Migrazioni e migranti

Verso i migranti mi sento solidale. Mio padre, i nonni, altri parenti emigrarono dal sud al nord, dalla campagna alla città, dall’Italia agli Stati Uniti o all’Australia, per passare dalla sopravvivenza alla vita. Mi sento anche in colpa, perché sono stato solo fortunato a nascere nella parte ricca del mondo, quella responsabile di consumare molto più di quanto produce e di sfruttare le risorse, la manodopera e i mercati dei paesi poveri.

Così penso che le migrazioni derivino inevitabilmente dal colonialismo e dalla globalizzazione e correggano le disuguaglianze: se le aziende delocalizzano in paesi dove i lavoratori costano meno, i lavoratori emigrano verso paesi dove le aziende pagano di più. Le migrazioni sono un problema innanzitutto per i migranti, che devono sradicarsi dal loro ambiente, affrontare viaggi duri e pericolosi, integrarsi in terre straniere, di cui spesso ignorano lingua, leggi e cultura; e lo sono per gli autoctoni che devono misurarsi con la diversità, in tempi di crisi e declino. L’effetto grave delle migrazioni è la xenofobia, che percepisce e rappresenta le migrazioni come un’invasione e spinge i governi a respingere ed escludere: politiche che sono causa di sofferenze, tensioni, clandestinità.

In realtà, le migrazioni possono essere un’opportunità. Sia per i paesi poveri, perché le rimesse dei migranti costituiscono il principale aiuto dai paesi ricchi. Sia per gli stessi paesi ricchi, perché i migranti sopperiscono al declino demografico, lavorano, creano ricchezza, mantengono il welfare più di quanto ne usufruiscono. L’incontro tra religioni e culture diverse, sebbene motivo di conflitto, è una condizione favorevole per progredire nella tolleranza e nella laicità. La cultura patriarcale di molti migranti pare minacciare le conquiste delle donne occidentali, ma può fare da specchio alla nostra cultura patriarcale e favorire una presa di coscienza degli uomini. Anche per queste possibili evoluzioni, guardo ai migranti con simpatia.

La storia vivente di Lina Scalzo

Franca Fortunato intervista Lina ScalzoSai chi è Lina Scalzo? è un breve libro intervista in formato digitale, scaricabile gratuitamente dal sito della Libreria delle donne, che narra di una donna e dei suoi cambiamenti di vita dovuti alla pratica femminista. L’intervistatrice Franca Fortunato e l’intervistata Lina Scalzo sono due donne legate da una lunga relazione, prima nei luoghi della politica maschile (il PCI, la CGIL), poi nel femminismo della differenza.

Franca ruppe con la madre, che la voleva insegnante, per poter fare la sindacalista. Solo dopo aver letto, L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro, recuperò il rapporto con lei e si dedicò all’insegnamento. Lina Scalzo invece non ruppe con la madre, nonostante le impedisse di diventare infermiera: riuscì a trovare nell’assistenza alle handicappate e alle anziane un lavoro equivalente.

Lavorò sotto la direzione di Maria Innocenza Macrina, fondatrice della Fondazione Betania, a Gasperina e a Catanzaro, una donna energica e determinata, capace di mantenere le sue assistite, raccogliendo cibo e vestiti nei paesi vicini. La sua memoria e quella delle sue collaboratrici fu cancellata da un parroco di Catanzaro, che titolerà l’istituto al suo collega di Gasperina.

Nella sua relazione con Franca e con le donne dell’Opera, Lina impara a riconoscere la soggettività delle assistite, prima viste solo come malate, senza comprendere le donne che erano state: protagoniste e padrone nella loro vita familiare. Nell’assistere le handicappate che potevano assorbire ogni energia, Lina impara a farsi forza con le altre assistenti; nell’assistere le anziane, impara che potevano esserle maestre, come Caterina Rippa, che le insegna il rispetto dell’essere umano, del suo pudore, dei suoi affetti personali. E della differenza tra uomo e donna.

Un’astratta legge sulla parità nel 1977 impose all’istituto di avere anche operatori e ricoverati maschi. Dal reparto misto fu escluso il lavoro delle handicappate. Lina, lì trasferita, riuscì ad ottenere di portarsene alcune con sé come collaboratrici. Gli operatori maschi facevano quel mestiere, per bisogno, senza una cultura del lavoro di cura, indisponibili ad essere istruiti e diretti dalle donne. I ricoverati maschi erano prevaricanti anche sessualmente. Lina cercò di istruire gli operatori a impedire le molestie e le donne a rifiutarle; ebbe un conflitto con una sua collaboratrice, Concetta, che aveva con gli uomini un rapporto di maternage. Per le antipatie suscitate dal suo stare dalla parte delle donne, Lina volle essere trasferita e lo fu nella comunità Teodora, una casa famiglia di sole donne anziane, dove fece l’esperienza di ricostruire la storia delle donne venute lì, dal punto in cui la loro vita si era spezzata. Per molte, si era trattato di una violenza subita da familiari o parenti.

