Maschi che partiranno da sé

uomo-in-attesaUn articolo sul Manifesto invita gli uomini a prendersi la responsabilità di interrogarsi sulla violenza perpetuata per secoli dai loro simili e a farlo partendo da sé. Provo a raccogliere l’invito.

Mi è successo, in situazioni di disaccordo, di essere criticato da alcune care amiche riguardo certe mie modalità di relazione, secondo loro offensive e forse persino violente. Io non me le sono viste così. Ho pensato loro fossero un po’ fragili ed io molto assertivo. Forse avrei potuto essere più attento e delicato. Ho pure creduto fossero un po’ suggestionate da tutti i discorsi sulla violenza e magari ci marciassero un po’ su.

Quando poi però hanno descritto in modo dettagliato le mie dinamiche ho dovuto ammettere con una discreta fatica che si, avevano a che fare anche con una mia volontà di controllo. Nella critica aveva il suo rilievo il fatto contraddittorio che io fossi un uomo che si dichiara contro la violenza maschile. Come molti uomini progressisti, dò valore al fatto che una donna prenda la parola, affermi il suo punto di vista, sia fiera, autonoma, indipendente e combattiva. Adoro le guerrigliere curde di Kobane. Eppure, anche se rare, vi sono situazioni, in cui quella autonomia mi provoca insofferenza. Come se tutta la mia stima verso l’autonomia femminile fosse anche intessuta di benevolenza. Quando il disaccordo è troppo importante per me, la benevolenza diventa insufficiente.

Il disaccordo fa velo. La violenza maschile, agita o anche solo ventilata per poter prevaricare, può essere più o meno grave, sporadica, saltuaria o cronica. Ma lo schema difensivo da noi adottato per metterci al riparo da proteste e accuse è abbastanza comune: fa leva sulla confusione tra violenza e conflitto ed evita di prendere sul serio la parola della donna, fino alla determinazione di screditarla. Se lei ci denuncia pubblicamente, lo fa per rovinarci. Se ci denuncia privatamente, lo fa per manipolarci. Se lei è in buona fede, allora è un tipo debole e basta molto poco per farle male. Tutte cose che possono andare insieme in una complessità che diventa il banco di nebbia nel quale mimetizzare la nostra opacità.

Allora, è importante che gli uomini impegnati contro la violenza, dalle colonne di uno storico giornale di sinistra, dichiarino di interrogarsi sulla violenza maschile e sollecitino altri uomini a farlo. Ma questo è ormai insufficiente. Le loro parole possono essere lette come vuota retorica. Occorre maggiore coraggio. Non basta più chiedere agli altri uomini di interrogarsi né dire che ci si interroga. Bisogna che gli uomini impegnati contro la violenza dicano cosa ci fanno con i loro interrogativi. Nelle loro vite reali, concrete.

Quando lessi di un uomo di Maschile Plurale accusato di violenza psicologica, i miei riflessi immediati mi dicevano che poteva trattarsi di una manovra volta a screditare una persona o una associazione, oppure di un conflitto privato, qualcosa di inverificabile rispetto a cui era opportuno solo osservare, al limite ascoltare, e sospendere il giudizio. Quello che avevo in testa era un dilemma interventista o astensionista, comunque interno alla logica del processo, dove si mettono a confronto le versioni e le prove. Mi ci è voluto un po’ di tempo per capire che il mio essere uomo, in un contesto ancora molto segnato dal dominio e dalla violenza sessista, non mi permetteva di sentire le cose nel modo giusto e di vedere la disparità di potere nelle relazioni tra uomini e donne anche là dove non te le aspetti più. Inoltre, una cosa faceva resistenza: se un uomo di sinistra, femminista poteva aver compiuto violenza psicologica sulla sua compagna, questo metteva in crisi la credibilità di tutti gli uomini come lui. Me compreso. Davanti alle donne. E ancora peggio davanti a se stessi. Da qui la proiezione di un difetto di credibilità su di lei.

