L’umanità degli uomini violenti

Diteci se siamo dei mostri«Diteci se siamo dei mostri» Lo chiede un gruppo di detenuti condannati per reati di violenza sulle donne, stupratori e femminicidi. Gli dà voce il Fatto Quotidiano con un articolo di Ferruccio Sansa.

Il giornalista, oltre la soglia del carcere, è disorientato, vede immagini sdoppiate, non riesce a credere che quelle persone, già manager, artigiani, operai, davanti a lui in carne e ossa, dai modi franchi, gli occhi scuri, gli occhi azzurri, le mani curate, le dita affusolate, disegnatori di boschi e fiori sui muri della cella, abbiano potuto violentare e uccidere. Il giornalista sente la sofferenza e il dolore di questi uomini nell’affrontare le loro responsabilità, nell’aver vissuto i momenti più duri, l’arresto, gli articoli sui giornali, la scoperta di essere capaci di compiere una violenza così terribile. Anche se meno terribile di quella di uno stragista, che di donne con una sola bomba ne ha uccise ben di più: il giornalista percepisce la loro gratitudine, per essere lì a parlare con loro, perchè questi uomini sono considerati i più infami tra i criminali dagli altri detenuti, forse perchè la forza misteriosa e tremenda del sesso li fa sembrare peggio.

I detenuti intervistati partecipano ad un percorso di recupero con una psicanalista, ammettono le proprie responsabilità e si raccontano senza reticenze e senza farsi sconti. Anche se a leggere l’articolo si nota poco. Nessuno sa come sia potuto accadere. Uno aveva voglia di primavera, uno si è sentito provocato, uno voleva punire quella che gli veniva dietro, uno ha avuto la moglie malata ed ha violentato la dipendente, uno è caduto nella trappola come capita anche ai politici, uno ha reagito ad una coltellata perchè lei, chissà come mai, ha ritenuto di doversi difendere in quel modo. Ma quei gesti non li riflettono, sono come buchi neri, capivano quel che succedeva, ma non riuscivano a fermarsi. Dentro di sé vedono il male, ma anche il bene, non sono cattivi, non meritano di essere condannati a vita.

Sono dei mostri? La domanda è manipolatoria. Fa leva sul senso di colpa di chi è chiamato a giudicare. Se dai una risposta diversa dal no sei demonizzante. Un giustiziere che se ne tira fuori, se sei un uomo. Una vendicativa, rancorosa, priva di comprensione e di pietà, se sei una donna. Certo che no, nessuno è un mostro. Neanche i terroristi, gli stragisti, i lapidatori talebani, gli sgozzatori dell’Isis, neppure i nazisti di Auschwitz, Buchenwald, Dachau. E’ una risposta ovvia e banale, perchè fartela dire? La loro umanità non è forse riconosciuta? Nessuno li ha linciati, torturati, condannati a morte. Hanno avuto un processo, il diritto alla difesa, una sentenza ad una pena finita, con sentenza motivata, a cui possono fare appello. Hanno accesso a corsi di recupero e forse a pene alternative.

Tutte cose a cui sono favorevole. Come, immagino, molti lettori del Fatto. Dunque, cosa vuole comunicarci l’articolo, cosa ci chiede? Vuole persuaderci ad approvare un’amnistia, un indulto, ad essere garantisti? Eppure è il giornale di Marco Travaglio, non quello di Piero Sansonetti. Infatti, non ci mostra l’umanità dei condannati per corruzione politica o per mafia. Ci mostra quella del femminicida. Perchè?

Le donne già riconoscono l’umanità dei violenti. Ne sono figlie, ne sono sorelle, li hanno per fidanzati, per mariti, per amici, per datori e colleghi di lavoro. Quasi mai li denunciano, tante volte li perdonano, credono alle loro promesse, ai loro pentimenti, gli offrono l’ennesima possibilità, andando incontro a nuove sofferenze, rischiando la pelle, talvolta rimettendoci la vita. Quell’ambivalenza, quell’umanità, è la trappola nella quale tante donne rimangono imprigionate. Ora, arriva un giornalista maschio a spiegare che quegli uomini sono ambivalenti, sono umani. Senza però spiegare che quell’ambivalenza, è da sempre uno dei meccanismi, forse il più efficace, attraverso cui la violenza e il dominio maschile si perpetuano.

A parte qualche giustiziere di circostanza, magari dietro le sbarre anche lui, gli uomini dal canto loro sono fin troppo comprensivi. Comprensivi sono gli amici, come emerge dai racconti, per i quali il 90 per cento degli uomini, nelle stesse circostanze, se provocati, agirebbero allo stesso modo, e come leggiamo nell’articolo, lei provoca, lei ci sta, lei viene dietro, lei si difende sconsideratamente. Comprensivi sono i giornalisti che ogni volta ci raccontano che lui era una brava persona, normale come tanti altri, divenuto fragile, depresso, geloso, sotto stress per uno sfratto, un licenziamento, un fallimento, ha avuto un raptus di follia, al culmine di una lite, poichè lei gli ha fatto qualcosa e lui ha reagito, è così si è rovinato la vita. La sua.

