Il conflitto Grasso-Boldrini e la possibile alleanza tra Liberi e Uguali e il M5S

Laura Boldrini intervistata da Lilli Gruber

Forse, Laura Boldrini si è sbilanciata nel chiudere la porta al M5S, ma per tenerla aperta, Pietro Grasso le ha dato una risposta inadeguata. O meglio, l’ha data a SkyTg24, per dire che non decide lei, decide lui. Rappresentandosi, in tal modo, come uomo solo al comando, nel rapporto con il suo partito (salvo negarlo quando la domanda successiva passa dal dualismo con Boldrini al dualismo con D’Alema) e come maschio alpha, nel rapporto con una donna di pari autorità. Il ruolo di leader, di un leader forte, non implica affatto, nella gestione del dissenso, una sottrazione di autorità nei confronti dell’altro e, in special modo, dell’altra. Lo implica invece una leadership debole.

Lo puntualizzo dopo aver biasimato, in un precedente post, le critiche demolitorie nei confronti di Grasso. Il leader va sostenuto. Egli, a sua volta, sostiene i suoi compagni e le sue compagne, in un circolo virtuoso di autorità. In seguito, Grasso si è corretto nell’assumersi la responsabilità di ricondurre a sintesi il pluralismo. Questa formula, ineccepibile, non avrebbe offerto il pretesto ad un giornale avversario di titolare «Boldrini umiliata da Grasso». Il verbo umiliare sui fogli di destra è spesso usato per infierire sulle donne. Anche questo richiede attenzione. Un partito coerentemente di sinistra, che dica di battersi per una vera parità di genere – concetto discutibile, ma ora diamolo per buono – oltre a promuovere le donne a responsabilità e cariche elettive, dà l’esempio nel riconoscimento e nel rispetto dell’autorità femminile.

Il che non significa che alle donne si dà sempre ragione. Anzi, la differenza sessuale comporta il conflitto tra i sessi. È probabile – l’ho visto molte volte – che il gioco tattico, la manovra politica, appassioni gli uomini ed interessi poco le donne, più legate al senso pratico del fare politica. D’altra parte, il gioco tattico disancorato da un sistema di valori, una visione strategia, una rappresentanza di interessi, vale ben poco. Così, questa idea di aprire al M5S, che io trovo tatticamente quasi intelligente, può non convincere una donna che ha lavorato per il rispetto delle sue simili, dei diritti umani e delle istituzioni. Il suo punto di vista è bene concorra al processo decisionale. La ricchezza del pluralismo, per non essere una formula vuota, richiede che nessuno sia ridimensionato. Laura Boldrini, forse si è sbilanciata, ma non ha tolto autorità a nessuno.

Pietro Grasso intervistato da Maria Latella

Condivido la filosofia del mai dire mai e credo di capire il ragionamento di Grasso (Bersani, Fratoianni e altri): aprire al M5S ci svincola dalla sola interlocuzione con il PD ed aumenta il potere contrattuale nei confronti dello stesso PD. Il M5S non è costitutivamente di destra, è ondivago e opportunista: non sarebbe sorprendente se convergesse su alcuni punti di sinistra, tali da permettere un accordo, peraltro parte del suo programma sociale è già di sinistra. Dopo il 4 marzo, Il M5S potrebbe essere il primo partito ed avere bisogno, in modo determinante, dei voti di LeU per formare un governo. Oppure LeU potrebbe svolgere un ruolo di cerniera per un governo più largo che coinvolga anche il PD. Si dice, si valuterà la situazione dopo il voto, sulla base dei programmi, dato il sistema prevalentemente proporzionale.