Tuttavia, non esiste una buona ragione per partire dal presupposto di un difetto di credibilità femminile. Che le donne siano spesso più trasparenti degli uomini nel manifestare fragilità ed emozioni, dipende da tanti motivi (il patriarcato, la maggiore importanza attribuita alla dimensione relazionale, la maternità, la biologia), ma in ogni caso questo non le rende meno credibili. Così ho scelto di crederle ed è stata una scelta politica, perché la violenza maschile è endemica e il discredito che colpisce le donne è sistematico. Ma soprattutto ho scelto di affidarmi alla valutazione delle donne con cui ero in più stretta relazione, che hanno poi preso la parola, non per chiedere processi e condanne, ma per chiedere a Maschile Plurale di affrontare la questione nel modo corretto, secondo l’analisi della violenza di genere, di non arretrare nello schema della guerra dei sessi, di non esporre la donna ad una possibile rivittimizzazione, ovvero a non agire di nuovo violenza. Una richiesta ritenuta ideologica da una parte dei destinatari, già firmatari di un famoso appello: «La violenza ci riguarda».

«La violenza ci riguarda» ma intanto ce ne smarchiamo di continuo. Alla fine è un filone interessante per farci un editoriale, magari l’otto marzo.

Riferimenti:
Interrogarsi sulla violenza maschile non basta più – Massimo Lizzi, 20 marzo 2015
Tra i resti del patriarcato: il fantasma della rivalsa femminile – Claudio Vedovati, 5 gennaio 2015
Nutrire la nostra libertà rischiando – Claudio Vedovati e Sara Gandini, 19 ottobre 2014
Se una donna accusa un uomo di violenza, la sua parola va presa sul serio – Sara Gandini, 13 agosto 2014
Gli uomini sono storicamente già associati a sufficienza – Tk, 16 luglio 2014
Luisa Muraro: «Raccogliere la domanda di giustizia delle donne che hanno subito la violenza sessista» – 18 luglio 2015
Maschile Plurale tra rimozione e rivittimizzazione – Tk, 4 luglio 2014
Una trasformazione è necessaria – Claudio Vedovati, 17 giugno 2014
Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale – Il Ricciocorno Schiattoso 8.05.2014

Laura Boldrini e il sessismo nel linguaggio

Laura Boldrini - Il sessismo nel linguaggioLaura Boldrini ha scritto una lettera a deputate e deputati per chiedere di declinare al femminile i nomi delle cariche pubbliche quando sono assunte da donne.

L’iniziativa ha provocato reazioni, alcune delle quali molto offensive. L’account di Twitter della presidente della camera ha collezionato una ventina di insulti. Alcuni organi di informazione, come l’Huffington Post, hanno amplificato il caso come se si trattasse di centinaia, migliaia di insulti, nonostante fossero molte di più le condivisioni.

Per le basse qualfiche la declinazione al femminile è scontata e nessuno si affanna a presidiare primati maschili. La questione si pone per le alte qualfiche e per i titoli di potere. Qui le obiezioni alla presidente sono tre: sta facendo una crociata; è una questione poco importante, i problemi sono altri; la lingua è naturale, non si può forzare, non si possono imporre cambiamenti.

Se l’iniziativa della presidente è una crociata, l’iniziativa di coloro che si impegnano nel contrastarla è almeno una controcrociata.

Se un uomo viene chiamato come una donna, secondo me, reputa la cosa abbastanza importante. Un uomo chiamato come una donna può sentirsi inferiorizzato, di certo disconosciuto nella propria identità. Al contrario, tanti uomini e anche alcune donne pensano che una donna chiamata come un uomo si senta meglio valorizzata, come se la propria identità fosse motivo di difetto, spesso di ridicolo. Talvolta persino una donna chiamata come una donna si sente inferiorizzata. E’ il caso di quelle donne che arrivano al vertice e vogliono essere chiamate al maschile. Questo è il punto oggetto della controversia. La lingua, riflette, riproduce e rinforza una cultura che attribuisce maggior valore agli uomini e minor valore alle donne, fino al punto di rappresentare il maschile come neutro e universale e il femminile come parziale e particolare.  Chi attacca, attacca questo. Chi difende, difende questo.

Un tempo era un sistema di valori comune: gli uomini erano considerati meglio delle donne, anche se si ammetteva l’esistenza di donne eccezionali, magari meritevoli di titoli maschili. In tal modo era naturale pensare e parlare. Dopo il femminismo e la messa in crisi del dominio maschile, questo sistema si è incrinato: quel che prima era naturale per quasi tutti, oggi è naturale solo per una parte. Mettere in discussione la lingua, il linguaggio, non è solo una scelta politica, militante, che forza un presunto spontaneo modo di esprimersi. Per tanti di noi non è affatto spontaneo chiamare una donna come fosse un uomo, e per tanti altri è motivo di disagio, e incertezza. C’è da riconoscere che non siamo più d’accordo neanche nel modo di parlare. C’è da rifare un codice comune. A partire da due soggetti.


