Il voto di fiducia sulla legge elettorale

Mattarella-Boldrini

L’opposizione si fa al governo, al presidente del consiglio, alla coalizione di maggioranza, non al parlamento ed alla sua presidente. Mi dispiace molto perciò vedere Maurizio Acerbo, il nuovo segretario di Rifondazione comunista, fare confusione tra i due piani ed imitare i 5 stelle nel prendere di mira la terza carica dello stato, Laura Boldrini e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con tanto di maxi-foto e rilanci vari, per protestare contro il voto di fiducia sulla legge elettorale; una scelta, quella di porre la fiducia, che è responsabilità del PD e del governo e contro la quale la presidente della camera non ha il potere di opporsi, perché l’incostituzionalità della procedura, denunciata da una parte delle opposizioni, è solo presunta, solo una questione di interpretazione.

Con la fiducia è stata approvata la legge truffa del 1953 e l’Italicum del 2015. L’Italicum è stato modificato dalla Corte Costituzionale, ma non giudicato incostituzionale per il modo in cui è stato approvato e nessun tentativo è stato fatto per provare ad interpellare la Corte su questo punto.

Secondo una parte delle opposizioni, il voto di fiducia posto sulla legge elettorale viola l’art. 72 della Costituzione, che vuole per le leggi in materia costituzionale, elettorale e di delegazione legislativa, sia sempre rispettata la procedura normale di esame e di approvazione diretta della Camera. Questa procedura consiste nel fatto che ogni disegno di legge sia esaminato articolo per articolo, prima in commissione, poi in aula. Ma la procedura normale non esclude esplicitamente il voto di fiducia. La fiducia posta dal governo è su tre articoli, da votare uno per volta. Dunque, la forma è salva.

Sul piano politico, se ne può dire tutto il male possibile, e lo dico, perché il voto di fiducia fa della legge elettorale una questione del governo, contro questa o quella minoranza, ma per questa scelta autoritaria, bisogna prendersela con i responsabili, non con la presidente della camera, che non può improvvisarsi capo dell’opposizione.


Aggiornamento:
[^] Perché non potevo negare il voto di fiducia – Laura Boldrini, il manifesto 13.10.2017

Sull’odio ossessivo contro Laura Boldrini

Laura Boldrini - Presidente della Camera dei deputati

La condanna dell’orribile tiro al bersaglio contro una persona e la critica a quella persona sono due discorsi diversi da tenere distinti. Metterli in relazione, non è onesta intellettuale, ma un modo furbesco per rilanciare lo stesso tiro al bersaglio in una forma più educata. È la sensazione che mi dà l’ultimo articolo di Linkiesta dedicato alla presidente della camera. Il testo richiama al rispetto umano, ma si accoda nella mancanza di rispetto politico e morale; mentre stigmatizza gli insulti, ribadisce contro di lei i soliti luoghi comuni ostili: antipatica, sussiegosa, miracolata. L’autore potrebbe essere più onesto se sottoponesse a critica, non solo l’eccesso, ma proprio lo sguardo dei tiratori, cioè quanto lui stesso ha in comune con loro.

Il sussiego e il difetto di ironia in una donna, si vedono più facilmente quando dalle donne si pretende un supplemento di umiltà e di comprensione. La miracolata, quando si è incapaci di riconoscere nelle donne, specie in quelle più femminili, capacità e competenze; e quando si ritiene di appartenere al sesso dei miracolosi. Laura Boldrini ha più storia di Nichi Vendola. La presidente della camera può non piacere. A me piace, la trovo più simpatica di Fulvio Abbate; più adeguata e meritevole della media del personale politico istituzionale attualmente in carica; condivido le sue idee e le sue battaglie. I difetti a lei attribuiti non c’entrano nulla con l’odio ossessivo che riceve. Cecile Kyenge reagiva al lancio di banane con ironia e senza sussiego, ma di insulti ne riceveva altrettanti.