Da pensionata, Lina non vuole rompere il rapporto con le donne con cui ha lavorato, ma è contenta di non fare più quel lavoro, disumanizzato da un efficientismo che sacrifica le relazioni.


Sai chi è Lina Scalzo? è insieme un libro intervista di carattere biografico e un libro di storia, secondo la pratica della comunità di storia vivente, presso la Libreria delle donne di Milano: le vicende personali e professionali della donna intervistata rievocano l’ambiente e il contesto storico in cui si svolgono: la Calabria tra gli anni ’60 e ’80.

Il passaggio delle due donne dai luoghi della politica maschile (il PCI, la CGIL) al femminismo della differenza, testimonia la rottura operata negli anni ’60 dalle donne che si sono sottratte alle gerarchie e alle forme della politica maschile riprodotte nel movimento operaio e studentesco del ’68, anticapitalisti e antiautoritari, ma comunque patriarcali.

La fondazione dell’Opera Betania per l’assistenza alle donne anziane e handicappate, mostra come nell’Italia del dopoguerra, specie nel sud, molta parte del Welfare fosse costruita e garantita dalla chiesa cattolica, in particolare dalle donne cattoliche. La cancellazione della fondatrice e direttrice, Maria Innocenza Macrina dalla titolazione e dai documenti dell’Istituto, è un esempio dell’obliterazione storica dell’esistenza del protagonismo femminile.

L’istituzione di un reparto misto, dopo il 1977, fa vedere la risposta emancipazionista e paritaria del legislatore e delle istituzioni alle istanze del movimento delle donne, una risposta che annulla le differenze ed omologa le donne agli uomini, fino ad esporre le donne al sacrificio del pudore ed al rischio di subire violenze e molestie.

Infine, il pensionamento “contento” della protagonista dice del prevalere, a partire dalla politica di privatizzazioni degli anni ’90, dell’aziendalismo nella gestione di strutture sanitarie e assistenziali, a scapito delle relazioni umane.

Il manifesto della comunicazione non ostile

Imparare a comunicare con educazione, per rispettare gli altri e le altre, che pure dietro al monitor sono persone in carne e ossa, e per difendere sul serio la libertà d’espressione

Il manifesto della comunicazione non ostile

Rosy Russo, una creativa, esperta di comunicazione, mediante un sito e una pagina fb, ha riunito intorno a sé personalità della cultura, della politica, dell’informazione, tra cui Laura Boldrini, Enrico Mentana, Gianni Morandi ed ha tenuto un convegno a Trieste il 17-18 febbraio, per promuovere il manifesto della comunicazione non ostile. L’obiettivo è formare un movimento di opinione più attento e sensibile all’educazione e al rispetto nelle relazioni virtuali, perché il virtuale è reale, come afferma il primo principio del decalogo. Un resoconto del convegno di Trieste lo ha scritto Annamaria Testa.

So per esperienza, dai tempi della prima Internet, e lo rivedo in occasione delle discussioni intorno a questo manifesto, che voler trattare il tema di una comunicazione più civile, provoca un riflesso condizionato negativo in alcune persone: esse dicono di temere la censura e una normativa più restrittiva a danno del diritto di critica e della libertà di espressione. È una preoccupazione da tenere presente, senza farne una paranoia paralizzante. Il manifesto presentato punta sulla sensibilizzazione e sull’educazione, senza proporre di intervenire sulle leggi o sugli algoritmi. Il processo alle intenzioni è, in effetti, parte della comunicazione ostile.

L’importante è iniziare a parlarne, anche per scongiurare e prevenire davvero politiche censorie, che possono trovare facili giustificazioni proprio nel far west: ambiente di banditi e sceriffi. L’ostilità in rete ha spesso uno sfondo subculturale di tipo sessista e razzista, che non permette di ridurla ad una privata faccenda giudiziaria tra aggredito e aggressore. Per converso, molti libertari, tolleranti con gli aggressori, meno con chi li critica, sono in genere fuori dal bersaglio delle aggressioni. La comunicazione ostile è essa stessa una forma molto pesante di censura, nell’effetto di silenziare, allontanare ed escludere le persone colpite, qualcuna spinta persino al suicidio. Perciò, l’iniziativa di Trieste mi piace, ho firmato e diffuso il manifesto; per come posso, dò la mia adesione.

