Primo proteggere le vittime

Il sistema giudiziario è designato a proteggere gli uomini dal potere superiore dello stato, ma non protegge le donne o i bambini dal superiore potere degli uomini. Esso fornisce, perciò, forti garanzie per i diritti degli accusati, ma nessuna garanzia per i diritti della donna vittima di violenza.
Se ci si proponesse di ideare un sistema in grado di provocare sintomi intrusivi post-traumatici, non si potrebbe trovare niente di meglio di una corte di giustizia. Le donne che hanno cercato giustizia nel sistema giudiziario comunemente paragonano questa esperienza all’essere state violentate una seconda volta.
(Judith Lewis Herman)

Quando c’è un femminicidio, qualcuno va punito, ma solo se ci sono le prove. È la tesi essenziale e garantista opposta dall’ex magistrato Bruno Tinti a Nadia Somma e alla sentenza di Messina, che condanna i pm negligenti di Caltagirone per il femminicidio di Marianna Manduca: l’uccisione di una donna da parte dell’ex marito Saverio Nolfo, nonostante dodici denunce per violenza e maltrattamenti. Questo garantismo, tuttavia, ha garantito l’uomo, ma non la donna. È successo per molti femminicidi: una vittima su quattro prima di essere uccisa ha denunciato inutilmente.

La questione essenziale allora è diversa: quando c’è una donna che denuncia di subire violenza o di essere minacciata, qualcuno deve prevenire il peggio. Cioè assumere la protezione della vita, dell’incolumità, della libertà della donna come prioritaria, rispetto ad altri valori più favorevoli all’accusato o alle prerogative patriarcali. L’Onu e la Corte di Strasburgo hanno rilevato e condannato la responsabilità istituzionale dell’Italia nella mancata protezione delle vittime. Questa mancanza, espressa, difesa, teorizzata con candore nel doppio intervento dell’ex magistrato, azionista del Fatto Quotidiano, molto somiglia a quella vittimizzazione secondaria, che egli domanda cosa voglia dire.

  • Mostra insensibilità per la sorte della vittima; rimprovera l’interlocutrice di ignorare la rilevanza dei fatti, ma il fatto più importante di tutta la storia, l’uccisione della donna, non ha alcun rilievo nelle sue confutazioni.
  • Confonde violenza e conflitto; usa il disaccordo nella coppia per spiegarsi la violenza e, di conseguenza, vede due corresponsabili. L’idea che il conflitto sia negativo è un punto in comune con la mentalità del violento.
  • Considera il rapporto nella coppia su un astratto piano paritario e simmetrico, senza fare differenza tra uomo e donna, padre e madre, senza considerare i rapporti di forza e il contesto culturale nel quale la violenza è una funzione della gerarchia sessista.
  • Manifesta un pregiudizio negativo verso la credibilità di lei e positivo verso la credibilità di lui, così di fronte a tante denunce per paura ed esasperazione e a poche denunce per ritorsione, rimane neutrale ed equidistante.
  • Valuta la rilevanza dei fatti in modo decontestualizzato, senza inquadrali in una sequenza, nella ricostruzione di una situazione persecutoria.
  • Sottovaluta la gravità di forme di violenza ritenute lievi (schiaffi, spintoni), che invece hanno una valenza umiliante e intimidatoria.
  • Rivela un sentimento antifemminista, definisce la lotta al femminicidio una crociata, esprime fastidio per il termine femminicidio, gli contrappone polemicamente maschicidio lamentandone l’inesistenza, come fosse una discriminazione contro i maschi.

Per sottrarsi alla riluttanza giudiziaria, molte donne rinunciano a denunciare o ritirano le denunce. Se la giustizia – elaborata nei secoli dagli uomini, in società patriarcali – si mostra efficace solo nel garantire gli aguzzini o nel giustificare i negligenti, le donne non hanno ragione di fidarsi e vale poco rimproverare loro di non riconoscere rilevanza al diritto e alla giurisprudenza (maschili). Le donne sono metà della popolazione e la giustizia non può legittimarsi su un patriarcato decadente.