Esistono aree politiche, il M5S, la Lega, i fascisti, i tabloid berlusconiani, che fanno politica in modo incivile; agitano xenofobia e misoginia. Questa inciviltà trova argini deboli. La violenza verbale è una modalità di relazione, soprattutto nel linguaggio della destra, da quando esiste la televisione commerciale e, in special modo, da quando il padrone della televisione commerciale è diventato il capo della destra. La violenza fa audience e al tempo stesso intimidisce gli avversari, li delegittima, e supera le difficoltà del ragionamento. Questo linguaggio, che coinvolge e mobilita gli incolti e i frustrati pronti a trovare uno sfogatoio nei social-network, è stato assunto da molti giornali tradizionali che, invece di fare da anticorpo, fanno da veicolo, per ottenere lettori, visitatori, inserzionisti.

A questo si accompagna una perdita di autorità e di potere della politica. Così, l’ex portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati più che riuscire a sollevare la stima delle istituzioni, ne è tirata giù. D’altra parte, è lo scopo della violenza politica virtuale: dimostrare che quell’avversaria non merita rispetto, non ha la forza di farsi rispettare, è senza autorità. Così, anche chi la sostiene finisce per avere l’immagine deformata di una figura (a torto) molto odiata e quindi vulnerabile. Eppure la presidente della camera ha una fanpage di 250 mila sostenitori, contro gli 80 mila del presidente del senato e non ha mai subito una contestazione popolare in una iniziativa pubblica.

Laura Boldrini riassume tutti gli spettri dei reazionari: è una donna al potere; è femminista; è indipendente, non è sotto la tutela di un leader maschio e di un partito; è di sinistra; vuole accogliere ed integrare i migranti; Al tempo stesso, non è radicale e questo dispiace ad una parte dei suoi compagni, che non capisce come mai la presidente della camera non agisca come un capo d’opposizione. Lei interpreta un ruolo di mediazione: tra istituzioni e società, tra maggioranza e opposizione, tra vecchio e nuovo, tra le sinistre, tra italiani e stranieri, il ruolo del ponte. I ponti in tempo di pace si attraversano, in tempo di guerra si bombardano. Il linguaggio violento della destra ha introdotto in politica una psicologia da guerra civile.


Articoli correlati:
[^] Perché odi Laura Boldrini – Maura Gangitano, Tlon 2.08.2017
[^] Contro i seminatori di odio è tempo di reagire insieme – Laura Boldrini 28.07.2017
[^] Giù le mani da Laura Boldrini (nonostante tutto) – Fulvio Abbate, Linkiesta 26.07.2017
[^] Gli odiatori e chi li spinge all’odio – Daria Bignardi, Barbablog 29.11.2016
[^] Tutte le bufale su Laura Boldrini – Marco Sarti, Linkiesta 19.08.2016
[^] Perché attaccano Laura Boldrini? – Arturo Scotto, HuffPost 02/08/2016
[^] Perché un pezzo di internet odia Laura Boldrini? – Gabriele Ferraresi, dailybest 26.07.2017

Primo proteggere le vittime

Il sistema giudiziario è designato a proteggere gli uomini dal potere superiore dello stato, ma non protegge le donne o i bambini dal superiore potere degli uomini. Esso fornisce, perciò, forti garanzie per i diritti degli accusati, ma nessuna garanzia per i diritti della donna vittima di violenza.
Se ci si proponesse di ideare un sistema in grado di provocare sintomi intrusivi post-traumatici, non si potrebbe trovare niente di meglio di una corte di giustizia. Le donne che hanno cercato giustizia nel sistema giudiziario comunemente paragonano questa esperienza all’essere state violentate una seconda volta.
(Judith Lewis Herman)

Quando c’è un femminicidio, qualcuno va punito, ma solo se ci sono le prove. È la tesi essenziale e garantista opposta dall’ex magistrato Bruno Tinti a Nadia Somma e alla sentenza di Messina, che condanna i pm negligenti di Caltagirone per il femminicidio di Marianna Manduca: l’uccisione di una donna da parte dell’ex marito Saverio Nolfo, nonostante dodici denunce per violenza e maltrattamenti. Questo garantismo, tuttavia, ha garantito l’uomo, ma non la donna. È successo per molti femminicidi: una vittima su quattro prima di essere uccisa ha denunciato inutilmente.

