La politica non si fa in tribunale, ma nessun politico è al di sopra della legge

Giustizia

Alcuni oppositori democratici e di sinistra, talvolta con toni da tifosi, apprezzano la magistratura che procede contro la Lega e Matteo Salvini: per il caso della truffa dei 49 milioni di euro sottratti allo stato; per il sequestro dei migranti (secondo il capo di imputazione) trattenuti sulla nave Diciotti.

Altri oppositori, magari meno intransigenti con il governo in carica, perché più intransigenti con il governo precedente e con la UE, evocano il precedente del giustizialismo antiberlusconiano, per stigmatizzare le simpatie a favore della magistratura e predicano, con qualche ragione, che non si deve praticare la lotta politica per via giudiziaria: l’avversario va battuto sul campo del conflitto politico, non con gli avvisi di garanzia e le sentenze penali.

Per parte mia, non desidero che i miei avversari politici e neppure i miei nemici cadano per inchieste, processi e condanne giudiziarie. Perché, se anche cadano così, la loro cattiva causa sopravvive e, forse, persino si rafforza con un alone di martirio.

Tuttavia, non mi metto a difenderli dai magistrati o ad accusare la magistratura di fare politica o di non farla, cioé di non darsi criteri di opportunità. Non se li deve dare. Quando un magistrato ha una notizia di reato, ha l’obbligo di procedere con l’azione penale. I politici, anche se miei avversari o nemici, non sono al di sopra della legge, il consenso non dà diritto all’impunità. Per sottrarci ai problemi con la giustizia, disponiamo tutti di un metodo sicuro quanto basta: non commettere reati.

Si può salvare qualcosa della maschilità?

Armatura del cavaliere

Al netto di tutte le legittime e giuste critiche alla maschilità, c’è qualcosa di apprezzabile nei maschi, alcune qualità positive attribuibili al maschile? Oppure no, perché seppure se ne può dire qualcuna, si tratta di qualità attribuibili anche e forse meglio al femminile? C’è qualcosa di buono nella maschilità, qualcosa che si può salvare?

Una risposta nega il senso della domanda, perché vede il maschile e il femminile solo come costrutti sociali, stereotipi determinati dal patriarcato, e considera la natura ininfluente. Un punto di vista che appartiene alla razionalità moderna; contrappone natura e cultura e nella contrapposizione immagina la natura plasmata dalla cultura. Un modo di vedere prossimo all’ideale dell’uomo dominatore dell’ambiente, dettato dal patriarcato, non meno degli stereotipi.

All’origine di questa visione c’è pure l’idea che la differenza sia solo un dispositivo di ingiustizia e discriminazione. Tuttavia, l’indifferenziato può esserlo altrettanto; basti pensare all’equiparazione dell’età pensionabile o dei turni di notte, alla cosiddetta bigenitorialità, alle sentenze di separazione che tolgono i figli alle madri in nome della parità e del superamento dei ruoli sessuali, all’utero in affitto che cancella la maternità, per ridurre l’essere genitore agli elementi di esperienza intercambiabili tra padri e madri.

Altre risposte citano la semplicità, la linearità, l’ironia, la capacità di interpretare l’autorità. Qualità, in effetti, che non mi sono venute in mente, spesso ritenute più maschili che femminili, forse perché facilmente compromesse dal loro lato negativo: il semplicismo, lo schematismo, il sarcasmo, l’autoritarismo.

Il desiderio femminile nomina il corpo maschile: per quasi tutte le donne e per alcuni uomini, i maschi sono sessualmente attraenti. Un valore molto importante eppure circoscritto nel determinare la qualità delle relazioni. Ne beneficia solo una minoranza di uomini; una mia amica li stima al cinque per cento del sesso maschile. Per altre sarà di più o di meno. Resta da capire cosa può avere di interessante la grande maggioranza degli uomini che attraente non è.

Una qualità particolare, tra quelle indicate, è lo sprezzo del pericolo. Anche qui parliamo di una minoranza (eroica). Fu detto a proposito dei vigili del fuoco e volontari, quasi tutti uomini, intervenuti, forse sapendo di andare a morte certa, tra le macerie delle torri gemelle, l’11 settembre 2001, per recuperare corpi e sopravvissuti. Come non ricordare però, che a quei maschi valorosi corrisposero quegli altri maschi terroristi? Coraggiosi anche loro fino a suicidarsi per terminare la loro impresa criminale. Il coraggio temerario di molti uomini, può essere visto come un pregio o come l’aspetto pregevole di un difetto: gli uomini danno meno valore alla vita, quindi la mettono a repentaglio più facilmente; la propria e quella altrui.