Questo quadro è diventato negli ultimi quarant’anni più controverso e conflittuale, per impulso del movimento delle donne. Sono nati e cresciuti i centri antiviolenza e quando la giustizia ha cooperato con loro, molti casi si sono risolti bene, come racconta Cristina Obber e i femminicidi sembrano in calo. Sono state approvate nuove leggi e nuove disposizioni che, pur nei loro limiti, hanno segnato un progresso, per quanto parziale, tanto da rendere possibile la sentenza di Messina, che riconosce e sanziona la responsabilità di chi non ha agito per tutelare la vita di una donna: una madre che voleva poter incontrare i suoi figli e che stava, probabilmente, per vincere la causa di affidamento.


Riferimenti:
[^] Femminicidio Manduca: la sentenza contro l’inerzia dei pm è una vittoria per le donne, ma non basta – Nadia Somma, Il Fatto Quotidiano, 14.06.2017
[^] Femminicidio Manduca, cosa sbaglia Bruno Tinti quando parla di prove e maschicidio – Nadia Somma, Il Fatto Quotidiano, 21.06.2017
[^] Femminicidio Manduca, per le crociate le prove sono un optional – Bruno Tinti, Il Fatto Quotidiano, 21.06.2017
[^] Sentenza del Tribunale di Messima sulla causa promossa da Carmelo Calì
[^] Femminicidi annunciati, una vittima su 4 aveva denunciato – Claudio Del Frate, 27esimaora, 22.09.2015
[^] Violenza sulle donne, l’Onu all’Italia: “Crimine di Stato, fate di più” – Luisa Pronzato, 27esimaora 25.06.2012
[^] Violenza domestica, poche denunce. E spesso archiviate dalle stesse Procure – Paola D’Amico, 27esimaora, 20.05.2013
[^] Perché è stupido usare la parola «maschicidio» – Sebastian Bendinelli, The Submarine, 27.06.2017
[^] Si, dalla violenza ci si può salvare – Cristina Obber, Elle, 19.04.2017
[^] Un silenzio assordante. La violenza occultata su donne e minori – Patrizia Romito, Franco Angeli 2011

L’amnistia e il sovraffollamento carcerario

amnistiaNel giorno di Pasqua, a Roma, i radicali hanno marciato e chiesto l’amnistia, per liberare le carceri sovraffollate. Nel novembre 2016, 54 mila detenuti occupavano uno spazio previsto per 49.700 persone. La causa radicale è giusta e corrisponde ad un principio costituzionale: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. L’iniziativa è lodevole, perché sta agli antipodi della demagogia e del populismo. Lottare per i diritti umani dei detenuti, non è un tema che porta facili consensi, semmai li aliena.

Resta da vedere se l’amnistia sia la soluzione più efficace, per risolvere il problema. Può esserlo come soluzione d’emergenza, come lo fu l’indulto nel 2006 (già tre anni dopo le carceri risultavano di nuovo piene). L’indulto fu criticato per essere stato esteso anche all’omicidio volontario e per non aver potuto sfoltire i processi, dato che il provvedimento estingueva la pena, ma non il reato. L’amnistia invece estingue il reato e quindi i relativi procedimenti giudiziari, a vantaggio dei processi riguardanti i reati non amnistiati, si suppone i più gravi ed importanti, così salvati dalla prescrizione. L’amnistia, se circoscritta ai reati minori, lascia in carcere gli individui socialmente pericolosi e non ha dunque motivo di suscitare allarme sociale.

Tuttavia, dal 1992, l’amnistia, come l’indulto, compete al parlamento e richiede la maggioranza qualificata dei due terzi. La scelta dei reati da estinguere diventa facilmente oggetto di trattativa tra i partiti, con la tentazione da parte di alcuni di voler includere i reati riguardanti la corruzione politica o altri interessi del proprio elettorato. Il prevedibile conflitto può bloccare il provvedimento o snaturarlo. Oppure, più semplicemente, la destra, il M5S possono impugnare l’argomento securitario a fini di propaganda elettorale; il PD, condizionato dall’allenza con Alfano, non avrebbe la forza di reggere il confronto. Alla marcia radicale era presente solo il gruppo di Sinistra Italiana. Va detto, che vi era pure la ministra Beatrice Lorenzin.