Riferimenti:
[^] Il sessismo nella lingua italiana – Alma Sabatini
[^] Il sessismo nella lingua italiana – Cecilia Robustelli
[^] Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo – Cecilia Robustelli
[^] Infermiera si, ingegnera no? – Cecilia Robustelli
[^] Il femminile di questore e prefetto – Patrizia Bellucci

Il ghetto a luci rosse

prostitution
La prostituzione non è un servizio, ma una servitù. Oltre alle tante costrette a prostituirsi, molte sono ragazze che spesso hanno subito abusi e violenze da bambine. L’età media di ingresso nella prostituzione è 13 anni. I bordelli e i prostitutori clienti sono in genere disinteressati a distinguere tra libere e schiave, tra maggiorenni e minorenni. Così, se tra le une e le altre c’è distinzione, non c’è invece soluzione di continuità. Non c’è nemmeno nei paesi in cui la prostituzione è stata messa sotto il controllo della legge. Perciò, io sono contrario all’idea di ripristinare le case chiuse o di istituire quartieri o zone a luci rosse, come quelle in progetto al Comune di Roma o di altre città.

Il sesso è desiderio, ma non è un bisogno, nè un diritto, gli uomini non hanno il diritto di comprare le donne, se lo fanno non è per necessità, ma per volontà di esercitare dominio e potere, in ogni caso per passare sopra la relazione con un’altra persona, usando il denaro invece che la violenza diretta. Non c’è una sessualità sbagliata. Nel rapporto tra sesso e violenza, sbagliata è la violenza. Nel rapporto tra sesso e denaro, sbagliato è il denaro. Violenza e denaro sono espressioni e funzioni di un potere. La prostituzione non è un rapporto sessuale, è un rapporto di potere.

Se invece fossi interessato ad una prospettiva di legalizzazione, che vede la prostituzione essere un lavoro come un altro, una scelta di libertà, e le prostitute come lavoratrici a cui garantire servizi e diritti in quanto sex workers e non in quanto persone ed esseri umani, sarei ugualmente contrario alle zone rosse. Le servitù si aboliscono. I servizi non si occultano. Dato che si dichiara di non voler più far finta di non vedere le prostitute in strada, allora non bisogna escogitare un modo più efficace per nasconderle: case chiuse, zone rosse, in periferia o fuori città.

Pensare di aiutare e proteggere meglio una categoria di persone, confinandola in una zona della città, è una vecchia logica che sta all’origine del ghetto. Il comune ha la facoltà di istituire e offrire i servizi che meglio crede, ma non può mettere il filo spinato intorno ad una attività che vuol considerare lecita. Finché le prostitute esistono, al pari di altre lavoratrici e commercianti, devono poter operare ovunque. Anche in Via del Corso (RM), via Monte Napoleone (MI), Via Roma (TO).

Vedi anche:
Lo stigma della prostituta – 11.11.2014
Definire «cura» il sesso, per poterlo mercificare – 05.07.2013
L’istituzione delle zone a luci rosse: guerra alle prostitute – Maria Rossi 11.02.2015
Rosen Hicher: «La prostituzione è una forma di violenza» – Simona Sforza 7.02.2015
Rebecca Mont: «Qual è la tua scusa?» – Ricciocorno Schiattoso 13.02.2015
Against ‘Spilabotte’ law proposal and regulation of prostitution – Resistenza femminista 09.02.2015
Il blog Consumabili – Uno degli affari più lucrosi al mondo: l’industria globale del sesso

Una lettera irricevibile a un amico musulmano

Musulmani contro Isis

Su La Stampa, Francesca Paci ha scritto una lettera aperta ad un amico musulmano. L’amico, di nome Mohammed, condanna gli attentati commessi in nome dell’Islam, ma ci tiene a distinguere i terroristi dal vero Islam e sospetta che i loro crimini abbiano qualcosa di strano e facciano il gioco di qualcuno, pur senza arrivare a vederci dietro la Cia o il Mossad.

