Nel tempo della cosiddetta prima repubblica, dal dopoguerra agli anni ‘80, il monocameralismo poteva rinforzare un parlamento già forte, specchio del paese, selezionato dal proporzionale puro e dai partiti di massa, e poteva agevolare una approvazione più rapida di riforme politiche e sociali progressiste, volute da una opposizione di sinistra sempre in crescita, mentre i governi democristiani, rinviavano, contenevano, temperavano, assecondavano.

Nella seconda repubblica berlusconiana e ancora di più oggi in quella renziana (la terza?), il quadro è ribaltato. Il parlamento è debole, i suoi membri sono di fatto nominati da pochi leader politici a capo di partiti molto liquidi. Una volta eletti deputati e senatori passano gran parte del tempo a votare decreti e voti di fiducia. Il monocameralismo in questo quadro rafforza la presa del governo sul parlamento e velocizza voti di ratifica e controriforme.

Il governo potrà contare sulla fiducia di una sola camera, garantita da un premio di maggioranza sproporzionato e dal conformismo dei suoi eletti, debitori verso il leader premier che li ha candidati. Il monocameralismo in pratica finisce per consistere in una sola cassa di risonanza. Il senato rimane un inutile strumento di raccordo tra stato e regioni; poteva essere del tutto abolito.

Senza voler sottovalutare la posizione di alcuni tra i costituzionalisti più autorevoli, non credo stia capitando qualcosa di particolarmente grave ed importante. Penso solo che le istituzioni si stiano adattando anche sul piano formale allo svilimento democratico gradualmente in corso dalla crisi della prima repubblica.

Qualità e quantità della democrazia, più che essere determinate dalle forme istituzionali, si riflettono in esse. E’ importante difendere le istituzioni, le più possibili democratiche, ma la democrazia dipende soprattutto dalla partecipazione attiva nei corpi intermedi della società, i partiti, i sindacati e i movimenti sociali. Quella istituzionale è una delle frontiere democratiche. L’ultima parola, spetterà in ogni caso, al referendum confermativo.

Che male c’è ad abbattere un monumento fascista?

obelisco foro italico 1La penso come questo partigiano: l’Italia andrebbe ripulita dai monumenti fascisti, compreso l’obelisco del Foro Italico con la scritta «Mussolini Dux». Ad imitazione delle opere egizie, l’obelisco fu ricavato da un blocco di marmo di Carrara ed eretto a Roma nel 1932, in onore di Benito Mussolini. Che vada demolito è la mia opinione, una cosa per cui potrei aderire ad una petizione, scrivere un post come sto facendo, e nulla più. Laura Boldrini, nel rispondere al partigiano, ha detto che quanto meno la scritta si potrebbe togliere. E’ la sua opinione, una piccola mossa di contenimento. Che ha scatenato un coro di invettive amplificate e incentivate da alcuni giornali per generare traffico sui social media o perchè in dissenso con la presidente della Camera. A cui sono attribuite volontà iconoclaste, propositi di cancellazione della storia, della memoria, ignoranza, e la si mette sullo stesso piano dell’Isis che distrugge opere d’arte. Sulla criniera della protesta si sono posate le dichiarazioni di vari esponenti politici, dal PD a Forza Nuova, e di qualche reduce delle risse televisive degli anni ’90, a tutela dell’arte e della memoria nazionale.

La memoria nazionale, però, è tutt’altro che condivisa. Nonostante la Costituzione, la società italiana è ancora oggi sia fascista, sia antifascista, con un’ampia zona grigia in mezzo. Allora si può ritenere che il conflitto sui simboli sia opportuno, perchè l’egemonia si fa anche con la toponomastica, come pensava Antonio Gramsci. Oppure si può ritenere che il conflitto sui simboli sia inopportuno, perchè divisivo, come deve aver pensato Matteo Orfini. Ma dire che l’Italia è ormai un paese antifascista e il fascismo solo parte della sua storia passata, per cui i monumenti eretti per celebrare il regime sono sempre e comunque da preservare, equivale a razionalizzare la realtà. Per evitare di cambiarla.

Le cose invece cambiano, come cambiano i modi di ricordare. Quando cadono i regimi insieme possono cadere i loro monumenti e i loro edifici. Nel 2003 fu abbattata in Iraq la gigantesca statua di Saddam Hussein, nel 1989 furono abbattute molte statue di Lenin e di Stalin. Fu abbattuto il Muro di Berlino. Eppure era tutta storia di quei paesi. Nessuno si permette di vedere in quei demolitori dei precursori dell’Isis. Nè di presumere che allora andasse fatta fuori tutta l’architettura e l’urbanistica di quei paesi. E’ ovvio che solo alcune opere hanno un diretto significato politico, volto a magnificare e glorificare. Se in Germania trovassimo un importante monumento che inneggia al Führer, ne rimarremo male impressionati. Possiamo ritenere in Italia di essere fuori tempo massimo a 70 anni dalla Liberazione. Ma il revisionismo e la diffusa intolleranza e violenza verbale in reazione alla risposta di Laura Boldrini ad un partigiano fanno pensare che siamo invece soltanto in ritardo. In ogni caso, il sentimento di un partigiano che prova disagio di fronte ad una monumentale celebrazione del duce, condiviso o meno, merita rispetto e considerazione. Se la sua proposta non piace, la si può lasciare cadere, non è necessario formare l’unità nazionale fino con la destra più estrema, in difesa di un esplicito simbolo del regime fascista e del culto della personalità del duce.