Tuttavia, continuare a ripetere che non esistono pregiudiziali nei confronti del M5S, nei codici della politica, significa indicare una preferenza. Dunque, la questione è già posta prima del voto e presenta alcuni nodi. Un accordo è un compromesso nel quale devi rinunciare a qualcosa, se sei il più piccolo tra gli alleati, devi rinunciare anche a molto. Un potenziale alleato ritenuto ondivago, per non ritenerlo di destra, rimane inaffidabile per un accordo di programma, specie nel quadro di un rapporto di forze sfavorevole. Vero che LeU sarebbe determinante, ma nel trasformismo dei parlamenti italiani, le forze minoritarie determinanti sono state spesso sostituite dall’apposita formazione di nuovi gruppi minoritari, per sostenere i governi. Un fallimento dell’accordo, non sarebbe a costo zero. Inoltre, un movimento politico non è solo il suo programma, è anche la sua cultura politica, il suo personale politico. Sulla base del solo programma, la sinistra, in passato, avrebbe potuto considerare il dialogo con i proponenti del programma di San Sepolcro del 1919, che fu, in effetti, la base per l’appello ai fratelli in camicia nera del 1936. La cultura politica dei 5 stelle, per una intera legislatura, si è mostrata impregnata di qualunquismo, xenofobia, e sessismo. Il suo personale politico si è mostrato di una ignoranza e incompetenza imbarazzanti. Molto difficile che tutto questo sia ripulito in un passaggio elettorale.

Infine, immagino, speriamo, che Liberi e Uguali diventi un soggetto politico stabile, strutturato e radicato, ben oltre il cartello elettorale: un nuovo partito di sinistra, che innesti sulla tradizione del movimento operaio, l’antirazzismo, l’ambientalismo e il femminismo. Possiamo magari crederci poco e sperarci molto, ma una cosa pensiamo di saperla: che un partito a struttura forte non nasce e non si costruisce stando al governo e stare al governo non è obbligatorio.

 

Università gratuita, se diritto universale

Pietro Grasso - Abolizione delle tasse universitarie

Se l’istruzione superiore è un diritto universale, è giusto che l’accesso sia gratuito. Se invece è un servizio a domanda individuale, è giusto pagare una contribuzione per accedervi, secondo il proprio reddito. Questo è il discrimine tra una visione politica socialista ed una liberale e conservatrice.

Senza tener conto di questo discrimine, l’idea di Pietro Grasso di abolire le tasse universitarie è finita, per alcune ore, nel calderone delle promesse demagogiche e populiste. Questo, per via della competizione elettorale, che porta a respingere una proposta avversaria, persino da parte di coloro che l’hanno nel proprio programma (Potere al popolo). E per via del fatto che ci siamo ormai disabituati a pensare in modo socialista.

Così, di fronte alla proposta di Grasso, l’unica cosa che viene in mente è il paragone con le politiche di destra che vogliono ridurre le tasse ai ricchi, poiché sono soprattutto i ricchi a pagare le tasse universitarie, proprio in virtù del fatto che quelle tasse sbarrano l’accesso ai poveri, come dimostrato dal parziale aumento delle immatricolazioni dopo le esenzioni per i meno abbienti. Esenzioni insufficienti sul piano economico, dato che i redditi di 30 mila euro devono pagare almeno un migliaio di euro e inadeguate sul piano simbolico, dato che vanno a formare liste di poveri oggetto di compassionevole concessione.

Al contrario, nella visione di un welfare universalistico, come avviene per la sanità e per la scuola dell’obbligo, l’accesso è gratuito, un diritto per tutti, senza distinzioni di reddito ed il finanziamento è garantito dalla fiscalità generale, che deve, questa si, essere progressiva, secondo il dettato costituzionale. Ciò vuol dire che l’Università deve essere finanziata anche dai ricchi che non la frequentano o che non la frequentano più.

Jeremy Corbyn - Bernie Sanders

A differenza delle proposte realmente populiste, quella di Grasso ha suscitato un ampio dibattito e molti articoli di approfondimento sullo stato dell’istruzione in Italia e sulle comparazioni tra il nostro e gli altri paesi europei. Per cui si può vedere come il modello ispiratore della proposta sia quello scandinavo o, se si pensa ad una contribuzione minima, quello della Germania. Peraltro, nonostante Trump sia stato evocato a sproposito, a proporre l’abolizione delle tasse universitarie sono stati Bernie Sanders negli Stati Uniti e Geremy Corbyn in Gran Bretagna.


