Profughi musulmani e donne medico

Elena_Piscopia_portraitIl Mattino di Padova ha dato una notizia che si presta con facilità all’invettiva xenofoba e islamofoba. Tanti profughi di religione musulmana accolti dalla Usl 16 rifiuterebbero di essere visitati da medici donna. Di conseguenza la Usl sarebbe ricorsa all’ingaggio di tre medici maschi già in pensione, per fronteggiare l’emergenza: 200 profughi in otto mesi, l’80% uomini, per la maggior parte di fede islamica. La notizia è rilanciata dal Giornale. I commenti dei lettori sono del tenore: o si adeguano alle nostre regole, alla nostra cultura, o se ne tornano a casa loro. Massimo Bitonci, il sindaco leghista di Padova, sancisce il medesimo concetto nelle sue dichiarazioni. Subito ribadite e rilanciate su Facebook dal segretario leghista Matteo Salvini. Una reazione spicca anche a sinistra: Marina Terragni mette sotto accusa l’onore dei maschi musulmani.

La notizia è stata data in modo molto sommario. Si ignora il numero dei profughi che avrebbero rifiutato la visita delle donne medico. Si ignora se si sia trattato proprio di un rifiuto perentorio o se sia stata invece espressa soltanto la richiesta, magari in modo molto assertivo, di poter essere visitati da medici maschi. Si ignora il tipo di visita a cui dovevano essere sottoposti. Si ignorano i motivi da loro direttamente dichiarati del presunto rifiuto. Si va per presunzione di civiltà: (…) secondo la loro cultura, né l’uomo né la donna possono essere visitati (escluse le situazioni di emergenza) da medici dell’opposto sesso se ciò comporta spogliarsi oppure rimanere da soli in una stanza.

L’unico riferimento certo si trova nella delibera che ufficializza la collaborazione dei tre professionisti già pensionati: «L’organico della Struttura di alta professionalità immigrazione non è tale da fronteggiare la situazione di emergenza, considerando anche il fatto che gli immigrati, quasi totalmente di religione musulmana, rifiutano la visita da parte di un medico donna e i carichi di lavoro delle altre Strutture dell’ente sanitario non consentono che i dirigenti medici che vi afferiscono vengano dedicati all’effettuazione delle visite ai profughi».

I tre medici, però, già lavoravano presso la struttura sanitaria in qualità di volontari. L’ingaggio aggiunge solo la copertura assicurativa in caso di infortuni. Dunque, l’insieme del personale operativo rimane lo stesso. A giudicare dai numeri, anche l’emergenza può dirsi improbabile. Duecento profughi in otto mesi fanno la media di 0,8 visite al giorno. Forse, ci troviamo di fronte soltanto alla giustificazione di un provvedimento di regolarizzazione per tre volontari.

Intervistata un mese fa dal Mattino di Padova, Maria Grazia D’Acquino, responsabile della Usl 16, la dottoressa dei profughi, non fa cenno a profughi islamici che rifiutano di sottoporsi alla visita di un medico donna. «I controlli si svolgono nell’ambulatorio dedicato in via Scrovegni, se ne occupano a turno quattro medici ed è sempre presente un mediatore culturale per cercare di superare l’ostacolo della lingua. Prima di tutto il paziente viene sottoposto ad un’approfondita anamnesi: gli si chiede da dove arriva, di quali patologie ha sofferto o soffre, se ha avuto contatti con persone malate, ecc. A quel punto scatta una visita generale approfondita. Al termine, viene rilasciato al paziente un certificato di buona salute e si passa alla programmazione della vaccinazione (…) Tanti portano i segni di traumi fisici e percosse, non dimentichiamo che fuggono dalla guerra (…) Con noi si sono sempre comportati benissimo e con educazione. Anzi, alcuni sono stati fermi ad aspettare in sala d’attesa prima della visita anche per due ore senza pretendere nulla».

Naturalmente è possibile che un uomo preferisca evitare di sottoporsi ad una visita generale e approfondita da parte di un medico donna. In sincerità, lo preferisco anch’io. Quando mi è successo, ho provato un po’ di imbarazzo e disagio. E le dottoresse, che ho incontrato, sempre mi hanno chiesto se ero disposto a farmi visitare da loro.

E’ anche possibile, per quanto negativo, che un uomo abbia dei pregiudizi nei confronti delle donne medico. Per questo, non occorre evocare altre culture, possiamo in tutta tranquillità rimanere nei confini della nostra. Sappiamo nominare l’operaia, l’impiegata, la contadina, ma salendo la scala sociale delle professioni, ricorriamo a suffissi, distorsioni o imposizioni di neutri maschili. Così la medica ci suona strano e dissonante, diventa la dottoressa o la donna medico. Una operatrice sociale, intervistata da un giornale locale sul sessismo nel linguaggio, si è ritrovata nel titolo dell’intervista l’invito ad andare a farsi un giro nel califfato islamico per notare la differenza. Qualsiasi cosa associabile all’islam diventa il parafulmine preferito dal maschilismo nostrano.