La domanda, alla fine, per me rimane irrisolta, anche se provo a metterci una toppa, spero abbastanza decorosa: della maschilità salverei lo spirito cavalleresco, quell’insieme di attributi (generosità, cortesia, signorilità), che formano lo stesso senso di responsabilità. Non perché buono e perfetto in sé, ma perché è la cosa migliore che gli uomini maschi siano stati capaci di esprimere storicamente, forse proprio nell’incontro e nel riconoscimento dell’autorità femminile, come mi ha suggerito una storica femminista. Volendo ripensare la differenza maschile, questa è una base.

L’ideale cavalleresco suscita sospetto e diffidenza, perché evoca il fantasma del paternalismo e della presunzione di superiorità; penso sia un rischio inevitabile ogni volta che si sceglie di essere responsabili per gli altri. All’opposto si rischia l’irresponsabilità. Cavalleresco è non infierire sul prigioniero, sentirsi in dovere di soccorrere chi è in pericolo, arrendersi o fuggire senza viverlo come un disonore. E’ la matrice di molte convenzioni che provano a limitare la barbarie della guerra e a garantire il rispetto dei diritti umani.

Stupri italiani e stranieri

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Riguardo gli stupri e il confronto tra italiani e stranieri, alcuni evidenziano che in cifra assoluta stuprano di più gli italiani, altri che in percentuale stuprano di più gli stranieri. La verità è che il confronto è arbitrario ed è spesso dettato dalla xenofobia o dalla volontà di contrastarla. Dati due gruppi di uomini, si potrà sempre dire che un gruppo stupra più dell’altro. Ad essere vero è che in tutte le società, i giovani stuprano più degli adulti e dei vecchi. Tra gli stranieri, l’incidenza dei giovani è molto superiore a quella tra gli italiani. Ragione per cui, in proporzione gli stranieri fanno tutto di più. Lo stupro è un delitto odioso paragonabile al tentato omicidio e va combattuto nella sua causa reale, cioè, non come questione straniera, ma come questione maschile. Gli stupratori al 100% sono maschi.

I confronti tra italiani e stranieri andrebbero fatti dunque per classi di età, giovani con giovani, adulti con adulti, anziani con anziani, allora forse i dati si allineerebbero. Va poi tenuto conto che i dati si basano sulle denunce e sugli arresti ed è più facile denunciare ed arrestare uno straniero. Al fine di attribuire una prevalenza agli italiani o agli stranieri, studiosi come Linda Laura Sabbadini e Marzio Barbagli dichiarano insufficienti i dati basati su denunce e arresti, perché essi rappresentano meno di un decimo delle violenze effettive.

È dubbio che gli stranieri provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente siano più patriarcali degli italiani, quindi più propensi alla violenza sulle donne. Non è detto che lo siano proprio i migranti in fuga dai loro paesi o attratti dai paesi occidentali, né è detto che la cultura patriarcale sia più violenta della cultura post-patriarcale. Secondo i dati e le statistiche, in Italia, il sud risulta meno violento del nord, eppure il sud è ritenuto più patriarcale. Lo stesso in Europa: i paesi mediterranei risultano meno violenti dei paesi nordici, eppure i paesi nordici sono considerati più femministi. O ancora, limitandoci agli immigrati, alcuni gruppi provenienti dall’est Europa risultano più violenti di altri provenienti dall’Africa o dal Medio Oriente, nonostante il loro essere europei, quindi più prossimi a noi. D’altra parte, per stare alla nostra cultura, il nostro principale (e forse unico) prodotto di educazione sessuale è la pornografia. È più rispettosa dell’educazione sessuale nei villaggi e nelle campagne del sud e dell’est del mondo?

La cultura post-patriarcale è una cultura disordinata meno capace di darsi dei limiti, impreparata a misurarsi con la libertà femminile. Il patriarcato esercita(va) una tutela sulle donne. Proteggere le “nostre donne” dagli stranieri è un riflesso patriarcale. E le femministe che aderiscono a questo riflesso formano una singolare alleanza con i nostalgici del patriarcato, in prima linea nella xenofobia. L’idea di accogliere solo le donne straniere e respingere i maschi è impraticabile e se praticata violerebbe i diritti umani di molti uomini per bene e delle loro compagne indisponibili a separarsi da loro. Quasi metà delle donne della nave Diciotti ha rifiutato di sbarcare senza il proprio uomo, così come rifiutarono le donne della nave Aquarius.