Riferimenti:
[^] Pietro Grasso spiega la proposta di abolire le tasse universitarie
[^] Università gratuita: che vuole dire, perché è giusto, perché fa scandalo? – Claudia Pratelli – HuffPost
[^] Accesso, tasse universitarie e sostegno agli studenti: siamo il paese peggiore dove studiare – Angelo Romano – Valigia Blu

Se un leader è necessario, si sostiene

Pietro Grasso - Solidarietà ai lavoratori dell'Ideal Standard

Un leader appena scelto, in vista di elezioni molto vicine, prima si sostiene poi, eventualmente, si critica. Questo, nell’interesse del gruppo che ritiene necessario avere un leader. Lo penso dopo aver letto due articoli contro Pietro Grasso: uno a firma di Alessandro De Angelis sull’HuffPost, l’altro a firma di Peppino Caldarola su Lettera43. Due firme vicine a Liberi e Uguali e soprattutto a Massimo D’Alema. Il quale del progetto di LeU è il principale ispiratore. Grazie a lui, alla sua esplicita posizione contraria nel referendum costituzionale, la minoranza PD ha potuto rendersi autonoma in modo definitivo da Matteo Renzi e dare vita ad una nuova formazione politica. D’Alema ne potrebbe essere il capo naturale, ma lui, da buon «ex PCI» ha un complesso di legittimazione e preferisce delegare un altro. Da qui il ritornello renziano su chi comanda in Liberi e Uguali.

La contraddizione emerge nella formazione delle liste, dove si misurano i rapporti di forza tra le componenti del movimento (Mdp, Sinistra italiana, Possibile) e tra i partiti e gli indipendenti (Grasso, Boldrini, Muroni), che, in una logica di partito, finiscono per essere visti come una componente a sé. A Grasso è attribuita la richiesta di dieci indipendenti nelle liste. Una richiesta ritenuta eccessiva dai partiti (o da alcuni di loro), perché il futuro gruppo parlamentare di LeU sarà prevedibilmente dimezzato rispetto all’insieme dei parlamentari uscenti dei tre gruppi promotori. Quindi, per ridurne le pretese, arrivano le critiche al leader, troppo lento, poco connesso emotivamente con il popolo di sinistra, abituato alle deferenze, etc. Critiche poco misurate, dannose per l’autorità del leader e la credibilità di un movimento, evidentemente incapace di scegliersi una guida adeguata.

Raffaella Muroni - Solidarietà ai lavoratori dell'Ideal Standard

Ignoro quanto le critiche siano fondate. Mi dispiace l’abuso della retorica demolitoria. La lentezza e la flemma che ricordano Antonio Ingroia, preso in giro da Maurizio Crozza possono ricordare anche Romano Prodi, il padre dell’Ulivo, imitato da Corrado Guzzanti. La connessione emotiva con il popolo di sinistra (un tema caro a D’Alema fin dai tempi di Occhetto), possono interpretarla i leader dei vari gruppi di sinistra, che non spariscono in virtù del candidato premier. Per ciò che concerne la scelta della coordinatrice della campagna elettorale, Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente, mi pare buono che si tratti di una donna e di un’ambientalista e a giustificarla credo basti il rapporto di fiducia con il candidato premier. Molto esagerato è il paragone con il giglio magico di Renzi che rimanda ad amicizie consolidate e a volontà di esclusione.

Un’analogia che mi viene in mente è quella della Rifondazione degli anni ‘90. Un partito costruito da Armando Cossutta, il quale non poteva, né voleva esserne il segretario: scelse un amministratore delegato, prima Sergio Garavini, poi Fausto Bertinotti, con il presupposto di un vincolo determinante. In entrambi i casi, il vincolo fu rotto da un duello disastroso. Il copione per Cossutta si ripeté persino nel Pdci con il fedelissimo Oliviero Diliberto. Cossutta non seppe scegliere tra la rinuncia a fare il capo e il consentire che il capo lo facesse un altro. Neppure puntò su una leadership collegiale che del capo sa fare a meno. L’importanza della funzione e della figura del capo fu uno degli elementi che distinse nella storia il movimento comunista dalla socialdemocrazia. Il tempo di metterlo in discussione ha coinciso con il sopravvento del leaderismo mediatico.