Una minoranza di utenti preferisce avere una donna come medico generico. Ma solo per ragioni omeopatiche. Lei è dolce, comprensiva, sensibile, ha capacità di ascolto. Il criterio della competenza come misura di stima è riservato ai medici maschi. Ed è il criterio che prende il largo quando si tratta di scegliere uno specialista privato. Le mediche sono tra le lavoratrici più sottoposte a mobbing, molestie e violenze. Pagate mediamente il 30% in meno dei loro colleghi maschi, sono quasi sempre escluse dalle posizioni apicali.

E’ possibile che un profugo musulmano non voglia farsi visitare da una donna. Ma se lo incontriamo, non facciamone una questione di noi e loro, di loro che devono adattarsi a noi. Sono già più che adatti. Facciamone una occasione di autocoscienza.

Riferimenti:
Visita medica agli islamici: «Vogliamo dottori maschi» – Mattino di Padova, 16.11.2014
Padova, pazienti islamici rifiutano di farsi visitare dai medici donna – Il Giornale, 17.11.2014
Le mediche donna e l’onore dei maschi musulmani – Marina Terragni, 18.11.2014
Lo status su facebook di Matteo SalviniManifesto della Lega Nord
La dottoressa dei profughi Duecento persone visitate – Mattino di Padova, 17.10.2014
Donne vittime di violenza, quelle medico le più colpite – La Stampa 1.6.2011
La donna medico tra discriminazione e molestie – Maddalena Matarazzo, 16.11.2012 (Video)

La scuola della Fgci

fgci 1981Una compagna, che ho sempre venerato nei miei ricordi, mi disse che l’esperienza nella Federazione giovanile comunista italiana (Fgci) era stata una buona scuola, prova ne sia che nessuno di noi ha cambiato collocazione politica a distanza di trent’anni. La Fgci, in effetti, mi ha alfabetizzato, forse più della scuola vera. Tuttavia, la tesi mi parve un po’ dubbia. Poteva valere per i gruppi dirigenti e per i gruppi più ristretti dei militanti, che rinnovavano l’iscrizione ogni anno, ma nell’organizzazione c’era un turn over molto alto e non possiamo sapere che fine abbiano fatto i tantissimi ragazzi di passaggio. Il fatto che siano stati solo di passaggio dice qualcosa di quella scuola. In realtà, molti di noi del gruppo più affezionato erano di famiglia comunista. Mio padre lo era, mio nonno lo era. E dentro una tradizione familiare abbiamo continuato a stare. Una tradizione fedele ad una continuità organizzativa, mentre sbanda e oscilla nella cultura politica. In tanti abbiamo mantenuto la collocazione di partito, ma il partito ha cambiato la collocazione di se stesso. Ripensando alle lotte degli anni ’80, questo partito, l’attuale PD, starebbe dall’altra parte della barricata, con i suoi nuovi gruppi dirigenti e forse anche con quelli vecchi. Difficile immaginare Renzi, Bersani, Veltroni, Fassino, D’Alema denunciare la questione morale, sostenere l’occupazione operaia della Fiat, opporsi al taglio della scala mobile, lottare contro l’installazione degli euromissili a Comiso, schierarsi contro il nucleare. La Fgci faceva quelle battaglie, le faceva alla sinistra del PCI. Se quella fu la scuola, di quella scuola è rimasto molto poco e si trova quasi soltanto nei resti della sinistra alternativa.

Della mia militanza nella Fgci torinese ho un ricordo vago e frammentario. Già allora mi sfuggiva la continuità di quella esperienza, anche se poi mi rassicurava il fatto di essere parte di una storia e di un mondo molto più grande di noi, tutta la vicenda del movimento operaio. Mi sembrava mancasse una trama nella vita dell’organizzazione. Se dovessi fare una periodizzazione, direi ci furono in quegli anni – gli anni ’80 – due fasi. Quella dell’organizzazione verticale territoriale (circoli e zone), e quella del tentativo di creare una organizzazione federata, che prova a trasformare i suoi settori in associazioni autonome (la lega degli studenti, la lega per il lavoro, etc.). La prima fase era ancora una fase relativamente ideologica. Contava il dare significato all’essere comunista, l’avere una preparazione, una formazione, saper parlare e scrivere. Eravamo gli studenti dei licei e in parte ancora giovani lavoratori. La seconda, una fase molto più pragmatica, contava l’essere giovane, ancorato a questioni immediatamente pratiche, l’impreparazione, l’ignoranza, la tabula rasa, potevano persino essere un vanto; «intellettuale» era un insulto. Eravamo gli studenti degli istituti tecnici. Un’altra periodizzazione è quella dei segretari. A Torino, prima c’era Claudio Stacchini, poi Umberto D’Ottavio, poi Giorgio Airaudo, poi Federico Bellono, poi Carlo Giani, poi più nulla. Tre su cinque sono diventati sindacalisti della Fiom. A livello nazionale la successione era: Marco Fumagalli, Pietro Folena, Gianni Cuperlo. Prima di Fumagalli: Massimo D’Alema. Nelle organizzazioni politiche, molta sostanza finisce per essere data dalla storia dei gruppi dirigenti e delle carriere individuali.