Questi limiti attribuiti a Mohammed somigliano ai dubbi e alle dietrologie che caratterizzano tanta parte del dibattito pubblico senza essere prerogativa dell’identità musulmana. Molti occidentali di sinistra pensano che il terrorismo sia criminale, ma pure l’arma dei poveri, spesso controproducente, una reazione all’imperialismo, un estremismo distinto dal vero Islam o dall’Islam moderato. L’11 settembre è stato oggetto di tante teorie del complotto e di una indagine dello stesso congresso americano. Dubbi, sospetti e teorie continuano ad essere divulgati ancora oggi, perchè in effetti Bush ha usato l’attentato per promuovere la legislazione repressiva del patriot act, e la dottrina della guerra preventiva.

Allora, perchè pretendere da un musulmano una condanna assoluta, un essere fino in fondo, perfino un’autocritica identitaria, quando non lo pretendiamo da noi stessi e da nessun altro? Cosa gli stiamo davvero chiedendo? Di essere contro il terrorismo jihadista o di essere contro il suo terrorista interiore? Possiamo vantare i pentimenti tardivi della chiesa cattolica, incalzata da atei e laici quando i cristiani erano riluttanti. E ritenere che pure l’Islam dovrebbe assumersi le proprie responsabilità o i laici del suo mondo dovrebbero fargliele assumere. Tuttavia, l’Islam non è una chiesa. Pronunciamenti di autorità religiose islamiche contro il terrorismo jihadista ve ne sono stati e continuano ad essercene, senza mai essere risolutivi, perché nessuno equivale alla parola di un papa regnante con il potere di scomunica.

Il terrorismo jihadista nasce nel mondo islamico. Ma io dubito che un’occidentale abbia titolo morale per dettare ad un musulmano cosa deve fare, dire, pensare e sentire. Gli occidentali quel terrorismo spesso lo hanno foraggiato per contrastare l’Urss e il nazionalismo arabo laico. Quando poi quel terrorismo gli si è rivoltato contro, gli occidentali ne sono stati vittime soltanto secondarie. Il terrorismo islamista ha come suo primo obiettivo i musulmani da esso ritenuti apostati. In Palestina vuole sconfiggere prima Hamas e solo dopo affrontare Israele. Se Mohammed prega lo stesso dio dei tagliagole di Baghdad, prega anche lo stesso dio della grande maggioranza di vittime che si ritrova con la gola tagliata. Gli occidentali dal canto loro fanno altrettante vittime, spesso chiamate effetti collaterali, e creano circostanze favorevoli al terrorismo.

Se vogliamo sfogliare album di famiglia, possiamo riconoscere che anche i musulmani hanno ottimi parenti: personalità della cultura, liberali, riformatori, femministe, movimenti giovanili. E allo stesso modo possiamo riconoscere che, oltre ai cristiani e ai comunisti, anche i laici, liberali e democratici occidentali hanno pessimi parenti. A volte sono individui riconoscibili. Altre volte sono persone rispettabili e persino molto stimate, che hanno commesso opere buone, opere mediocri e crimini orrendi. Da Dresda, a Hiroshima, alla Nakba, al Vietnam, al Cile, all’Indonesia, alla guerra del Kosovo, alle guerre che vogliono esportare la democrazia: Abu Grahib, Guantanamo, Falluja. Francesca Paci potrebbe misurare il proprio album di famiglia come misura quello del suo amico Mohammed. E quando cita la vendetta giordana, che uccide due terroristi per rappresaglia, potrebbe andare fino in fondo nella condanna, invece di limitarsi a dire che non è la soluzione del problema.

La Stampa ha sostenuto alcune guerre. La sua firma più prestigiosa, Norberto Bobbio, subito dopo i bombardamenti su Tripoli del 1986, che uccisero una bambina, la figlia adottiva di Gheddafi, teorizzò che occorreva sospendere il giudizio morale in attesa di verificare se quei bombardamenti fossero stati utili per sconfiggere il terrorismo. Il fine giustifica i mezzi, se i mezzi realizzano il fine. Stessa cosa scrisse in occasione della prima guerra del Golfo nel 1991. Possiamo immaginare come verrebbe accolto un musulmano che provasse a riflettere sulla possibile utilità pratica dei crimini commessi in nome della sua religione.

Il terrorismo jihadista, secondo la giornalista, è un prodotto dell’Islam e non di Washington e Gerusalemme. Ma noi riflettiamo sul nesso tra il nazismo e le umiliazioni inflitte alla Germania dopo la prima guerra mondiale dalle potenze vincitrici. Un musulmano, come molti di noi, può riflettere sul nesso tra il terrorismo jihadista e il modo in cui l’Occidente ha colonizzato il Medio Oriente.

