Oltre i luoghi comuni sulle donne vittime di violenza

Vittime di violenza

di Tk
da www.libreriadelledonne.it

È appena passato il 25 novembre, la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, e proprio in questa occasione Angela Azzaro, Anna Paola Concia e Eretica, in un articolo di cui sono coautrici, hanno posto al centro della discussione l’uso strumentale della donna vittima di violenza maschile. Capisco il rischio di semplificazione e strumentalizzazione che la ritualità di questi eventi porta con sé ma più forte ancora mi appare il rischio di cedere alla tentazione della rimozione.
Alla dicotomia vittima/strega non si può rispondere proponendone una nuova, che mette in concorrenza la donna debole con la donna forte.
Sono convinta che sia importante non perdere di vista i guadagni ottenuti dalla politica delle donne e mostrare le eccellenze femminili, perché autorizzino le donne e soprattutto le giovani donne a desiderare e realizzare quella eccellenza.
Ma, come ricorda Luisa Muraro nella sua riflessione che apre l’incontro “Stiamo tornando al vittimismo?”, le donne vittime della violenza maschile esistono e sono tra noi, vicinissime. Nonostante la negazione e rimozione da cui siamo tentate, per farne figure sbiadite magari abbandonate al vittimismo, lontane da noi, donne forti e liberate. Ed è questa una mistificazione che la semplificatrice costruzione della donna forte contrapposta alla donna debole porta con sé. I centri antiviolenza ci raccontano infatti che vittime di violenza maschile tra le mura domestiche sono anche donne che potremmo chiamare “vincenti”, donne che hanno studiato, che occupano posti di lavoro di rilievo, donne che si muovono nel mondo con coraggio. E magari è proprio questo loro volere essere libere a scatenare la violenza degli uomini che non accettano la libertà femminile. Sappiamo infatti che il momento di maggiore rischio per le donne è proprio quando decidono di andare via. A scatenare la peggiore violenza è la forza di quelle donne, non la loro presunta debolezza.
L’ingiustizia esiste, le donne ne sono vittime in tutto il mondo e non è occultandola che si dà risposta alla richiesta di giustizia. Una donna vittima di violenza maschile che si mostra, che rifiuta la vergogna che su di lei ha da sempre gravato e esce dal silenzio, non mostra la miseria femminile ma quella maschile. Non voglio quindi dirle di farsi da parte perché la sua immagine indebolisce la mia. Le riconosco grande forza e coraggio perché si mostra per giudicare e non per essere, ancora e ancora, giudicata. È da qui che inizia la risposta alla richiesta di giustizia.
In questa direzione ho trovato particolarmente illuminante “L’enigma della donna maltrattata” di Clara Jourdan, che si spinge ancora oltre, riprendendo un controverso capitolo del libro di María Milagros Rivera Garretas, Donne in relazione. La rivoluzione del femminismo, per riconoscere come movente del comportamento della donna maltrattata che non denuncia, un di più femminile, l’amore e la predilezione, storicamente determinata, per la relazione. Un riconoscimento che, restando sul piano del simbolico, prescinde dall’esito di quel comportamento e quindi dal giudizio su quel comportamento, che compete al piano dell’etica. È chiaro quindi che non si stabilisce che sia giusto rimanere con l’uomo che maltratta ma semplicemente si restituisce dignità a chi, come ha ricordato Luisa Muraro, ha patito e patisce perché ha amato o cercato di amare.
Naturalmente ci sono anche i condizionamenti culturali, sociali e economici, la paura, la perdita di autostima e l’isolamento determinati dalla violenza. Occorre però guardare a cosa c’è prima di questo: non debolezza e miseria ma grandezza femminile.
È un passaggio che a me sta particolarmente a cuore perché io credo che alle donne non è la forza che manca, quello di cui invece abbiamo bisogno è imparare ad amarci di più.