Il quadretto dei racconti dei detenuti per violenza, non è diverso dai tanti resoconti di cronaca, dove lui violenta o uccide lei, raccontati dal punto di vista di lui, che per lui suscitano incredulità, comprensione, empatia. La violenza scissa dall’autore. La violenza agisce l’autore. L’autore scisso in se stesso: una parte violenta e una parte stupita che contempla la propria violenza. Il suo vero io ovviamente è la parte contemplatrice. Nulla è raccontato sugli atteggiamenti, sui comportamenti, sui maltrattamenti che precedono il gesto estremo, rappresentato come un atto folle e solitario, che irrompe sorprendente nel contesto di una vita normale e tranquilla. Nulla è raccontato sulla concezione della donna che alberga nella mente di questi uomini. Nulla si iscrive nella diseguaglianza del rapporto sociale tra i sessi, di cui la violenza di genere è espressione e funzione. Il giornalista vede solo la forza misteriosa del sesso che ci fa esagerare l’infamia di questi reati. Il femminicidio, mai nominato nell’articolo, un reato a sfondo sessuale?

Uno stragista può avere ucciso più donne e più bambini di un femminicida. Ma evidenziarlo, ammesso sia corretto fare paragoni e stabilire graduatorie, finisce solo per sminuire e relativizzare la violenza sulle donne. Il terrorista, il mafioso, il criminale comune non uccide le donne perché si sottraggono al loro ruolo di genere. Non uccide persone da lui dipendenti affettivamente o economicamente. La violenza maschile da quella fonte proviene. Da uomini a cui le vittime sono legate negli affetti, in cui hanno riposto fiducia, a cui si sono rese, almeno in parte, dipendenti e vulnerabili. Una violenza che non è solo un fatto episodico per quanto grave e drammatico, ma un intero contesto di relazione e convivenza. Che spesso e volentieri, operatori della giustizia, della sanità, dell’informazione, scambiano per conflitto. Un conflitto durante il quale, ad un certo punto, lui misteriorsamente, solo per un attimo fatale si fa mostro. Prima è normale, poi torna normale.

Bertinotti liberal marxista per l’autonomia della politica

Bertinotti a TodiFausto Bertinotti è rappresentato dai giornali di destra come un comunista pentito: ammette il fallimento del comunismo e riconosce il primato del liberalismo. Simpatizzanti di sinistra linkano la notizia su FB e lo accusano di tradimento e opportunismo o gli danno del ritardatario e gli rinfacciano la caduta del governo Prodi.

Accuse inverosimili. Bertinotti ritirato dalla politica attiva nel 2008, ha 74 anni, è ormai oltre le dinamiche della carriera politica. Denigrare Bertinotti a sinistra, in difesa dei gloriosi simboli, è controproducente, perchè lo stesso Bertinotti è un simbolo come ultimo leader di rilievo del comunismo italiano e del tentativo di rifondarlo. Ascoltando tutta l’intervista al Festival di Todi e non solo gli estratti di Franco Bechis (Libero), si capisce che l’orientamento politico bertinottiano è immutato. Con qualche eccessiva concessione simbolica al suo interlocutore radicale.

L’Europa è ademocratica. Conta chi governa, non per cosa si governa. Destra e sinistra sono inesistenti: una volta al governo fanno la stessa politica ragionieristica dettata dalla troika europea. Succede anche nei paesi dove sono già soddisfatte le aspettative di governabilità dei nostri riformatori istituzionali. La reazione è il populismo e una nuova dialettica basso vs alto. In Europa la politica non è più un confronto tra progetti di società. Negli anni ’60 si riformava la scuola per dare l’istruzione ai figli degli operai, oggi si riforma la scuola per fare quadrare i conti e smaltire i precari. Questa Europa sanziona il deficit, ma non sanziona la disoccupazione e così dice quali sono i valori della sua civiltà: merce, concorrenza, competitività. Mentre la dignità della persona rimane un optional. Una civiltà si giudica dall’accessibilità dei diritti. Come spiegava Federico Caffé, economista riformista, il diritto al lavoro significa che lo stato è occupatore in ultima istanza. Keynes spiegava che invece di avere un disoccupato era meglio far scavare le buche e farle riempire il giorno dopo. Il sindacato è diventato un pezzo dello stato sociale. Ha smesso di avere una capacità rivendicativa autonoma, per farsi riconoscere come interlocutore istituzionale. Nel 1975, i salari italiani erano i più alti d’Europa, oggi sono i più bassi. Questo è il bilancio della concertazione. Così i lavoratori non riconoscono più il sindacato e alla fine non lo riconosce più neanche Palazzo Chigi.