Peraltro, è fuorviante e incoerente da parte nostra ridurre ogni individuo alla sua cultura di appartenenza o al modo in cui noi ce la rappresentiamo; un tale atteggiamento ci mette in contraddizione con la nostra cultura dei diritti individuali e ci fa pensare in termini tribali (noi e loro). Sostituire nell’avversione all’altro la razza con la cultura, ci porta lo stesso a definire una colpa collettiva e a non vedere più gli individui, le persone, gli esseri umani, fino alla difesa preventiva con la stessa dinamica dell’esclusione e della punizione indiscriminata.

Gli iraniani che vengono in Italia o in altri paesi europei sono esuli, non sostenitori degli Ayatollah, non ha senso vederli come rappresentati di una cultura oscurantista. In Iran è molto forte la simpatia per la cultura e lo stile di vita occidentali. I migranti eritrei, che sono cristiani, sono in fuga dalla guerra e dal loro regime che li obbliga alla coscrizione, non vengono a rappresentarlo. I pochi eritrei che in Europa o in Usa sostengono il regime, si pronunciano contro l’emigrazione dal loro paese. Allo stesso modo, molti musulmani fuggono da guerre e dittature; la maggior parte delle vittime del terrorismo islamista sono musulmani. Secondo una ricerca internazionale della Gallup, la maggioranza dei musulmani, sia in Usa, sia in Europa, sia nei paesi arabi, apprezza la libertà e la democrazia dei paesi occidentali, solo è critica verso la povertà spirituale dell’Occidente.

Non nego la componente culturale patriarcale, maschilista, misogina della violenza, ma non la identifico con componenti etno-nazionali e religiose. La identifico con il sesso maschile di tutto il mondo.

Sul caso Argento-Bennet

Jimmy Bennet e Asia Argento

Il New York Times ha ricevuto una mail criptata e anonima contenente documenti, foto e scambi tra avvocati, da cui si evince che il musicista Jimmy Bennet, un mese dopo la testimonianza di Asia Argento contro Harvey Weinstein pubblicata sul New Yorker, chiedeva all’attrice italiana un risarcimento di 3,5 milioni di dollari, per avere abusato di lui sessualmente il 9 maggio 2013 in un albergo a Marina del Rey (Los Angeles) in California. In via extragiudiziale, gli avvocati delle due parti si sono accordati per un pagamento di soli 380 mila dollari. In cambio dei soldi, Bennet rinuncia a denunciare Argento e cede a lei il copyright delle foto che li ritraggono insieme a letto dopo aver fatto sesso. L’accordo non prevede la clausola del silenzio sulla vicenda; la legge californiana non lo permette. L’ostacolo avrebbe potuto essere aggirato patteggiando l’accordo tra avvocati nello stato di New York, ma questa mossa sarebbe stata incoerente con la battaglia di Asia Argento, per la presa di parola pubblica sulle molestie, quindi fu da lei scartata.

La scelta di Asia Argento di pagare a Jimmy Bennet 380 mila dollari (una cifra molto inferiore ai 3,5 milioni da lui richiesti) dimostra la sua colpevolezza? All’epoca del loro incontro in albergo, lei aveva 37 anni, lui 17. L’età del consenso per la legge della California è 18 anni. Che il ragazzo fosse consenziente o meno, Asia Argento ha fatto sesso con un ragazzo di dieci mesi inferiore alla maggiore età; per lo stato della California, ha commesso un reato e, dunque, perderebbe l’eventuale causa. La polizia di Los Angeles ha precisato che Asia Argento non è indagata e non lo sarà se Jimmy Bennet, oggi 22enne, non sporge denuncia. Egli ha già denunciato nel 2014 i suoi genitori (madre e patrigno) per averlo messo fuori casa ed essersi trattenuti parte dei suoi averi. Ma ad oggi, non ha denunciato Asia Argento, né accettato di commentare la vicenda. Dai documenti ricevuti dal New York Times risulta che egli dichiari di essere rimasto traumatizzato dall’abuso che attribuisce all’attrice italiana e di aver fallito la sua successiva carriera d’attore a causa dei danni emotivi subiti.