fgci 1984Tutti rigorosamente maschi, con l’eccezione di Livia Turco negli anni ’70, futura ministra dei governo del centrosinistra. Erano maschi anche i responsabili dei vari settori di attività, i dipartimenti o come venivano chiamati. C’era un responsabile dell’organizzazione, un responsabile degli studenti, un responsabile di altre cose: lavoro, droga, pace, ambiente, temi fluttuanti. Qualche ragazza poteva trovarsi a capo di un circolo o più raramente di una zona. Eppure ce n’erano di molto brave e preparate, con cui era difficile sopravvivere in un contraddittorio. Un compagno più grande, dopo una riunione, rimproverò il mio sguardo sulle compagne: «Le consideri solo come militanti? Non le vedi come ragazze? Ce ne sono di carine no?».

Spesso mi veniva rimproverato anche il silenzio. Nelle riunioni avrei tanto voluto prendere la parola, ma non sapevo cosa dire. Una prima volta ci avevo provato e poi mi ero interrotto, non sapevo più come proseguire, non sapevo cosa stavo dicendo. Però, poi mi capitava di parlare nelle situazioni informali. Così il mio silenzio formale finiva per essere ritenuto poco corretto. In realtà, ero semplicemente bloccato ed ho impiegato anni per sbloccarmi, senza mai riuscirci completamente.

Una difficoltà era capire il senso. La Fgci era già un soggetto autoreferenziale. C’era la Fgci, bisognava dare un senso alla Fgci. Alla cellula, al circolo, alla zona, alla lega, al centro d’iniziativa. Pareva un capolgimento logico: un’organizzazione che si cercava una ragion d’essere. In realtà, era il senso tipico delle organizzazioni politiche, almeno a partire da quegli anni. Una organizzazione che sfidò questo controsenso, fu Lotta continua, che si sciolse nel 1976. Nella carenza di senso, un assillo diventava il rinnovamento. Ogni cosa giudicata in modo negativo era il «vecchio modo di fare politica», si evocava un «nuovo modo di fare politica». Nelle polemiche, ci si accusava reciprocamente di essere vecchi. Nei complimenti e riconoscimenti ci si gratificava con l’essere nuovi. Il valore dell’essere un «vero comunista» cedeva il passo al valore dell’essere un «vero giovane».

fgci 1986Questa miscela, l’organizzazione che cerca di darsi un senso e l’organizzazione che vuole essere nuova, dice qualcosa rispetto al fatto che una buona parte di quel giovane personale politico allora fosse con Enrico Berlinguer e oggi si ritrovi con Matteo Renzi, senza soluzione di continuità. Passando per Natta, Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino, Bersani e sentendosi sempre coerente.

Durante una rimpatriata, un compagno disse che il partito non può essere fatto a nostra personale immagine e somiglianza. La politica è mediazione. Io ho la mia idea, tu la tua, lui la sua, discutiamo, ci mettiamo d’accordo, troviamo la sintesi. Un discorso molto ragionevole. Durante la stessa rimpatriata, due ex figiciotti, uno divenuto imprenditore e l’altro sindacalista, inscenarono una bella litigata sulla libertà di licenziamento. Senza trovare la sintesi. A mancare in quel discorso era una parola sui presupposti dello stare insieme. Ci si divide sui modi per perseguire obiettivi comuni. Se ad essere diversi sono anche gli obiettivi, ne viene fuori un partito fatto ad immagine e somiglianza di un parlamento. Che riproduce al suo interno le divisioni classiche del ‘900, socialisti vs liberali, laici vs cattolici, pacifisti vs missionari internazionali, ambientalisti vs sviluppisti, etc., mentre l’organizzazione cerca di darsi un senso e vuole essere nuova.

D’Alema, il peggiore?

Massimo D'Alema Otto e mezzoSeguo la televisione solo su YouTube. Ieri ho ascoltato Massimo D’Alema intervistato da Lillì Gruber a Otto e mezzo. Ospite anche Beppe Severgnini. Riassumo a memoria.

D’Alema dice: se Juncker risulterà colpevole di aver fatto accordi illeciti con alcune imprese e banche nazionali nel suo ruolo di primo ministro del Lussemburgo – un paradiso fiscale – dovrà lasciare la presidenza della commissione europea, l’organismo che su quegli accordi indaga. Una posizione garantista, meno netta di quella espressa da Severgnini: per una questione di opportunità Juncker deve dimettersi subito, l’Europa non può permettersi una presidenza debole. Molti politici italiani sono refrattari nel riconoscere che il piano dell’opportunità è diverso dal piano giudiziario, che un leader politico tanto più ha responsabilità, tanto più dev’essere come la moglie di Cesare, al di sopra di ogni sospetto.