Nel nuovo scenario del capitalismo finanziario globale, per Fausto Bertinotti, le culture storiche sono tutte sconfitte e devono perciò tornare a dialogare e a mescolarsi per riguadagnare l’autonomia della politica, in modo che la politica torni ad essere un potere che si misura con gli altri poteri. Qui però Bertinotti dichiara che la sua storia è stata più sconfitta delle altre, mentre la cultura liberale che ha sempre difeso i diritti dell’individuo, da tutto, dal potere economico, dallo stato, è più attrezzata per far ripartire un processo di liberazione. Invece l’altra grande tradizione, quella marxista, ha ritenuto che i diritti dell’individuo fossero comprimibili, che si potesse mettere la mordacchia al dissenso, se questo era utile alla causa. Nel dopoguerra tutta l’intellettualità europea era comunista e taceva sull’Urss, pur sapendo quello che vi capitava, per non togliere il mito alla classe operaia. Per esempio, Jean Paul Sartre.

Proletari di tutti i paesi uniteviDichiarazioni che conquistano l’attenzione mediatica e fanno arrabbiare i simpatizzanti. Per spiegarle, si possono fare ipotesi e illazioni. Strategia di comunicazione per non passare inosservato. Eccesso di galanteria nei confronti dei radicali. Volontà di mitigare la propria sconfitta politica nella più grande sconfitta storica del comunismo.

Tuttavia, le dichiarazioni ideologiche di Fausto Bertinotti sono condivisibili? Secondo me, così formulate no. Sono dichiarazioni che mettono a confronto liberalismo ideale e comunismo reale. Il primo valorizzato sul piano teorico, il secondo criticato sul piano storico. Danno l’impressione che la negazione dei diritti individuali e del dissenso sia un tratto costitutivo del marxismo. Viceversa che il liberalismo abbia difeso l’individuo da tutti i poteri, addirittura dal potere economico, come se il liberalismo fosse stato capace di andare oltre l’individuo astratto. Nel liberalismo elogiato da Bertinotti c’è molta proiezione marxista.

In origine, Karl Marx era un liberale, favorevole ai diritti civili e ai diritti politici, ad un certo punto della evoluzione del suo pensiero, ha ritenuto che tali diritti non costituissero una condizione sufficiente per la liberazione umana. Il borghese e il proletario anche se uguali di fronte alla legge dello stato, rimanevano profondamente diseguali nella società fondata sul modo di produzione capitalistico. Cosi il socialismo era il completamento del liberalismo, non la negazione. Il mescolamento era all’origine del marxismo, perchè il marxismo nasce salendo sulle spalle dei liberali. Nella stessa vicenda italiana, Palmiro Togliatti forma il gruppo dirigente del Partito Nuovo del dopoguerra, reclutando i rampolli delle più importanti famiglie liberali.

Il silenzio dell’intellettualità europea sull’Urss non era assediato dalla denuncia. Prima della guerra fredda, pure i liberali e gli Stati Uniti tacevano su quanto accadeva in Urss, durante i processi staliniani. Mentre la pianificazione sovietica era oggetto di studio e di emulazione. Non era complicità, era il prodotto di una valutazione su un paese considerato ancora arretrato e in transizione: non era tanto il comunismo, quanto la tradizione russa. Se negli anni ’80, abbiamo visto nell’Urss un sistema marcio, all’epoca era visto come un sistema acerbo. La principale risorsa contro il nazifascismo del presente. Che prometteva il futuro. Ed era questa promessa ad essere valorizzata, più che il fine giustificato dai mezzi. Ma già nel dopoguerra era solo questione di tempo. Venne il 1956.

Rosa-LuxemburgMarxismo e liberalismo sono state culture plurali. Se nel marxismo tanta parte ha avuto lo stalinismo, nel liberalismo tanta parte ha avuto il liberismo. Paolo Ferrero replica che lo stalinismo è stato la negazione del comunismo. Ha ragione, finché il ragionamento non diventa rimozione. C’è da chiedersi come il giudizio di insufficienza della libertà politica sia diventato un giudizio di irrilevanza in tanta parte del movimento comunista C’è da riconoscere che, parafrasando Rossana Rossanda a proposito delle Brigate rosse, anche lo stalinismo fa parte del nostro album di famiglia. Tuttavia, anche il liberalismo ha il suo album di famiglia. Fin troppo facile citare il colonialismo, l’imperialismo, l’appoggio ai fascismi, il maccartismo, i colpi di stato e le dittature militari sostenute in nome dell’anticomunismo, il Cile di Pinochet come laboratorio politico del liberismo. E non è solo storia del passato. Sarebbe imbarazzante spiegare ai detenuti di Guantanamo che per la cultura liberale i diritti dell’individuo sono incomprimibili. Le stesse tecnocrazie dell’Europa ademocratica a quale album di famiglia apparterrebbero? Se il liberalismo ha le risorse per sottoporre a critica dal suo punto di vista la propria storia, anche il marxismo, che in parte è già mescolanza di liberalismo e socialismo, possiede le sue risorse. L’embrione del futuro sistema sovietico, il partito bolscevico teorizzato nel Che fare di Lenin, fu infatti radicalmente criticato da Rosa Luxemburg e da Leone Trockij, proprio dal punto di vista della democrazia e della libertà. E Lenin era revisionista rispetto a Marx. Se un dirigente innominato (da Bertinotti) dice che la rivoluzione è verità, Gramsci dice che la verità è rivoluzionaria. Perchè dare maggior valore identitario alle deviazioni illiberali?