Bergamo, il presepe «vietato»

presepeAlcuni giornali raccontano che un professore vuole fare il presepe in una scuola di Bergamo, l’Istituto Edmondo De Amicis, nel quartiere Celatina. Il preside lo vieta, perchè il 30 per cento degli alunni è di origine straniera, con una religione diversa, e il presepe può essere divisivo e discriminatorio. Alcuni genitori protestano perchè il presepe rappresenta la nostra cultura e gli stranieri devono conoscerla. Il preside, con un comunicato stampa, nega di aver vietato alcunché, ma ribadisce le ragioni per cui giudica l’iniziativa sbagliata. Lettori e commentatori si dividono tra chi sostiene il divieto per un principio di laicità e rispetto delle differenze e chi appoggia la protesta, perchè è assurdo mettere da parte la nostra cultura per un principio di politically correct. Da questo lato le posizioni variano tra chi sostiene che il presepe non offende nessuno e chi sostiene che siamo a casa nostra, se agli stranieri non piace la nostra cultura possono tornarsene a casa loro.

In linea di principio, il preside ha ragione. La scuola è una istituzione pubblica, laica e plurale. A scuola una particolare simbologia religiosa non dovrebbe fare da cappello a tutti, relativizzando ogni altra differenza. Un punto di vista che, preso alla lettera, mette in discussione anche il crocefisso appeso alle pareti – che il preside dice di non voler toccare per non farne una questione di stato – l’ora di religione e, come dicono alcuni, persino il fatto che la scuola si fermi per le festività natalizie. I cattolici obiettano che la loro simbologia, la loro stessa religione, non è solo un credo di parte, è anche cultura, patrimonio di tutti. I laici vedono il nostro patrimonio culturale composto da più contributi, sia filosofici, sia religiosi. Lo stesso islam ha avuto un ruolo nella formazione e riproduzione della nostra cultura. Inoltre, spesso, gli alunni di origine straniera, non sono propriamente immigrati, sono figli di immigrati, sono persone nate e cresciute in Italia o trasferitisi in Italia molto piccoli. Sono stranieri e italiani e la scuola italiana deve accogliere anche la loro formazione culturale.

In linea di fatto, la questione andrebbe affrontata e risolta con il buon senso, in modo da evitare che qualsiasi decisione sia vissuta da una parte o dall’altra come un torto subito, secondo quanto di solito accade nelle dispute sul crocifisso. Comunque la si pensi sul modo migliore di festeggiare e celebrare una ricorrenza, se la si pensa unitaria la si pensa senza inscenare contrapposizioni. Molti anni fa, la popolazione scolastica era forse più omogenea, ma c’erano comunque alunni esonerati dall’ora di religione, atei, valdesi, testimoni di Geova. Più di un insegnante provava a tenerne conto o almeno faceva finta. Ricordo, in prima elementare la maestra ci chiese se volevamo fare il presepe o l’albero di Natale. Lei però dichiarò di preferire il presepe e la maggioranza, forse l’unanimità votò a favore del presepe. In seconda elementare, un’altra maestra fece la stessa consultazione, dichiarando però di preferire l’albero, anche perchè c’ero io che ero di educazione atea. La maggioranza votò a favore dell’albero. In terza elementare, maestra ancora diversa, molto cattolica, non fece nulla. Così in quarta e così in quinta. Lo stesso nelle scuole medie inferiori. Non ricordo presepi in nessuna classe. La scuola di Bergamo è un istituto comprensivo (dalle secondarie alle medie inferiori).

Se in quella scuola, il presepe è consuetudine, tradizione, anzichè vietarlo o combatterlo, può essere più opportuno puntare sugli aspetti conciliabili, nel modo di comporlo e di presentarlo. L’Islam riconosce e venera Maria e Gesù come suoi profeti. Tra gli alunni di origini straniere vi potranno anche essere dei cristiani. Il presepe, che si è diffuso nell’est europeo, in Africa e in America Latina può  essere integrato con elementi tradizionali dei loro paesi.

Se invece in quella scuola, il presepe non è consuetudine, ma proprio a fronte di una forte presenza di alunni di origine straniera, viene riscoperto per ristabilire una nostra presunta identità culturale, che metta in chiaro chi sono i padroni di casa e chi sono gli ospiti, allora il preside ha molte ragioni anche sul piano pratico. L’iniziativa del professore è pensata per dividere. La scelta può essere lasciata alle singole classi – forse rientra nella libertà di insegnamento – ma può essere evitata come iniziativa centrale di tutto l’istituto.