Il fatto è che in Italia la corruzione è endemica e periodicamente tanti politici e amministratori sono raggiunti da avvisi di garanzia. In questa condizione, se preso alla lettera, il principio di opportunità può decimare ogni lustro una intera classe politica, come successe nel 1992 ai tempi di Tangentopoli. Tra il 2010 e il 2012, circa un centinaio di amministratori del PD sono finiti sotto inchiesta. Di essi, parecchi sono stati identificati dalla stampa come dalemiani. In modo del tutto arbitrario, a dire di D’Alema, poiché i dalemiani non esistono, una corrente lui non l’avrebbe mai avuta. Questo può spiegare la sua ritrosia, ma credo un altro politico al suo posto avrebbe esitato nello stesso modo. Nessuno ha chiesto le dimissioni di Juncker. Ci siamo tenuti il conflitto d’interessi in Italia, non andiamo a combatterlo in Europa.

Renzi ha polemizzato con Juncker solo per dire che è il capo dei burocrati di Bruxelles. D’Alema lo ha corretto. La polemica contro i burocrati è retorica, la burocrazia ce l’abbiamo anche noi. Il punto è che a Bruxelles sono in maggioranza conservatori e continuano a sostenere una politica di austerità. C’è da prendersela con un indirizzo politico, con i politici, non con i funzionari. Secondo D’Alema, la caduta del muro di Berlino è stata una liberazione per la sinistra, le ha permesso di deidentificarsi dalle dittature comuniste e di proporsi in un sistema di alternanza come forza di governo. Matteo Renzi non è il punto di arrivo dell’evoluzione della sinistra, ma soltanto un episodio. Il suo governo si affida molto all’ottimismo della parole, è molto confrontazionale, trova un nemico al giorno con cui litigare, ma i fatti continuano ad essere negativi. Cala la produzione industriale, diminuisce il potere d’acquisto dei salari. Il governo dovrebbe investire risorse per lo sviluppo e il rilancio della domanda interna. L’innamoramento del paese per Renzi somiglia ad altri innamoramenti del passato, che sono poi stati seguiti da rapide fasi di disamore. Se le aspettative saranno deluse, può succedere ancora. La sinistra non è smobilitata e saprà dare prova di maggiore combattività. Oggi prevale la responsabilità. Sul piano dell’affidabilità, quella tra Renzi e Berlusconi è una bella gara. Il patto del Nazzareno non abolisce il senato, lo fa eleggere dai consigli regionali, mentre la camera viene nominata dai capi di partito, invece bisogna restituire la sovranità ai cittadini. Il presidente della repubblica dovrà eleggerlo il parlamento, non un patto tra due leader. Sono maturi i tempi per eleggere una donna (però è Laura Boldrini ad essere d’accordo con lui). Non è candidato e ricorda il suo contributo all’elezione di Ciampi e Napolitano, secondo un criterio di interesse generale.

Gli interventi di D’Alema sono puntualmente contestati dai renziani, ma anche da molti antirenziani. In genere, tra battute, insulti e sberleffi. Il merito di quel che dice è semplicemente ignorato. Lui non è l’alternativa, non si può tornare indietro. Tuttavia, tanta acrimonia è sproporzionata, non viene dedicata ad altri, a Bersani, Fassino, Chiamparino, Veltroni. Anzi, Veltroni è ben visto come possibile candidato al Quirinale.

Massimo D'Alema Otto e mezzo 3Somiglia ad un maresciallo dei carabinieri, diceva Alba Parietti. Pare che D’Alema sia considerato antipatico, egocentrico, arrogante, spocchioso. In passato si è circondato di persone che, in effetti, sembrano avere queste caratteristiche, tipo Claudio Velardi e Fabrizio Rondolino, personaggi oggi oscillanti tra destra e sinistra, secondo criteri di mercato. Attualmente renziani e molto critici nei confronti del loro ex leader. Velardi ha qualificato come quaraquaquà la minoranza dem e ha detto che se lo pagassero, l’opposizione a Renzi la farebbe lui come si deve. Rondolino è arrivato a paragonare D’Alema ad Ingrao. Un grande complimento, ma nel suo codice vuol soltanto dire che non fa più politica. Un modo più elegante di dargli del quaraquaquà. In una sua prima biografia, D’Alema disse che per avere successo sono molto importanti le persone con cui si sceglie di collaborare. Questi sono stati alcuni suoi collaboratori. Un’altro, dotato di più stile, fu l’economista Nicola Rossi, tra i primi a teorizzare la necessità di togliere ai padri per dare ai figli.

Personale politico e tratti caratteriali a parte, a D’Alema sono imputate soprattutto due cose. Una politica tendenzialmente compromissoria con Berlusconi (l’inciucio), la bicamerale, il freno sul conflitto d’interessi e l’aver preso il posto di Romano Prodi nel 1998, senza farsi eleggere. Cose che in fondo pratica lo stesso Renzi, sia pure da posizioni di maggior forza. Il Berlusconi di oggi è più debole di quello di ieri e Letta non è Prodi.