Se anche un’amnistia riuscisse a passare – effetto comunque importante per i detenuti di oggi – il problema del sovraffollamento carcerario, come si è già visto, si riproporrebbe entro pochi anni. Per evitarlo, occorre depenalizzare quei reati che più contribuiscono a popolare inutilmente le carceri. La Corte Costituzionale ha abolito la legge Fini-Giovanardi, sul consumo di droghe leggere. Ciò ha in parte attenuato l’aumento della popolazione carceraria. Il parlamento, con la sola maggioranza semplice (ipotizzando un coraggio che l’attuale governo non ha), può proseguire l’opera e, per esempio, abolire la Bossi-Fini, in particolare il reato d’immigrazione clandestina; inoltre, può adeguare i requisiti di accesso alle pene alternative alla condizione delle persone senza fissa dimora e senza lavoro. In tal modo, si, l’amnistia può essere propedeutica ad una riforma della giustizia.

Riferimenti:
[>] Perché l’Amnistia serve a tutti i cittadini (anche a quelli liberi) (Radicali, 19.12.2012)
[>] Radicali in marcia per l’amnistia. “Non abbiamo molti alleati, andiamo dal Papa” (HuffPost, 16.04.2017)
[>] Dietro le sbarre: nelle carceri italiane 54mila detenuti. Ma i posti letto ancora non bastano (Repubblica, 10.11.2016)

Davigo e la corruzione politica

Piercamillo Davigo

Sono contro il qualunquismo e penso che la politica sia l’arte più nobile ed il migliore dei poteri. Per molto tempo, mi sono infervorato nello spiegare che i politici e i partiti non sono tutti uguali. Ciò nonostante, nel conflitto tra politica e magistratura, mi sento più solidale con la magistratura: riconosco più credibilità a Piercamillo Davigo che a Matteo Renzi o Angelino Alfano.

Davigo, il nuovo presidente dell’associazione nazionale magistrati, in sostanza ha ragione: la corruzione politica è sopravvissuta all’inchiesta di Mani Pulite (1992-94) ed è proseguita con sempre minore vergogna. I governi di centrodestra e centrosinistra, in modi diversi, invece di contrastarla l’hanno favorita o ci hanno convissuto.

Un tempo la politica esprimeva forti anticorpi alla corruzione. Politici come Enrico Berlinguer, Sandro Pertini, Ugo la Malfa, Beniamino Zaccagnini e molti altri erano figure autorevoli e integerrime. Oggi, queste figure sono assenti. Gli attuali alfieri della questione morale, i cinquestelle, o i giornalisti del Fatto, non comunicano una autentica tensione etica e sembrano solo personaggi felici di prendere i loro avversari in castagna.

L’idea che la corruzione politica sia un inevitabile effetto collaterale della democrazia, come tale da tollerare, sorvola sulle proporzioni della corruzione, che la corte dei conti stima in 60 miliardi di euro l’anno. Il dato, contestato sia per difetto sia per eccesso, definisce un ordine di grandezza e trova un riscontro nella graduatoria di Trasparency International, che colloca l’Italia al secondo posto tra i paesi più corrotti d’Europa. Alle ingenti risorse sottratte dalla corruzione, si aggiungono quelle sottratte dall’evasione fiscale. Questo, in un paese oppresso dal debito e dall’austerity.

Per collocazione sociale e per reddito, credo di essere un povero. Se non lo sono può bastarmi poco per precipitare nella povertà: un incidente, una malattia, una separazione coniugale, una crisi finanziaria più grave della precedente. Di certo, sarò povero quando andrò in pensione. Così, per me, quelle ricchezze sottratte da corruzione ed evasione (per tacere dei fatturati della mafia), sono un lusso criminale. E non può bastarmi che un politico sia onesto, se non si impegna nella lotta contro il malaffare, o addirittura, pur senza rubare una lira, si impegna per contrastare quella lotta.

Per quanto ne so, non ho motivo di dubitare dell’integrità di Renzi e Alfano; ma vedo che questi due governanti mantengono bassi i tempi della prescrizione, elevano fino a tremila euro la soglia del contante per gli acquisti, vogliono limitare le intercettazioni, sono disattenti rispetto alle frequentazioni dei loro ministri. Questi politici onesti, non fanno della moralizzazione una priorità, anzi l’avvertono come una minaccia e lanciano proclami contro la barbarie giustizialista.

Sono solidale con la magistratura, ma non affido ad essa la mia speranza. La magistratura può fare argine, non può salvare il paese dalla corruzione, né realizzare una rifondazione morale. Solo la politica può farlo. Finché non lo fa, anzi fa il contrario, il suo spazio verrà occupato dal discorso o dall’intervista di qualche magistrato più coraggioso di altri.