La questione essenziale allora è diversa: quando c’è una donna che denuncia di subire violenza o di essere minacciata, qualcuno deve prevenire il peggio. Cioè assumere la protezione della vita, dell’incolumità, della libertà della donna come prioritaria, rispetto ad altri valori più favorevoli all’accusato o alle prerogative patriarcali. L’Onu e la Corte di Strasburgo hanno rilevato e condannato la responsabilità istituzionale dell’Italia nella mancata protezione delle vittime. Questa mancanza, espressa, difesa, teorizzata con candore nel doppio intervento dell’ex magistrato, azionista del Fatto Quotidiano, molto somiglia a quella vittimizzazione secondaria, che egli domanda cosa voglia dire.

  • Mostra insensibilità per la sorte della vittima; rimprovera l’interlocutrice di ignorare la rilevanza dei fatti, ma il fatto più importante di tutta la storia, l’uccisione della donna, non ha alcun rilievo nelle sue confutazioni.
  • Confonde violenza e conflitto; usa il disaccordo nella coppia per spiegarsi la violenza e, di conseguenza, vede due corresponsabili. L’idea che il conflitto sia negativo è un punto in comune con la mentalità del violento.
  • Considera il rapporto nella coppia su un astratto piano paritario e simmetrico, senza fare differenza tra uomo e donna, padre e madre, senza considerare i rapporti di forza e il contesto culturale nel quale la violenza è una funzione della gerarchia sessista.
  • Manifesta un pregiudizio negativo verso la credibilità di lei e positivo verso la credibilità di lui, così di fronte a tante denunce per paura ed esasperazione e a poche denunce per ritorsione, rimane neutrale ed equidistante.
  • Valuta la rilevanza dei fatti in modo decontestualizzato, senza inquadrali in una sequenza, nella ricostruzione di una situazione persecutoria.
  • Sottovaluta la gravità di forme di violenza ritenute lievi (schiaffi, spintoni), che invece hanno una valenza umiliante e intimidatoria.
  • Rivela un sentimento antifemminista, definisce la lotta al femminicidio una crociata, esprime fastidio per il termine femminicidio, gli contrappone polemicamente maschicidio lamentandone l’inesistenza, come fosse una discriminazione contro i maschi.

Per sottrarsi alla riluttanza giudiziaria, molte donne rinunciano a denunciare o ritirano le denunce. Se la giustizia – elaborata nei secoli dagli uomini, in società patriarcali – si mostra efficace solo nel garantire gli aguzzini o nel giustificare i negligenti, le donne non hanno ragione di fidarsi e vale poco rimproverare loro di non riconoscere rilevanza al diritto e alla giurisprudenza (maschili). Le donne sono metà della popolazione e la giustizia non può legittimarsi su un patriarcato decadente.

Questo quadro è diventato negli ultimi quarant’anni più controverso e conflittuale, per impulso del movimento delle donne. Sono nati e cresciuti i centri antiviolenza e quando la giustizia ha cooperato con loro, molti casi si sono risolti bene, come racconta Cristina Obber e i femminicidi sembrano in calo. Sono state approvate nuove leggi e nuove disposizioni che, pur nei loro limiti, hanno segnato un progresso, per quanto parziale, tanto da rendere possibile la sentenza di Messina, che riconosce e sanziona la responsabilità di chi non ha agito per tutelare la vita di una donna: una madre che voleva poter incontrare i suoi figli e che stava, probabilmente, per vincere la causa di affidamento.