Nonostante tutto, a me Massimo D’Alema è umanamente simpatico. E’ stato segretario della Fgci, forse il pupillo di Berlinguer. Negli anni ’80 era la voce più affilata contro Bettino Craxi. Lo definirà inaffidabile in una intervista a Costanzo nel 1987. Come poi definirà Berlusconi. Come oggi definisce Renzi. Un po’ mi ricorda mio padre, ma anche tanti comunisti che ho conosciuto da ragazzo. Nella postura, nelle pose, nelle espressioni del volto, nei toni, nel modo di modulare la voce. Persone che nelle discussioni si sforzavano di apparire competenti, ragionevoli, giudiziose, responsabili. Dei piccoli Togliatti. C’era questa espressione che ricorreva nel loro eloquio: “il senso di responsabiltà”. Una visione sacrificale. Si rinuncia a qualcosa oggi per il bene di domani. La dolorosa necessità. C’è molto della tradizione comunista in questo atteggiamento. Non sono sicuro mi piaccia, però mi ispira un sentimento d’affetto, forse anche di tenerezza.

Quando il PCI cambiò il nome, mentre Occhetto e Petruccioli erano gioiosi e contenti, D’Alema aveva questo altro tono: è doloroso, ma dobbiamo farlo. Era il preferito dal fronte del no (Natta, Ingrao). Bisognava, diceva, rispettare il sentimento dei compagni. Quando Fabio Mussi sfotteva con la metafora del bambolotto di pezza, offendeva quel sentimento. Sul piano politico, le differenze sono meno marcate. La fine delle ideologie (che poi è la fine di una ideologia sola), ha trasformato la politica in una tecnica amministrativa. Il cambiamento non ha visto i comunisti trasformarsi in socialdemocratici o liberali, ha visto un ceto politico trasformarsi in un ceto di amministratori. Si compete, non per fare le cose giuste, per per farle nel modo giusto. Una cosa si può dire e si può fare, oppure si può contraddire e contrastare, in funzione del ruolo e del consenso. Da leader del partito tratti con Berlusconi, da oppositore interno critichi quella trattativa. Da leader entri in conflitto con il sindacato, da oppositore sostieni il sindacato. E via così.

Tutti i capi del partito, quando hanno avuto il timone in mano, hanno improntato il rapporto con la destra più alla convivenza che al conflitto. Hanno contrastato poco le leggi berlusconiane quando erano all’opposizione e non le hanno cancellate quando sono tornati al governo. Il filo conduttore dei tentativi di riforma istituzionale e elettorale è sempre stato un di più di governabilità e un di meno di rappresentanza, un procedere in direzione del presidenzialismo. Assunto questo valore, la sostituzione di un presidente del consiglio secondo la dinamica normale della repubblica parlamentare, appare un colpo di mano. Il limite di quell’operazione invece fu soltanto politico. Una rinegoziazione a destra con Cossiga, al posto di una a sinistra con Bertinotti.

Massimo D'Alema Otto e mezzo 5Quel che non si potrà, o almeno, quel che io non potrò mai perdonare a Massimo D’Alema è il non aver saputo garantire il diritto d’asilo a Abdullah Ocalan, capo del PKK autoesiliatosi in Italia nel novembre del 1998, per riconsegnarlo di fatto nelle mani della Turchia, dove continua a marcire ancora oggi nel carcere di Imrali. L’avere guidato la partecipazione dell’Italia alla guerra del Kosovo, con i bombardamenti sulla Serbia, bombardamenti occultati al parlamento. Tutto questo è irrimediabile. Come lo è l’aver assecondato e accompagnato una politica centrista, che pur mantenendo la retorica della sinistra, praticava i contenuti del neoliberismo (liberalizzazioni, privatizzazioni, precarizzazione, compressione dei salari). Non per conversione, adesione valoriale, convinzione. Ma solo perchè l’amministratore gestisce l’aria che tira. Un modo d’essere ora in linea con una tattica di logoramento e di attesa, nella prospettiva che l’illusione renziana diventi una delusione. Mentre la scissione, la ricostruzione di un partito di sinistra, richiederebbe un’altra visione, appunto una visione di sinistra, da cui la generazione di D’Alema si è liberata con la caduta del muro di Berlino.

Resta il ricordo di un buon ministro degli esteri. L’iniziativa sulla guerra in Libano nel 2006, la missione Unifil guidata dall’Italia, una posizione equilibrata nel conflitto mediorientale, una posizione che tiene presente la questione palestinese.

Così, nell’insieme, la sfiducia in questa voce di opposizione è pure tutta mia, anche se non sento il bisogno di esserne un detrattore. Non è la più stonata. E’ più autorevole di altre giovani voci alternative (Cuperlo, Fassina, Civati, Vendola). Se interviene in Direzione, la prima pagina è sua. Una rivista teorica la pubblica lui. Sa fare discorsi strutturati. Se anche si riducesse a produrre ed esportare vini, come fa in un vigneto in Umbria, ci sarebbe una voce in meno, ma non per questo si creerebbe la condizione e lo spazio per una alternativa autorevole in più. Almeno, finchè Maurizio Landini continua a dirigere la Fiom.