[>] Perché si riparla di Piercamillo Davigo
[>] Otto e mezzo – Davigo, l’artiglieria della magistratura (Puntata 11/04/2016)
[>] L’intervista al presidente dell’Anm Davigo su rapporti tra poteri e intercettazioni

Solidarietà a Ilaria Cucchi

Ilaria Cucchi

Ilaria Cucchi è una donna a cui è stato ucciso il fratello sotto custodia cautelare e a cui è stata negata verità e giustizia per sei anni. Questo è sufficiente per provare solidarietà e comprensione nei suoi confronti, quale che sia la sua netiquette. A differenza del Corriere della Sera, che oggi la paragona niente meno che ai terroristi degli anni settanta, penso sia sbagliato provare empatia solo nei confronti delle vittime che si mostrano remissive, impotenti, si limitano a chiedere verità, a dichiarare fiducia nello stato. A volte, gli stati si comportano in modo giusto e affidabile proprio grazie all’attivismo e alla determinazione di persone come Ilaria Cucchi. La grande stampa non sempre è altrettanto determinata nel fare informazione ed esercitare controllo. D’altra parte, una stampa all’altezza del suo compito, più che spiegare alle vittime come fare le vittime, spiega ai servitori dello stato come servire lo stato, e dunque ai tutori dell’ordine come sia loro primo dovere garantire la vita e l’incolumità delle persone tenute sotto la loro custodia, pure quando credono di avere a che fare solo con un drogato di merda.

Alcuni dichiarano di stare dalla parte di Ilaria Cucchi anche quando sbaglia, altri l’accusano di avere messo alla gogna un carabiniere, di essere stata giustizialista e non garantista; il legale del carabiniere dice che il suo assistito ha ricevuto insulti e minacce e annuncia querela per diffamazione nei confronti di Ilaria, già querelata un anno fa dal sindacato di polizia penitenziaria per istigazione all’odio contro una intera categoria (la loro). Ilaria Cucchi ha pubblicato sulla sua pagina FB la foto già pubblica di un carabiniere palestrato, indagato per la morte di Stefano, per mostrarne la fisicità, il modo di ostentarla, la sproporzione di forza tra quei carabinieri intercettati e indagati per averlo pestato e lui che pesava solo 43 chili, impossibilito ad opporre una effettiva resistenza ai pubblici ufficiali. Di seguito Ilaria Cucchi ha rifiutato i commenti violenti, ha scritto di non voler rispondere alla violenza con la violenza e di voler ottenere solo giustizia. Basta navigare un po’ i social media o dare una scorsa a qualche fogliaccio, per vedere che di insulti e offese ne ha ricevuti soprattutto lei, come le succede da anni. Del post risponde ai giornali e si dichiara non pentita.

Sulla opportunità di un atto si può sempre discutere. Magari, mantenendo il senso delle proporzioni. Ma nessuna regola è stata violata. Su Facebook le condivisioni di testi e immagini sono ordinarie. Chiunque, può regolare la privacy del proprio profilo di FB e decidere cosa condividere e con chi. Indicare il nome e la foto di un indagato non è un reato. I giornali lo fanno spesso, espongono al giudizio pubblico chi non è stato ancora condannato e con ciò esercitano il diritto di cronaca e la libertà d’espressione. Anche una pagina di facebook può farlo. Qualcuno avrà reagito male, ma tanti hanno soltanto riguadagnato memoria e attenzione per un delitto, un caso di illegalità e abuso di potere. Un caso sul quale si sono esercitate pressioni e coperture da parte della politica e degli apparati coinvolti, rispetto ai quali, l’attenzione dell’opinione pubblica, non è una gogna, ma un sano contrappeso e una garanzia. Una garanzia migliore di quel garantismo che alla gogna mette le vittime.

cucchi pestato dai carabinieri

Risentimento garantista

proscioglimento

Succede che un personaggio pubblico, in genere un politico o un imprenditore, sia indagato, processato e assolto. Al momento della sua assoluzione, lui, i suoi amici e simpatizzanti lamentano l’ingiustizia delle accuse e la rinfacciano agli avversari, all’opinione pubblica, ai pubblici ministeri. È uno sfogo comprensibile, anche se non si comprende dove questa espressione di risentimento possa andare a parare, quando pretende di farsi discorso.