Il centrosinistra? Meglio la sinistra

Negli anni ’60 il centro era la Democrazia cristiana. Negli anni ’90, solo un prefisso retorico, per contendersi uno spazio e sfumare un profilo politico

Prima pagina dell'Avanti organo del PSI

Bersani non aderisce al PD, ma – dice – resto nel centrosinistra. Secondo D’Alema, rimosso Renzi, il centrosinistra tornerà ad essere unito. Intanto, io continuo a sentirmi un po’ estraneo rispetto ad un’area politica così definita.

Il centrosinistra, per me, era e rimane l’alleanza di governo tra la Democrazia cristiana e il Partito socialista italiano, negli anni ’60. La formula aveva un senso, i rapporti di forza erano favorevoli alla Dc, il partito che, negli anni ’50, governava quasi da solo, con il supporto di alleati moderati minori (fase del centrismo), poi, persa una parte del consenso, sceglieva di cooptare al governo la più piccola e moderata delle due sinistre, il PSI. La collocazione di centro della DC, come degli alleati minori, il PRI, il PLI, pur in una situazione di bipartitismo imperfetto, si giustificava con il fatto che la parola destra evocava ancora il fascismo.

L’etichetta di centrosinistra degli anni ’90 è un’altra cosa. Designa l’Ulivo, l’alleanza tra il Partito democratico della sinistra (PDS), erede del PCI, e il Partito Popolare (PP), erede della sinistra democristiana; in seguito dei DS e della Margherita. Coalizione alternativa al centrodestra, a sua volta formato da Forza Italia (autodefinita di centro), Alleanza nazionale (autodefinita di destra), Lega nord (autodefinita né di destra, né di sinistra, come molti movimenti fascistoidi, ultimo il M5S). Il prefisso centro, usato da entrambe le alleanze, si elide reciprocamente. Nel bipolarismo, il centro non è più una forza autonoma e omogenea, è solo una zona di frontiera tra destra e sinistra, rispetto alla quale si sta di quà o di là.

L’uso del centro come prefisso è una trovata retorica, per uno spazio conteso. Mostra una sfumatura del profilo politico in virtù di una scuola di pensiero secondo la quale le elezioni si vincono al centro, nella conquista dei voti moderati. Con il ritorno al proporzionale, può riformarsi un partito di centro, come lo era la DC, pur se mancano altre condizioni, per prima la possibilità di redistribuire consistenti risorse pubbliche. Anche nel perseguire l’alleanza con una forza di questo tipo, la questione che si pone al gruppo che fuoriesce dal PD è la ricostruzione e la riunificazione del campo della sinistra. Che, al momento, io so immaginare solo come un partito del (o per il) lavoro (produttivo e riproduttivo).

Sulla scissione del PD

Le separazioni sono impopolari. La sinistra si scinde come gli altri. Una scissione può anche mettere ordine. La minoranza si separa a ragione per salvarsi

scissione-pdLe scissioni sono malviste, hanno cattiva stampa. Come le separazioni sembrano contro natura, perché spezzano legami amicali e parentali. Chi sceglie di separarsi si sente in colpa e prova a gettare la responsabilità sull’altro. In politica, pare aumentino l’instabilità e la frammentazione: ecco un altro partito; e dipenda dall’iniziativa di minoranze incapaci di perdere. Il brutto alone della scissione e quello altrettanto del minoritario perdente si rinforzano in negativo a vicenda. Se accade a sinistra, si collega come una barzelletta alla storia delle scissioni socialiste e comuniste. Questa reputazione della scissione spiega qualcosa del comportamento esitante e contraddittorio della minoranza del PD.

Le divisioni del PD, più che appartenere alla famiglia delle scissioni di sinistra, sono parenti delle continue disarticolazioni dei partiti della cosiddetta seconda repubblica, effetto di leaderismi esclusivi. Da Berlusconi si sono scissi Fini, Alfano, Fitto e Verdini; da Bossi: Rocchetta e Pivetti, poi da Salvini: Tosi; la diaspora democristiana ha visti divisi Segni, Buttiglione, e la coppia Casini e Mastella; poi Buttiglione da Bianco; poi Mastella da Casini; poi Follini da Casini; all’estrema destra esistono almeno tre formazioni: Fratelli d’Italia, Forza Nuova e Casapound; da Grillo si è scissa una pattuglia di senatori, poi vari esponenti epurati da Flavia a Pizzarotti. Perché il PD dovrebbe essere da meno? Si è già vista la scissione da sinistra di Mussi e quella da destra di Rutelli.