Lo stigma della prostituta

toiletAvrei voluto precisare, in risposta ad un commento, che non considero immondi i fluidi maschili. Tant’è che ho sempre fluidificato persone a me care. Sia pure con qualche iniziale esitazione. Allora ripensandoci, forse un po’ si. Da giovane, la ragazza di cui mi sentivo innamorato, era contemplata nel mio idealismo platonico, ma rimaneva esclusa dal mio immaginario erotico. Cioè, non osavo toccarla neppure con il pensiero. Altre erano le destinatarie dei miei istinti “meno elevati”: bellocce terrestri, meglio se un filo antipatiche. Un fumetto porno raccontava di un amministratore delegato messo sempre sulla difensiva da una sindacalista molto battagliera. Lui la subiva e la soffriva, ma la notte andava da una prostituta, le faceva recitare qualche slogan sindacale e poi la sottometteva.

La prostituzione, come la pornografia, è espressione di questa sessualità dissociata, che si percepisce sporca, degradante, punitiva. Qualcuno prova ad immaginare un sistema diverso, in cui la prostituzione sia un lavoro come un altro, una professione, un’assistenza, un servizio, con tutti i diritti, che faccia delle prostitute persone rispettate e rispettabili. Ma lo stigma non sta nella prostituta, in una sua condizione, nella strada, nel bordello, nella legge, nella morale. Non c’è cambiamento su questi aspetti che possa rimuovere lo stigma, perchè lo stigma non è lì.

Ricordo le case a ballatoio delle mie due prozie. Il gabinetto stava sul balcone. Era un posto freddo d’inverno e lurido. Ci si stava il meno possibile. I miei nonni avevano murato il gabinetto all’esterno, facendolo diventare parte dell’alloggio. Era già meglio. Nella casa dei miei genitori, il gabinetto era da subito costruito dentro l’appartamento. I miei curavano poco l’arredamento. La vernice delle pareti era scrostata, lo smalto dei servizi igenici consumato. Però, c’era il riscaldamento. Meglio che dai miei nonni, insomma. Ancora meglio nell’alloggio di alcuni miei amici d’infanzia: c’erano le piastrelle ai muri e pure il bidé! Una famiglia, ci aveva invitato a cena, in una casa nuova, appena costruita. Ci fecero vedere l’alloggio. Erano molto orgogliosi del loro gabinetto, tutto piastrellato e specchiato. I lavandini avevano i rubinetti e le manopole dorate. Dagli anni ‘80 in poi, in molti appartamenti il gabinetto è diventato il gioiello della casa. Il principale investimento in una ristrutturazione.

Eppure, dal ballatoio all’alloggio più lussuoso, il gabinetto è diventata la toilette, ma non è diventato un salotto come un altro. E’ rimasto il cesso. Per quanto lo miglioriamo, lo curiamo, lo attrezziamo e arrediamo, per quanto siamo disposti a spenderci, la nostra concezione del gabinetto resta sostanzialmente la stessa. Perchè dentro continuamo a buttarci sempre i nostri escrementi, il vero oggetto del nostro disprezzo. Per cambiare davvero la visione del gabinetto, dovremmo cambiare la visione dei nostri escrementi. Considerare loro dei gioielli. Considerarli oro. Ma a quel punto, non sapremmo più cosa farcene di una struttura collegata ad un pozzo o ad un sistema fognario. Vorremmo scrigni, casseforti, depositi bancari.

Temo con la prostituzione sia uguale. Per quante riforme possiamo fare, alla fine una prostituta è sempre una prostituta, perchè è sempre il ricettacolo di una sessualità maschile vista da noi stessi come espletamento di un bisogno fisiologico. Per cambiare la visione della prostituta, dovremmo come maschi cambiare la visione della nostra sessualità, del nostro corpo. Ma il giorno in cui avessimo una visione sana, positiva, pulita, gioiosa della nostra sessualità e del nostro corpo, non avremmo più bisogno di relegare una categoria di donne a farci da ricettacolo. Saremmo tutti disinibiti per le nostre mogli, fidanzate, amiche.

Pornografia è sessuofobia

CarracciC’è chi sostiene che la pornografia abbia liberato milioni di uomini dalla bigotteria. In effetti, nel dibattito pubblico la pornografia può essere difesa come una forma di liberazione sessuale. Tempo fa una giornalista molto postmoderna contestava il dettaglio di una notizia: un femminicida sotto inchiesta aveva il computer pieno di video porno; come se il porno inducesse al femminicidio. Invece, sosteneva lei, se la gente consumasse più porno sarebbe meno violenta, perchè avrebbe un rapporto più libero, meno frustrato, con il proprio desiderio sessuale. Io ero poco persuaso sia dall’importanza di quel dettaglio (il video nel computer del femminicida), sia dalla tesi della giornalista postmoderna secondo cui consumare porno fa bene al desiderio e quindi alla salute mentale. Il dettaglio della notizia era insignificante, perchè i consumatori di porno sono milioni ed è molto improbabile che un tale consumo segni una discriminante tra categorie di persone; per lo stesso motivo, dato che coinvolge moltitudini e da almeno dieci anni, in forma anonima grazie a Internet, è facilmente accessibile a tutti anche a costo gratuito, tale consumo non risulta aver avuto un qualche effetto benefico sulla violenza, le frustrazioni, le repressioni, la visione del sesso.