Credo Francesca Paci non abbia mai scritto una lettera ad un suo amico ebreo, per sollecitarlo a condannare i crimini israeliani senza se e senza ma e riconoscere formalmente che quei crimini nascono nell’ebraismo e gli appartengono, pena l’essere escluso dalla comune lotta per la sopravvivenza. In compenso, un’amica ebrea ha pensato di scrivere a lei, per rimproverarle la mancata citazione degli ebrei tra le vittime del terrorismo a dispetto della onnipresente citazione dei bambini di Gaza. C’è sempre una omissione che fa aleggiare un fantasma. In effetti, l’antisemitismo appartiene a più di un album di famiglia.

La giornalista de La Stampa ha fatto bene a non scrivere mai una lettera di quel genere nei confronti degli ebrei. Sarebbe stata una lettera irricevibile, perchè crimini e atrocità sono stati e sono commessi in ogni parte dello spazio e del tempo, in nome di ideali religiosi, ideologici o laici: da dio alla democrazia. Non c’è una reale differenza tra il povero pilota giordano arso vivo dai jihadisti nella gabbia chiusa di una prigione e tanti altri poveri cristi bruciati vivi dal fosforo bianco nelle gabbie a cielo aperto di un villaggio o una città. Ogni boia ha il suo metodo e i suoi mezzi disponibili per fare fuori i nemici o la gente del nemico, e declina i suoi crimini nella sua lingua, nei suoi simboli, nei suoi pretesti atti a giustificare, legittimare, nobilitare. E’ un errore, che talvolta si fa, scambiare il pretesto con la causa. Un errore che, nei confronti di chi commette crimini in nome dell’Islam, viene compiuto sempre più spesso.

Sul paragone tra terrorismo jihadista e violenza domestica

Leggere Lolita a TeheranLa violenza del terrorismo jiahdista è paragonata alla violenza domestica. Il paragone è suggerito da Marina Terragni e raccolto da Marisa Guarneri. Le costanti nel paragone sono la sottomissione, la gradualità e la paralisi finale delle vittime.

Il paragone è persuasivo solo in senso molto lato. La violenza come espressione e funzione di una volontà di dominio e di annullamento dell’altro è storicamente una violenza maschile. In questo senso, può funzionare l’analogia tra la violenza domestica e la violenza jiahdista. E ogni altra violenza volta a conquistare e sottomettere: la violenza fascista, colonialista, imperialista. Nella stessa lotta al terrorismo vediamo questa violenza. Nelle misure di sicurezza che negano la libertà. Nelle rappresaglie. Nelle guerre preventive. Nelle occupazioni militari. Nei bombardamenti a cinquemila metri d’altezza. Nelle prigioni di tortura come Abu Ghraib. Nei campi di concentramento come Guantanamo. Nella scelta perpetua di appoggiare qualsiasi stato o movimento per battere il nemico immediato.

Per ciascuna di queste violenze, potremmo ritornare alla matrice originaria della violenza maschile. Farlo solo per la violenza jiahdista assume un significato propagandistico. Un espediente per reclutare le donne, il femminismo, nella guerra (maschile) di civiltà, che si vuole vedere in atto tra Occidente e Islam.

Vista la base comune della violenza, occorre vedere le differenze e riconoscerne l’importanza. Mentre la violenza domestica colpisce solo le donne e le colpisce nella relazione personale, la violenza del terrorismo, della guerra e della dittatura colpisce le donne e gli uomini e li colpisce nella relazione pubblica. Sotto questo aspetto il paragone non funziona più. Anche nel terrorismo, nella guerra e nella dittatura, può manifestarsi una specifica violenza sessista, quando la violenza colpisce le donne o gli omosessuali. Fa impressione leggere delle donne schiavizzate dai terroristi dell’Isis, e può fare ancora più impressione sapere che questa non è una loro prerogativa. Persino i soldati della Nato e i caschi blu dell’ONU, nelle zone di guerra dove hanno operato, hanno usufruito di bordelli istituiti apposta per loro con ragazze ridotte in schiavitù. Tuttavia, il miliziano dell’Isis o il militare della Nato che viola e schiavizza una donna, è l’equivalente dell’uomo nero, non è il padre, il fratello, il fidanzato, il marito che commette violenza e tradisce il rapporto d’amore e di fiducia della figlia, della sorella, della fidanzata, della moglie.