Lo scoop del New York Times è rimbalzato sui media e sui social italiani in modo molto sensazionalistico, nella forma di un ribaltamento di ruolo: la vittima diventa carnefice; con tutto un corollario di accuse di ipocrisia e di incoerenza. La presunta vittima maschile non è stata sottoposta ad alcun processo virtuale: di lui non si dice che ha denunciato tardi, che è un attore fallito (un attricetto), che ha colto l’occasione per guadagnare un po’ di soldi e un po’ di fama, che è un ricattatore, un profittatore e via dicendo. Lei è stata rappresentata come fosse caduta nella polvere, nel fango. Evidentemente, tutti i precedenti insulti – prostituta, profittatrice, virago – l’avevano elevata alle stelle. A cogliere la palla al balzo è stata una prevedibile quanto meschina rivalsa maschile, perché Asia Argento è una donna simbolo del #metoo, il movimento delle donne che denuncia le molestie sessuali e il rapporto tra sesso e potere.

Seppure Asia Argento avesse commesso il più orrendo dei crimini, la causa del #metoo rimane valida e sacrosanta: una donna, una persona, ha piena e totale sovranità sull’integrità del proprio corpo; nessuno deve poterne abusare contro la sua volontà e il suo desiderio, soprattutto da una posizione di potere. Le accuse di moralismo sono accuse manipolatorie che mirano ad estendere le prerogative maschili sul corpo delle donne. L’eventuale incoerenza di una vittima non autorizza alcun abusante, né attenua il giudizio su di lui, tanto meno può limitare la libertà di parola delle vittime.

Tuttavia, stiamo parlando di fatti incomparabili con il caso Weinstein e con la realtà delle molestie sul lavoro. Asia Argento non ha edificato un sistema di abusi fondato sullo scambio tra sesso e potere; non poteva decidere sulla carriera del suo collega; non è stata accusata da decine di uomini; non poteva comprare la compiacenza di giudici e giornali; non aveva, nella circostanza, il controllo fisico della situazione; al limite, poteva esercitare una soggezione psicologica. Non voglio escludere in assoluto la possibilità di una donna violentatrice, ma sono poco propenso a crederci, come credo poco alla gravità di effetti emotivi traumatizzanti subiti da un uomo a causa dell’abuso di una donna. La scelta politica di credere alle donne che denunciano molestie e violenze, poiché sempre e sistematicamente screditate a priori, non implica credere alla denuncia di qualsiasi presunta vittima maschile. La parola di un uomo è sempre valsa di più della parola di una donna. Dunque, non c’è ragione di precipitarsi nel credere alla parola di un uomo che, peraltro, sta zitto.

È stata posta la questione, più volte in passato e tanto più adesso, se Asia Argento sia un simbolo degno del #metoo. Talvolta, se ne discute come se si trattasse del segretario di un partito, il quale può essere eletto o sfiduciato da un organismo direttivo o da una consultazione popolare, che magari subisce l’intraprendenza aggressiva di un leader che s’impone da sé. I simboli non sono cariche elettive e non si impongono in modo autoritario. Diventano tali, naturalmente, in modo casuale, per qualità proprie o per demonizzazioni avversarie. Funzionano bene come effige, tanto da volerli usare con o senza autorizzazione. Per ciò che mi riguarda, preferisco tenermeli cari. I simboli possono declinare, ma ha poco senso chiederne le dimissioni.

P.s. Appena finito di scrivere il post, leggo che Asia Argento smentisce di aver mai avuto rapporti sessuali con Jimmy Bennet.

La negazione del razzismo

Daisy Osakue

La negazione del razzismo si basa su una definizione statica e ristretta. In sostanza, dice: non siamo razzisti, perché non teorizziamo la superiorità di una razza sull’altra. Poiché tale teoria evoca gravi crimini storici, quasi nessuno è disposto a dichiararsi razzista e la stessa negazione del razzismo fa leva sul confronto con una fase storica culminante: non siamo razzisti, perché non riduciamo altre razze in schiavitù, non facciamo i pogrom, le leggi razziali, i campi di concentramento, i genocidi. Insomma, del razzismo, oggi, non ci sarebbe né la teoria suprematista, né la pratica politica discrinatoria e violenta.