Nonostante il senso di sfilacciamento e confusione dato dalla rassegna delle separazioni, la scissione di un partito ha le sue potenzialità: può razionalizzare il quadro politico, se ad una separazione seguono altre riunificazioni, che mettono in ordine le pere con le pere e le mele con le mele. Molto sta nel riconquistare il senso di questa distinzione. I trasformismi di questi anni sono stati favoriti da una politica indifferenziata. Invece sotto il governo Renzi, le discriminanti su scuola, lavoro, istituzioni, sono parse abbastanza nette e la convivenza davvero forzata. Un’altra cosa che ha colpito, in un partito di solito più civile degli altri, è il venir meno del rispetto, in particolare il bullismo di una parte dei renziani contro esponenti della minoranza. La messa in scena, senza imbarazzo, di pessime relazioni personali. Così come il contrapporsi in modo ostentato all’Anpi e alla Cgil.

I termini della divisione, una normale lotta di potere tra maschi, oggi sono confusi. Paiono una disputa sulla data del congresso, prima o dopo le amministrative, anche in funzione della scadenza della legislatura, che Renzi vorrebbe anticipare e i suoi oppositori no. La questione del congresso pare ben spiegata da Emanuele Macaluso, secondo il quale Renzi lo stravolgerebbe in un plebiscito su se stesso, con le primarie aperte a tutti. I renziani invece spiegano che il nodo vero è la volontà di far fuori Renzi. Ma la minoranza, finché tale, non dispone di questo potere in nessun tipo di congresso. La maggioranza invece ha il potere di far fuori la minoranza dalle liste elettorali e la cosa, in un partito del leader, ha senso. Il desiderio di avere gruppi omogenei è naturale; se l’omogeneità si realizza mediante il confronto, richiede tempo e mediazioni; un leader che invece fa della rapidità una sua arma, ha bisogno di gruppi obbedienti e affidabili.

Pionieri del web nostalgici del patriarcato

Le battaglie di civiltà competono a tutte le persone civili, qualunque posizione occupino, anche se i tutori del far west vogliono negare l’autorizzazione

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Navigo in rete dal 1998; mi diverte, mi consente di accedere a molte fonti, scrivere, esprimermi, partecipare. Tuttavia, ho sempre vissuto con disagio, rabbia e sofferenza le manifestazioni di inciviltà virtuale, forme di violenza psicologica dagli effetti censori ed escludenti, quando non pericolosi per la salute psicofisica delle persone colpite. Spesso si tratta di violenza sessista. Nel confrontarmi con le donne nei forum e nei social network, ho imparato a farne una questione politica. Perciò condivido la lotta di Laura Boldrini su questo fronte; l’appello contro le bufale, la richiesta a facebook di aprire un ufficio operativo in Italia, di assumersi la responsabilità dell’odio che permette di divulgare in dimensioni universali, di porre un limite.

Comprendo il dissenso, specie se accompagnato da suggerimenti e idee migliori, ma trovo del tutto inconsistente il tentativo di delegittimare la presidente della camera condotto dall’alto di una cattedra immaginaria. L’iniziativa di Laura Boldrini, coerente con la sua biografia, può non essere espressamente contemplata dalla carica istituzionale che ricopre, ma non è in contraddizione e non invade alcun campo, poiché al momento nessuno se ne occupa. C’è anzi da essere grati per il suo intervento. Le battaglie di civiltà competono ad ogni persona civile, qualunque posizione occupi. I tutori del far west, che pure si nascondono dietro la «complessità» e la «libertà d’espressione», non sono d’accordo, pretendono di negare l’autorizzazione, e soprattutto nulla propongono.

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Tra di essi, ho presente Massimo Mantellini, poiché scrive sul Post di Luca Sofri. In un suo precedente articolo si era fatto notare per un titolo molto poco degno, nel quale equiparava Laura Boldrini a coloro che le rivolgevano offese vergognose, per chiedere l’allontanamento di entrambi dalla rete. Nell’ultimo, ha avuto una pensata più interessante e rivelatrice: ha titolato «Laura Boldrini non è mio padre». Il titolo gioca sulla complicità di una evidenza inconfutabile. Laura Boldrini è una donna, può essere madre, lo è, impossibile sia padre. Il padre è (o meglio, vorrebbe ancora essere) il simbolo dell’autorità. Ergo una donna non può essere l’autorità. Non le compete. Se accede al potere, che almeno stia rigorosamente nei suoi limiti, sia invisibile e non approfitti della sua eccezionalità.