Il paragone torna a funzionare nello sguardo dell’intervistatrice e dell’intervistata. Lo sguardo sulle vittime. Viste solo come persone impotenti, annichilite, incapaci di reagire oppure quasi corresponsabili. Persone bisognose di un intervento o almeno di un esempio esterno, persone che ignorano l’aspirazione alla libertà e all’indipendenza, che devono impararla dai valori occidentali. Domande frequenti sulla violenza contro le donne sono: perchè lei lo ha sposato, perchè gli ha permesso di trattarla così, perchè non lo lascia? Anche Marina Terragni a proposito delle donne iraniane domanda: perchè se lo sono lasciato fare? Le ragazze di Leggere Lolita a Teheran che s’incontrano clandestinamente con la professoressa per parlare di letteratura sono viste come persone passive che si sottomettono e non come donne che combattono e resistono sotto un regime autoritario come altri soggetti dissidenti. In Iran è stato distrutto il Tudeh, il più forte partito comunista del Medio Oriente. A nessuno è venuto in mente di chiedersi, perchè se lo è lasciato fare.

Riferimenti:
Violenza domestica e violenza fanatica non sono la stessa cosa – di Luisa Muraro

Tsipras più credibile di Renzi e Grillo, per allearsi a destra

Tsipras Partigiani ResistenzaSyriza ha vinto le elezioni in Grecia, oltre le aspettative. Però ha mancato la maggioranza assoluta per un paio di seggi. Per formare il governo ha bisogno di un alleato. Non può allearsi con il piccolo partito di centrosinistra (To Potami), ostile ai partiti tradizionali, molto europeista, poco avverso alla troika. Non può allearsi con il piccolo partito comunista (KKE), perchè settario e stalinista, chiuso alle alleanze. Gli rimane un piccolo partito di centrodestra contrario all’austerità (I greci indipendenti), scisso dal più grande partito conservatore (Nuova democrazia) invece favorevole.

Sul Fatto Quotidiano si paragona l’alleanza tra Syriza e greci indipendenti (Anel) con l’alleanza tra M5S e l’Ukip di Nigel Farage. Il paragone suggerisce una equiparazione tra Grillo e Tsipras e dice che molta sinistra italiana è incoerente nel giudizio, usa due pesi e due misure, contesta a Grillo quello che perdona a Tsipras.

Lasciamo da parte la valutazione sui rapporti di forza: Syriza sfiora la maggioranza assoluta, i greci indipendenti sono un piccolo partito, mentre M5S e Ukip sono due forze equivalenti. Lasciamo da parte la valutazione sulla effettiva identità ideologica dei due partiti di destra: greci indipendenti e Ukip non convivono nello stesso gruppo al parlamento europeo. Lasciamo infine da parte il fatto che in un caso, quello greco, si tratti della necessaria formazione del governo di un paese, nell’altro, quello del PE, si tratti della non necessaria formazione di un gruppo parlamentare.

Rimane che Alexis Tsipras è più credibile di Beppe Grillo. Il leader della sinistra radicale in Grecia non ha mai detto cose strane sull’immigrazione, sulle donne, sugli omosessuali, sul fascismo, non ha mai lisciato il pelo all’elettorato xenofobo. Sappiamo qual è il suo punto di vista sulla democrazia e sui diritti civili e quindi pensiamo di poterci fidare di lui in merito alle posizioni che terrà di fronte al suo alleato minore. Il leader cinque stelle invece ha detto cose molto ambigue su questi temi, quindi non possiamo fidarci di lui. Pesi e misure sono uguali, ad essere diversi sono proprio i due leader.

Discorso analogo nel confronto tra Tsipras e Renzi. I simpatizzanti renziani, come quelli grillini, rimproverano incoerenza di giudizio a ciò che si muove alla sinistra del capo del PD. In effetti, Renzi è alleato con un partito di destra per poter formare un governo. E pure lui ha rapporti di forza favorevoli. Ma il contenuto della sua alleanza è in continuità e non in opposizione alle politiche di austerità. Mentre Renzi liberalizza i licenziamenti per accontentare la Germania o i cosiddetti investitori esteri, Tsipras vuole ripristinare le regole che limitano la possibilità di licenziare. Pesi e misure sono uguali, ad essere diversi sono proprio i contenuti dell’alleanza.