Che a fasi storiche culminanti si sia giunti gradualmente e quindi sia importante riconoscere per tempo i segnali che possono precederle, non preoccupa i sostenitori della negazione. Essi oggi vedono solo una normale avversione nei confronti degli stranieri immigrati, per via di paure e insicurezze provocate dall’impoverimento della classe media. Le quali, in verità, furono già parte in causa con le tragedie storiche che non si vogliono rievocare A preoccupare i sostenitori della negazione, invece, è la collocazione rispetto al governo. Dire che c’è il razzismo significa danneggiare il governo M5s-Lega; dire che non c’è il razzismo significa invece favorire il governo M5s-Lega, oppure senza favorirlo, esprimere in primo luogo una contrarietà al PD e all’establishment della UE, della globalizzazione. Oltre, la volontà di difendere o non offendere l’immagine del governo, c’è poi un certo sentimento nazionale che vuole proteggere l’immagine degli italiani, per reggerne l’autostima collettiva.

Io penso che l’immagine dell’Italia la difendiamo meglio se mostriamo di riconoscere il nostro razzismo e di volerlo contrastare. Il razzismo c’è ed è tale indipendentemente dal governo, anche se questo governo, o la sua parte leghista, gli dà voce e volto, per averne il consenso, con il rischio di autorizzare comportamenti xenofobi sempre più pericolosi. L’anno scorso, l’ex direttore dell’Unità Peppino Caldarola scrisse un articolo dal titolo: L’estate in cui l’Italia oltrepassò il Rubicone del razzismo; negli stessi giorni il Corriere della Sera pubblicò una rassegna di notizie dal titolo: L’Italia razzista, cronache di un’estate di discriminazione. Al governo c’era il PD; il suo ministro dell’interno Minniti ostacolava le azioni di soccorso delle ONG e si accordava con le milizie libiche affinché trattenessero i migranti nel loro paese, senza garanzie per il rispetto dei diritti umani. Il tutto con un sostanziale consenso dell’opinione pubblica, costellato da episodi di intolleranza nei confronti degli immigrati. Episodi che insistono quest’anno.

Per ciascuna notizia di aggressione, si riproduce la discussione se si tratti di razzismo oppure no. I negatori preferiscono ignorare il clima di fondo e trattare il caso isolato, per dire di volta in volta che si tratta di squilibrati, cretini, burloni, cioé di individui definiti in modo tale da togliere qualsiasi significato politico e culturale all’intolleranza. Il copione si è ripetuto nel caso dell’uovo che ha quasi accecato Daisy Osakue, la campionessa discobola italo-nigeriana, aggredita a Moncalieri da un gruppo di giovani a bordo di un auto. Risolto il caso, alcuni giornalisti democratici, da Gilioli, a Colombo, a Mentana, hanno voluto certificare che il razzismo non c’entra nulla e sollecitare tutti a riconoscere altrettanto per essere intellettualmente onesti. Affermazioni probabilmente mosse dalla preoccupazione di apparire obiettivi nei confronti del governo e dei tanti follower filogovernativi.

Quello che sappiamo è che Daisy non è stata aggredita da un gruppo neonazista, che il gruppo ha colpito almeno un’altra donna prima di lei, forse un’anziano, e che i ragazzi arrestati hanno dichiarato di aver agito per goliardia. Ma tutto questo non permette di affermare che il razzismo non c’entra nulla. Cioè, di escludere che il colore della pelle di Daisy sia stato un motivo di attrazione, per chi andava in giro a lanciare uova in una zona frequentata da prostitute nigeriane. D’altra parte, il colore della pelle di Daisy è stato senz’altro motivo di attrazione, per tutti gli hater che l’hanno insultata e minacciata con chiari riferimenti alla sua origine. Il razzismo spontaneo dovrebbe preoccupare anche più del razzismo organizzato.

I bulli se la prendono con i più deboli. Con soggetti che sono tali individualmente o sul piano del rispetto sociale. Possono odiare o meno, ma sanno che se colpiscono un diverso, un pezzo di società sarà indulgente o farà persino il tifo per loro. E questo conta nella scelta del bersaglio. Il linguaggio dei bulli è spesso goliardico, fin dal nonnismo nelle caserme. Nelle loro motivazioni convergono facilmente sessismo, razzismo, omofobia, disprezzo per il diverso. Quando un gruppo di bulli se la prende con un disabile o con un obeso, capiamo bene che la condizione della vittima c’entra qualcosa e pure molto nell’essere presa a bersaglio dai bulli, anche se questi hanno aggredito in precedenza malcapitati normali, anche se dopo dichiarano di aver agito solo per divertirsi. Lo capiamo bene e non abbiamo un motivo politico per negare l’evidente o il molto probabile.