Riferimenti:
[^] Femminicidio Manduca: la sentenza contro l’inerzia dei pm è una vittoria per le donne, ma non basta – Nadia Somma, Il Fatto Quotidiano, 14.06.2017
[^] Femminicidio Manduca, cosa sbaglia Bruno Tinti quando parla di prove e maschicidio – Nadia Somma, Il Fatto Quotidiano, 21.06.2017
[^] Femminicidio Manduca, per le crociate le prove sono un optional – Bruno Tinti, Il Fatto Quotidiano, 21.06.2017
[^] Sentenza del Tribunale di Messima sulla causa promossa da Carmelo Calì
[^] Femminicidi annunciati, una vittima su 4 aveva denunciato – Claudio Del Frate, 27esimaora, 22.09.2015
[^] Violenza sulle donne, l’Onu all’Italia: “Crimine di Stato, fate di più” – Luisa Pronzato, 27esimaora 25.06.2012
[^] Violenza domestica, poche denunce. E spesso archiviate dalle stesse Procure – Paola D’Amico, 27esimaora, 20.05.2013
[^] Perché è stupido usare la parola «maschicidio» – Sebastian Bendinelli, The Submarine, 27.06.2017
[^] Si, dalla violenza ci si può salvare – Cristina Obber, Elle, 19.04.2017
[^] Un silenzio assordante. La violenza occultata su donne e minori – Patrizia Romito, Franco Angeli 2011

Migrazioni e migranti

Verso i migranti mi sento solidale. Mio padre, i nonni, altri parenti emigrarono dal sud al nord, dalla campagna alla città, dall’Italia agli Stati Uniti o all’Australia, per passare dalla sopravvivenza alla vita. Mi sento anche in colpa, perché sono stato solo fortunato a nascere nella parte ricca del mondo, quella responsabile di consumare molto più di quanto produce e di sfruttare le risorse, la manodopera e i mercati dei paesi poveri.

Così penso che le migrazioni derivino inevitabilmente dal colonialismo e dalla globalizzazione e correggano le disuguaglianze: se le aziende delocalizzano in paesi dove i lavoratori costano meno, i lavoratori emigrano verso paesi dove le aziende pagano di più. Le migrazioni sono un problema innanzitutto per i migranti, che devono sradicarsi dal loro ambiente, affrontare viaggi duri e pericolosi, integrarsi in terre straniere, di cui spesso ignorano lingua, leggi e cultura; e lo sono per gli autoctoni che devono misurarsi con la diversità, in tempi di crisi e declino. L’effetto grave delle migrazioni è la xenofobia, che percepisce e rappresenta le migrazioni come un’invasione e spinge i governi a respingere ed escludere: politiche che sono causa di sofferenze, tensioni, clandestinità.

In realtà, le migrazioni possono essere un’opportunità. Sia per i paesi poveri, perché le rimesse dei migranti costituiscono il principale aiuto dai paesi ricchi. Sia per gli stessi paesi ricchi, perché i migranti sopperiscono al declino demografico, lavorano, creano ricchezza, mantengono il welfare più di quanto ne usufruiscono. L’incontro tra religioni e culture diverse, sebbene motivo di conflitto, è una condizione favorevole per progredire nella tolleranza e nella laicità. La cultura patriarcale di molti migranti pare minacciare le conquiste delle donne occidentali, ma può fare da specchio alla nostra cultura patriarcale e favorire una presa di coscienza degli uomini. Anche per queste possibili evoluzioni, guardo ai migranti con simpatia.

Gli insegnanti del sud e il giornalista del nord

Fabrizio Rondolino vs Insegnanti del Sud

(…) l’aspetto che più mi ha colpito, e su cui vi invito a riflettere, è il totale fraintendimento del mio tweet. In altre parole, centinaia di persone (fra cui molti docenti) non sono state in grado di comprendere una frase elementare.
“Se gli ingegneri di Torino che cantano a Bardonecchia fossero intonati, almeno riconosceremmo le canzoni”. Che significa questa frase? Che tutti gli ingegneri di Torino sono stonati? No, significa che gli ingegneri torinesi che in questo momento stanno facendo uno spettacolo a Bardonecchia – loro, soltanto loro – non sono intonati. Degli altri ingegneri, di tutti gli altri ingegneri, la frase non dice nulla.
Il mio tweet nasceva dallo spettacolo avvilente di un gruppo di insegnanti (mi pare di Napoli) che inveivano contro la riforma della scuola e contro il governo con una forte inflessione dialettale, una sintassi decisamente zoppicante e un tono di voce più adatto ad un pescivendolo indaffarato che ad un professore.. È di questa scena, vista in televisione, che parla il tweet: “Se gli insegnanti del Sud che urlano in tv conoscessero l’italiano, almeno capiremmo che vogliono”. Degli altri insegnanti, di tutti gli altri insegnanti (del Sud, del Nord e del Centro), la frase non dice nulla.
Centinaia di persone, diversi siti di insegnanti e persino il Fatto hanno invece capito che tutti gli insegnanti meridionali sono analfabeti, e di conseguenza si sono scatenati accusandomi di razzismo, fascismo, leghismo e quant’altro. Sono accuse che, naturalmente, non mi sfiorano neppure, come ben sa chi mi conosce, e dunque non meritano risposta. (…)
Fabrizio Rondolino – 8 agosto 2016