Il fallimento del comunismo è una tema evergreen. L’esercizio di una sepoltura permanente. Perchè, come scriveva Norberto Bobbio nel 1991, la sua fine non significa la fine dei problemi a cui egli ha tentato di dare una risposta. Peraltro il suo fallimento continua ad essere misurato sullo stesso terreno che gli è stato esiziale. Quello del farsi potere statuale ed identificarsi con tale potere. Il comunismo fallisce con l’ammainamento della bandiera rossa sul Cremlino. E Fausto Bertinotti parla della sconfitta del comunismo da quando perde la rappresentanza parlamentare. Se la presa del Palazzo d’Inverno, la presa del potere, non era la sua realizzazione, perchè la perdita del potere dovrebbe essere il suo fallimento? Semmai una opportunità.

Oggi, il marxismo è un pensiero dissociato da stati e movimenti politici rilevanti. Che mantiene una sua attualità almeno in ordine a quattro punti. 1) La transitorietà del capitalismo: è solo una fase dello sviluppo storico, un sistema che non c’era e non ci sarà, non un sistema naturale e permanente. 2) L’instabilità del capitalismo: sviluppa contraddizioni, crisi, che richiedono una trasformazione di base. 3) L’avversione alla povertà e alle diseguaglianze all’ingiustizia sociale. 4) L’utopia, la fiducia, che in qualche modo sia possibile una società futura migliore. (cfr. Eric Hobsbawm 2011)

Francia Ghigliottina e testa di Olympe de GougesDunque, marxismo autosufficiente? No, gli manca qualcosa, forse molto, ma non è dai liberali che può ricevere nuova linfa, quella già la possiede fin dalle origini e l’ha più volte riacquisita strada facendo. Il tema della coniugazione tra eguaglianza e libertà è il tema in cui sono cresciute tutte le generazioni comuniste tuttora contemporanee. E’ il tema della Rifondazione, dell’Eurocomunismo, del Partito Nuovo e della democrazia progressiva.

Tra i ritorni alle origini per rivisitare le grandi culture, le grandi visioni del mondo, c’è un’altra possibilità. Si insiste nel ricercare, rivisitare e rielaborare entro i tre soli lati di un triangolo, cristianesimo, liberalismo, socialismo, immaginando che se uno non va bene, allora va bene l’altro, o una sintesi dei due, o una sintesi dei tre. Ma c’è un altro importante pensiero, che non ha mai fatto insurrezioni, non ha mai vinto le elezioni, eppure ha cambiato il mondo. Marx pose al liberalismo astratto il tema materiale della diseguaglianza e della differenza sociale. Prima di lui Olympe de Gouges pose il tema della diseguaglianza e della differenza tra i sessi. Alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, rispose con la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Tra i vinti giusti che possono risorgere, non ci sono solo vecchi patriarchi.

Riferimenti:
[>] I vinti giusti: un certo sguardo sul futuro | Alessio Falconio intervista Fausto Bertinotti
[>] Intervista a Paolo Ferrero sulle dichiarazioni rese a Todi da Fausto Bertinotti sul comunismo
[>] La svolta di Bertinotti “Sono anche liberale e il Papa è un profeta” | Repubblica 05.09.2014
[>] Marxisti e liberali di tutto il mondo mescolatevi | Cronache del Garantista 24.09.2014

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[>] Moretti, Bertinotti e la caduta di Prodi

Gli «utilizzatori finali» di «Presa diretta»

1 Presa diretta - Utilizzatori finaliLa puntata di Presa diretta dedicata ai clienti della prostituzione mi è piaciuta poco. Una puntata troppo aperta, che permette a ciascuno di chiudere come vuole. Riccardo Iacona pone una domanda: come mai in un paese sessualmente libero, tre milioni di uomini pagano per fare sesso. Per due ore di trasmissione, però evita di dare la risposta.

Metà del programma è cronaca giudiziaria sul caso delle cosiddette baby squillo dei Parioli. L’altra metà è dedicata al turismo sessuale all’estero. In coda, pornografia e incontri al buio. Il conduttore afferma che la donna è protagonista del sesso usa e getta. In effetti, il programma racconta di giovani donne che prendono la scorciatoia. A Roma per ottenere un alto tenore di vita, a Pattaya per sopravvivere. Donne che si vendono, si propongono, adescano. Racconta di uomini che vivono la sessualità secondo l’immaginario pornografico. Consumismo sessuale, attività ginnica, meccanica, priva di relazione e mediazione. Due scorciatoie che si incrociano. Donne e uomini che entrano in contatto per contrattare tempi, prezzi, prestazioni, parti del corpo da usare. Altri uomini (i magnaccia) raccontati come intermediari, agenzie interinali: procurano i contatti, i luoghi, i clienti e prendono la loro percentuale. Oppure come agenzie di viaggi per il turismo sessuale.