Ricordiamo il trattamento pubblico riservato alla prima ministra nera della Repubblica, Cecile Kyenge. Tra i suoi aggressori più importanti vi fu l’allora vicepresidente del senato Roberto Calderoli che la equiparò ad un orango tango. Egli si giustificò, per aver voluto fare solo una battuta; fu denunciato per razzismo ai sensi della legge Mancino, quella che oggi il ministro leghista Fontana vorrebbe abolire. Il senato, però, negò l’autorizzazione a procedere, anche con i voti della sinistra, perché le parole di lui erano censurabili, ma non razziste e poi perché lui le aveva chiesto scusa. Al solito, una cosa grave, ma non seria.

Il razzismo non è solo il teorizzare la superiorità della propria razza sulle altre. Cosa che, tuttavia, vive sottopelle nell’egoismo di gruppo e nella deumanizzazione degli altri. Cosa è equiparare gli africani alle scimmie? Per cosa accettiamo che i migranti, a decine di migliaia, muoiano in mare, nel deserto, subiscano stupri e torture nei campi di concentramento in Libia, in conseguenza delle nostre frontiere chiuse all’immigrazione, se non perché riteniamo le loro vite di minor valore rispetto alle nostre? D’altra parte, potremmo sopportare le sofferenze e la sorte dei migranti, senza svalutarli e spersonalizzarli?

Il razzismo è anche altre cose. È il ricondurre i caratteri e i comportamenti individuali al gruppo etnico di appartenenza. Succede quando diciamo che un africano manca di rispetto alle donne come portato della sua cultura o quando semplicemente pensiamo che africani e mediorientali non possano integrarsi nelle nostre società laiche e democratiche. Il razzismo è la concorrenza tra gruppi umani per l’accesso alle risorse. Succede quando diciamo prima gli italiani, quando vediamo nei migranti una minaccia per il nostro posto di lavoro, il nostro salario, l’assegnazione delle case popolari, o per i costi di mantenimento del nostro Welfare, nonostante gli immigrati arricchiscano la nostra economia. Il razzismo è il pregiudizio negativo nei confronti degli stranieri. Un pregiudizio che, per toni, parole, atteggiamenti, comportamenti, politiche, teorie, cambia di intensità, può essere più forte o più debole, ma non trova soluzione di continuità.

Questo governo è peggio dell’ipocrisia

Lega.M5S

Difficile, da parte mia, pensarmi come oppositore del governo giallo-verde (o giallo-blu), così come s’intende l’opposizione in un regime di democrazia parlamentare, nel quale governo e opposizione divergono negli indirizzi politici, ma convergono nei comuni riferimenti di valore costituzionale. Abbiamo noi di sinistra, quella sinistra che si ispira al liberalismo, al socialismo, al cattolicesimo democratico, valori in comune con un governo che lascia i migranti in mare e che ha come uomo forte un ministro che vuole schedare i rom o ripristinare le case chiuse e ne fa un punto distintivo della sua identità?

Alla protesta contro la politica incarnata dal ministro dell’interno Matteo Salvini, si è mossa una obiezione: il precedente governo italiano e gli altri governi europei non sono meglio. Il predecessore Marco Minniti ha limitato con un codice di condotta l’azione di soccorso delle ong nel Mediterraneo e si è accordato con le milizie libiche per trattenere i migranti in Libia, paese nel quale il rispetto dei diritti umani non è garantito, come denuncia Amnesty International. Gli altri governi europei hanno più volte chiuso porti e frontiere e, tutti insieme, hanno lasciato sola l’Italia di fronte all’emergenza migratoria africana. La Lega al governo, dunque, non porterebbe nulla di nuovo, se non il superamento dell’ipocrisia. Trovo questo ragionamento giusto solo in parte.

Le politiche di chiusura messe in atto dai governi democratici in Italia e in Europa, che non ho mai condiviso, sono state dettate, non da un artificio politico in situazioni gestibili, ma da circostanze critiche. Minniti ha dovuto fronteggiare 24 navi in un giorno, con i flussi in costante aumento. Salvini ha chiuso i porti con i flussi in drastico calo e di fronte ad una sola nave. Non è questa una giustificazione o una difesa del PD, ma la segnalazione di una differenza, che ha pure avuto il suo riscontro nelle contraddizioni in seno al governo di allora: quando Minniti ebbe l’idea di chiudere i porti, gli si oppose il ministro delle infrastrutture Graziano Del Rio. Oggi, non c’è un Del Rio nel governo Lega-M5S.