Il mio incontro con la pornografia avvenne intorno ai 14 anni. Eravamo una banda di ragazzini che si radunava sul muretto del giardino circostante un caseggiato costruito negli anni ’70. All’angolo della strada, il cestino dei rifiuti, da cui qualche volta fuoriuscivano giornaletti e riviste con immagini pornografiche; altre volte, si trovavano pagine stropicciate gettate tra il bordo del marciapiede e le auto in parcheggio. Le guardavamo con molta concitazione. Una cosa mi sconvolgeva: tutto quel che vedevo era un ribaltamento di ciò che pensavo: noi ragazzi facevamo di tutto per far piacere alle ragazze; ci spostavamo di zona noi per loro, facevamo dei regali, cercavamo di mostrarci bravi, abili e forti, volevamo conquistare la loro attenzione, ottenere un sì; una fatica, una tensione tutta nostra, per loro. In quelle pagine era il contrario: erano le donne alla mercé degli uomini; erano gli uomini a dominare le donne. La pornografia, molto prima del femminismo, mi ha insegnato l’esistenza di una gerarchia tra i sessi: a noi la soddisfazione del desiderio, a loro l’esecuzione di un servizio. Da quel momento, le ragazze ho iniziato a vederle in modo diverso.

Il porno forse non incita alla violenza come in un rapporto di causa ed effetto, ma crea rispetto alla violenza una forma mentale normalizzante. Se un discreto numero di ragazzi e di uomini immagina che lo stupro sia soltanto un gioco, uno scherzo un po’ pesante, una offesa alla morale (e allora basta non essere moralisti per evitare di prendersela troppo), nel porno possono trovare la conferma e il rinforzo della loro idea. Il sesso nel porno non richiede relazione, non richiede mediazione, non ha storia, non ha trama, lei è immediatamente disponibile, come piace a te; puoi maltrattarla un po’ o un po’ tanto, tanto lei ci sta; sottometterla e umiliarla è eccitante per te e per lei; è pure divertente; alla fine non succede niente di male, sono tutti consenzienti. La pornografia industriale all’incirca si presenta così e insegna cose così: l’uomo è un fallo, la donna tre buchi; sono possibili altrettante combinazioni, con tante varianti. Il sesso è tecnica, meccanica, ginnastica, dissociato dall’amore e forse – almeno per lei – anche dal piacere. Nella donna piacere e sofferenza si confondono.

Il porno disinibisce il rapporto con questa sessualità. Una sessualità che ribadisce e rilancia il segno della morale sessuofobica. Anche il porno, come la chiesa cattolica, dice che il sesso dissociato dalla procreazione e dall’amore è una cosa sporca, degradante, bestiale, violenta. L’unica differenza è che il porno mostra quanto è bello sguazzarci dentro. Questo è il suo modo di liberare. Gli uomini espletano con allegria i loro bisogni fisiologici, lo sperma è praticamente una scoria, le donne fanno da latrine viventi, come nella prostituzione, tanto che una parte della produzione pornografica funziona con il reclutamento di prostitute, talvolta con il reclutamento forzato. Quando il porno vuol essere paritario, ribalta i ruoli. Nonostante la diffusione e il passare degli anni, il consumo di pornografia continua ad essere vissuto in modo anonimo e clandestino. Qualcosa di cui vergognarsi. Il porno è e rimane il giro in giostra, il carnevale del moralismo sessuofobico.

Riferimenti:
[*] Porno & violenza – Simona Sforza, 5.11.2014
[*] Perché #NotAllPorn non è un argomento – Il Ricciocorno Schiattoso 4.11.2014
[*] L’impotenza contrattuale degli attori e delle attrici hard – 22.09.2013
[*] La pornografia aumenta la violenza – 1.08.2013
[*] La critica alla pornografia non è una questione morale – 26.07.2013
[*] Pornografia e prostituzione – 7.04.2012

Un modello di rivalsa

Alfonso SignoriniLa rivista di gossip “Chi” ha esibito un servizio fotografico che ritrae la ministra Marianna Madia in auto mentre mangia un cono gelato, con il titolo “Ci sa fare con il gelato”. Nell’insieme, titolo e sequenza di immagini esprimono un doppio senso, ma soprattutto evocano un pregiudizio sulle presunte ragioni reali per le quali una donna può fare carriera e arrivare al vertice. Il ragionamento generale dell’on. De Rosa. Il servizio ha provocato una ondata di indignazione sui social media. Alfonso Signorini, il direttore di “Chi”, si è giustificato, con una chiamata di correo. Così fan tutti, anche la sinistra contro le donne di destra.