Non c’è modo di garantire l’apertura di una indagine e il rinvio a giudizio solo di indagati ed imputati di certo condannati, per cui se un processo si conclude con l’assoluzione allora è stato tutto sbagliato fin da principio. Una istruttoria si apre in base ad indizi di reato, non a prove certe. Queste, se esistono, vanno trovate nel corso del procedimento. Un processo, per fortuna, può concludersi anche con una assoluzione e questo dimostra che la giustizia funziona, non il suo contrario.

È pure inevitabile che in presenza di una testimonianza o di un’accusa e della conseguente apertura di una inchiesta, in forza del diritto di cronaca, si raccontino i fatti, si sviluppi una discussione, si formino delle opinioni favorevoli o contrarie all’indagato. Certo, sono da evitare gogne e linciaggi mediatici, come in ogni tipo di discussione è da evitare il linguaggio violento.

Va poi tenuto a mente che la giustizia giuridica non è la giustizia in sé o la verità in sé. Esistono responsabilità politiche senza rilevanza penale, che però possono favorire reati quali la corruzione o la criminalità organizzata. Per converso, si può commettere un reato, ritrovandosi parte di un ingranaggio, senza averne la responsabilità politica. La nostra idea di cosa sia peggio o meglio o più meritevole di essere discusso, può essere diversa da quanto stabiliscono gli atti giudiziari.

Ogni assoluzione proscioglie l’imputato, ma le assoluzioni, a secondo della motivazione, hanno una diversa rilevanza pubblica. Si può essere assolti se il fatto non sussiste; se l’imputato non lo ha commesso; se il fatto non costituisce reato; se il fatto non è previsto dalla legge come reato; se il reato è stato commesso da persona non imputabile o non punibile per un’altra ragione. Varie sentenze di assoluzione sono sbandierate come prova di innocenza, quando invece si è trattato solo di prescrizione o di insufficienza di prove (il fatto non sussiste).

Le sentenze chiudono una causa giudiziaria, ma non chiudono ogni discussione. Le sentenze si rispettano. Ciò significa che si accetta l’applicazione delle disposizioni e il ruolo dei magistrati, ma si può essere e rimanere in dissenso con l’esito della sentenza, le sue motivazioni, e dichiararlo. Le sentenze, non possono decidere in assoluto, chi ha torto e chi ha ragione.

PD in contraddizione tra Marino e De Luca

elle-kappa de luca bindi

Stavolta ha ragione Stefano Esposito: bisogna usare per De Luca lo stesso metro usato per Marino.

In verità, l’analogia è ingenerosa nei confronti di Ignazio Marino, che con ogni probabilità è stato solo sprovveduto nell’affidarsi ad uno staff che ha pasticciato nel registrare rimborsi spese di modesta entità, incrociando in ritardo e a caso le date degli scontrini con le date dell’agenda del sindaco. La situazione di Vincenzo De Luca è più pesante. Già da candidato a presidente della Campania, aveva al suo attivo: un reato estinto per prescrizione; tre condanne in primo grado; due procedimenti in corso. Ed ora una indagine per corruzione. Dopo aver insultato pubblicamente Rosy Bindi, la presidente della commissione antimafia.

Eppure nel caso di De Luca, il PD vuole attendere l’esito delle inchieste della magistratura. Nel caso di Marino invece ha preteso le dimissioni del sindaco e quando non le ha ottenute, ha obbligato i suoi assessori e i suoi consiglieri a dimettersi, fino a reclutare consiglieri dell’opposizione per ottenere il numero di dimissionati necessario a far decadere il consiglio comunale. Attendismo per De Luca che resta in sella, iperattivismo per Marino, pur di disarcionarlo subito.

È legittimo che ogni partito si dia il suo metro. Un metro esigente, se vuole che i suoi rappresentanti siano come la moglie di Cesare, al di sopra di ogni sospetto. Oppure un metro garantista, se nonostante le inchieste vuole considerare i suoi rappresentanti innocenti fino a prova contraria. Può anche usare un metro valutativo e a seconda della persona e della situazione cercare di capire se può fidarsi dell’onestà del suo rappresentante.