Sul caso si inserisce il solito Matteo Salvini. Repubblica.it edizione di Milano improvvisa un sondaggio. Alle 23 circa, su cinquemila votanti, tre quarti si dichiarano in disaccordo con il preside. Ha poco senso e fa molto danno intendere la religione come elemento di discordia nella scuola tra autoctoni e stranieri. Spesso gli stranieri hanno una religiosità superiore alla nostra. Invece nella scuola italiana, da sempre la religione, è motivo di divisione tra italiani, secondo la nostra cultura e tradizione che ci vede divisi in guelfi e ghibellini.

Riferimenti
Vietato il presepe a scuola. Scoppia la protesta – Corriere della Sera 5.12.2014
Bergamo, preside vieta il presepe: “E’ discriminazione”. E i genitori protestano – Repubblica 5.12.2014
Comunicato stampa del preside dell’Istituto De Amicis di Bergamo inviato al Corriere della Sera

La rivendicazione del femminicidio

femminicidioA partire dall’ultimo caso di Femminicidio, rivendicato su Facebook, Lorella Zanardo scrive che vi sono molti aspetti su cui riflettere. 1) La ormai palese paura degli uomini di fronte alle partner che decidono di interrompere una relazione. 2) La modalità con cui i quotidiani raccontano la vicenda. 3) La totale noncuranza con cui l’uomo, innamoratissimo pare della figlia, decide di ammazzarne la madre. 4) L’uso dei social network in questa vicenda. E chiede aiuto a giovani volontarie, per avviare una ricerca e un’analisi. Da vecchio involontario provo a dire qualcosa su qualcuno di questi punti.

Quando un uomo subisce un rifiuto da parte di una donna o viene da lei lasciato, può naturalmente soffrire molto. A me succedeva di entrare in una fase depressiva in cui mi isolavo e mi chiudevo, quasi cessavo ogni attività e mi concentravo sul mio dolore. In due occasioni ho avuto la sensazione di sentire un dolore fisico, lo sentivo nelle ossa. Poi seguiva una fase rabbiosa, di risentimento, in cui la concentrazione era rivolta a tutto quello che poteva somigliare ad un torto subito, poi ai suoi limiti, ai suoi difetti. Poteva starci uno scontro, una litigata. Come fosse necessario svalutarla, necessario per disinnamorarsi, disilludersi, disincantarsi. In qualche modo la uccidevo. Uccidevo la sua centralità, la sua importanza, la mia ossessione. Raggiunto un certo picco, tutto questo si esauriva e si riequilibrava. Lei diventava relativa, ed io ne recuperavo un ricordo affettuoso, mentre tornavo a pieno ritmo alle mie attività. Fa orrore scrivere “in qualche modo la uccidevo”. Perchè succede davvero e troppo spesso, che alcuni uomini la uccidano. Ed è irresponsabile scriverlo così, perchè una vulgata molto diffusa racconta che lui è troppo fragile nell’attraversare la depressione, il dolore e la rabbia. Perciò la uccide. Una vulgata verosimile. Viene da pensare: ci sono passato anch’io, ma io sono stato più forte. Lui è più debole, forse pure squilibrato. In un certo senso, posso capirlo.

Però, qualcosa non torna. Le donne abbandonate da un uomo, magari insieme ai figli, si può presumere provino lo stesso dolore, forse persino un dolore più grande. Eppure, nonostante il loro investimento nella relazione possa essere molto più alto, salvo eccezioni, non reagiscono in modo altrettanto distruttivo e criminale ad una separazione. Forse inferiore è la loro dipendenza. O superiore il loro riconoscere l’indipendenza dell’altro. Esperti e terapeuti spiegano sia molto raro che un uomo mai stato violento diventi violento all’improvviso durante una separazione. Più comune che lei si separi da lui proprio perchè è violento, e lui reagisca all’abbandono rinforzando quella dose di violenza prima sufficiente per riuscire ad essercitare controllo e ottenere sottomissione. Di rinforzo in rinforzo, può arrivare fino alla violenza estrema, fino ad uccidere. Mentre parenti, vicini, amici, istituzioni, le forze dell’ordine che ricevono una denuncia, ignorano, sottovalutano, non sanno bene cosa fare. D’altra parte lui è normale. Si comporta male con la moglie, forse con i figli, ma si comporta bene con tutti gli altri. Se vuole sa controllarsi. Talvolta, le stesse sentenze di tribunale espongono la madre e i figli al rischio della violenza paterna, per garantire il principio dell’affido condiviso.