In parte ha ragione, ma è un’aggravante, non una attenuante. Il primato della misoginia più becera compete alle pubblicazioni di destra. I giornali di sinistra sono più soft, si limitano alle gallerie fotografiche su look e capigliature. Tuttavia, è vero che una parte della base della sinistra, da quando può autorappresentarsi su Internet, non esita a ricorrere all’insulto sessista contro le avversarie politiche, in particolare contro le donne berlusconiane, ma pure contro le stesse renziane. L’insulto sessista è un motivo ricorrente nelle invettive del popolo del M5S e dello stesso Grillo. Il volgare doppio senso compare nelle gag di Crozza come nelle vignette di Vauro. Quando il cantautore assessore Franco Battiato definì il parlamento “pieno di troie”, l’espressione fu difesa da molti, persino da alcune femministe e da qualche uomo impegnato nella lotta contro la violenza sulle donne. Si può aggiungere che anche nell’indignazione contro Signorini o nell’interrogare il pubblico dei lettori sul servizio fotografico c’è qualcosa di dubbio, nel momento in cui quelle immagini sono continuamente riprodotte e divulgate, poichè buone generatrici di traffico.

Tuttavia, questo è il punto. Il servizio di Chi non è solo la provocazione solitaria di una rivista di basso livello. E’ invece parte della risposta maschile alla crescita del potere femminile nella società. La manifestazione più sguaiata del maschilismo diffuso e pervasivo di tanti uomini che potrebbero ben figurare nel video di Hollaback. Del modo in cui tanti politici, dirigenti, giornalisti, presentatori, blogger trattano le donne nella sfera pubblica, provando a rimetterle al loro posto, riducendole alla sola dimensione di oggetto sessuale, per poi banalizzare e gettare in burla il proprio molesto svilimento. Un modo ispirato dal più noto e diffuso modello culturale di rivalsa maschile, forse l’unico: la pornografia.

Turigliatto non parla con i fascisti e va sotto processo

Franco TurigliattoIl 13 maggio 2008, Franco Turigliatto, all’epoca senatore di Sinistra Critica, abbandonò gli studi di Porta a Porta quando fece il suo ingresso Roberto Fiore, capo di Forza Nuova. Bruno Vespa reagì con arrogante irritazione, accusando Turigliatto di fare una sceneggiata, poichè a suo dire era informato della presenza di Fiore.

Per spiegare il suo gesto Turigliatto dichiarò: «Forza nuova è una forza politica esplicitamente e dichiaratamente neofascista e neonazista, le liste di Forza Nuova non avrebbero dovuto essere accettate dalle Corti d’Appello dello Stato italiano e non dovrebbero essere presenti sulle schede elettorali. La nostra Costituzione sancisce l’antifascismo e il divieto della ricostituzione del partito fascista. In più Forza Nuova è responsabile di gravissimi atti di violenza nei confronti di giovani, immigrati e donne. Finché ho potuto parlare senza la presenza di Fiore l’ho fatto, poi ho ringraziato Vespa e sono dovuto uscire».

Franco Turigliatto ha militato una vita nella Quarta Internazionale. Un gruppo politico, che non ha mai pensato la sua pratica in termini di atti dimostrativi in funzione di apparenze e appariscenze mediatiche. Giunto ai vertici di Rifondazione comunista ed eletto in Senato, Turigliatto ha messo a repentaglio il suo ruolo, per dissociarsi dal rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan, secondo la tradizionale posizione pacifista del partito: una linea politica e una discriminante di principio. Come l’antifascismo.

L’intransigenza di Turigliatto nel tenere fermo il rifiuto dell’interlocuzione con i fascisti è coerente anche con buona parte del pensiero liberale, da Popper a Bobbio, secondo cui si può essere tolleranti con tutti tranne che con gli intolleranti. E’ invece offensiva la scelta di Vespa di accostare due minoranze, secondo lo schema mistificatorio degli opposti estremisti. Forse il conduttore avrebbe preferito un po’ di rissa invece di un educato e civile rifiuto. Nel caso non avrebbe parlato di «sceneggiata».

Roberto Fiore – la cui pagina di Wikipedia risulta oscurata per una controversia legale – ha reagito querelando Turigliatto per diffamazione. La querela al momento ha portato ad una condanna pecuniaria. Il partito di Turigliatto, Sinistra Anticapitalista, ha fatto ricorso e in questi giorni si sta svolgendo il processo. Inoltre, ha promosso una petizione di sostegno, a cui si può aderire scrivendo a iostoconfranco@gmail.com, che ha già raccolto l’adesione di Noam Chomsky e Ken Loach. Per quel che vale, tutta la mia solidarietà.

Riferimenti:
Contro il fascismo bisogna essere franchi – Popoff 22.10.2014
Solidarité internationale : Je ne parle pas avec les fascistes ! Solidarité avec Franco Turigliatto – Npa 3.11.2014)
Appello: non parlo con i fascisti! Solidarietà a Franco Turigliatto – Anticapitalista 22.10.2014
Appello, le prime 300 adesioni giunte dall’Italia