La presidente della Camera, Laura Boldrini, durante il brindisi di Natale, Roma, 22 dicembre 2017

Il complesso di legittimazione rende D’Alema simile a Cossutta. Non gli sono sfavorevole: un leader che ha sbagliato, può correggersi e avere nuove possibilità. Ho trovato incivile la rottamazione. Spero sappia sottrarsi all’effetto configurante delle caricature fatte ai suoi danni. Né mi sento particolarmente favorevole alla leadership di Pietro Grasso, anche se ritengo che avere i due presidenti del parlamento alla testa del movimento sia un elemento di forza da non indebolire, specie con argomenti che rasentano il populismo. Personalmente, avrei preferito la scelta di Laura Boldrini e una leadership caratterizzata da una forte relazione tra donne, un giglio magico femminile, poiché aderisco al pregiudizio secondo il quale le donne peggio degli uomini non possono fare.

Maschilismo femminista

Liberi e Uguali

Esistono due soggettività principali: le donne e gli uomini. Una non include l’altra. Poi esistono i temi: il lavoro, l’economia, la giustizia, l’ambiente, etc. Anche se non ha detto che sono foglioline, mettere insieme le donne con l’ambiente, come ha fatto il leader di Liberi e Uguali, Pietro Grasso ospite di Fabio Fazio, sottintende che le donne siano un tema, la vecchia questione femminile, una tra le altre, della tradizione maschile di sinistra.

Poiché sono un uomo e provengo da quella storia, la rappresentazione di Liberi e Uguali mi è familiare e mi viene naturale simpatizzare con loro. Il nome si rifà al primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani (del 1948); il simbolo ha una grafica gradevole sopra lo sfondo della mia sfumatura di rosso preferita. La «I» pennellata in «E» può dare, in effetti, l’idea della doppia lettura Libere-liberi e risolvere così la declinazione di genere. D’Alema ricorda che nessuno protestò per il maschile plurale di Democratici di sinistra. Era il 1997. Oggi, il mutamento nelle relazioni tra i sessi, ha il suo effetto nel linguaggio, nei segni che significano le cose. Il significato di un nome maschile plurale, di una foto di quattro leader maschi e di un’aggiunta grafica femminile al simbolo, se non è l’esclusione delle donne, sembra la promessa d’inclusione in un progetto preconfezionato dagli uomini.

L’integrazione al posto del riconoscimento e della valorizzazione della differenza ha molte implicazioni pratiche. Per esempio, le tute bianche di Melfi, uguali per tutti, ma umilianti per le operaie, che si ritrovano con la tuta macchiata durante il ciclo mestruale, come protestano le delegate FIOM. L’equiparazione dell’età pensionabile delle donne a quella degli uomini e l’abolizione del divieto del turno di notte per le donne, come ricordato da Silvia Niccolai. L’imposizione agli istituti riservati alle donne di avere anche operatori e ricoverati maschi, poco disponibili al lavoro di cura, alla direzione delle donne, inclini alla prevaricazione anche sessuale, come raccontato da Franca Fortunato e Lina Scalzo. Le garanzie giuridiche a protezione degli uomini dal potere dello stato, che non garantiscono le donne e i bambini dal potere degli uomini, come denunciato da Judith Lewis Herman. L’indifferenza alla composizione delle leadership e la neutrale prevalenza maschile, che a sinistra fa più impressione.

Speranza Grasso Civati Fratoianni

Nella protesta contro Liberi e Uguali ci sono varie cose: la strumentalizzazione renziana; la ridondanza dei social; il gusto di prendere in castagna il sessismo inconsapevole della sinistra. Al netto di tutto questo, c’è però una critica femminista fondata, che mostra anche un’aspettativa delusa. A nessun femminismo verrebbe in mente di criticare la denominazione di Fratelli d’Italia (guidati, peraltro, da Giorgia Meloni). Il riflesso difensivo del militante non aiuta: refrattario alle critiche, le sminuisce o si precipita in correzioni, quando è solo il momento di ascoltare, di darsi il tempo di pensare e affidarsi ad altre. Che, in fondo (troppo), non mancano. Chiara Geloni, giornalista, portavoce social-mediatica della nuova formazione, ricorda che in parlamento attuali capogruppo sono due donne: Cecilia Guerra e Loredana De Petris. Inoltre, in arrivo, c’è Laura Boldrini (peccato non sia la candidata guida). Però, come scrive Celeste Costantino, rischia di essere una scorciatoia.