Una persona gentile, romantica e sensibile rimane disgustata da tanto squallore. Ma una persona disincantata, disinibita, libertaria, non riesce a capire dove stia il problema. Dopo tutto quello che è successo ai Parioli, Azzurra, la ragazza più piccola dichiara all’inquirente che lei vuole fare shopping, passare davanti alle vetrine e acquistare quello che vuole e ora che ha provato come si fa, non vuole più rinunciare a quello stile di vita. Le ragazze benestanti si vendono per accedere a cose, soldi, regali, viaggi, ricariche del cellulare. In Thailandia le ragazze adescano, allegre e aggressive, per strada, perchè sono povere e devono mantenersi i figli. Le prostitute mostrate da Presa diretta sono donne che scelgono quello che fanno. Se ci sono uomini disposte a pagarle in cambio di sesso, dove sta il problema? La questione non viene inquadrata all’interno di un sistema che prevede uno squilibrio di potere tra i generi. Che siano gli uomini a comprare e le donne a vendersi non trova spiegazione.

6 Presa diretta - Utilizzatori finaliUomini grezzi, superficiali, immaturi, pornografici. Iacona li presenta come uomini normali di tutti i ceti e di tutte le età, ma l’inchiesta sembra mettere a fuoco soprattutto gli sfigati, abbastanza contrastanti con l’immagine del giornalista. E’ la sessualità degli sfigati ad essere discussa, non la sessualità maschile. In strada, il giornalista rifiuta con un sorriso l’approccio di una ragazza. In piscina è circodanto da ragazze, ma non fa una piega. Il suo pensiero va alle fidanzate tradite e all’odore che le prostitute lasciano addosso ai maschi clienti. Da lui intervistati amichevolmente. Gli fa raccontare come ci arrivano, cosa fanno, quanto pagano, se dopo si sentono sporchi. Il tutto per stabilire che l’accesso al servizio è molto facile e non ci sono problemi. Mai una domanda che ponga una questione all’intervistato, che lo metta in una posizione scomoda. Iacona fa i complimenti al suo collega Federico Ruffo, per la difficile realizzazione dell’inchiesta, ma non si capisce quali difficoltà abbia dovuto superare.

Le prostitute dei paesi poveri hanno un volto, senza la cautela dell’oscuramento dedicata alle ragazze prostituite nei paesi ricchi, ma non hanno voce. Sono narrate come cose dai clienti. Lo sfruttamento, la violenza, la tratta rimangono fuori dal documentario, salvo brevi e fugaci cenni. Unica violenza raccontata è quella della prostituta brasiliana sul figlioletto di un anno e mezzo, torturato con il ferro da stiro. Il rapporto di potere tra i sessi è inesistente. Esiste la dissociazione tra sesso e sentimento, che fa mettere insieme la prostituta e la donna sessualmente bulimica di mezza età che, senza compavendita, cerca incontri in rete, per sapere se è ancora desiderabile, come se questo fosse in continuità nella prostituzione con l’offerta femminile o con la domanda maschile

3 Presa diretta - Utilizzatori finaliTante spettatrici disprezzeranno quelle donne senza dignità e penseranno che gli uominti sono dei maiali. Tanti spettatori si sentiranno diversi da questi uomini, gli stessi clienti, mentre nello stesso tempo penseranno che se comprano merce giovane in Italia finiscono nei guai, meglio andare all’estero. Il programma spiega i modi, indica i siti, mostra i luoghi. Un po’ di informazioni utili per i potenziali clienti. Ad un giovane viene lasciato pronunciare, senza commento, una metafora, per giustificare il doppio standard nel giudizio morale: una chiave che apre tutte le porte è una chiave fantastica, una porta che si apre con tutte le chiavi è una porta di merda. Dato che la chiave fantastica deve pagare, l’immagine potrebbe facilmente adattarsi al rapporto tra corruttori e corrotti. Ma la dimensione sessista che la metafora esprime, non viene messa a fuoco, viene lasciata alla libera interpretazione, mentre il programma viaggia su un’altra direzione, quella del consumismo e della mancanza di valori, dove non si comprende più quale sia il punto: se il fare sesso senza amore e farne tanto o la compravendita o le due cose mescolate insieme.

Il programma spende qualche frase sulla scuola che non si occupa di educazione sessuale, ma si tiene alla larga dal dibattito politico-legislativo (abolire, proibire, regolamentare). Negli ultimi dieci minuti annuncia il tema della prossima puntata: il consumo di droga e i fallimenti del proibizionismo.

Gli uomini non possono dirsi femministi?

Joseph Gordon LevittDa giovane mi definivo comunista. Come sostantivo (l’adesione al Partito) e come aggettivo (idee e ideali). Quasi lo stesso posso fare oggi: perduto il sostantivo, ho mantenuto l’aggettivo. Sono però più cauto nel definirmi. Le mie idee potrebbero meglio corrispondere ad un’altra definizione (es. socialdemocratico). Il mio nome preferito è usato anche da persone, gruppi e regimi con idee molto diverse da quelle che penso di professare io. Infine, potrei dover fare ancora molta strada prima di potermi definire con un nome così tanto impegnativo. Allora, se non è proprio necessario, evito di autodefinirmi. Per le stesse ragioni, evito di definirmi femminista. Ma di fronte ad una campagna contro l’uso di questi nomi, penso invece di volerli rivendicare.