Ma io, dicevo, posso capirlo, perchè immagino mi corrisponda l’esperienza del suo dolore, e l’idea che lui è lui, sua moglie è sua moglie. Lui ha ucciso sua moglie, non quella di un altro. E da giornalista potrei risentirne, assumendo il nostro punto di vista, sollecitando compassione, presentando lui subito come uno sfortunato divenuto incapace di intendere e di volere. Lui era buono (di suo), ma soffriva tanto (a causa di lei o di un evento esterno), e all’improvviso è impazzito (contro di lei). Anch’io, non ero forse pazzo di lei che non voleva più essere mia? E tra pazzi, i dati non contano più.  Lui, padre dedito alla figlia, ha scritto il suo annuncio sui Facebook («Sei morta troia»), si è armato con un coltello per lavori agricoli, è andato da lei, ha litigato, e durante il litigio ha perso la testa. La stessa testa con cui aveva scritto e con cui si era armato.

femminicidio2Peggio della compassione c’è il consenso, che sconcerta pure gli empatici. Ha impressionato e indignato il numero di like, circa trecento, posti sotto il macabro annuncio. Si è provato anche a giustificarli. Forse credevano fosse una banale imprecazione, forse volevano mettere solo un visto. Ma quando in poche ore è divenuto chiaro trattarsi dell’annuncio di un femminicidio, e la stessa indignazione per i like è entrata a far parte della notizia, i like hanno continuato a crescere, fino alla soppressione della pagina. Molte di più erano le condivisioni, quasi sempre a scopo di denuncia, da parte di attiviste e giornaliste. Così su quel post si è aperta una finestra di pubblico molto ampia. Allora, trecento like con tanto di nomi e cognomi sono sempre troppi, in quanto spregevole e spudorata manifestazione di misoginia, ma non davvero tanti. C’è chi li relativizza come imbecilli, provocatori, troll professionisti o dilettanti, persone con la ripugnanza nel cuore, solo un po’ più debole dell’amor di provocazione, mentre gli indignati proprio non riescono ad innamorarsi dell’arte di mangiare la foglia.

E’ possibile abbia frainteso, ma mi è parso di interpretare più di un articolo di critica al gesto pubblicitario del femminicida, inteso come atto di narcisismo, di sovraesposizione digitale. Una ulteriore prova di quanto il mezzo ci conduca sempre più a disconoscere ogni confine tra pubblico e privato, a sacrificare sull’altare dell’apparenza ogni aspetto della nostra intimità. Detto così, pare che uccidere la moglie sia una questione privata e intima, che richiede il massimo pudore. In ordine ai propri delitti, la gran parte dei criminali, finchè può, è ancora molto riservata.

La riservatezza è la condizione propria di tutto quel che precede il femminicidio. Ma la cosiddetta violenza domestica è un fatto privato solo in quanto è occultata dalle mura domestiche. Molti femminicidi avvengono allo stesso modo, anche se alcuni sono compiuti davanti a testimoni e in spazi pubblici. Ma se il contesto della violenza spesso è privato, il significato non lo è. La violenza maschile, espressione e funzione del patriarcato, è una violenza sociale. Non è poi così folle che sia socializzata. Anche la mafia pratica una violenza occulta, che si forma e riproduce nell’omertà, ma in alcune occasioni sceglie di renderla manifesta e perfino di rivendicarla, come una organizzazione terroristica.

I social media funzionano da integratori sociali. Ci permettono di ritrovarci e riconoscerci. In rete si formano gruppi e comunità. Si supera l’isolamento. Si scopre di non essere soli. Lo scoprono le donne che iniziano a denunciare la violenza anche su Facebook, che formano pagine e gruppi di attivismo femminista e lo scoprono gli uomini, che davanti al monitor, un po’ come al volante, smettono di vergognarsi di essere maschilisti, oscillando tra negazione e rivendicazione. Quale che possa essere il disturbo psicologico che lo ha favorito, il messaggio di Cosimo Pagnani contro Maria D’Antonio è di fatto un annuncio, una rivendicazione, una intimidazione generale rivolta a tutte le donne e sottoscritta con un like da altri uomini. La pubblicazione della sentenza di una esemplare condanna a morte. In modo implicito, forse inconsapevole, è un atto politico. Punta su una base di consenso. Non confonde pubblico e privato. Rende manifesto il significato sociale della violenza maschile contro le donne.