È invece scorretto che un partito accantoni la questione giudiziaria oppure la strumentalizzi in base a valutazioni di ordine politico. De Luca è un notabile radicato nel suo territorio, ha il consenso, quindi aspettiamo l’esito della magistratura. Marino non sa amministrare o non amministra come vogliamo noi, in ogni caso non ci piace, quindi sfruttiamo l’incidente degli scontrini per farlo cadere.

Questo modo di connettere o di sconnettere giustizia e politica è inaccettabile. Con una tale arbitrarietà ci si dimostra forti con i deboli e deboli con i forti. Era questo il senso vero della distinzione tra il Renzi 1 e il Renzi 2.

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Legittima difesa senza proporzioni

Oscar Pistorius - Reeva Steenkamp

La mia casa è stata violata due volte nel corso della mia vita. Ho sospettato gli zingari, perché in coincidenza si erano stabiliti degli accampamenti nelle vicinanze, ma è solo un mio pregiudizio. Non ho mai fatto l’esperienza di trovarmi di fronte ad un intruso in casa mia. Se accadesse, non so come reagirei. Forse cercherei di interloquire, forse cercherei di difendermi anche preventivamente, se sospettassi intenzioni aggressive da parte sua, contro di me o i miei parenti. Nel caso, me ne assumerei la responsabilità.

Non ho mai posseduto un arma, nè mai pensato di averla. Non credo mi darebbe più sicurezza. Dovrei essere in grado di prenderla al momento giusto, saperla usare, avere il coraggio di usarla, sperare che l’altro non sia armato e più abile di me. Perciò, non mi rassicurano quei politici che manifestano per dire che la difesa non è mai eccessiva. Allo stato compete proteggere i suoi cittadini, non delegargli il compito di improvvisarsi giustizieri di se stessi.

Fascisti e leghisti fanno il loro brutto mestiere, anche in questi giorni dopo l’omicidio (difensivo?) di Vaprio, mentre Enrico Costa (NCD), sottosegretario alla giustizia, vuole consentire alla legittima difesa anche l’eccesso, perché i ladri oggi sono più violenti. Non è chiaro se il sottosegretario parli generalizzando dei casi o avendo dei dati a supporto.

Se la criminalità cambia, il legislatore ha il dovere di cambiare le pene, ma senza venire meno ai principi. Dev’essere chiaro che non c’è il diritto alla vendetta. Per essere espliciti, se uno insegue il ladro in strada e gli spara, non potrà mai essere considerata una legittima difesa. Se si spara in casa perché si teme per la propria incolumità o libertà, ci si può pensare. Ahimè non è più il tempo in cui bastava accendere la luce per far scappare il ladro.

La destra al governo ha già esteso il concetto di legittima difesa proporzionata all’offesa nel 2006, ammettendo anche l’uso di armi da fuoco legittimamente detenute al fine di difendere la propria o altrui incolumità; i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione. La nuova norma (art. 52 cp modificato) ha messo sullo stesso piano la propria incolumità e i propri beni. La vita del ladro può valere meno dei beni di cui vuole appropriarsi. Ciò nonostante, dopo nove anni, la sicurezza percepita dei cittadini non sembra essere aumentata ed ora si sollecita una legittima difesa ancora più discrezionale fino a rimuovere l’ipotesi di reato. Il messaggio è deteriore.

Lo stato dice ai cittadini: armatevi e difendetevi. Negli Stati uniti la diffusione delle armi è molto sostentuta dal mito dell’autodifesa e negli ultimi otto anni vi sono state quindici stragi.

Il domicilio diventa una zona franca, il padrone può decidere la pena di morte sugli intrusi. Anche su quelli che scambia per tali? Oscar Pistorius uccise in casa sua la fidanzata Reeva Steenkamp, dichiarando di averla scambiata per un ladro; è stato creduto e condannato a cinque anni solo per omicidio colposo, dopo un anno è già libero, ma con i propositi legislativi e le giustificazioni di contesto della nostra destra, forse se la sarebbe cavata persino meglio.

Il rapporto tra domiciliato e intruso entra in una spirale di reciproca prevenzione di offesa e difesa, dove ad avere la meglio tante volte saranno gli intrusi, più preparati a delinquere.

La sicurezza aumenta in una cultura nella quale alla vita e alla incolumità si riconosce valore. Se le stesse autorità o chi si candida ad assumersene la responsabilità trasmettono un messaggio svalorizzante, come in un film western, la vita e l’incolumità di tutti sono più a rischio.