Ha quindi fatto bene Joseph Gordon Levitt a dichiararsi femminista, perchè non vuole farsi definire dal genere ed è contro le discriminazioni, quando il suo intervistatore gli ha ricordato la campagna virale «Women against feminism». Ha dato un buon esempio agli altri uomini.

Ha scontato però la disapprovazione di Matteo Persivale sulla 27esimaora: è ridicolo l’uomo che si dice femminista come il bianco che si dice nero. Perchè non può veramente conoscere la condizione della discriminazione. L’uomo resta sempre uomo. La sua identità è una uscita di sicurezza. Può dirsi «uomo di buona volontà» dare il buon esempio, non ripetere gli errori del passato.

In effetti, ci sono uomini che si dicono femministi per posa, per darsi uno sfondo tra gli altri (l’ambientalismo, il pacifismo, l’animalismo), senza intraprendere un impegno o riconoscere una priorità. Altri, ancor peggio, si avvicinano al femminismo come i pedofili si avvicinano alla chiesa cattolica, alle scuole o all’associazionismo sportivo giovanile. Dunque, il rapporto tra uomini e movimento delle donne va valutato con cautela, ma senza porre limiti alla divina provvidenza.

Un bianco può dirsi nero, senza essere ridicolo, se con ciò esprime empatia e solidarietà. Nel 1963, il presidente Usa John Kennedy davanti al Muro di Berlino dichiarò: «Io sono berlinese». Nel 2001, dopo l’attentato alle torri gemelle, il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, titolò «Siamo tutti americani». Il leader degli zapatisti, il subcomandate Marcos, definì il senso della sua identità nel seguente modo: «Marcos è gay a San Francisco, un nero in Sud Africa, un asiatico in Europa, un chicano a San Isidro, un americano in Spagna, un palestinese in Israele, un indigeno per le strade di San Cristóbal, un ebreo in Germania, una femminista in un partito politico, un pacifista in Bosnia, una casalinga in un qualunque sabato sera in una zona qualunque del Messico, uno studente in sciopero, un contadino senza terre, un editore underground, un lavoratore disoccupato, un dottore senza pazienti e, certo, uno zapatista nel sud-est del Messico».

Tuttavia, l’attore ha dichiarato di essere femminista, non di essere femmina. Prima di tutto per poter essere ciò che vuole, indipendentemente dal genere. Di certo è un uomo e resta tale, ma cosa vuol dire oltre il dato biologico? In un mondo ancora sessista, il mio essere uomo condiziona il mio essere individuale, ma questo è ciò che voglio superare.

Se «femminista» suscita eccessiva paura nel compromettersi con la propria mascolinità, esistono alternative come antisessista, profemminista, filofemminista. Perchè sfumare così tanto in una definizione apolitica e generica come «Uomini di buona volontà»?

Che un uomo non viva la condizione di una donna, non gli impedisce di essere femminista. Semmai gli concede il lusso di non esserlo. Il presunto impedimento rinforza l’identità maschile come uscita di sicurezza rispetto a tutte le mancanze di buona volontà: «Sono pur sempre un uomo, cosa vi aspettate da me?»

Il sessismo è una delle gerarchie del mondo. Forse la principale, ma non l’unica. Ve ne sono altre, il razzismo, il classismo, le diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione. A parità di relazione, la donna è svantaggiata. Lo affermarono bene quelle femministe francesi che nel 1970 a Parigi, sotto l’Arco di Trionfo, dove ha sede il monumento al milite ignoto, deposero una corona di fiori con la celebre scritta «Il y a plus inconnu ancore que le soldat: sa femme» (C’è qualcuno ancora più ignoto del soldato: sua moglie).

Tuttavia il soldato conosce la condizione di ignoto. Un uomo non vive con la paura di essere stuprato, ma può conoscere lo stupro se detenuto in carcere. Non ha paura di uscire solo la sera, finché non diventa anziano. Non conosce le molestie sul lavoro, ma può subire il mobbing, specie se ultracinquantenne. Sotto il servizio militare, può conoscere il nonnismo. Da scolaro, da studente, da ragazzo di strada, può subire il bullismo. Un uomo difficilmente vive nella paura di sua moglie tra le mura domestiche. Ma da bambino, da adolescente, può aver subito abusi o essere stato vittima di violenza assistita. Gli uomini possono persino conoscere il significato gerarchico della galanteria, quando nelle aziende o negli uffici della pubblica amministrazione i dirigenti aprono la porta o cedono il passo agli impiegati.

Gli uomini sono meno oppressi e svantaggiati delle donne, a parità di relazione, ma possono conoscere l’oppressione e lo svantaggio e dunque anche imparare ad immedesimarsi nella condizione delle donne. Il potere maschile sulle donne funziona da padre e da modello per tutti gli altri poteri. Gli uomini simboleggiano il dominio su altri uomini, trattandoli come donne. Parafrasando Primo Levi, si può dire che ognuno è donna di qualcuno.