Il «problema secondario» dell’astensione

Alessandra Moretti vota in VenetoMatteo Renzi è tornato a ripetere che l’elevato astensionismo delle ultime elezioni regionali è un problema secondario, mentre il dato primario è la vittoria del PD in cinque regioni su cinque. Se una condizione viene percepita come favorevole alla propria vittoria, in effetti, non è il primo dei problemi. Oggi Alessandra Moretti ha vinto le primarie in Veneto, con bassissima affluenza alle urne.

Dal suo punto di vista, il premier può avere ragione. Rispetto al dato primario, esistono due scuole di pensiero di matrice americana. Per vincere bisogna: saper mobilitare la maggior parte del proprio elettorato o invece conquistare la maggior parte dell’elettorato fluttuante, potenzialmente avverso.

Renzi è un centrista e si ispira alla seconda scuola. In questo è un continuatore. Segue, potremmo dire asfalta (termine che a lui piace) il sentiero tracciato dai suoi predecessori, già promotori dell’indifferenziazione ideologica del partito, della scelta del sistema maggioritario, del riferirsi alla classe media, e della dichiarata volontà di conquistare l’elettorato politico di centro o cosiddetto moderato.

In molti rassicurano da anni con l’esempio degli altri paesi di democrazia matura, dove gli astenuti sono tanti da sempre. L’Italia si starebbe adeguando. L’Italia però ha conosciuto il fascismo, lo stragismo, il terrorismo, i servizi deviati, la P2, le mafie, forse non è un paese a democrazia matura paragonabile ai paesi anglosassoni, forse qui la partecipazione è più importante. E la crescita dell’astensione ha coinciso, non con la fase ascendente dello sviluppo, del miracolo economico, ma con la fase discendente della deindustrializzazione, del venir meno della coesione sociale, della crisi del debito, della crisi morale.

Ai tempi di Tangentopoli, nel 1992, vota ancora l’87 per cento degli aventi diritto. Sei punti in meno rispetto al 1976. Per scendere all’81 per cento nel 2006, l’anno del ritorno di Prodi e della risicata vittoria del centrosinistra. Nel 2013, l’anno della mancata vittoria di Bersani e del debutto del M5S i votanti scendono bruscamente al 72 per cento. L’astensione, non solo aumenta, ma accelera.

Almeno due sono le questioni che possono essere considerate non secondarie. 1) Se l’aumento dell’astensione, ovvero la sfiducia nei partiti, nel governo, nelle opposizioni, il sentirsi senza rappresentanza significhi anche sfiducia nello stato, nelle istituzioni, nella politica considerata sempre meno rilevante. 2) Se l’autoesclusione elettorale c’entri con la crescente esclusione sociale. Molte ricerche immediate ci dicono da quale partito provengono gli astenuti. Meno analizzata è la condizione sociale degli astenuti, effettiva o percepita. Negli Stati Uniti gran parte dell’astensione è tradizionalmente costituita dai poveri e dagli afroamericani. In Italia?

Ammettere i commenti online?

newspapersDiversi giornali escludono i commenti online, li ammettono solo per alcuni tipi di articoli, li moderano in anteprima, indirizzano gli utenti commentatori sulle relative pagine dei social media. Considerano i commenti un grande rumore di fondo fatto di spam, violenza verbale, razzismo, sessismo, trolling individuali o di gruppo. I commenti di qualità, quelli che aggiungono informazione o correggono informazioni sbagliate o propongono un diverso punto di vista sarebbero rari. Si sentono esposti al rischio di essere querelati per diffamazione. Per il controllo dei commenti, pensano occorra impegnare molti moderatori. I commentatori, quantomeno più assidui, disapprovano le chiusure e parlano di limitazione della libertà di espressione e di censura politica.

Un sito di dibattito e informazione – un forum, un blog, un giornale – rappresenta una fonte, un punto di vista, insieme a molteplici altre. Può evitare di caricarsi sulle sue sole spalle il compito di farsi garante della democrazia e del pluralismo. A questo pensa già la pluralità delle fonti. Ciascuna ha quindi diritto di decidere cosa pubblicare e cosa no. Al limite, anche di far fuori i commenti online. Esistono pur sempre le pagine di Facebook e eventuali questioni legali si spostano a carico degli amministratori dei social media, quelli che spesso in automatico rispondono alle segnalazioni con la dicitura secondo cui il contenuto segnalato non viola gli standard della comunità. Resta da vedere se si tratti di un sacrificio necessario.