Senza pretendere che le femministe facciano differenze tra gli uomini, io la differenza tra Salvini, Berlusconi, Grillo, Renzi e Grasso preferisco farla. Per me, è diverso essere stati collusi con la mafia o aver rischiato la pelle nella lotta contro la mafia. Aver praticato la violenza maschile o essersene assunto la colpa storica. Voglio vedere in questi uomini di sinistra i maschilisti migliori. Oso dire: un maschilismo femminista. D’altra parte, nelle transizioni si formano gli ibridi: vedo pure un femminismo maschilista, che difende la prostituzione e l’utero in affitto, che mescola la lotta alla violenza con l‘ostilità ai migranti, che assume pose e toni virili. Nella nostra mistura di ambiguità, opportunismo ed evoluzione, il maschilismo femminista è, in ogni caso, il sintomo di un cambiamento ambientale, di una potenzialità, un passo a carponi che sa di non poter indietreggiare, cerca la strada e procede per tentativi ed errori. Prova Civati con il femminile plurale, prova Fratoianni con il piano di Non una di meno.

E’ l’effetto di una grande crisi ideologica e simbolica: della sconfitta storica del comunismo e del declino epocale del patriarcato. Una reazione tende all’arrocco ortodosso, l’altra alle dilatazioni eretiche, nella ricerca del nutrimento in tutti i movimenti positivi: gli studenti, l’antimafia, il pacifismo, l’ambientalismo, e naturalmente il femminismo. Senza però, riuscire a trovare davvero il proprio asse, quello attorno a cui formare una nuova e solida cultura politica. Una cultura politica non si improvvisa. Meno che mai, tra gli affanni della prima linea. Ma, su un tempo più lungo, la si può ben coltivare nelle retrovie.

Il centrosinistra? Meglio la sinistra

Negli anni ’60 il centro era la Democrazia cristiana. Negli anni ’90, solo un prefisso retorico, per contendersi uno spazio e sfumare un profilo politico

Prima pagina dell'Avanti organo del PSI

Bersani non aderisce al PD, ma – dice – resto nel centrosinistra. Secondo D’Alema, rimosso Renzi, il centrosinistra tornerà ad essere unito. Intanto, io continuo a sentirmi un po’ estraneo rispetto ad un’area politica così definita.

Il centrosinistra, per me, era e rimane l’alleanza di governo tra la Democrazia cristiana e il Partito socialista italiano, negli anni ’60. La formula aveva un senso, i rapporti di forza erano favorevoli alla Dc, il partito che, negli anni ’50, governava quasi da solo, con il supporto di alleati moderati minori (fase del centrismo), poi, persa una parte del consenso, sceglieva di cooptare al governo la più piccola e moderata delle due sinistre, il PSI. La collocazione di centro della DC, come degli alleati minori, il PRI, il PLI, pur in una situazione di bipartitismo imperfetto, si giustificava con il fatto che la parola destra evocava ancora il fascismo.

L’etichetta di centrosinistra degli anni ’90 è un’altra cosa. Designa l’Ulivo, l’alleanza tra il Partito democratico della sinistra (PDS), erede del PCI, e il Partito Popolare (PP), erede della sinistra democristiana; in seguito dei DS e della Margherita. Coalizione alternativa al centrodestra, a sua volta formato da Forza Italia (autodefinita di centro), Alleanza nazionale (autodefinita di destra), Lega nord (autodefinita né di destra, né di sinistra, come molti movimenti fascistoidi, ultimo il M5S). Il prefisso centro, usato da entrambe le alleanze, si elide reciprocamente. Nel bipolarismo, il centro non è più una forza autonoma e omogenea, è solo una zona di frontiera tra destra e sinistra, rispetto alla quale si sta di quà o di là.

L’uso del centro come prefisso è una trovata retorica, per uno spazio conteso. Mostra una sfumatura del profilo politico in virtù di una scuola di pensiero secondo la quale le elezioni si vincono al centro, nella conquista dei voti moderati. Con il ritorno al proporzionale, può riformarsi un partito di centro, come lo era la DC, pur se mancano altre condizioni, per prima la possibilità di redistribuire consistenti risorse pubbliche. Anche nel perseguire l’alleanza con una forza di questo tipo, la questione che si pone al gruppo che fuoriesce dal PD è la ricostruzione e la riunificazione del campo della sinistra. Che, al momento, io so immaginare solo come un partito del (o per il) lavoro (produttivo e riproduttivo).