Così, non solo ogni donna, ma anche ogni uomo è potenzialmente un femminista.

Il compagno e il paladino

ZorroLa persona impegnata in una causa, mossa da un sentimento di solidarietà e di giustizia, può ricevere per dileggio il titolo di paladino. Spesso dagli avversari, talvolta dagli alleati.

Chi lo riceve, se in buona fede, rimane perplesso. E’ forse sbagliato voler essere solidali e giusti? Molti detrattori del paladino lasciano intendere di non credere nella solidarietà, nella giustizia e soprattutto nel disinteresse. Liquidano ideali, valori e buoni sentimenti nel calderone dell’ipocrisia.

Così succede che il titolo di paladino sia assegnato a ragione ad un giustiziere, oppure a torto ad una persona semplicemente motivata dalla solidarietà e dalla giustizia, dall’impegno civile. Quello che nel movimento operaio si diceva un compagno. E’ possibile distinguere?

In origine, i paladini erano i cavalieri più fidati della corte reale di Carlo Magno. Paragonabili ai cavalieri della tavola rotonda. Per estensione, sono diventati eroi cavallereschi. Un gruppo di eccellenti difensori di valori e ideali, dotati di qualità e capacità. Nobili aristocratici. Dalla parte dei deboli e degli ultimi. Ma ben altro rispetto ai deboli e agli ultimi. Puri altruisti.

Paladini sono alcuni eroi della nostra infanzia. Zorro, il più popolare, precursore di Batman e dei supereroi. Nobile figlio di un proprietario terriero, difende i campesinos, i poveri, le donne, dai malvagi, furfanti, impostori, potenti immeritevoli che irrompono in un ordinamento nel suo complesso buono. Cattivo è il nuovo governatore. Da quando c’è lui tutto va male. Ma buona è la corona di Spagna (lontana e ignara), buona è la chiesa (che può solo pregare e fare la carità), buoni sono i coloni latifondisti (tartassati dal governatore), buoni sono i giudici (depistati e sabotati). Sono buoni anche gli ufficiali e i soldati, solo stupidi e imbranati, come il sergente Garcia. Alle mancanze di tutti sopperisce Zorro, il più ricco, il più intelligente, il più capace, il più forte, il più coraggioso, il più giusto. I cattivi lo combattono, ma tutti gli altri gli sono grati. Anche gli sciocchi soldati della guarnigione in fondo gli sono grati, obbediscono al cattivo, ma con il cuore stanno dalla parte del buono.

Eppure, l’eroe cavalleresco suscita più diffidenza che ammirazione. Persegue i malvagi, ma difende il sistema che li produce. Soprattutto, è un superiore che difende gli inferiori, essendo e rimanendo sempre altro da loro, sostituendosi a loro. La sua giustizia è un regalo. Una concessione. Un potere buono, ma pur sempre il potere unilaterale di un privilegiato. O di qualcuno che vorrebbe essere tale.

Così, se una persona è motivata dalla solidarietà e dalla giustizia, forse vuole essere superiore agli altri e tale si sente. Vuole impegnarsi in una competizione con gli altri, per dimostrare di essere il migliore. Perchè nel copione individualista, che disconosce i soggetti collettivi, i ruoli sono quelli dei racconti di kappa e spada, e la giustizia è dei giustizieri.

Ma nella realtà, una persona può essere motivata dalla solidarietà e dalla giustizia proprio perchè si riconosce uguale agli altri e alle altre. Riconosce che quanto può capitare agli altri, può capitare anche a lei e forse qualcosa già gli capita o gli è già capitato. Pensa inoltre di non potersi salvare da sola, ma solo insieme agli altri e alle altre.

E’ il modo di pensare sintetizzato in una famosa poesia, attribuita prima a Bertold Brecht, poi al al pastore Martin Niemöller, che recita:

Quando vennero per gli ebrei e i neri, distolsi gli occhi / Quando vennero per gli scrittori e i pensatori e i radicali e i dimostranti, distolsi gli occhi / Quando vennero per gli omosessuali, per le minoranze, gli utopisti, i ballerini, distolsi gli occhi / E poi quando vennero per me mi voltai e mi guardai intorno, non era rimasto più nessuno…

Una persona può sapere che il momento in cui verranno a prendere lei è possibile, può averne paura, volerlo prevenire insieme agli altri, per cui gli è possibile provare paura, pena, ansia, indignazione quando tocca ad un altro uguale a sè, come se toccasse a se stessa. Così, difendendo l’altro difende anche se stessa.