Il senso della comunicazione online è l’interazione. Il sito, oltre ad essere una vetrina mittente, è anche una grande casella postale pubblica, che riceve e mette in pagina tutte le lettere al direttore e pure le lettere tra lettori, dando luogo allo sviluppo di un comunità. Di che tipo, molto dipende dalle regole dell’ospite (il padrone di casa). Oltre a quelle scritte, esplicitate, fatte applicare dalla polizia e pulizia virtuale dei moderatori, quelle implicite. Gli utenti, alla lunga, anzi in tempi relativamente brevi, si adeguano all’ospite, se fa capire quel che vuole o rifiuta in modo chiaro, coerente e costante.

I primi gruppi di discussione, i primi forum davano voce a tutto e a tutti. Ospitavano troll di ogni tipo. Gli utenti più democratici lottavamo per escludere o arginare i topic che propagandavano il negazionismo olocaustico, l’apologia del fascismo, il razzismo. C’era molto bullismo virtuale. Gli amministratori facevano spesso resistenza alle segnalazioni di abuso e nobilitavano il proprio lassismo con la libertà di espressione, o con la fede nella capacità della comunità di autoeducarsi e automoderarsi. I post più negativi avrebbero avuto la funzione di un vaccino, la comunità avrebbe sviluppato i suoi anticorpi, si sarebbe rafforzata, divenendo sempre più sana.

In realtà, poteva succedere che gli amministratori, pur se più equilibrati, fossero sostanzialmente in linea con gli umori prevalenti della comunità. Più che il razzismo temevano il politically correct. Ma soprattutto, o per motivi commerciali, la vendita di pubblicità, o per motivi psicologici, la soddisfazione di gestire un grande forum, apprezzavano tutte le dinamiche che generavano traffico, partecipazione, aumentando il numero degli utenti e temevano tutto ciò che invece poteva rimensionare la comunità.

Qualcosa di simile capita sui giornali. Tanti commenti, tanti visitatori, tanti click, tanti introiti dai banner pubblicitari. Alcune testate, ad imitazione del blog di Grillo, tipo l’Huffington Post o il Fatto Quotidiano, sembrano sollecitare lo sfogo degli utenti, con foto e titoli provocatori, per prendere a bersaglio questo o quel personaggio, per questo o quel fatto. In principio, il metodo è aggregante, ma con il passare del tempo diventa disgregante. Se qualcuno ha qualcosa di riflessivo da dire, evita di farlo in una bolgia, se qualcuno si sente sistematicamente insultato, si allontana. La rissa online è più adatta agli utenti giovani e maschi, ai simpatizzanti dei movimenti politici che si esprimono con la pancia. In prevalenza leghisti e grillini. Anche i renziani spesso si fanno valere su questo terreno. L’esempio viene dagli stessi leader, dal modo di aggredire l’avversario, di respingere le critiche, di evitare la minima fatica di argomentare, confutare, strutturare un discorso. Quasi tutto è battuta, slogan e insulto.

Nel modo di titolare, scegliere le foto, comporre i testi, un giornale può dare l’esempio e formare una comunità a sua immagine e somiglianza. Può anche ricorrere ad una censura selettiva. All’inizio potrà essere un po’ impegnativo, ma poi l’indirizzo sarà chiaro. La grande fatica è stabilire il limite. Si può discutere se l’immigrazione è associata alla criminalità o è soltanto razzista? Si può discutere se le donne hanno una qualche responsabilità nella violenza che subiscono o è soltanto sessista? Dipende da come la questione è posta, se argomentata in termini interlocutori, o proclamata in termini provocatori o perentori, se la questione è posta una volta o se ritorna sempre, ma soprattutto dipende dalla consapevolezza che la democrazia è la pluralità delle fonti, non il pluralismo interno alla singola fonte. Nel dubbio, si può sempre decidere di tagliare.