Sulla scissione del PD

Le separazioni sono impopolari. La sinistra si scinde come gli altri. Una scissione può anche mettere ordine. La minoranza si separa a ragione per salvarsi

scissione-pdLe scissioni sono malviste, hanno cattiva stampa. Come le separazioni sembrano contro natura, perché spezzano legami amicali e parentali. Chi sceglie di separarsi si sente in colpa e prova a gettare la responsabilità sull’altro. In politica, pare aumentino l’instabilità e la frammentazione: ecco un altro partito; e dipenda dall’iniziativa di minoranze incapaci di perdere. Il brutto alone della scissione e quello altrettanto del minoritario perdente si rinforzano in negativo a vicenda. Se accade a sinistra, si collega come una barzelletta alla storia delle scissioni socialiste e comuniste. Questa reputazione della scissione spiega qualcosa del comportamento esitante e contraddittorio della minoranza del PD.

Le divisioni del PD, più che appartenere alla famiglia delle scissioni di sinistra, sono parenti delle continue disarticolazioni dei partiti della cosiddetta seconda repubblica, effetto di leaderismi esclusivi. Da Berlusconi si sono scissi Fini, Alfano, Fitto e Verdini; da Bossi: Rocchetta e Pivetti, poi da Salvini: Tosi; la diaspora democristiana ha visti divisi Segni, Buttiglione, e la coppia Casini e Mastella; poi Buttiglione da Bianco; poi Mastella da Casini; poi Follini da Casini; all’estrema destra esistono almeno tre formazioni: Fratelli d’Italia, Forza Nuova e Casapound; da Grillo si è scissa una pattuglia di senatori, poi vari esponenti epurati da Flavia a Pizzarotti. Perché il PD dovrebbe essere da meno? Si è già vista la scissione da sinistra di Mussi e quella da destra di Rutelli.

Nonostante il senso di sfilacciamento e confusione dato dalla rassegna delle separazioni, la scissione di un partito ha le sue potenzialità: può razionalizzare il quadro politico, se ad una separazione seguono altre riunificazioni, che mettono in ordine le pere con le pere e le mele con le mele. Molto sta nel riconquistare il senso di questa distinzione. I trasformismi di questi anni sono stati favoriti da una politica indifferenziata. Invece sotto il governo Renzi, le discriminanti su scuola, lavoro, istituzioni, sono parse abbastanza nette e la convivenza davvero forzata. Un’altra cosa che ha colpito, in un partito di solito più civile degli altri, è il venir meno del rispetto, in particolare il bullismo di una parte dei renziani contro esponenti della minoranza. La messa in scena, senza imbarazzo, di pessime relazioni personali. Così come il contrapporsi in modo ostentato all’Anpi e alla Cgil.

I termini della divisione, una normale lotta di potere tra maschi, oggi sono confusi. Paiono una disputa sulla data del congresso, prima o dopo le amministrative, anche in funzione della scadenza della legislatura, che Renzi vorrebbe anticipare e i suoi oppositori no. La questione del congresso pare ben spiegata da Emanuele Macaluso, secondo il quale Renzi lo stravolgerebbe in un plebiscito su se stesso, con le primarie aperte a tutti. I renziani invece spiegano che il nodo vero è la volontà di far fuori Renzi. Ma la minoranza, finché tale, non dispone di questo potere in nessun tipo di congresso. La maggioranza invece ha il potere di far fuori la minoranza dalle liste elettorali e la cosa, in un partito del leader, ha senso. Il desiderio di avere gruppi omogenei è naturale; se l’omogeneità si realizza mediante il confronto, richiede tempo e mediazioni; un leader che invece fa della rapidità una sua arma, ha bisogno di gruppi obbedienti e affidabili.

La maggioranza impoverita batte il PD

Appendino-Fassino-QuartieriHo votato Giorgio Airaudo (sinistra) al primo turno e Piero Fassino (PD) al secondo turno. Tuttavia, provo simpatia per la vincitrice Chiara Appendino. Lei mi ispira fiducia. Il suo movimento, meno.