Se una donna accusa un uomo di violenza, la sua parola va presa sul serio

donnadi Sara Gandini
(dalla bacheca della Libreria delle donne di Milano)

La prima cosa che abbiamo detto, sia sul web che in libreria, quando abbiamo ospitato l’incontro “La violenza, fuori e dentro di noi”, promosso da Maschile Plurale, è di non voler entrare nella vicenda personale dei due. Non ci interessa capire chi ha ragione tra i due, se c’è stata o meno violenza. Non è il nostro lavoro, non siamo giudici e la libreria non è un’aula di tribunale. Non ci interessano i contradditori, non importa stabilire chi ha ragione, non è questo il punto. Per quel che so ognuno di loro ha una sua verità, che ha una sua dignità. E non sta a me nemmeno accogliere la sofferenza dei due. A questo penseranno i centri antiviolenza, gli psicologi e gli amici.

Fare politica in questo contesto vuol dire interrogarsi su cosa capita a me, a noi, quando una donna accusa un uomo, più o meno vicino, di violenza. Nel momento in cui la sofferenza di lei e la sua parola sono pubbliche, questo diventa un fatto politico in sé, che ci riguarda. Se una donna accusa un uomo di Mp di violenza, la sua parola va presa sul serio, nel senso che ci si interroga seriamente su cosa ci accade quando un’accusa di questo tipo ci piomba addosso.

Fare politica partendo da sé vuol dire interrogarsi e arrivare a nominare qualcosa che ha un significato che può valere anche per altri, partendo dal proprio vissuto: se una donna dichiara di avere subito violenza questo solo fatto deve interrogarci seriamente, per il lavoro che MP fa. Interrogarsi su cosa queste parole fanno capitare è interessante per tutti noi: come lo viviamo? Il mettere in discussione la verità di lei da cosa dipende? Qualcuno rimuove? Altri prendono le distanze? Scatta l’empatia e altri si identificano? Quali pratiche funzionano? Cosa capita se un uomo prende seriamente le parole di lei? Cosa accade nei confronti delle donne vicine e lontane? Compare il fantasma del pericoloso oscuro materno da cui ci si deve difendere e da cui prendere le distanze e dimostrare autonomia, a sé e al mondo?

Queste sono domande che interessano perché fanno emergere un immaginario e un simbolico che riguarda tutti noi e arriva al cuore della violenza tra uomini e donne.

Non è facile, certo, soprattutto sul web e in un luogo come facebook. Ma non lo è stato nemmeno per noi in libreria: io e Laura Colombo abbiamo promosso una serie di incontri pubblici in libreria per continuare a interrogare i nodi sull’oscuro materno, per discutere di aggressività tra donne, in presenza, in relazione. Il titolo del ciclo di incontri durato 6 mesi era: “Tra il matricidio e il monumento alla madre: la politica delle donne”). Ogni incontro è stato introdotto da me e laura e i conflitti sono stati, e sono ancora, durissimi. Per questo dico che ci vuole coraggio.

Ma per stare a noi: se un uomo viene accusato di violenza non può porsi esclusivamente in una posizione di rifiuto, di difesa, di negazione e di accusa speculare, e tanto meno può farlo MP. Qualcuno dirà che non è giusto, che anche le donne sono violente, che non basta essere maschi per essere automaticamente dei violenti. Vero. Ma non siamo uguali, anzi siamo di fronte ad una disparità enorme con cui dobbiamo fare i conti: abbiamo alle spalle il dominio patriarcale e millenni di violenza sulle donne. Bisogna cambiare posizione, spostarsi, interrogarsi seriamente, con coraggio, mostrando nodi e contraddizioni. Altrimenti MP si comporta nello stesso modo in cui gli uomini da sempre fanno, quando sono accusati di violenza: negare e rilanciare l’accusa.

Quindi: tutti i maschi muti, a testa bassa? No ovviamente. E’ fondamentale distogliere l’attenzione da tutto ciò che è miseria, polemica, atteggiamento distruttivo, per dedicare energie ai conflitti fecondi. Dobbiamo farci forza del nostro sapere, della nostra pratica, delle nostre relazioni per cogliere le questioni che ci interessano, che ci riguardano e che ci interrogano, con coraggio. La pratica di relazione, le relazioni vincolanti e l’autocoscienza, tra maschi e fra maschi e femmine, servono a questo. Per questo è importante stabilire relazioni di differenza in cui circoli fiducia. Perché in relazioni di questo tipo, se una donna interroga un uomo con decisione, lui dovrebbe fermarsi e ascoltare, prendendo seriamente quello che lei dice. E attenzione a pretendere reciprocità, perché siamo in una situazione di disparità. Se mettiamo a fuoco questi nodi, possiamo toglierci da una posizione difensiva per cogliere gli scacchi e i nodi su cui possiamo lavorare, le questioni che ci riguardano tutti, maschi e femmine.

Vedi anche:
[>] Un altro mondo, maschile, è possibile. «Perché il reale non è indifferente al desiderio» | di Sara Gandini
[>] La violenza sessista non danneggia gli uomini, anzi! | di Laura Colombo
[>] Luisa Muraro: «Raccogliere la domanda di giustizia che viene dalle donne che hanno subito la violenza sessista»
[>] Post su Facebook di Tk Brambilla | di Tk
[>] «Maschile Plurale» tra rimozione e rivittimizzazione | di Tk