Riferimenti:
Commenti online. Chi ha bisogno di questo valore aggiunto? – Federico Sbandi 24.11.2014
Se le testate online mettono al bando i commmenti – Pagina99, 23.11.2014
Il sito di Reuters ha chiuso i commenti – Il Post 8.11.2014
Vita di un moderatore di commenti – Il Post 30.09.2014

Il sessismo peggiore è quello che ha studiato

Michela Murgiadi Michela Murgia

Il sessismo peggiore è quello che ha studiato, perché ha la pretesa di apparire critica politica, colto contropensiero e provocazione culturale. A praticarlo è chi ritiene le donne degne di rispetto solo fino a quando la pensano nel suo stesso modo. E’ facile da riconoscere: quando una donna diventa avversaria, per il sessista il dissenso si sposta dal pensiero della persona alla persona stessa. Riappare allora come per magia l’armamentario linguistico machista, la riduzione dell’altra al suo corpo e quell’uso iconografico degli aggettivi insultanti che tanto bene abbiamo imparato a riconoscere sin dalla terza media. Tornano i diminutivi, i vezzeggiativi, le allusioni. Scemina, signorina, biondina, Concitina. Tornano parole come gnocca, culona, cesso, figa, bonazza, starnazzante, senza testa, intrombabile o meritevole di due colpi (tutte citazioni recenti, per chi ha buona memoria). La sostanza non cambia, però fa sorridere la pretesa puerile che lo stesso lessico che il sessista ignorante usa al bar con gli amici diventi legittimo e financo valevole se a usarlo è un sessista laureato nell’esercizio presunto del pensiero riflessivo.
Il sessismo è praticato trasversalmente a destra e a sinistra da uomini e da donne, ma l’ambizione di essere qualcosa più che sessismo si manifesta solo a sinistra. L’ho vissuto sulla mia pelle da parte di persone che in campagna elettorale mi hanno criticata usando come argomenti di dissenso il mio peso, il mio aspetto, il mio abbigliamento e tutte le declinazioni del mio essere donna prima che politica. Non è sorprendente che molte di quelle persone le abbia poi reincontrate in piazza a scandire convintamente gli slogan d’ordinanza contro la violenza alle donne.
La verità, molto banalmente, è che la sinistra è piena di gente che sta cercando di restare sessista senza doversi vergognare.
La verità, altrettanto banalmente, è che vi si riconosce comunque, anche quando vi parate le terga dietro la pretesa di far critica politica sul corpo delle donne.
Sul piano liquido di queste due verità succede che un sociologo cagliaritano e una ministra renziana basculino miseramente sulla stessa barca.

Riferimenti:
Status di Kelledda Murgia Marongiu
La figa al potere: un disastro sociale – Marco Zurru

Ipocrita il governo, non la giornata contro la violenza

01-rapporto eures.EPSLa giornata contro la violenza sulle donne fa dibattere sulla violenza e fa dibattere sulla giornata. E’ inutile, è ipocrita, è marketing, è vittimizzazione della donna, sono alcune delle critiche più ricorrenti.

In verità, la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è indetta dall’Assemblea generale dell’Onu il 17 dicembre 1999, la quale dal canto suo fa le raccomandazioni giuste e promuovere le convenzioni necessarie. Le Nazioni Unite ufficializzano la data del 25 novembre, scelta da un gruppo di attiviste femministe latinoamericane, in ricordo dell’assassinio delle tre sorelle Mirabal nel 1960, tre donne rivoluzionarie in lotta contro il regime dittatoriale di Santo Domingo. L’Onu invita i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG  a organizzare attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica in quel giorno.

In Italia solo dal 2005 alcuni centri antiviolenza e Case delle donne hanno iniziato a celebrare questa giornata. Ma negli ultimi anni anche istituzioni e vari enti come Amnesty International festeggiano questa giornata attraverso iniziative politiche e culturali. Nel 2007 100.000 donne (40.000 secondo la questura) hanno manifestato a Roma “Contro la violenza sulle donne”, senza alcun patrocinio politico (…) Dal 2006 la Casa delle donne per non subire violenza di Bologna promuove annualmente il Festival La Violenza Illustrata, unico festival nel panorama internazionale interamente dedicato alla Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ormai centinaia di iniziative in tutta Italia vengono organizzate in occasione del 25 novembre per dire no alla violenza di genere in tutte le sue forme.