Il tema elettorale della neosindaca – la città divisa in due – si è materializzato nelle urne. Il centro, la crocetta e la collina hanno votato Fassino, le periferie hanno votato Appendino. Lo storico Giuseppe Berta spiega che tra i due capolinea della linea 3 (precollina e Vallette) l’aspettativa di vita si abbassa di sette anni.

Questa divisione sociale non si può imputare all’amministrazione, ma il sindaco è la prima e spesso l’unica linea del rapporto tra istituzioni e cittadinanza. Così, tocca a lui essere bocciato, anche senza colpa.

Il PD riconosce la sconfitta. Al tempo stesso, la mitiga e allontana da sé la responsabilità.

Una lettura dice che la destra ho votato i candidati del M5S, per sconfiggere nei ballottaggi il PD. In parte è vero, ma questi elettori, avendone il potere, non hanno scelto di eleggere candidati di destra. Privi di un senso di appartenenza, sono voti fluidi intercettabili tanto dal M5S quanto dal PD. Da molti anni la politica del PD mira a conquistare i voti moderati, tanto da volerli ospitare persino nelle sue primarie. Al ballottaggio di Torino del 1993, Valentino Castellani (candidato del centrosinistra) partiva dal 20% del primo turno contro Diego Novelli (candidato della sinistra) che aveva ottenuto il 36%. Un distacco ancora maggiore di quello che ha appena separato Fassino (41%) da Appendino (30%). Castellani rimontò e vinse, molto probabilmente con i voti di una destra più solida e stabile di quella odierna. Con quei voti si avviò l’esperienza modernizzatrice del centrosinistra a Torino.

Un’altra lettura dice che il PD ha perso contro le giovani candidate del M5S, perché non si è presentato con volti altrettanto giovani. È la retorica del partito mai abbastanza renziano, che deve completare la rottamazione. Un argomento ingeneroso nei confronti di Fassino. In realtà, il PD a Napoli ha rottamato Antonio Bassolino e candidato la giovane Valeria Valente, senza arrivare neppure al ballottaggio. A Roma, ha rottamato Ignazio Marino e il volto nuovo e pulito di Roberto Giachetti è stato stracciato. Il PD è il partito di governo, non può vivere di rendita sulla rottamazione dei vecchi dirigenti né continuare a rivenderla con nuovi capri espiatori.

Un’altra lettura vede luci ed ombre e prova a metterla in pareggio: abbiamo perso a Roma e Torino, ma abbiamo vinto a Milano e Bologna. Questo vuol dire solo che il PD riesce a tenere nelle città più ricche e a battere l’altro partito di governo, il centrodestra, diviso e con un leader fuori gioco, mentre perde con il M5S, la forza emergente alternativa, quella che in Italia occupa lo spazio delle forze cosiddette anti-establishment.

Il PD sembra orientarsi a imitare il M5S e le sue giovani candidate, a farne emergere di sue, a correggere la strategia di comunicazione: mostrare un leader più umile, più ecumenico; e a correggere la legge elettorale, che con questi risultati, al contrario delle aspettative, metterebbe il PD a confronto con il M5S e non con il centrodestra. Tuttavia, dal 1994 ad oggi, il governo in carica non ha mai vinto le elezioni.

Dal trattato di Maastricht (1992) in poi, siamo entrati in una fase di austerità, che ha redistribuito il reddito alla rovescia, impoverito il ceto medio, e condannato i giovani alla disoccupazione e al precariato. A questa condizione sociale si è aggiunta una percezione negativa del futuro. La situazione si è ulteriormente aggravata con la crisi finanziaria cominciata nel 2008. L’ottimismo, prima berlusconiano e poi renziano, non ha prodotto risultati. Il Job Acts, scadute le decontribuzioni, sembra inefficace.

Per vincere le elezioni, un governo in carica dovrebbe riuscire a promuovere uno sviluppo sufficiente per creare occupazione, oppure a redistribuire la ricchezza per ridurre le diseguaglianze. Queste due possibilità, entro i confini neoliberisti sono proibite e gli attuali leader del PD e governanti del paese sono preoccupati di demolire soltanto quel che resta delle ideologie novecentesche della sinistra.