Le persone accusate di razzismo (o sessismo) spesso provano a difendersi usando argomenti ed equivalenze formali. Tipo: «Non mi riferisco a tutti i neri» e «Lo potrei dire anche ai bianchi». Tuttavia, il razzismo è una questione politica e culturale, non una mera questione formale. Se scrivo: «I neri che non si lavano puzzano», la mia frase è corretta e forse pure inconfutabile. Lo stesso se scrivo: «Gli ebrei che prestano denaro ad elevato tasso d’interesse sono degli strozzini». O ancora: «Le donne che non sanno guidare intralciano il traffico». Queste frasi non attribuiscono un dato a tutti i neri, gli ebrei, le donne, ma solo a quelli che si comportano in un certo modo. Quindi, manca la generalizzazione. Inoltre, all’occorrenza, secondo quel comportamento, ci si può riferire anche ai bianchi, ai cattolici, agli uomini. Quindi, manca la discriminazione. Ergo: queste frasi non sono razziste. Formalmente.

In sostanza invece lo sono. Indicano un soggetto di appartenenza in modo del tutto superfluo ai fini di quello che vogliono comunicare – se il punto sono quelli che non si lavano, che prestano denaro ad usura, che non sanno guidare, che importa che si tratti di neri, ebrei, donne? – e giocano su luoghi comuni associativi negativi (nero/puzza; ebreo/strozzino; donna al volante/pericolo costante) che hanno sempre fatto da veicolo al disprezzo con effetti discriminatori. Che l’associazione sia circoscritta vuol solo dire che la tradizionale offesa razzista scatta solo contro quelli che trasgrediscono e, nel caso del nel tweet di Fabrizio Rondolino, giornalista renziano (e torinese), scatta anche senza pertinenza: cosa c’entra il dialetto di chi protesta con le ragioni della sua protesta?. Gli ingegneri o i torinesi associati al canto stonato non ci dicono nulla. Invece, i meridionali associati a ignoranza, analfabetismo, delinquenza, indolenza, sono una vecchia storia del razzismo torinese e settentrionale, insieme con il fastidio ostentato per le loro inflessioni dialettali. Altri pregiudizi ci sono noti, quelli dei cuneesi che non sanno guidare o dei genovesi attaccati al denaro, ma ci fanno solo sorridere, perché non sono mai stati usati per provocare o giustificare uno svantaggio a loro danno. Gli insegnanti del sud tornano ad essere disprezzati perché protestano contro qualcosa che, nel dualismo nord/sud tocca solo a loro e di nuovo a loro: il trasferimento lavorativo al nord.

Nel merito della vicenda, mi sento d’accordo con Christian Raimo. Ad ogni modo, che i trasferimenti siano necessari o l’esito di un pasticcio burocratico, di una ingiustizia e di una cattiva politica della scuola al sud, possiamo comunque immaginare il disagio degli insegnanti che, per mantenere il lavoro, devono emigrare, separarsi dal loro ambiente, dalle loro relazioni, dalla loro famiglia e affittarsi una casa lontano, che si mangerà buona parte del loro già basso stipendio. Diciamo gli insegnanti, ben sapendo che in netta maggioranza sono le insegnanti, sono donne, spesso gravate dalle responsabilità familiari molto più degli uomini, con figli bambini che vanno a scuola o genitori anziani da assistere. Anche se non la si condivide, la loro protesta si può capire. Provocarle per irritarle è molto peggio che non sapere l’italiano.