Vedo poco il pioniere virtuale e molto il nostalgico patriarcale; le due cose in fondo vanno d’accordo dato lo stereotipo che vuole la tecnologia, l’autorità, la sfera pubblica, come cose da uomini (lei non conosce, lei non capisce). Il padre, figura spesso assente, talvolta delinquente, è dello stesso sesso di Mantellini, di Zuckerberg, del direttore di Libero, delle camerate maschili che occupano governi, consigli d’amministrazione e redazioni, degli odiatori del web. Laura Boldrini è dello stesso sesso di Tiziana Cantone, delle tante ragazze umiliate nei gruppi misogini, di Arianna Drago censurata da facebook per aver denunciato quei gruppi, di Hillary Clinton sommersa dalle menzogne diffamatrici dei gruppi repubblicani di sostegno a Trump, di Jo Cox la deputata laburista messa alla gogna sul web e uccisa da uno squilibrato di estrema destra. La differenza sessuale mostra gli interessi e le competenze: l’impegno di Laura Boldrini contro l’odio e la violenza in rete e l’impegno dei Massimo Mantellini contro Laura Boldrini.


P.s. Nel suo post sulle parole ostili (che dà per vincenti), egli parla bene solo di Gianni Morandi (un uomo), mentre mette in cattiva luce Laura Boldrini, le giovani giornaliste del Corriere della Sera, Giulia Belardini, responsabile della polizia postale per il Friuli (le donne). Rosy Russo, ideatrice del manifesto per una comunicazione non ostile, è citata solo in funzione narcisistica: non che lei abbia detto qualcosa di interessante, lei ha chiesto il pensiero di lui. E lui le ha concesso una pacca sulla spalla (un’iniziativa bellissima) e l’avvertimento che le sue belle intenzioni saranno seguite dal peggiore dei comportamenti. Ecco il padre che tutti vorremmo avere.

La patata bollente di Libero il sessismo del giornalismo spazzatura

Vittorio Feltri usa il maschilismo contro Virginia Raggi, ma le donne democratiche non restano indifferenti

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Libero è un giornale che riesce a far parlare di sé attraverso prime pagine odiose o scandalose. Oggi ha ripetuto l’impresa con una foto di Virginia Raggi e un doppio senso: «Patata bollente», che fa da titolo alla prima pagina e all’editoriale di Vittorio Feltri, un volgare sproloquio. Formarsi una cattiva reputazione, serve a darsi e farsi dare una licenza di comportamento, della serie: «cosa vi aspettate da Libero?». Le sparate diventano presto rumore di fondo; per tornare in primo piano, si alza il tiro, si spara un botto più forte, si passa ogni segno.

Virginia Raggi è la sindaca di Roma ed è una donna; Feltri attacca la donna e questo assume un significato evidente ed offensivo per tutte le donne. Ignorare una evidenza così grave sfocia nella complicità. Il seguito è rilevante. Virginia Raggi è difesa da Beppe Grillo e dai dirigenti del suo partito, il M5S: reazione scontata, ma essi iniziano ad indicare nel sessismo la categoria di questo e altri attacchi rivolti alla prima cittadina; forse sono confusi e incoerenti o forse si stanno evolvendo; inoltre lei riceve la solidarietà di tutte e tutti gli altri tra cui Laura Boldrini, Maria Elena Boschi e le donne del PD, già bersagliate più e più volte allo stesso livello da Grillo, dai deputati 5S, dal Fatto Quotidiano, senza ricevere analoga solidarietà dalle donne del M5S (o del Fatto). A parte qualche nota stonata, anche il PD e l’Unità hanno preso una posizione corretta.

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Di recente, Maria Elena Boschi ha osservato come le donne in politica siano spesso attaccate, non per il loro operato, ma in quanto donne. In effetti, è quello che succede. Lo spunto o la motivazione iniziale può essere un errore o una scelta non condivisa, ma poi la modalità con cui si esprime il dissenso o la protesta nega loro autorità, attinge dalla misoginia, mira all’appartenenza sessuale, alla morale sessuale, o si esprime senza il senso delle proporzioni. Sono modalità diffuse in tanta parte del pubblico maschile, anche tra coloro che suggeriscono di ignorare o denunciano la doppia morale e nello stesso tempo vi aderiscono, come fosse ovvio e normale che le donne compagne e alleate sono le nostre donne e le donne avversarie sono le donne del nemico, tutte legittimo bersaglio nei conflitti politici intesi di fatto come guerre tra maschi.