Ipocriti possono essere i governi che vi aderiscono, senza poi essere conseguenti sul piano legislativo ed esecutivo. Il nostro governo, in effetti, non ha ripristinato il ministero delle pari opportunità ed ha tagliato i fondi ai centri antiviolenza, nonostante i posti rifiugio siano pari ad un decimo del necessario. Ipocriti, possono essere i giornali che pubblicano analisi e dossier, ma poi continuano a raccontare le cronache di violenza e femminicidio in termini di raptus, gelosia, delitto passionale, sempre da un punto di vista attenuante e fatalista.

Tuttavia, per questa giornata del 2014 la tensione istituzionale sembra piuttosto bassa. Se c’è ipocrisia, ce n’è poca. Sarò disinformato, al momento ignoro in merito particolari iniziative e manifestazioni istituzionali o di partito, anche solo dichiarazioni del premier, di ministri e ministre, o di leader importanti. Forse dirà qualcosa il presidente della repubblica, di sicuro la presidente della Camera. La giornata mondiale contro la violenza sulle donne occupa qualche inserto, qualche articolo di analisi, ma non va in prima pagina. Fa un po’ discutere il rapporto Eures, che parla di aumento dei femminicidi in ambito familiare, che uccidono donne colpevoli di decidere, aumentano soprattutto nel centro e nel sud. Aumentano i matricidi dovuti a questioni economiche e alla più lunga permanenza dei figli in famiglia, in conseguenza della crisi. Mentre tra le persone intervistate nei sondaggi continua ad essere diffusa l’idea che la violenza domestica sia un fatto privato e che sia normale che un uomo geloso possa diventare violento.

Si invoca l’educazione al rispetto della differenza di genere fin dalla scuola di base. Ma questo presuppone insegnanti già educati e formati in tal senso. E poi implica un mondo nel quale quella educazione sia confermata e consolidata. Un mondo diverso da quello che nei rapporti quotidiani mantiene la donna in una posizione subordinata e di servizio rispetto all’uomo. Per cui, lui è il capofamiglia lei la casalinga. Lui il capoufficio lei la segretaria. Lui il docente universitario lei la maestra. Lui il dottore lei l’infermiera. Lui il direttore lei la donna delle pulizie. Lui il leader lei ladylike. Esistono molte eccezioni, esiste Samantha Cristofetti, la prima donna italiana nello spazio – oggetto sui social di questo genere di umorismo: [1] [2] [3] [4] [5] – tuttavia esiste la regola, la nostra prevalente esperienza quotidiana, che ci insegna in modo subliminale chi merita più rispetto e chi ne merita di meno.

Un paese pioniere nelle politiche di genere è la Svezia. Eppure, pochi giorni fa abbiamo letto la sorprendente notizia di un esperimento svolto proprio nel paese scandinavo. Simulata una scena di violenza, un ragazzo contro una ragazza in ascensore,  in presenza di altre persone. La simulazione è stata ripetuta ben cinquantatre volte prima di incontrare una persona che finalmente reagisse: una ragazza americana. I paesi scandinavi risultano essere altrettanto violenti, se non di più, dei paesi latini.

La questione dello stereotipo della donna vittima, a mio avviso, rimane controversa, per la doppia accezione del significato. Vittima come tratto del carattere (cioè debole, bisognosa di tutela) o vittima come condizione di chi ha subito un danno, un torto, un abuso, senza meritarlo. Nel momento in cui si tenta di superare uno stereotipo, quello della vittima, si rischia di resuscitare l’altro, quello della corresponsabile, accollato dal senso comune, per esempio, alla donna che non lascia il partner violento. La stessa idea che debole sia un difetto si collega ad un principio di corresponsabilità. Sei debole, è normale che qualcuno ne approfitti, stai attenta. In realtà, esistono anche le donne deboli. E allora?

Questa giornata continua in ogni caso ad essere una opportunità per promuovere eventi, iniziative, ricerche, riflessioni, manifestazioni e rappresentazioni teatrali. La prima misura di contrasto alla violenza è sottrarla alla dimensione privata, farne un tema di dominio pubblico. Se le istituzioni e media sono ipocriti o soltanto celebrativi, l’attivismo e l’associanismo autonomo possono fare di meglio, come già fanno da molti anni. Il limite forse più grande è che la violenza sulle donne, la violenza maschile sulle donne continui ad essere percepita come una questione femminile, un problema delle donne, salvo farsi avanti una paradossale idea di ascolto e aiuto per gli uomini violenti.