Un’altra differenza è che il precedente governo italiano e gli altri governi democratici europei hanno adottato politiche di chiusura, senza baldanza, senza rivendicazioni, quasi con vergogna, sotto la pressione delle destre xenofobe, per sfiducia nella razionalità collettiva e per una propria insufficiente autonomia culturale. Il ministro leghista vede nella paura popolare un bacino di consenso, tanto da volerla alimentare. Il ministro democratico vede invece un problema, da affrontare per come è capace, anche con espedienti che emulano la politica leghista, secondo una vecchia idea: per arginare il fascismo ci vuole un po’ di fascismo. L’argine si è rivelato una diga bucata.

Tra i buchi della diga c’è anche la perdita del senso di queste differenze, che porta ad aggravare il giudizio sui governi democratici e a relativizzare il giudizio sui governi che tendono al fascismo o persino a considerarli come fossero un proficuo chiarimento. L’ipocrisia, un omaggio che il vizio rende alla virtù, non è il peggiore dei mali e, in certa misura, permette di convivere. L’ipocrita conosce i valori sani; li ritiene egemoni nell’ambiente in cui si muove e non si propone di sovvertirli. Quei valori continuano ad essere un richiamo efficace per criticare il comportamento incoerente e perciò nascosto o mitigato dell’ipocrita. Il superamento dell’ipocrisia è buono solo se corregge i comportamenti e li allinea ai valori. Se invece rovescia i valori e li allinea ai comportamenti corrotti, fa venire meno le basi comuni della convivenza.

Sulle elezioni politiche 2018

Risultati elezioni politiche 2018

E’ sempre un azzardo, per me, tentare di individuare e valutare l’elemento nuovo di una situazione, la novità che fa da spartiacque tra due periodi, chiude una storia e ne apre un’altra. Capita di indicarne uno, ma poi si rivela una meteora, tipo la rapida parabola di un leader. Capita di indicarne un altro, ma era già stato indicato la volta precedente, magari più volte, per esempio, la fine della seconda repubblica: fu la lettura delle elezioni del 2013, poiché il bipolarismo fondato sull’alternanza tra centrodestra e centrosinistra veniva rotto dal M5S, terza forza emergente ed equivalente.

I dati nuovi

Le novità delle elezioni 2018 stanno nel mutamento dei rapporti di forza tra i tre poli. Il centrosinistra, che era primo nel 2013, con 10.049.393 voti (29,55%), diventa terzo nel 2018 con 7 milioni e mezzo di voti (22,9%). Il centrodestra, che era secondo nel 2013 con 9.923.600 voti (29,18%), diventa primo nel 2018 con 12 milioni e centomila voti (37%). Il Movimento cinque stelle, che era terzo nel 2013 con 8.691.406 voti (25,56%), diventa secondo nel 2018 con 10 milioni e 700 mila voti (32,7%).

Se si guarda ai singoli partiti, si rimane impressionati: dal primato del M5S, che supera di slancio la soglia del 30 per cento; dal primato della Lega nel centrodestra, che passa dal 4 al 17 per cento; e dal crollo del PD, che scende sotto la soglia del 20 per cento. Il cosiddetto populismo – Lega (17,4%) e M5S (32,7%) – copre metà dell’elettorato e forse ha la maggioranza, ma è diviso tra due collocazioni politiche, una di destra, l’altro ambidestro e due collocazioni territoriali, una al nord, l’altro al sud. Forza Italia, scendendo dal 21,5 del 2013 in formato PDL al 14% del 2018, sembra definitivamente ridimensionata, anche per i limiti del suo leader e creatore. Il PD, cadendo dal 25,4% delle politiche 2013 e dal 41% delle Europee 2014 al 18,7% delle politiche 2018 paventa il rischio di ridursi come i socialisti francesi o greci, ma per adesso ottiene ancora una percentuale a due cifre, poco sopra quella desiderata da Liberi e Uguali.

Le costanti

Più agevole vedere le tendenze che dagli anni ‘90 e 2000, rimangono costanti, anche se più accentuate: il governo uscente perde le elezioni; la sinistra al governo diventa un partito liberale e il suo liberismo temperato è bocciato nelle urne, punito a sinistra, senza essere premiato a destra; la sinistra alternativa non intercetta la perdita di consensi della sinistra di governo; le sinistre vincono o perdono insieme; la divisione a sinistra annuncia la sconfitta come sintomo più che provocarla come causa.

Uno schema si ripete nella sinistra alternativa (la mia area di appartenenza): un istituto demoscopico ipotizza un potenziale elettorale intorno al 12-15%. I sondaggi oscillano tra il 6 e l’8%. Le urne mostrano una percentuale intorno alla soglia di sbarramento. Successe con la Sinistra arcobaleno nel 2008 e con la Lista Tsipras nelle europee del 2014, ma pure con le europee del 2009, con Rifondazione comunista e Sel divise, entrambe al 3 per cento o nel 2013 con una divisione simile tra Sel e Rivoluzione civile. Un’altra costante è la frammentazione della sinistra alternativa, che toglie credibilità a ciascuna sua componente. Va ricordato che, nel suo periodo migliore, gli anni ’90, Rifondazione comunista ottenne il suo massimo nel 1996 con l’8,5% e il suo minimo nel 1999, con il 4,3%.

Un copione che si ripete dopo il voto è la retorica del neonato, che rappresenta le sue ridotte dimensioni come punto di partenza. La usò persino Veltroni nel 2008, poiché pareva poco il 30% per il PD che unificava DS e Margherita. La usò Vendola per dire del 3% di Sel nel 2009. Oggi la usa Potere al popolo e qualcuno l’accenna in Liberi e Uguali. Un altra costante rischia di essere la smobilitazione dei cartelli elettorali e il ritorno alle frazioni che li componevano: Liberi e Uguali (Articolo Uno Mdp; Sinistra italiana, Possibile); Potere al Popolo (Rifondazione comunista, ex Pdci, Sinistra anticapitalista).

Il risultato di Liberi e Uguali

Il risultato deludente di Liberi e Uguali, che riconferma il dato di Sel del 2013 e, ad ogni modo, riesce ad entrare in parlamento, fa venire in mente pensieri facili: sono apparsi troppo prossimi al governo e al PD, perché Articolo Uno Mdp, in effetti, proviene dal PD ed ha atteso molto prima di uscirne, senza peraltro rompere su una chiara battaglia di contenuto sociale; poi ha atteso molto a promuovere la sua coalizione in attesa di un leader, già sindaco di Milano, a sua volta indeciso se allearsi con il PD. Nel frattempo il richiamo ha continuato ad evocare il vecchio Ulivo o un nuovo centrosinistra.

Formata la coalizione, si è data come come candidato premier, in modo improvvisato e verticistico, il presidente del senato ed ha trovato come ulteriore esponente di punta la presidente della camera, entrambi attaccati dagli avversari come fossero ministri in carica, in un contesto diffuso nel quale tanta parte dell’opinione pubblica confonde i ruoli istituzionali con quelli di governo. Salvo la proposta di abolire le tasse universitarie, Liberi e Uguali non è riuscita a qualificare la sua campagna elettorale con un messaggio chiaro e proposte incisive, mentre ha guadagnato attenzione con ipotesi e formule di governo: il governo del presidente, il governo di scopo, l’eventuale alleanza con il M5S.

Inoltre, Liberi e Uguali non si è fatto mancare di irritare le femministe con una denominazione maschile inclusiva, la gaffe delle foglioline sia pure indotta da un giornalista, alcune foto e alcune presenze esclusivamente maschili nelle conferenze stampa, compresa l’ultima post-elettorale. Laura Boldrini si è imposta di fatto, ma la sua lista non ha mostrato di valorizzarla: non ha puntato su di lei come candidata premier, neppure ha formalizzato un ticket con il candidato premier; né le ha mai dato spazio sul sito ufficiale, quasi tutto coperto dal candidato premier e dai tre segretari.

Tuttavia, non saprei misurare se, come e quanto questi aspetti abbiano davvero pesato sul dato di Liberi e Uguali. Temo che, se pure avessero fatto una campagna elettorale perfetta e tutte le scelte giuste, l’esito non sarebbe stato sostanzialmente diverso, perché la corrente contraria è troppo forte e la lista che ha provato a strizzare l’occhio al populismo, a presentarsi dura, pura e incontaminata, guidata da una donna, ha preso l’1,1 per cento. L’ondata populista, il tracollo del Partito democratico, la torsione maggioritaria che porta gli indecisi al cosiddetto voto utile, in questa fase forse non erano in alcun modo arginabili.